XXXII DOMENICA TEMPO ORDINARIO

Prima lettura: 2Maccabei 7,1-2.9-14

In quei giorni, ci fu il caso di sette fratelli che, presi insieme alla loro madre, furono costretti dal re, a forza di flagelli e nerbate, a cibarsi di carni suine proibite. 

Uno di loro, facendosi interprete di tutti, disse: «Che cosa cerchi o vuoi sapere da noi? Siamo pronti a morire piuttosto che trasgredire le leggi dei padri».
[E il secondo,] giunto all’ultimo respiro, disse: «Tu, o scellerato, ci elimini dalla vita presente, ma il re dell’universo, dopo che saremo morti per le sue leggi, ci risusciterà a vita nuova ed eterna». Dopo costui fu torturato il terzo, che alla loro richiesta mise fuori prontamente la lingua e stese con coraggio le mani, dicendo dignitosamente: «Dal Cielo ho queste membra e per le sue leggi le disprezzo, perché da lui spero di riaverle di nuovo». Lo stesso re e i suoi dignitari rimasero colpiti dalla fierezza di questo giovane, che non teneva in nessun conto le torture. Fatto morire anche questo, si misero a straziare il quarto con gli stessi tormenti. Ridotto in fin di vita, egli diceva: «È preferibile morire per mano degli uomini, quando da Dio si ha la speranza di essere da lui di nuovo risuscitati; ma per te non ci sarà davvero risurrezione per la vita».    

 

L’episodio raccontato s’inserisce nel contesto della persecuzione d’Antioco IV Epifane che voleva imporre la cultura greca al popolo ebraico (167-164 a.C.). Viene ricordato il martirio dei sette fratelli, esortati dalla loro madre a testimoniare la fede. Non solo essa ha passato loro la fede, ma li sostiene nel momento del pericolo. Di fronte a loro il re in persona assiste al supplizio. Egli rappresenta la luce della cultura ellenica, verso la quale molti ebrei sono attirati e per questo sono disposti al compromesso. Quello che divide la madre dei sette fratelli e il re è una concezione opposta della vita. Per il re la vita viene dalla cultura e dalla ragione, per la madre ebrea è un dono di Dio, perciò nessuna forza umana la può veramente togliere. Come la madre anche i figli, ricchi di questa fede, si sentono liberi di perdere questa vita, per riceverla dalle mani di Dio: È preferibile morire per mano degli uomini, quando da Dio si ha la speranza di essere da lui di nuovo risuscitati (v. 14). Anche per gli empi ci sarà una risurrezione, ma non per la vita (v. 14b). Vivranno eternamente la morte. Cf. Gv 5,29: «quelli che fecero il bene per una risurrezione di vita, quanti fecero il male per una risurrezione di condanna».

 

Seconda lettura: 2Tessalonicesi 2,16-3,5

Fratelli, lo stesso Signore nostro Gesù Cristo e Dio, Padre nostro, che ci ha amati e ci ha dato, per sua grazia, una consolazione eterna e una buona speranza, conforti i vostri cuori e li confermi in ogni opera e parola di bene. Per il resto, fratelli, pregate per noi, perché la parola del Signore corra e sia glorificata, come lo è anche tra voi, e veniamo liberati dagli uomini corrotti e malvagi. La fede infatti non è di tutti. Ma il Signore è fedele: egli vi confermerà e vi custodirà dal Maligno. Riguardo a voi, abbiamo questa fiducia nel Signore: che quanto noi vi ordiniamo già lo facciate e continuerete a farlo. Il Signore guidi i vostri cuori all’amore di Dio e alla pazienza di Cristo.

 

Paolo aveva in pochissimo tempo evangelizzato a Tessalonica, ma era stato sufficiente perché nascesse una comunità fervorosa, che si mantiene fedele al suo Signore Gesù anche nella diaspora e attaccata dalla mentalità greca e dalle gelosie ebraiche. L’apostolo tuttavia non chiude gli occhi su alcuni problemi esistenti nella comunità e interviene a rettificare i malintesi riguardanti alcuni temi della fede tramandata: la Parusia che alcuni ritenevano imminente determinando atteggiamenti di pigrizia e di disordine.

     Nel nostro brano Paolo esprime gli auguri e chiede preghiere alla comunità. Non sono delle pure espressioni formali, ma sintetizzano la fede che lui stesso aveva loro insegnato. lo stesso Signore nostro Gesù Cristo e Dio, Padre nostro… conforti i vostri cuori e li confermi in ogni opera e parola di bene (v. 17). Con questo augurio viene ricordato ai cristiani che il presente è importante. È proprio esso che fa germogliare il futuro di gloria. La vita quotidiana deve essere vissuta nell’amore di Dio e nella pazienza di Cristo (3,5): due qualità teologiche irraggiungibili dalle sole forze umane.

     La prima non è che la partecipazione alla vita divina, la seconda è l’accettazione delle croci seguendo le orme di Cristo.

     Il cristiano sa che il Signore gli ha dato una consolazione eterna e una buona speranza (2,16). Pur non alienandosi dalla storia concreta, adempiendo tutti i doveri di cittadini, la sua vera patria è il cielo e già qui sulla terra vive da celeste.

 

Vangelo: Luca 20,27-38

In quel tempo, si avvicinarono a Gesù alcuni sadducèi – i quali dicono che non c’è risurrezione – e gli posero questa domanda: «Maestro, Mosè ci ha prescritto: “Se muore il fratello di qualcuno che ha moglie, ma è senza figli, suo fratello prenda la moglie e dia una discendenza al proprio fratello”. C’erano dunque sette fratelli: il primo, dopo aver preso moglie, morì senza figli. Allora la prese il secondo e poi il terzo e così tutti e sette morirono senza lasciare figli. Da ultimo morì anche la donna. La donna dunque, alla risurrezione, di chi sarà moglie? Poiché tutti e sette l’hanno avuta in moglie». Gesù rispose loro: «I figli di questo mondo prendono moglie e prendono marito; ma quelli che sono giudicati degni della vita futura e della risurrezione dai morti, non prendono né moglie né marito: infatti non possono più morire, perché sono uguali agli angeli e, poiché sono figli della risurrezione, sono figli di Dio. Che poi i morti risorgano, lo ha indicato anche Mosè a proposito del roveto, quando dice: “Il Signore è il Dio di Abramo, Dio di Isacco e Dio di Giacobbe”. Dio non è dei morti, ma dei viventi; perché tutti vivono per lui». 

 

Esegesi

     Gesù si trova a Gerusalemme nel momento culminante della sua missione. Proprio a Gerusalemme era orientato tutto il suo cammino.

     Qui insegna pubblicamente presso il tempio e tutti pendono dalle sue labbra. In questo clima s’inseriscono le controversie con gli scribi e con il gruppo loro avversario, che non credeva nella risurrezione dei corpi, i Sadducei. Gesù per loro è un rabbi, un maestro, al quale possono fare delle domande su questioni di fede. E gli pongono un caso curioso d’applicazione della legge del levirato (cf. Gn 38,8; Dt 25,5-10). Sette fratelli, scrupolosi osservanti della legge mosaica, presero uno dopo l’altro come moglie la stessa donna; questa donna, dunque, nella risurrezione, di chi sarà moglie? (v. 33).

     Gesù risponde innanzi tutto che il mondo futuro non è simile al presente. I figli di questo mondo, quelli che appartengono a questo mondo in cui vivono, sono legati da legami che caratterizzano la vita materiale: rapporti sessuali, vincoli coniugali, procreazione (v. 34).

     Quelli che sono giudicati degni dell’altro mondo e della risurrezione (v. 35) sono coloro che hanno ricevuto la grazia di partecipare alla risurrezione. Lo sguardo di Luca è rivolto in particolare agli eletti alla vita eterna. Essi vivono una vita da figli della risurrezione, cioè da risorti, in quanto sono figli di Dio. Questo fatto fonda la risurrezione: la vita che essi possiedono mediante la risurrezione è una vita che non viene da generazione carnale. Sono uguali agli angeli (v. 36), perché il loro corpo è spiritualizzato.

     Gesù quindi si richiama alla Scrittura per confermare il fatto della risurrezione di tutti gli uomini. Dio si è rivelato a Mosè nel roveto ardente (Es 3,2) come Dio d’Abramo, Dio d’Isacco e Dio di Giacobbe, cioè come Dio dei vivi (v. 37). La loro vita viene da Dio, perché tutti vivono per lui (v. 38b), quindi non può finire con la morte. Abramo, Isacco e Giacobbe non sono vivi nel ricordo dei figli da loro generati, ma perché essi sono generati da Dio. Qui si pensa a tutti coloro che sono destinati alla vita eterna, ma in v. 37 si parla in generale della risurrezione dei morti (cf. anche Mc 12,26).

Meditazione

     La morte per martirio di sette fratelli in epoca maccabaica attesta la fede nel Dio capace di far risorgere i morti (I lettura); il caso (una finzione costruita ad arte) dei sette fratelli che sono morti senza lasciare figli dopo avere sposato in successione la stessa donna, viene giocato dai Sadducei per mettere in ridicolo la credenza nella resurrezione dei morti (vangelo). Al centro delle letture odierne vi è dunque la fede nella resurrezione dei morti.

Se il caso presentato dai Sadducei a Gesù appare evidentemente grottesco e incredibile, tuttavia la posizione espressa da tale episodio fittizio raggiunge l’uomo d’oggi e anche i credenti. I Sadducei «dicono che non c’è risurrezione» (Lc 20,27) e la storiella dei sette fratelli ha il fine di volgere in ridicolo tale credenza, di dimostrarne l’assurdità. Oggi alla posizione ‘colta’ che critica il cristianesimo che con la resurrezione dimostrerebbe di non saper abitare il tragico come gli antichi greci, e a quella che vede nella resurrezione un’evasione nell’al di là, un inverificabile happy end consolatorio apposto alla drammaticità della storia, si affiancano la reticenza e l’imbarazzo che a volte abitano gli stessi credenti di fronte alla fede nella resurrezione. A volte non siamo poi così distanti dalle posizioni dei Sadducei! Forse ci scandalizza di più la resurrezione che la morte di croce. Dunque, il primo messaggio che emerge dal testo è la fede nella resurrezione come scandalo.

Ma è uno scandalo che si oppone all’ovvietà della morte. La resurrezione è tutto fuorché ovvia. È l’incredibile per eccellenza, e dunque il vero contenuto della fede. La fede cristiana è fede nella resurrezione e la fede nella resurrezione è, tout court, la fede cristiana. Fede che Cristo è risorto dai morti e fede che i morti risorgeranno in Cristo. «Se Cristo non è risorto, vana è la vostra fede» (1Cor 15,17); «Se non esiste resurrezione dai morti, neanche Cristo è risorto!» (1Cor 15,13).

La risposta che Gesù da ai Sadducei indica certamente che la resurrezione è già attestata nella Torah perché Abramo, Isacco e Giacobbe sono viventi in Dio. I patriarchi che hanno vissuto per Dio ora vivono in lui e grazie a lui («tutti vivono per lui»: Lc 20,38). Il discorso sulla resurrezione viene così riportato all’oggi e alle motivazioni del vivere oggi. E dal testo emerge una domanda: per chi vivo? Perché vivo? Grazie a cosa vivo? Che cosa mi fa vivere? Se la domanda-trabocchetto dei Sadducei nasconde anche una serietà, questa riguarda certamente il futuro delle nostre relazioni, del nostro amore, dell’amore che abbiamo speso oggi. E la risposta di Gesù, oltre a contestare una visione della vita futura come prosecuzione di questa, come proiezione e prolungamento del presente, la strappa anche a speculazioni astratte e riporta all’oggi storico il credente interpellandolo sulle motivazioni del suo vivere. Chi ha una ragione per morire, ha anche una ragione per vivere. Chi ha una ragione per cui dare la vita, ha anche una motivazione per vivere.

L’argomentazione studiata dei Sadducei induce anche un’altra riflessione. Il caso dei sette fratelli che, uno dopo l’altro, lasciano vedova la stessa donna che alla fine muore lei pure, è sì un caso artefatto, ma la vita è piena di casi tragici che spesso sono molto più dolorosi di quanto la fantasia possa immaginare. La riduzione del dolore umano, di un caso tragico, a argomentazione dialettica, dice anche il cinismo e la possibile violenza della parola quando si riduce la realtà a casistica, oppure quando si scinde dalla compassione umana. Criterio di verità della parola, e anche della parola teologica, è il suo sentire il dolore umano, il suo lasciarsi abitare dalla sofferenza umana, e dunque il suo rifiutarsi di manipolare il dolore altrui e, per quanto possibile, di aggiungere dolore a dolore, di creare sofferenza inutile. Il discorso teologico e pastorale riesce a raggiungere e toccare il credente nel tragico della sua esistenza? O lo usa per difendere o sostenere una posizione dottrinale?

 

Preghiere e racconti 

La fede dà “vita”

Abbiamo tutti il diritto di conoscere la ragione, la prospettiva, l’esito delle nostre quotidiane avventure. Su molte abbiamo risposte certe e abbastanza sicure. Su altre – su troppe – ci sentiamo sprofondati in una trama misteriosa di eventi, che ci sfuggono.

Non è bello e ci riempie la vita di tristezza. Ci sentiamo derubati dei nostri diritti, costretti a consegnarli nelle mani di altri. Ci consoliamo, rassegnandoci. Ma serve solo a peggiorare le cose. Il diritto al “perché”, che è proprio il diritto al senso, posseduto e governato, non è un bene alienabile né scambiabile. […]

È inutile cercare responsabilità. Ce ne possono essere tante. Alla radice sta però la vita stessa: siamo davanti alla morte per l’unica grande ragione che siamo vivi. Il mistero che la fede ci consegna, nelle parole vissute di tanti fratelli, ci restituisce una risposta: non spiega ma travolge.

Penso a Gesù, ormai condannato a morte dopo un processo ingiusto. Reagisce alla schiaffo del soldato che sperava di guadagnarci in stima colpendo ingiustamente il povero Gesù, già distrutto dai primi passaggi della sua passione.

Gesù mostra di essere lui il più forte, non perché chiama a sua difesa un esercito di angeli, cosa che poteva tranquillamente fare, ma perché riafferma di dare, lui stesso e solo lui, la sua vita per la vita di tutti.

Diventa così signore della morte, lui, il signore della vita, perché sottrae al tiranno il diritto all’ultima parola, pronunciandola lui, forte e decisa, come gesto d’amore.

Come lui, affascinati da grandi prospettive di senso o sconfitti nell’esperienza del vuoto, con le mani alzate ci sentiamo afferrati e ci ritroviamo pienamente signori della nostra vita: deboli nella nostra crisi e i più forti nella potenza di chi ci ha afferrato e restituito alla gioia di vivere e alla libertà di sperare.

(Riccardo TONELLI, Vivere di Fede in una stagione come è la nostra, Roma, LAS, 2013, 39-40)

Fede nella vita oltre la morte

Col tempo imparai a conoscere la Bibbia, e oggi mi considero una cristiana. […] In linea con san Paolo, credo che dopo la nostra morte corporea risorgeremo con un “corpo spirituale” in un’altra dimensione rispetto a quella fisica in cui viviamo adesso. […] O, per dirla con san Paolo: “Ora, se si predica che Cristo è risuscitato dai morti, come possono dire alcuni tra voi che non esiste resurrezione dei morti? Se non esiste resurrezione dei morti, neanche Cristo è resuscitato. Ma se Cristo non è resuscitato, allora è vana la vostra predicazione ed è vana anche la vostra fede”.

 Io che ero entrata in crisi e avevo pianto amaramente pensando che ci fosse solo questa terrena. Io che per alleviare questa sofferenza mi infilai nel maggiolone per andare a sciare sul ghiaccio di Jostedal. Io che avevo sempre sofferto così tanto perché mai e poi mai mi sarei saziata di vita. Io, improvvisamente, avevo trovato la strada verso una rassicurante fede nella vita oltre la morte.

(Jostein GAARDER, Il castello dei Pirenei, Longanesi, Milano, 2009, 215-216).

Dio dei padri, Dio dei viventi

II nostro Signore e maestro nella risposta ai sadducei, i quali affermavano che non vi è resurrezione e per questo disonoravano Dio e sminuivano la Legge, dimostrò la resurrezione e fece conoscere Dio. Disse infatti: A proposito della resurrezione dei morti non avete letto ciò che è stato detto da Dio: Io sono il Dio di Abramo, il Dio di Isacco e il Dio di Giacobbe? (Mt 22,31-32), e aggiunse: Non è il Dio dei morti, ma dei viventi, perché tutti vivono per lui (Lc 20,38). Con queste parole rese assolutamente manifesto che colui che parlò a Mosè dal roveto e dichiarò di essere il Dio dei padri è il Dio dei viventi. Ora, chi è il Dio dei vivi se non colui che è Dio e al di sopra del quale non vi è altro Dio? […] Colui che è adorato dai profeti è il Dio vivente, è il Dio dei viventi, e il suo Verbo ha parlato a Mosè, ha rimproverato i sadducei, ha donato la resurrezione, mostrando a quei ciechi due cose: la resurrezione e Dio. Se infatti Dio non è il Dio dei morti ma dei vivi e se è detto Dio dei padri che si sono addormentati, certamente vivono per Dio e non sono morti essendo figli della resurrezione (Lc 20,36).

Proprio per insegnare questa stessa cosa diceva ai giudei: Il vostro padre Abramo esultò per vedere il mio giorno, lo vide e si rallegrò ( Gv 8,56). Che cosa significa questo? Abramo credette a Dio e gli fu imputato a giustizia (Rm 4,3). Innanzitutto credette che egli è il creatore del cielo e della terra, il solo Dio; poi, che avrebbe reso la sua posterità come le stelle del cielo (cfr. Gen 15,5) e questo è ciò che è detto da Paolo [quando scrive: dovete risplendere] come astri nel mondo (Fil 2,15). Giustamente, dunque, Abramo, dopo aver lasciato la sua parentela terrena, seguiva il Verbo di Dio, facendosi straniero con il Verbo per dimorare con il Verbo. Giustamente anche gli apostoli che discendevano da Abramo, lasciata la barca e il padre, seguivano il Verbo. Giustamente anche noi, che abbiamo la stessa fede di Abramo, presa la croce come Isacco prese la legna, seguiamo lui. In Abramo l’uomo aveva imparato già da prima a seguire il Verbo di Dio.

(IRENEO DI LIONE, Contro le eresie 4, 5,2-5, SC 100, pp. 428-434).

La passione e risurrezione di Gesù sono il nucleo centrale della ‘buona novella’

La passione e risurrezione di Gesù sono il nucleo centrale della ‘buona novella’ che i discepoli di Gesù volevano annunciare al mondo. Gesù è il Signore che ha patito, è morto, fu sepolto e il terzo giorno è risorto. Era un annuncio che tutti dovevano conoscere: era la ‘lieta notizia’, e lo è ancor oggi. Si può dire che tutto ciò che i vangeli dicono di Gesù mira a far risaltare il pieno significato della sua passione, morte e risurrezione.

Il vangelo è, prima e più di tutto, il racconto della morte e risurrezione di Gesù, che costituisce il cuore della vita spirituale.

Passione, morte e risurrezione di Gesù rappresenta l’avvenimento fondamentale e più importante di tutta la storia umana. Se non riesci a sentirlo e a vederlo, allora il vangelo, nel migliore dei casi, potrà sembrarti interessante, ma non potrà rinnovarti il cuore e farti rinascere a vita nuova. E il vangelo mira appunto a questa rinascita – a una liberazione radicale che ci sottrae al potere della morte e ci permette di amare senza paura.

Quale atteggiamento davanti alla sofferenza e alla morte?

La croce non è solo un bell’oggetto artistico per decorare i salotti e i ristoranti di Friburgo, ma è anche il segno della trasformazione più radicale nel nostro modo di pensare, sentire e vivere. La morte di Gesù in croce ha cambiato tutto. Qual è la reazione umana più spontanea davanti alla sofferenza e alla morte?

Per conto mio, sarei portato istintivamente a impedire, evitare, negare, fuggire, star lontano e ignorare il soffrire e il morire. È una reazione che indica che queste due realtà non si accordano col nostro programma di vita. Per la maggior parte della gente, sono proprio questi i due nemici principali della vita. Ci sembra davvero ingiusto che esistano, e ci sentiamo obbligati a cercare in un modo o nell’altro di tenerli sotto controllo come meglio possiamo; se poi non ci riusciamo subito, vuol dire che ci sforzeremo di fare meglio un’altra volta.

Ci sono dei malati che capiscono ben poco la loro malattia, e spesso muoiono senza mai aver pensato sul serio alla morte. L’anno scorso un mio amico morì di cancro. Sei mesi prima di morire era già evidente che non gli restava molto da vivere. Gli facevano tante iniezioni, fleboclisi e cose del genere che si aveva l’impressione che lo si volesse tenere in vita a ogni costo. Non voglio dire che si facesse male a cercare di guarirlo: voglio dire piuttosto che s’impiegava tanto tempo a tenerlo in vita che non ne restava più per prepararlo alla morte.

Il risultato logico di questa situazione è che ci curiamo ben poco dei defunti. Non facciamo molto per ricordarli, cioè per associarli alla nostra vita interiore.

Ben diverso era l’atteggiamento di Gesù verso la sofferenza e la morte. Egli infatti guardava queste realtà bene in faccia e a occhi aperti. Anzi, la sua vita intera fu una consapevole preparazione alla morte. Gesù non esalta la sofferenza e la morte come cose che dobbiamo desiderare, ma ne parla come di cose che non dobbiamo rigettare, evitare o ignorare.

(H.J.M. NOUWEN, Lettere a un giovane sulla vita spirituale, Brescia, Queriniana, 72008, 26-29).

L’anima soffre e anela al Signore

Aiutaci, o Signore, a portare avanti nel mondo e dentro di noi la tua risurrezione.

Donaci la forza di frantumare tutte le tombe in cui la prepotenza, l’ingiustizia, la ricchezza, l’egoismo, il peccato, la solitudine, la malattia, il tradimento, la miseria, l’indifferenza hanno murato gli uomini vivi.

Metti una grande speranza nel cuore degli uomini, specialmente di chi piange.

Concedi, a chi non crede in te, di comprendere che la tua Pasqua è l’unica forza della storia perennemente eversiva.

E poi, finalmente, o Signore, restituisci anche noi, tuoi credenti, alla nostra condizione di uomini.

(Don Tonino Bello)

La morte

Infine, vi è un luogo dello Spirito del quale vi dirò molto poco, perché non ne abbiamo alcuna esperienza diretta. Eppure è importante: forse è il più importante di tutti. È la morte, in cui ogni cosa ci è consegnata all’improvviso, come un frutto maturo che ci attende al termine di una lunga iniziazione, un lungo esercizio. Riguardo a questo luogo, se è vero che noi non siamo ora in condizione di rendere testimonianza all’attività dello Spirito che in quel momento ha luogo, sarebbe forse interessante studiare e analizzare le preziose testimonianze dei morenti. Forse è grazie a loro che ci sarà dato di scoprire i veri criteri dell’esperienza spirituale.

(Tratto da A. Louf, La vita spirituale, Edizioni Qiqajon – Comunità di Bose, Magnano, 2001, pp. 9-20).

La morte è sempre puntuale

C’è un’altra storia non troppo simpatica, che ha per protagonista un tale di nome Omar. Sembra proprio si tratti del nostro vecchio amico Datu Omar che abbiamo lasciato qualche pagina fa mentre piangeva per la scomparsa della sua moglie e domandava ad Allah di salvargli la bambina che stava morendo. Ebbene lo ritroviamo qualche tempo dopo, solo e ancora più disperato di prima. Anche la ricchezza lo aveva abbandonato e con la ricchezza, si sa, se ne vanno via subito anche gli amici. Decise allora che era preferibile per lui lasciarsi ghermire dalla morte. Perciò si avvicinò alla riva di un largo fiume, pieno zeppo di coccodrilli che lo aspettavano a fauci spalancate. Omar lanciò un grido per attirare l’attenzione su di sé e si tuffò proprio in mezzo al fiume. Ma i coccodrilli invece di sbranarlo, si allontanarono subito da lui che cercava in tutti i modi, anche tirandoli per la coda, di farsi divorare. In breve nel fiume rimase solo lui mentre i coccodrilli si erano tutti ritirati sulla terra ferma, dentro una caverna.

Ritornò inzuppato e deluso in paese e prima di entrare nella sua capanna, diede uno sguardo al cielo. Esso si stava ammantando di grosse nuvole nere ed il vento stava annunciando l’arrivo di un disastroso tifone. “Bene, bene! Il tifone getterà a terra chissà quanti alberi della foresta, pensò Omar,  è meglio che mi addentri e aspetti che qualche albero mi cada addosso e così potrò morire”. Detto, fatto. Scelse l’albero dal tronco più grosso ma con le radici ormai a fior di terra. Bastava un soffio per gettarlo giù. Si scatenò il temporale, caddero fulmini e saette e quasi tutti gli alberi accanto ad Omar furono abbattuti, eccetto proprio l’albero vicino al quale si era preparato a morire. “Non mi vuole nessuno, neanche la morte!” pensò rassegnato Omar.

Quand’ecco accanto a lui apparve uno straniero vestito di una lunga tunica gialla e con il capo coperto da un turbante giallo con le frange orlate di nero. “Perché ti trovi così, in mezzo alla foresta, tutto bagnato e con i vestiti a brandelli? Chiese il nuovo arrivato”. “Sto aspettando la morte, rispose Omar,  perché la morte è per me più dolce della vita”. “Non è ancora arrivato per te il momento di morire  replicò lo straniero  alzati e va a lavorare e cerca di essere felice della tua vita”. Omar si alzò e seguì il nuovo amico che lo condusse fuori dalla foresta. Quale fu la sua sorpresa quando vide aprirsi davanti al suo sguardo una bellissima campagna.

Vicino al sentiero erano allineate molte capanne leggiadre ed ordinate e davanti ad esse erano sedute tante ragazze che chiacchieravano in fraterna conversazione e cantavano e sorridevano. I bambini stavano giocando sui prati trapuntati di fiori, mentre gli uomini lavoravano la terra e molte donne stavano preparando succulenti pranzetti.

Ritrovò la sua capanna: era diversa, più bella, più ariosa. Mentre egli salutava tutta quella gente, provò una gioia ed una serenità del tutto nuove, e così, dopo tanti anni, finalmente il sorriso gli rifiorì sulle labbra. Tutti gli volevano bene e lo stimavano molto per la bravura nel saper catturare gli animali selvatici della vicina foresta.

Anzi lo vollero eleggere loro capo e vollero donargli come futura sposa la più bella ragazza del villaggio. Come era bello vivere, adesso. Alcuni mesi più tardi però, mentre stava dormendo sentì qualcuno bussare alla porta della sua capanna. Si alzò, accese la lampada e prese anche un coltello per maggior sicurezza. Poi aprì la porta e con grande sorpresa si vide davanti lo strano personaggio vestito di giallo, con il turbante dorato con le frange nere. “Omar, adesso sì che è arrivata la tua ora. Vieni con me!” “La mia ora? Di quale ora stai parlando”. “La tua ora è arrivata, vieni con me!” la voce dello straniero ora aveva un suono lugubre come il rumore di una pietra che cade in fondo al pozzo. Omar chiuse subito la porta gridando: “Vattene via, io non ti conosco”. Ma insistente, l’altro continuò: “L’ora della tua morte è arrivata”. “No, no, è bello vivere, lasciami in pace” gridò tutto sudato il nostro Omar dall’interno della buia capanna. La lampada infatti gli era caduta a terra e la fiamma si era spenta. Tutto attorno a lui parlava di tenebre e di terrore. “Lasciami un altro mese, per piacere!” supplicò.

“E va bene, tornerò tra un mese”. Si sentirono distintamente ora i pesanti passi dello straniero allontanarsi da Omar avvertiva più distintamente nel suo petto palpiti veloci del cuore. Aveva ancora solo un mese di tempo, e dopo?

Bisognava fare qualcosa, ma che cosa? Avrebbe fatto costruire una torre alta a difesa della sua casa, oppure sarebbe scappato lontano e sarebbe vissuto nel profondo della più nascosta foresta dell’isola più distante. Oppure si sarebbe travestito da vecchio mendicante e così la morte non lo avrebbe riconosciuto così facilmente. Ma come poteva fare in quell’ultimo mese, accidenti? L’ultima idea gli sembrò quella più giusta. Il giorno dopo si allontanò dal villaggio e, dopo dieci giorni di cammino, giunse ai margini di una grande foresta. Aldilà si ergevano alcune montagne e si poteva intravedere anche la cima fumante di un vulcano. Ci mise altri dieci giorni ad arrivare alle pendici del vulcano. La terra gli scottava sotto i piedi e ci vollero ancora altri dieci giorni per trovare finalmente una caverna adatta al suo nascondiglio.

Lo trovò e prima di entrare si travestì da vecchio. Con una fiaccola in mano Omar si addentrò nella grotta accolto da una nuvola di pipistrelli che lo avvolse in segno di triste presagio. In fondo alla caverna gli sembrò di vedere qualcuno tra le pareti umide e tappezzate di muschio. “Omar, sono qui, il mese è passato, sono venuta a prenderti!” Omar capì che non c’era più nulla da fare, aprì le braccia in segno di accoglienza, mentre la morte copriva con il suo giallo mantello il più famoso cacciatore di quelle isole sperdute.

(Illustrazioni di Federica Trivellin).

Preghiera

Vieni tu da me, Signore,

e allora io potrò venire da te.

Portami a te

e solo allora potrò seguirti.

Donami il tuo cuore

e solo così potrò amarti.

Dammi la tua vita

e allora potrò morire per te.

Prendi nella tua risurrezione

tutta la mia morte

e sii mio, Signore, sii mio

affinché io sia tua in eterno.

(Silja Walter)

 

* Per l’elaborazione della «lectio» di questa domenica, oltre al nostro materiale di archivio, ci siamo serviti di:

– Temi di predicazione, Napoli, Editrice Domenicana Italiana.

Messalino festivo dell’assemblea, Bologna, EDB, 2007.

La Bibbia per la famiglia, a cura di G. Ravasi, Milano, San Paolo, 1998.

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M. FERRARI, monaco di Camaldoli, «Oggi si è adempiuta questa scrittura», Milano, Vita e Pensiero, 2013.

COMUNITÀ MONASTICA SS. TRINITÀ DI DUMENZA, La voce, il volto, la casa e le strade, Milano, Vita e Pensiero, 2008-2009.

– J. RATZINGER/BENEDETTO XVI, Gesù di Nazaret, Milano, Rizzoli, 2007.

– J. RATZINGER/BENEDETTO XVI, Gesù di Nazaret, Seconda parte: Dall’ingresso in Gerusalemme fino alla Risurrezione, Città del Vaticano, Liberia Editrice Vaticana, 2011.

– C.M. MARTINI, Incontro al Signore risorto. Il cuore dello spirito cristiano, Cinisello Balsamo, San Paolo, 2009.

 

PER L’APPROFONDIMENTO SCARICA:

XXXII DOM TEMP ORD (C)-2

Terzo anno di preparazione al Bicentenario: la spiritualità

Il terzo anno di preparazione al bicentenario della nascita di Don Bosco è dedicato alla spiritualità, dopo i due i cui temi erano la storia (2011/12) e la pedagogia (2012/13) del fondatore del salesiani. In continuità con le celebrazioni svoltesi negli scorsi anni, lunedì 11 novembre, alle ore 19.00, nell’Aula Paolo VI dell’Università Salesiana, avrà luogo la presentazione del volume preparato per l’occasione: Giovanni Bosco, Insegnamenti di vita spirituale. Un’antologia, curato dal prof. Aldo Giraudo e edito dalla LAS.

Il programma prevede il saluto del Rettor Magnifico prof. Carlo Nanni, a cui farà seguito la presentazione di alcune chiavi interpretative della spiritualità di Don Bosco da parte del curatore del volume, prof. Giraudo. Gli interventi della prof. Cristiana Freni(FdF) e del prof. Ubaldo Montisci (FSE) aiuteranno a cogliere alcune linee di lettura della spiritualità contenuti nel testo. L’evento si concluderà con la “buonanotte” di don Joaquim D’Souza, superiore della Visitatoria Maria Sede della Sapienza, e la distribuzione del volume ai partecipanti.

TUTTI I SANTI

Prima lettura: Apocalisse 7,2-4.9-14

Io, Giovanni, vidi salire dall’oriente un altro angelo, con il sigillo del Dio vivente. E gridò a gran voce ai quattro angeli, ai quali era stato concesso di devastare la terra e il mare: «Non devastate la terra né il mare né le piante, finché non avremo impresso il sigillo sulla fronte dei servi del nostro Dio». E udii il numero di coloro che furono segnati con il sigillo: centoquarantaquattromila segnati, provenienti da ogni tribù dei figli d’Israele. Dopo queste cose vidi: ecco, una moltitudine immensa, che nessuno poteva contare, di ogni nazione, tribù, popolo e lingua. Tutti stavano in piedi davanti al trono e davanti all’Agnello, avvolti in vesti candide, e tenevano rami di palma nelle loro mani. E gridavano a gran voce: «La salvezza appartiene al nostro Dio, seduto sul trono, e all’Agnello». E tutti gli angeli stavano attorno al trono e agli anziani e ai quattro esseri viventi, e si inchinarono con la faccia a terra davanti al trono e adorarono Dio dicendo: «Amen! Lode, gloria, sapienza, azione di grazie, onore, potenza e forza al nostro Dio nei secoli dei secoli. Amen». Uno degli anziani allora si rivolse a me e disse: «Questi, che sono vestiti di bianco, chi sono e da dove vengono?». Gli risposi: «Signore mio, tu lo sai». E lui: «Sono quelli che vengono dalla grande tribolazione e che hanno lavato le loro vesti, rendendole candide nel sangue dell’Agnello».

 

Davvero il santo è merce rara, come qualcuno va pessimisticamente dicendo? La prima lettura risponde abbattendo statistiche tendenti al ribasso.

     Dopo la solenne scenografia celeste (cf. cap. 4) e la migliore comprensione del senso della vita e della storia grazie all’intervento dell’Agnello (cf. cap. 5), inizia la progressiva apertura dei sette sigilli che rendevano finora inaccessibile il libro (cf. cap. 6). La storia è striata di sangue e di sofferenza, ma non affidata ad un cieco destino di morte. Coloro che stanno dalla parte di Dio e dell’Agnello non sono risparmiati dalla sofferenza e neppure dalla morte fisica, sono però risparmiati dalla distruzione totale e dall’annientamento. La loro vita non cade nell’oblio, perché accolta e trasfigurata.

     Tre tappe scandiscono il brano: il sigillo impresso al gruppo dei 144.000 (vv. 2-4), il gruppo internazionale dei salvati (vv. 9-12) e la loro identità (vv. 13-14). All’inizio viene ritardato l’intervento punitivo dei 4 angeli, per permettere a un quinto di segnare il numero degli eletti. Rielaborando una scena del profeta Ezechiele (cf. Ez 8-10), l’autore proclama la salvezza che raggiunge il resto di Israele, computato in 144.000, cioè 12.000 per tribù (elencate nei vv. 5-8, tralasciati dal testo liturgico). Il numero, più qualitativo che quantitativo, viene dal prodotto di 12 (numero delle tribù di Israele), per 12 (numero degli apostoli, continuatori dell’antico popolo ma anche fondamento del nuovo), per 1.000 (numero di grandezza divina); esso designa una grande quantità di salvati provenienti dal giudaismo. (Per alcuni autori — per esempio Prigent — si tratterebbe dei cristiani nella loro totalità; Ap 14,3 ripropone il numero e parla di «i redenti della terra»).

     Distinto dal precedente si pone un altro gruppo, questa volta internazionale, impossibile a quantificarsi perché «moltitudine immensa, che nessuno poteva contare». Alcune precisazioni valgono per una loro prima identificazione (cf. v. 9: stanno in piedi, perché sono vivi come l’Agnello con il quale sono posti in relazione (gli stanno davanti), indossano vesti bianche (colore che li accomuna al mondo del divino e in modo particolare alla risurrezione di Cristo) e reggono delle palme (segno che condividono con Lui la vittoria sul male e godono della pienezza della vita); in seguito saranno identificati con maggior precisione. Di loro viene riferito il canto celebrativo che accomuna Dio e Agnello, segno evidente di una perfetta comunione esistente tra i due esseri, cui viene attribuito il merito della salvezza. Alla celebrazione si associa praticamente tutta la corte celeste in una dossologia che comprende 7 titoli (numero della pienezza). Infine, l’espediente della domanda del vegliardo, elemento tipico del genere letterario apocalittico, favorisce la piena decodificazione dei salvati: «Sono quelli che vengono dalla grande tribolazione e che hanno lavato le loro vesti, rendendole candide nel sangue dell’Agnello» (v. 14). I salvati sono pertanto coloro che traggono origine (ieri, oggi e sempre) dalla morte redentrice di Gesù (la «grande tribolazione»). Sono i santi che partecipano ora alla liturgia celeste, condividendo una vita di piena comunione, dopo aver partecipato, durante la vita mortale, alla passione di Cristo.

Seconda lettura: 1 Giovanni 3,1-3

Carissimi, vedete quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente! Per questo il mondo non ci conosce: perché non ha conosciuto lui. Carissimi, noi fin d’ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato. Sappiamo però che quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è. Chiunque ha questa speranza in lui, purifica se stesso, come egli è puro.

 

La santità è amore. La lettera che celebra l’amore di Dio e dell’uomo ci propone la fonte dell’amore e, di conseguenza, la fonte della santità.

     I vv. 1-2 sono il canto entusiastico della comunità che si scopre già fin d’ora figlia del Padre che sta nei cieli: «quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente!». Il testo non parla di Cristo, ma di lui hanno trattato i due capitoli precedenti e non si dà amore del Padre se non in Cristo. Il legame a lui stacca e isola la comunità dal mondo, qui inteso come la realtà negativa che si oppone a Dio; il mondo è principio di non-amore, di non-santità. Esiste quindi una incompatibilità radicale, perché i credenti sono abilitati ad una dignità di figli che li nobilita. L’amore divino è realtà che previene e che investe l’uomo, recandogli un dono inatteso e impensabile. Dio è sorgente dell’amore e quindi di ogni santità che è nell’uomo il riflesso di Dio. Se i vv. 1-2 suscitano e alimentano la nostalgia della santità, ad un impegno personalizzato sollecita il versetto successivo.

     Infatti, proprio alla possibilità di rendere efficace tale riflesso, pensa il v. 3 che completa il quadro indicando l’impegno della comunità per rispondere al dono divino. Così dalla contemplazione stupita ed ammirata di quello che Dio è e fa, si passa alla collaborazione dell’uomo che accoglie responsabilmente il dono. Uno strumento privilegiato di accoglienza è la continua purificazione, atteggiamento di conversione necessario per lasciarsi invadere da Dio: «Chiunque ha questa speranza in lui, purifica se stesso, come egli è puro» (v. 3). Al gloriarsi della propria dignità di figli ricevuta in dono, segue l’adeguamento che è lo sforzo continuo fatto di piccole trasformazioni. Conversione è l’imperativo affidato all’uomo, dopo che gli è stato comunicato l’indicativo (realtà) della sua condizione di figlio: «purificare se stesso» vuole dire rendersi pronti alla sequela di Cristo, andare con lui incontro al Padre. Adottato questo principio di vita, si capisce il seguito, non registrato dalla lettura odierna, del cristiano che non pecca, ovviamente perché si sviluppa in lui quel «germe divino» (v. 9) che è il principio di santità, la vita stessa di Dio, che lo rende figlio nel Figlio.

Vangelo: Matteo 5,1-12a

In quel tempo, vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli. Si mise a parlare e insegnava loro dicendo: «Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli. Beati quelli che sono nel pianto, perché saranno consolati. Beati i miti, perché avranno in eredità la terra. Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati. Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia. Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio. Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio. Beati i perseguitati per la giustizia, perché di essi è il regno dei cieli. Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli».  

 

Esegesi

Il brano delle beatitudini elettrizza la odierna liturgia della parola. Esso inaugura il discorso del monte, il primo dei cinque grandi discorsi che strutturano il vangelo di Matteo. È la prima parte del primo discorso, cioè l’intonazione di tutte le parole di Gesù. Si comprende subito l’importanza attribuita dall’evangelista a questo proclama, chiamato senza troppa enfasi la magna charta, del cristianesimo. Lo potremmo quindi intendere come il suo manifesto, la sua carta costituzionale. E come in ogni stato la Costituzione è l’elemento sorgivo e strutturante delle varie componenti, una stella polare cui fare sempre riferimento, così il brano delle beatitudini caratterizza lo statuto cristiano. Il richiamo ad esso dovrà essere continuo e costante per non smarrire mai la bussola della propria identità. L’evangelista Matteo prepara il lettore con una concentrazione di particolari: è sulla montagna che Gesù presenta il suo pensiero, esattamente come Mosè aveva ricevuto le disposizioni divine sul monte Sinai; Gesù si pone a sedere assumendo l’atteggiamento dell’autorità che legifera; attorno sta il gruppo dei discepoli che non ricevono una informazione o una comunicazione, ma un insegnamento che dovrà poi trasformarsi in vita vissuta (cf. Mt 5,1.2).

     Se già la presentazione era solenne, l’impressione di maestosa autorevolezza promana ora dal messaggio, ritmato da una serie di «beati». Il termine ‘felice’ ‘beato’ (makàrios in greco, da cui il nome proprio Macario e il termine ‘macarismo’ per indicare la beatitudine o

felicità) si trova 50 volte nel NT, ma collegato in forma litania compare solo nel nostro brano e nel passo parallelo di Luca che crea il contrasto tra 4 beatitudini e 4 guai (cf. Lc 6,20-26). Proclamando le beatitudini, Gesù riprende in parte lo stile dell’AT: sono dichiarati felici gli uomini che vivono secondo le regole dettate dalla sapienza (cf. Sir 25,7-10); nei salmi è proclamato beato l’uomo che teme (= ama) il Signore, dimostrando tale amore con l’osservanza della sua volontà espressa nella sua legge (cf. Sal 128,1; 1,1). Difficilmente si trovano due beatitudini insieme e mai sono ad esse associati i guai come nella combinazione di Luca.

     Nel giudaismo di poco anteriore a Gesù è dato trovare, come nel nostro caso, la presenza di una sequenza di beatitudini e anche la loro combinazione con i ‘guai’: questi si spiegano forse per la viva speranza dei tempi ultimi. Sempre in tale contesto si incontra il discorso diretto («voi»), sconosciuto all’AT e presente in Mt 5,11. A differenza dell’AT, non ci sono frasi secondarie che specificano le beatitudini.

     Pur con qualche somiglianza letteraria con l’AT e con il giudaismo, possiamo affermare l’originalità della presentazione di Matteo. Troviamo infatti due gruppi di quattro beatitudini che si corrispondono anche nel numero delle parole. Nel primo gruppo si presenta per lo più una condizione di sofferenza, nel secondo un determinato comportamento. I vv. 11-12 sono diversi: in essi compare il discorso diretto e forse sono una rielaborazione redazionale in forma di beatitudine di un detto di Gesù. Dobbiamo senz’altro riconoscere la novità assoluta e senza precedenti del contenuto. Diversamente dalla prospettiva della letteratura sapienziale che additava una salvezza futura e terrena. Gesù annuncia una salvezza presente e senza restrizioni: tutti hanno accesso alla felicità, a condizione che siano legati a lui. Sganciati da lui, le beatitudini non hanno senso. È lui ad inserire coloro che lo seguono nella condizione di cittadini del regno, di figli di Dio.

     Le beatitudini sono piccole frasi che si intrecciano come una litania per proclamare una felicità davvero strana: «Beati i poveri in spirito… beati gli afflitti…». Dopo averle ascoltate, non sarà difficile essere presi da uno shock. Proclamare la felicità dei poveri, degli affamati, dei perseguitati sembra una evidente e sconcertante falsità che cozza contro la più elementare esperienza. Sarebbe come dichiarare che la loro disgrazia vale una benedizione: da qui alla mistificazione il passo è breve, perché sembra una buona soluzione per mantenere le cose allo stato di fissità, senza tentarne un miglioramento. L’accusa di conservatorismo arriva subito e facilmente. Si potrebbe aggiungere pure la volontà di sottrarre l’uomo alle responsabilità e agli impegni che lo ancorano al presente. Così, ad una prima reazione, il proclama delle beatitudini diventa il manifesto di una mortificante sclerosi che certo non onora Dio e che impoverisce l’uomo. Sotto la bandiera di un sublime ideale si fa passare un ordine invertito di valori umani.

     Che cosa possiamo rispondere?

     Le beatitudini sono proclamate da Gesù che annuncia solo quello che vive. Sarebbe sorprendente che un uomo che tutti riconoscono di una inimitabile coerenza abbia iniziato la sua predicazione (così in Matteo) con un clamoroso bluff. Le beatitudini sono il prisma che rinfrange non solo l’attitudine, ma anche i veri atteggiamenti di Lui.

     La prima cosa da sapere e da imparare consiste nella convinzione che la felicità attinge al mondo interiore. La felicità nasce dall’anima stessa; non si trova per strada, non si compra né si vende. Essa è un’attitudine interiore che risveglia un comportamento visibile. Le beatitudini sono un appello a cambiare vita e prima ancora a modificare sensibilmente la propria mentalità. E questo avviene orientandosi verso Dio: ecco la realtà del «regno dei cieli» che apre la prima e la più importante delle beatitudini; ecco il passivo divino «saranno consolati» che andrebbe reso meglio «Dio li consolerà», mostrando anche nella traduzione che la fonte della consolazione è Dio stesso. Così di seguito, tutto rimanda a Dio.

     La forza sta tutta qui: Gesù annuncia quello che egli vive. In lui si riscontra identità tra messaggio e messaggero, tra il dire, l’agire e l’essere. Il segreto dell’efficacia della sua missione sta nella totale identificazione col messaggio che annuncia: egli proclama la ‘buona novella’ non solo con quello che dice o fa, ma con quello che è. Ed egli è in perfetta comunione con il Padre, di cui esegue pienamente la volontà. Allora anche le difficoltà (o disgrazie) che accompagnano e segnano inesorabilmente la vita di ogni uomo, assumono un significato diverso prendono senso perché integrate in una vita che parte da Dio e che a Lui arriva. Questa è la santità.

 

Meditazione 

     Nella celebrazione di tutti i santi la Chiesa ascolta la promessa di Dio che la chiama a partecipare della sua stessa santità, e ricorda, che tale è la vocazione di ogni battezzato. Se la liturgia ci fa fare oggi memoria di tutti i santi nel loro insieme, non è tanto per la preoccupazione di dimenticarne qualcuno, o per integrare il numero di coloro che vengono ricordati nelle singole celebrazioni durante l’anno liturgico, quanto per affermare il carattere universale della chiamata alla santità. I santi sono come «primizie per Dio e per l’Agnello» (Ap 14,4): in essi è già santificato l’intero genere umano insieme a tutta la creazione. Il brano dell’Apocalisse che oggi viene proclamato, tratto dal capitolo settimo, afferma che il loro numero è sterminato: secondo la simbologia biblica centoquarantaquattromila non in-dica un limite, ma una pienezza e una totalità. Finché il sigillo di Dio non è impresso sulla loro fronte la terra e il mare non possono essere devastati, come a indicare che la loro vita diviene sacramento di salvezza e di redenzione per il cosmo intero.

     Se la liturgia ci offre di contemplare la loro vita e il loro destino, non è tanto per offrirci dei modelli da imitare, quanto per condurci a riconoscere la multiforme grazia con cui Dio visita e trasfigura la nostra storia. «La salvezza appartiene al nostro Dio, seduto sul trono, e all’Agnello» (Ap 7,10), grida la moltitudine immensa. La santità dei redenti è testimonianza non delle loro virtù o delle loro qualità, ma dell’essere stati salvati dall’amore di Dio, che ci rende realmente suoi figli chiamandoci sin d’ora a quella somiglianza con il suo volto che si attuerà in modo pieno e definitivo quando «egli si sarà manifestato e noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è» (cfr. 1Gv 3,1-2). Nella loro esemplarità, i santi non esigono una memoria ripetitiva di ciò che hanno fatto e vissuto, che spesso

è inimitabile avendo il sapore dell’unicità, o comunque rimane legato a contesti storici ed ecclesiali che non sono più i nostri; piuttosto la loro testimonianza deve suscitare nei credenti lo stupore e la gratitudine per quanto il Signore ha compiuto nel passato, e l’attesa confidente che torni a operarlo nell’oggi della vita personale e della storia del mondo, per condurli a un futuro di compimento.

     Anche il brano evangelico mette in luce come sia l’agire di Dio a rivelarsi nel volto dei beati. Le beatitudini, prima ancora che essere descrizione di un modo di essere dell’uomo davanti a Dio, sono rivelazione di come Dio si rapporti con gli uomini e manifesti in loro la bellezza della sua opera. Il genere letterario della beatitudine non è esclusivo del Nuovo Testamento; è molto frequente nel Primo Testamento, in particolare la letteratura sapienziale è zeppa di beatitudini. Tuttavia, nella maggior parte dei casi le beatitudini che leggiamo nelle Scritture sante sono articolate in due parti; c’è dapprima l’annuncio della gioia, espressa con il termine «beato/beati», al quale segue una seconda parte che descrive la situazione o l’atteggiamento che vengono proclamati tali. Invece, le beatitudini che Gesù proclama dall’alto del monte non sono in due, ma in tre parti. Dopo l’annuncio della beatitudine, vengono descritti i suoi destinatari – i poveri, gli afflitti, i miti, gli affamati di giustizia… -; infine c’è una terza parte, quella fondamentale, nella quale Gesù mostra su cosa si fonda la loro gioia. E questa terza parte, introdotta da un perché, fa sempre riferimento a un’azione di Dio, che viene promessa ed è certa, perché Dio sicuramente la compirà. Dietro tutti i passivi che ritmano il testo possiamo facilmente intravedere come sia Dio il soggetto di ogni azione: beati i poveri in spirito, perché a loro Dio donerà il suo regno; beati gli afflitti, perché Dio li consolerà; beati i miti, perché proprio a costoro Dio lascerà in eredità la terra; beati coloro che hanno fame e sete di giustizia, perché Dio li sazierà… Appare evidente che la ragione della beatitudine non riposa nelle condizioni esistenziali che l’uomo vive, o nei possibili atteggiamenti che è invitato ad assumere. Anzi, queste situazioni sono tutt’altro che benedette; sono condizioni di povertà, di indigenza, addirittura di persecuzione. La motivazione della gioia sta nel fatto che Dio si colloca dalla loro parte, prende le loro difese, custodirà e riscatterà il loro diritto ingiustamente offeso; agirà, anzi già agisce in loro favore. Le beatitudini di Gesù sono quindi anzitutto una rivelazione di Dio, narrano il suo modo di agire nella storia, proclamano un amore che, per quanto universale, è comunque attraversato da una predilezione, che raggiunge tutti coloro che hanno bisogno di qualcuno che si curvi sul loro bisogno, prenda le loro difese, si faccia carico del loro diritto ingiustamente offeso, sazi il loro giusto desiderio di vita. Di costoro è il regno dei cieli, e il regno è questo curvarsi di Dio sul bisogno dell’uomo.

     La gioia si fonda dunque sul terzo elemento, che descrive ciò che Dio certamente farà. Si ancora a questa speranza, che è tale perché ha la forza di trasformare anche il nostro presente consentendoci di rileggerlo nella luce del futuro di Dio. Infatti, questo ‘beati’ proclamato da Gesù non è un semplice augurio, o una benedizione per il futuro, neppure semplicemente una promessa. È piuttosto una constatazione nel presente: siete beati ora, nell’oggi della vostra vita, anche se il fondamento di questa felicità riposa nel futuro, ma si tratta del futuro di Dio, non del futuro dell’uomo. Affermare che è il futuro di Dio non significa solo riconoscere che è un futuro certo, perché Dio è fedele alla sua parola e attua la sua promessa; significa anche riconoscere che è un futuro capace di dare un significato diverso a ciò che ora sto vivendo. È un futuro indisponibile per la mia libertà e per la mia possibilità, non sono io a poterlo progettare o costruire con le mie mani o con la mia fantasia, ma viene da Dio, mi è donato, ed è pertanto in grado di dare un senso diverso al mio presente. Benedetto XVI afferma nella sua enciclica Spes salvi che il messaggio cristiano non è solo ‘informativo’, ma ‘performativo’. Ciò significa – spiega il papa – che «il Vangelo non è soltanto una comunicazione di cose che si possono sapere, ma è una comunicazione che produce fatti e cambia la vita. La porta oscura del tempo, del futuro, è stata spalancata. Chi ha speranza vive diversamente; gli è stata donata una vita nuova» (n. 3). I santi sono coloro che hanno saputo scommettere tutta la propria esistenza su questo futuro di Dio e nella speranza hanno ricevuto il dono di una vita nuova, che la loro libertà ha saputo accogliere e far fruttificare.

     Le beatitudini che proclama Gesù sono otto, ma esse non delineano otto figure diverse di uomini e di donne, ma disegnano un’unica figura, una sola personalità spirituale, un unico modo di essere e di agire. Potremmo dire che questa unica personalità è Gesù Cristo, al quale il discepolo del Regno deve diventare sempre più simile. Il vero uomo delle beatitudini è Gesù Cristo. Ciò significa anche che l’unica personalità o figura spirituale che le beatitudini ci descrivono è quella del povero in spirito, di cui ci parla la prima beatitudine. È la prima non perché all’inizio di una serie, ma perché è la beatitudine fondamentale, e tutte le altre che seguono esplicitano vari aspetti in cui l’essere poveri in spirito si manifesta più concretamente. I poveri in spirito sono poveri davanti a Dio, vivendo la loro povertà nella dipendenza da Dio, attendendo tutto dalle sue mani e dal suo dono. Non sperano solo qualcosa, ma sperano Lui. Povero in spirito è Gesù che nell’evangelo di Matteo può dire: «Tutto è stato dato a me dal Padre mio» (11,27). Povero è chi sa di dover ricevere tutto dalle mani di Dio e riconosce che la propria vita dipende dalle relazione con il Padre. Il santo «è colui che ha misurato nella povertà sua la smisurata distanza che lo separa dalla santità di Dio. E di fronte ad essa sente la propria indigenza, il proprio limite e tende sempre la mano vuota affinché Dio, come cantiamo a proposito di Maria, la riempia dei suoi beni» (C. Massa).

 

Preghiere e racconti

La santità della Iglesia militante

Cari «Io vedo la santità — prosegue il Papa — nel popolo di Dio paziente: una donna che fa crescere i figli, un uomo che lavora per portare a casa il pane, gli ammalati, i preti anziani che hanno tante ferite ma che hanno il sorriso perché hanno servito il Signore, le suore che lavorano tanto e che vivono una santità nascosta. Questa per me è la santità comune. La santità io la associo spesso alla pazienza: non solo la pazienza come hypomoné, il farsi carico degli avvenimenti e delle circostanze della vita, ma anche come costanza nell’andare avanti, giorno per giorno. Questa è la santità della Iglesia militante di cui parla anche sant’Ignazio. Questa è stata la santità dei miei genitori: di mio papà, di mia mamma, di mia nonna Rosa che mi ha fatto tanto bene. Nel breviario io ho il testamento di mia nonna Rosa, e lo leggo spesso: per me è come una preghiera. Lei è una santa che ha tanto sofferto, anche moralmente, ed è sempre andata avanti con coraggio».

(Intervista del Direttore a Papa Francesco, in «Civiltà Cattolica» 164 (2013) 3918, 449-477).

La santità è sempre giovane

« Cari amici, la Chiesa oggi guarda a voi con fiducia e attende che diventiate il popolo delle beatitudini”. “Beati voi, afferma il papa, se sarete come Gesù poveri in spirito, buoni e misericordiosi; se saprete cercare ciò che è giusto e retto; se sarete puri di cuore, operatori di pace, amanti e servitori dei poveri. Beati voi!”. E’ questo il cammino percorrendo il quale, dice il papa vecchio ma ancora giovane, si può conquistare la gioia, “quella vera!”, e trovare la felicità. Un cammino da percorrere ora, subito, con tutto l’entusiasmo che è tipico degli anni giovanili: “Non aspettate di avere più anni per avventurarvi sulla via della santità! La santità è sempre giovane, così come eterna è la giovinezza di Dio. Comunicate a tutti la bellezza dell’incontro con Dio che dà senso alla vostra vita. Nella ricerca della giustizia, nella promozione della pace, nell’impegno di fratellanza e di solidarietà non siate secondi a nessuno!”.

“Quello che voi erediterete”, continua il papa in quelle che sono parole sempre attuali, “è un mondo che ha un disperato bisogno di un rinnovato senso di fratellanza e di solidarietà umana. È un mondo che necessita di essere toccato e guarito dalla bellezza e dalla ricchezza dell’amore di Dio. Il mondo odierno ha bisogno di testimoni di quell’amore. Ha bisogno che voi siate il sale della terra e la luce del mondo. (…) Nei momenti difficili della storia della Chiesa il dovere della santità diviene ancor più urgente. E la santità non è questione di età. La santità è vivere nello Spirito Santo”.

Una scelta di vita, una scelta che dà senso, una scelta per vivere e testimoniare ciò che ogni cristiano sa: “Solo Cristo è la ‘pietra angolare’ su cui è possibile costruire saldamente l’edificio della propria esistenza. Solo Cristo, conosciuto, contemplato e amato, è l’amico fedele che non delude”.

(Giovanni Paolo II, a Toronto, nella  la GMG 2002).

Ciò che ho scritto di noi

Ciò che ho scritto di noi è tutta una bugia

è la mia nostalgia cresciuta sul ramo inaccessibile

è la mia sete tirata su dal pozzo dei miei sogni

è il disegno tracciato su un raggio di sole

ciò che ho scritto di noi è tutta verità

è la tua grazia

cesta colma di frutti rovesciata sull’erba

è la tua assenza

quando divento l’ultima luce all’ultimo angolo della via

è la mia gelosia

quando corro di notte fra i treni con gli occhi bendati

è la mia felicità

fiume soleggiato che irrompe sulle dighe

ciò che ho scritto di noi

è tutta una bugia

ciò che ho scritto di noi è tutta verità.

(Nazim Hikmet)

Le beatitudini bibliche

Fra i dieci gruppi in cui si possono distribuire e raccogliere le diverse beatitudini bibliche, uno solo riguarda il possesso dei beni materiali. È la beatitudine di un padre che, per merito della fecondità della moglie, si trova provvisto di un certo numero di figli, sani e robusti, e che, perciò, passa onorato e riverito tra la gente della sua città. Ma altre beatitudini di ordine materiale non esistono. Né i ricchi, né i potenti, dominatori, eroi, né, molto meno, i gaudenti, fecero parte, direttamente, per le beatitudini bibliche, del numero dei beati. Anche la ricchezza, certamente, rientrò nella visione biblica antico-testamentaria, tra i beni desiderabili per la vita di ogni uomo. La povertà e l’indigenza non ebbero mai buona accoglienza. A differenza, però, delle beatitudini sia egiziane che greche, le beatitudini bibliche non credettero mai che la ricchezza, da sola, bastasse a dare felicità. E neppure, quindi, la gloria, la potenza, il prestigio.

Anche questi, certamente, apparvero e furono stimati beni altamente desiderabili. Ma non vennero ritenuti affatto costitutivi della felicità umana. Furono cioè dei beni integrativi, ma non costitutivi.

Servendoci, quindi, di questa distinzione fra beni costitutivi e beni integrativi, l’unico grande bene costitutivo non fu, in realtà, secondo nove dei dieci gruppi di beatitudini, che Dio; ovvero, meglio, il possesso, da parte dell’uomo, di tutti gli atteggiamenti più genuini e autentici verso la realtà divina: la fede in un unico Dio (gruppo I); piena confidenza e speranza nella sua azione salvifica (II); rispetto profondo, timore e amore (III); umile confessione delle proprie colpe e desiderio di perdono (IV); stima e attiva partecipazione all’incremento del culto e la liturgia del tempio (V); attento sguardo sapienziale e attento ascolto alla presenza di Dio nel mondo e nella storia (VI); stima della Legge come riflesso e testimonianza della manifestazione dell’azione salvifica di Dio (VII); rispettoso comportamento verso l’ordine della giustizia (VIII); e, infine, umile accettazione anche di una qualche menomazione fisica, di uno stato di sofferenza (X).

Siamo, quindi, come si vede, di fronte a un complesso di atteggiamenti religiosi, per i quali l’uomo, consapevole delle sue incapacità, limitatezze, non si chiude orgogliosamente in se stesso, ma riconosce che solo in Dio trova la sua completezza.

(A. MATTIOLI, Beatitudini e felicità nella Bibbia d’Israele, Prato, 1992, 542s.). 

Il paese della felicità

Se la felicità si trovasse anche solo nel paese più lontano e il viaggio per raggiungerlo comportasse i più grandi rischi e potesse essere intrapreso solo a prezzo dei peggiori sacrifici, partiremmo comunque subito.

Perché sarebbe in ogni caso più facile raggiungerla là che non nell’unico posto dove si trova davvero, il posto che è più vicino del paese più vicino eppure è più lontano del paese più lontano, perché questo posto non si trova fuori, ma dentro di noi.

(Thorkild Hansen)

Perché dovrei aiutare soprattutto i deboli?

Friedrich Nietzsche ha rimproverato al cristianesimo di glorificare la dimensione della debolezza e di condannare la dimensione della forza. Il cristianesimo sarebbe diventato, quindi, una religione dei gretti, nella quale la forza non ha posto e dalla quale le personalità forti si sentono respinte. Anche se Nietzsche esagera nella sua critica al cristianesimo, ha sottolineato tuttavia un aspetto importante: il cristianesimo non può diventare una religione della debolezza, altrimenti alla lunga non può dispiegare nessuna forza in questo mondo.

San Benedetto lo sapeva. Ammonisce l’abate a trattare i confratelli in modo tale che i forti vengano sollecitati e i deboli non vengano umiliati. Questa è per me una regola fondamentale e saggia. I forti hanno bisogno di una sfida per crescere e mettere i loro punti forti al servizio della comunità. Una comunità che glorifichi i deboli può togliere il respiro anche ai forti. In questo modo danneggerebbe se stessa. C’è bisogno di un buon equilibrio fra forti e deboli. Entrambi dovrebbero essere sfidati e dovrebbero poter vivere nella comunità in modo tale da crescere in essa.

(Anselm GRÜN, Il libro delle risposte, San Paolo, Cinisello Balsamo (MI), 2008, 145).

Posso vivere basandomi sui valori e tuttavia avere successo?

I valori ci conferiscono valore e dignità. La vita di chi fa attenzione ai valori nella sua sfera personale acquisterà valore. Chi non si orienta più ai valori perde il rispetto per se stesso e per gli altri. La sua vita avrà sempre meno valore. Lo tirerà giù. La parola “valore” viene dal latino valere, che significa “essere forte e sano”. I valori ci danno, quindi, una forza interiore. Rendono sana la nostra vita. Se costruisco sui valori, quello che creo con la mia vita avrà un fondamento solido. Non crollerà con facilità, come si può osservare con le persone che costruiscono la loro casa di vita sulla sabbia delle loro illusioni o delle immagini ingannevoli. Alla lunga può resistere solo chi costruisce la sua casa su un terreno solido. E tale terreno solido sono i valori o gli atteggiamenti fondati sui valori, le virtù note fin dall’antichità: prudenza, giustizia, fortezza e temperanza, e gli atteggiamenti cristiani come la fede, la speranza e la carità. Solo che rende giustizia alla propria essenza e chi rimane fedele con coraggio a quello che è importante per lui, chi accetta la propria dimensione e non segue continuamente esigenze smisurate, solo chi è saggio e valuta correttamente la situazione concreta, potrà vivere bene a lungo. E a lungo termine avrà anche successo nella vita.

(Anselm GRÜN, Il libro delle risposte, San paolo, Cinisello Balsamo (MI), 2008, 149).

Preghiera

Signore Gesù Cristo,

custodisci questi giovani nel tuo amore.

Fa’ che odano la tua voce

e credano a ciò che tu dici,

poiché tu solo hai parole di vita eterna.

Insegna loro come professare la propria fede,

come donare il proprio amore,

come comunicare la propria speranza agli altri.

Rendili testimoni convincenti del tuo Vangelo,

in un mondo che ha tanto bisogno

della tua grazia che salva.

Fa’ di loro il nuovo popolo delle Beatitudini,

perché siano sale della terra e luce del mondo

all’inizio del terzo millennio cristiano.

Maria, Madre della Chiesa, proteggi e guida

questi giovani uomini e giovani donne

del ventunesimo secolo.

Tienili tutti stretti al tuo materno cuore. Amen.

(Preghiera del Papa, al termine della Giornata della Gioventù di Toronto).

  

* Per l’elaborazione della «lectio» di questa domenica, oltre al nostro materiale di archivio, ci siamo serviti di:

– Temi di predicazione, Napoli, Editrice Domenicana Italiana.

Messalino festivo dell’assemblea, Bologna, EDB, 2007.

La Bibbia per la famiglia, a cura di G. Ravasi, Milano, San Paolo, 1998.

———

M. FERRARI, monaco di Camaldoli, «Oggi si è adempiuta questa scrittura», Milano, Vita e Pensiero, 2013.

COMUNITÀ MONASTICA SS. TRINITÀ DI DUMENZA, La voce, il volto, la casa e le strade, Milano, Vita e Pensiero, 2008-2009.

– J. RATZINGER/BENEDETTO XVI, Gesù di Nazaret, Milano, Rizzoli, 2007.

– J. RATZINGER/BENEDETTO XVI, Gesù di Nazaret. Seconda parte: Dall’ingresso in Gerusalemme fino alla Risurrezione, Città del Vaticano, Liberia Editrice Vaticana, 2011.

– C.M. MARTINI, Incontro al Signore risorto. Il cuore dello spirito cristiano, Cinisello Balsamo, San Paolo, 2009.

Intervista del Direttore a Papa Francesco, in «Civiltà Cattolica» 164 (2013) 3918, 449-477.

PER APPROFONDIMENTO:

TUTTI I SANTI (C)

Iniziazione cristiana dei bambini

I risultati del grande impegno ecclesiale per l’iniziazione cristiana dei fanciulli e dei ragazzi non sembrano essere all’altezza delle aspettative.

Si ricercano le cause del problema e, ovviamente, si sondano possibili vie di soluzione. Tra queste ce n’è una che pare dare risultati promettenti: l’attenzione al primo annuncio e alla catechesi con le famiglie che hanno bambini piccoli. E’ un’attenzione non di oggi, ma che riscuote al momento notevole interesse e stimola forme creative di sperimentazione pastorale.

Riportiamo qui le riflessioni sulla catechesi pre e post battesimale proposte dal prof. Ubaldo Montisci al recente Convegno pastorale della diocesi di Cagliari.

 

Papa Francesco alle famiglie

PAPA FRANCESCO ALLE FAMIGLIE

 

 

Oltre centomila persone alla Messa in Piazza San Pietro presieduta dal Papa nella Giornata della Famiglia in occasione dell’Anno della Fede. Papa Francesco nell’omelia ha sottolineato che le Letture di questa 30.ma domenica del tempo ordinario “ci invitano a meditare su alcune caratteristiche fondamentali della famiglia cristiana”.

La prima è la famiglia che prega. “Il brano del Vangelo – ha affermato – mette in evidenza due modi di pregare, uno falso – quello del fariseo – e l’altro autentico – quello del pubblicano. Il fariseo incarna un atteggiamento che non esprime il rendimento di grazie a Dio per i suoi benefici e la sua misericordia, ma piuttosto soddisfazione di sé. Il fariseo si sente giusto, si sente a posto, si pavoneggia di questo, e giudica gli altri dall’alto del suo piedestallo. Il pubblicano, al contrario, non moltiplica le parole. La sua preghiera è umile sobria, pervasa dalla consapevolezza della propria indegnità, delle proprie miserie: quest’uomo davvero si riconosce bisognoso del perdono di Dio, della misericordia di Dio. Quella del pubblicano è la preghiera del povero, è la preghiera gradita a Dio che, come dice la prima Lettura, «arriva fino alle nubi» (Sir 35,20), mentre quella del fariseo è appesantita dalla zavorra della vanità”.

Il Papa ha quindi proseguito: “Alla luce di questa Parola, vorrei chiedere a voi, care famiglie: pregate qualche volta in famiglia? Qualcuno sì, lo so. Ma tanti mi dicono: ma come si fa?, Ma si fa come il pubblicano, è chiaro, umilmente davanti a Dio.Ognuno con umiltà si lascia guardare dal Signore e chiede la sua bontà che venga a noi. Ma in famiglia come si fa? Perché semmbra che la preghiera è una cosa personale, e poi non c’è mai un momento adatto, tranquillo in famiglia… Sì, è vero, ma è anche questione di umiltà, di riconoscere che abbiamo bisogno di Dio, come il pubblicano! E tutte le famiglia hanno bisogno di Dio. Tutti, tutti. Bisogno del suo aiuto, della sua forza, della sua benedizione, della sua misericordia, del suo perdono. E ci vuole semplicità! Per pregare in famiglia ci vuole semplicità. Pregare insieme il “Padre nostro”, intorno alla tavola, non è una cosa straordinaria, è facile, dà tanta forza! E anche pregare l’uno per l’altro! Il marito per la moglie, la moglie per il marito, ambedue per i figli, i figli per i genitori, per i nonni … Pregare l’uno per l’altro. Questo è pregare in famiglia, e questo fa forte la famiglia: la preghiera.

“La seconda Lettura – ha aggiunto – ci suggerisce un altro spunto: la famiglia custodisce la fede
L’apostolo Paolo, al tramonto della sua vita, fa un bilancio fondamentale, e dice: «Ho conservato la fede» (2 Tm 4,7). Ma come l’ha conservata? Non in una cassaforte! Non l’ha nascosta sottoterra, come quel servo un po’ pigro. San Paolo paragona la sua vita a una battaglia e a una corsa. Ha conservato la fede perché non si è limitato a difenderla, ma l’ha annunciata, irradiata, l’ha portata lontano. Si è opposto decisamente a quanti volevano conservare, “imbalsamare” il messaggio di Cristo nei confini della Palestina. Per questo ha fatto scelte coraggiose, è andato in territori ostili, si è lasciato provocare dai lontani, da culture diverse, ha parlato francamente senza paura. San Paolo ha conservato la fede perché, come l’aveva ricevuta, l’ha donata, spingendosi nelle periferie, senza arroccarsi su posizioni difensive”.

“Anche qui – ha sottolineato il Papa – ci possiamo chiedere: in che modo noi, in famiglia, custodiamo la nostra fede? La teniamo per noi, nella nostra famiglia, come un bene privato, come un conto in banca, o sappiamo condividerla con la testimonianza, con l’accoglienza, con l’apertura agli altri? Tutti sappiamo che le famiglie, specialmente quelle giovani, sono spesso “di corsa”, molto affaccendate; ma qualche volta ci pensate che questa “corsa” può essere anche la corsa della fede? Le famiglie cristiane sono famiglie missionarie. 

Ma, ieri abbiamo sentito, qui in piazza, la testimonianza di famiglie missionarie. Sono missionarie anche nella vita di ogni giorno, facendo le cose di tutti i giorni, mettendo in tutto il sale e il lievito della fede! Conservare la fede in famiglie e mettere il sale e il lievito della fede nelle cose di tutti i giorni”. Papa Francesco ha poi affrontato un ultimo aspetto che si ricava dalla Parola di Dio: “la famiglia che vive la gioia. Nel Salmo responsoriale si trova questa espressione: «i poveri ascoltino e si rallegrino» (33/34,3). Tutto questo Salmo è un inno al Signore, sorgente di gioia e di pace. E qual è il motivo di questo rallegrarsi? E’ questo: il Signore è vicino, ascolta il grido degli umili e li libera dal male. Lo scriveva ancora san Paolo: «Siate sempre lieti … il Signore è vicino!» (Fil 4,4-5). Eh … a me piacerebbe fare una domanda, oggi. Ma, ognuno la porta nel suo cuore, a casa sua, eh?, come un compito da fare. E si risponde da solo. Come va la gioia, a casa tua? Come va la gioia nella tua famiglia? Eh, voi date la risposta”.

“Care famiglie – ha proseguito il Papa – voi lo sapete bene: la gioia vera che si gusta nella famiglia non è qualcosa di superficiale, non viene dalle cose, dalle circostanze favorevoli… La gioia vera viene da un’armonia profonda tra le persone, che tutti sentono nel cuore, e che ci fa sentire la bellezza di essere insieme, di sostenerci a vicenda nel cammino della vita. Ma alla base di questo sentimento di gioia profonda c’è la presenza di Dio, la presenza di Dio nella famiglia, c’è il suo amore accogliente, misericordioso, rispettoso verso tutti. E soprattutto, un amore paziente: la pazienza è una virtù di Dio e ci insegna, in famiglia, ad avere questo amore paziente, l’uno con l’altro. Avere pazienza tra di noi. Amore paziente”.

Solo Dio sa creare l’armonia delle differenze. Se manca l’amore di Dio, anche la famiglia perde l’armonia, prevalgono gli individualismi, e si spegne la gioia. Invece la famiglia che vive la gioia della fede la comunica spontaneamente, è sale della terra e luce del mondo, è lievito per tutta la società. Famiglie gioiose”.
Quindi ha concluso: “Care famiglie, vivete sempre con fede e semplicità, come la santa Famiglia di Nazaret. La gioia e la pace del Signore siano sempre con voi!”.

Il Papa all’Angelus ha salutato tutti i pellegrini, “specialmente voi, care famiglie, – ha detto – venute da tanti Paesi. Grazie di cuore! Rivolgo un cordiale saluto ai Vescovi e ai fedeli della Guinea Equatoriale, qui convenuti in occasione della ratifica dell’Accordo con la Santa Sede. La Vergine Immacolata protegga il vostro amato popolo e vi ottenga di progredire sulla via della concordia e della giustizia. Adesso pregheremo insieme l’Angelus. Con questa preghiera invochiamo la protezione materna di Maria, nostra Madre, per le famiglie del mondo intero, in modo particolare per quelle che vivono situazioni di maggiore difficoltà.

Il mestiere dello studente e la vocazione cristiana

Il senso, la passione, il domani: lungo queste tre coordinate Severino Dianich ci offre un percorso di riflessione intenso ed essenziale, intorno a una questione solitamente in bilico tra due approcci contrapposti: da un lato, una mentalità aridamente utilitarista – o comunque funzionalista – che tende a sottomettere lo studio al calcolo miope del risultato; dall’altro, un tentativo di contrastare questa deriva rampante con un debole appello moralistico, che il più delle volte finisce, sia pure involontariamente, per rafforzarla. Nel primo caso, conta solo il domani, come luogo di un’autoaffermazione a ogni costo;
nel secondo, più che il domani, conta solo il senso, per lo più il senso del dovere. In entrambi i casi, la passione non abita lo studio e lo studio non abita il tempo della vita come un’esperienza formativa qualificante e indimenticabile.
Nelle pagine che seguono, tenendo insieme queste tre coordinate, l’autore c’invita invece ad avvicinarsi alle radici di quell’esperienza elementare e affascinante, in cui la vocazione umana e la vocazione cristiana si scoprono originariamente affratellate; fino a culminare in un unico atto liturgico, in cui il cristiano, nel rispetto della legittima autonomia dei diversi ambiti di sapere, sostituisce alla logica della cattura strumentale l’impegno a camminare con il mondo verso il regno di Dio.
Il senso: “la vera curiosità che è all’origine di un vero sapere non si accontenta di sapere molte cose, ma vuol giungere a cogliere il senso delle cose che si sanno”; l’invito dell’autore ad “allargare gli orizzonti” si trasforma in un appello rivolto al cristiano ad accendere sul nostro sapere quella “luce decisiva” che può trasformarlo in sapienza.
La passione: “quando lavorare vuol dire studiare” non si può non appassionarsi, riscattando la fatica in una sintesi viva e coinvolgente, capace di far tesoro di tutte le energie che si sprigionano davanti a noi e in noi, componendo in modo armonico e trasformandole in un progetto.
Il domani: l’avventura esaltante della vita, con il suo carico esigente di sogni e di alte idealità, deve passare attraverso il tirocinio della formazione senza permettere che il cinismo spenga il desiderio; mettendo in conto anche la brusca esperienza dello scacco, oltre la quale la certezza dell’amore di Dio e la fiducia nella sua grazia ci consentono di ” affrontare con coraggio e con gioia il futuro con tutte le sue sorprese”.
 
Luigi ALICI

Come Prometeo. Studiare è un atto di speranza

Presentazione di S.E. Mons. Gianni AMBROSIO
 
Sono lieto di presentare il lavoro di don Bortolo Uberti, circa l’impegno nello studio di tanti nostri giovani. Si tratta di uno scritto sotto forma di lettera indirizzata a un giovane universitario per esprimere la stima circa il suo lavoro, per confidare la fiducia nelle sue capacità e nel suo impegno, per condividere alcuni pensieri che possono stimolare e aiutare a interpretare questa stagione della sua esistenza.
L’obiettivo è quello di collocare il tempo dello studio, nella sua fecondità ma anche nelle sue sfide e aridità, dentro la vita intera e dentro gli orizzonti e le attese di questa società.
Così lo studio diventa il filo che tesse la trama delle dinamiche dell’intera esistenza e ricompone in unità gli ambiti della persona. La scoperta della propria identità e della propria vocazione, la rete delle relazioni e degli affetti, la struttura personale e la responsabilità, la vita spirituale e il rapporto con il mondo non sono alieni alla vita dello studente, non sono “altro”, ma tutto questo si immerge nelle pagine dei libri, nelle tensioni degli esami, nel progetto del futuro.
L’autore aiuta il lettore nella comprensione dell’attività dello studio attraverso alcune fondamentali domande: Che senso ha studiare? Come vivere la stagione dello studio? Non si tratta, infatti, di considerare un ambito accanto ad altri, un frammento della quotidianità tra i molti che riempiono la vita; gli anni dell’università non sono una parentesi nella visione unitaria e integrale della propria esistenza. Un giovane non può separare i propri legami e affetti, i propri progetti, la vita spirituale, dallo studio che riempie le sue giornate e plasma la sua personalità.
Lo studio, per un universitario, è più della somma delle ore trascorse nelle aule degli atenei o nell’esercizio dell’apprendimento.  È molto di più dello sforzo di assimilazione di nozioni e competenze, di esami sostenuti e titoli accademici raggiunti. Gli anni dell’università sono una stagione fondamentale per la formazione di un giovane, per la scoperta della sua vocazione e per porre il fondamento del futuro. Studiare è un atto di speranza; un atto di fiducia in sé e in un domani promettente, una responsabilità di sé e degli altri, una scommessa su un “dopo” possibile e praticabile. L’attività dello studio riguarda un giovane “capace” di stare dentro l’università e non soltanto di attraversarla, un giovane <> di vivere lo studio come una benedizione e un compimento che,  pertanto, non si ripiegherà su se stesso come Narciso e non affogherà dentro di sé ma saprà portare qualcosa di grande e prezioso agli altri, all’umanità. Come prometeo saprà lottare per conquistare un segreto e una risorsa da condividere con gli altri per il bene di tutti.
Questa lettera, scritta con uno stile vicino alle dinamiche comunicative dei giovani e capace di spaziare tra i diversi linguaggi della comunicazione, vuole aiutare a pensare personalmente e vuole contribuire a un confronto schietto: accompagna la verifica, stimola la sintesi, genera la discussione, perché gli anni dello studio non siano una parentesi o un rinviare l’ingresso nell’età adulta ma una grazia che plasma la persona e feconda il mondo.
Considero questa fatica di don Bortolo un contributo prezioso per il cammino nello studio di tanti giovani universitari. Auspico davvero che la lettura di questo bel testo possa contribuire alla comprensione del ruolo insostituibile dello studio, delle energie investire, della fatica e delle soddisfazioni, orientando questi aspetti in una buona opportunità per la propria vita a servizio di tutta l’umanità.

Iniziative… La scuola che ami aiuta a crescere

Tre iniziative promosse dall’Azione Cattolica in sequenza a livello nazionale, di cui trovate in allegato i programmi con le relative note tecniche.
 
La prima è il Seminario di studi Per una cultura a servizio dell’uomo. Il contributo dell’Azione cattolica, promosso dal Centro studi dell’Azione cattolica, insieme alla rivista Dialoghi e agli istituti culturali, che si terrà venerdì 29 novembre. Il Seminario in uno stile di ricerca aperta vuole essere un’occasione per approfondire il valore della cultura nell’attuale contesto, per favorire una lettura sapienziale della storia, attraverso un confronto critico che sappia orientare le scelte dei credenti, a servizio dell’uomo, in tutte le periferie esistenziali, così come incessantemente sollecita papa Francesco.
 
La seconda iniziativa è il Convegno Pacem in terris 1963-2013. Attualità di un’enciclica e nuovi campi di impegno, promosso dall’Istituto Toniolo, in programma sabato mattina 30 novembre. Questo momento pubblico in occasione del 50° anniversario dell’enciclica di Giovanni XXIII, la prima in assoluto dedicata a questo specifico tema si propone di sviluppare una riflessione per cogliere nell’oggi le sfide portate alla pace dai cambiamenti che attraversano gli scenari internazionali, interpellando nuove forme di impegno.
 
La terza iniziativa è il Convegno degli insegnanti di Azione cattolica, programmato per il pomeriggio di sabato 30 novembre e la mattina di domenica 1° dicembre. A questa occasione di formazione e confronto sono particolarmente invitati gli insegnanti e i dirigenti scolastici iscritti all?associazione, ma anche quelli con sensibilità affine, che condividono scelte professionali significative. Come associazione che si occupa di educazione, si vuole offrire un contributo fattivo per creare una scuola che sappia trasmettere il patrimonio culturale del passato, ma anche rendere capaci di leggere il presente, facendo acquisire competenze per costruire il futuro, così da concorrere alla formazione del cittadino e alla promozione del senso del bene comune.
 
Programmi:
 
 

Più crisi, meno libertà educativa

Sono in prima fila nella «battaglia» per tenere in vita la scuola cattolica paritaria. Ma sono anche coloro su cui «cade una responsabilità educativa», perché sono «soggetto educativo a tutti gli effetti, in quanto garanti e custodi di un carisma o di un progetto educativo che si realizzano per il tramite degli insegnanti e della comunità educante in genere». Sergio Cicatelli, direttore del Centro studi scuola cattolica (Cssc) definisce così i «gestori» della scuola cattolica, alla cui figura è stato dedicato l’annuale Rapporto sulla scuola cattolica (giunto alla sua quindicesima edizione) elaborato dal Cssc. Una coincidenza (o forse no) quella di dedicare il documento proprio ai gestori in un momento (a dire il vero piuttosto prolungato) difficile per la paritaria, che anche quest’anno dovrà combattere per cercare di salvare i propri fondi stanziati dal governo nella Legge di Stabilità. Lo hanno sottolineato all’unisono i rappresentanti delle associazioni nazionali delle scuole cattoliche (Fism, Fidae, Forma) di ogni ordine e grado. «I gestori si sono fatti carico della difficile situazione e con il loro lavoro cercano di poter garantire la condizione di una libertà di scelta educativa delle famiglie, tenendo in vita le scuole paritarie» hanno sottolineato le associazioni.
 Parole che non nascondo l’amarezza per la conferma che anche per il 2014 si ripresenterà la corsa al recupero dei fondi tagliati attraverso un passaggio nella Conferenza Stato-Regioni. «Un recupero che purtroppo al momento non è neppure totale» sottolinea Luigi Morgano, segretario nazionale della Fism, ricordando che la proposta del governo parla di 200 milioni di euro contro i 223 tagliati. Una amarezza condivisa da don Francesco Macrì, presidente nazionale della Fidae (che, assente, ha mandato una relazione) e da don Mario Tonini vicepresidente nazionale di Forma, che riunisce i centri di formazione professionale. Insomma per la scuola paritaria le difficoltà sono tutt’altro che alle spalle, come è emerso dal dibattito svoltosi ieri a Roma per la presentazione del Rapporto, incontro presieduto dal vescovo di Anagni-Alatri e membro della Commissione episcopale per l’educazione cattolica, la scuola e l’università e moderato da don Maurizio Viviani direttore dell’Ufficio nazionale educazione, scuola e università della Cei.

I dati del Rapporto «Una pluralità di gestori». Nel titolo del Rapporto c’è tutta la complessità, «una realtà estremamente varia e articolata» come sottolinea il direttore del Cssc, Cicatelli. Infatti vi sono gestori delle scuole cattoliche propriamente dette (cioè quelle appartenenti a Congregazioni, parrocchie o diocesi), e quelle di ispirazione cristiana, che a loro volta hanno una pluralità di tipologie: associazione, cooperativa, fondazione. Dalla fotografia scattata dal Cssc, due scuole dell’infanzia su tre (Fism) sono «cattoliche» secondo le norme canoniche: il 35,4% appartiene a Congregazioni, il 29% a parrocchie, per un totale del 64,6%. Il restante terzo si suddivide nel 17,5% con gestione affidata a una associazione, l’8% a cooperativa e il 7,4% a fondazione. Più alta la percentuale di scuole cattoliche, canonicamente dette, tra gli istituti della Fidae (elementari, medie e superiori): il 74,%. Il restante quarto si suddivide nel 14,9% di cooperative, il 7,5% di fondazioni e il 2% di associazioni. Per il mondo della formazione professionale il 56,8% sono centri di diretta emanazione di congregazioni, parrocchie o diocesi, mentre il 43,2% è distribuito tra le varie forme di impresa sociale.

Lo stato di salute delle paritarie Purtroppo non è buono. Lo dicono i freddi numeri del Rapporto: sensibile diminuzione degli iscritti nelle scuole dell’infanzia; quasi duemila alunni in meno nella scuola primaria; oltre il doppio (4.700) nella secondaria di primo grado; mentre nella secondaria il calo è più contenuto (1.800). «Cali – spiega Cicatelli – che si possono spiegare come effetto della crisi economica, che si ripercuote sulla capacità di spesa delle famiglie, costrette a tagliare sui consumi non indispensabili, e ne risente ovviamente la loro libertà di scelta educativa».

I numeri delle paritarie Secondo i dati relativi all’anno 2012/2013, escluse le scuole di Aosta, Bolzano e Trento, le paritarie censite sono quasi 14mila. Due terzi di esse sono cattoliche o di ispirazione cristiana (65,4%) mentre il restante 34,6% è di altro gestore.

 
Enrico Lenzi
www.avvenire.it

Più responsabilità ai fedeli laici nella scuola cattolica

Dal Quindicesimo rapporto sulla Scuola cattolica 2013 emerge un nuovo scenario: si ritraggono i gestori tradizionali (guidano tuttora circa il 70% delle scuole cattoliche), rappresentati da istituti religiosi maschili e femminili, da diocesi e parrocchie, spesso per la diminuzione delle vocazioni. Al contempo, avanzano le scuole gestite da cooperative, associazioni, fondazioni varie,promosse dai fedeli laici.
 
Su un totale di 7.878.661 scolari e studenti che frequentano le scuole statali, gli alunni delle scuole paritarie in Italia sono 1.036.312, cioè una percentuale del 13%. Di questi ultimi 702.997 sono alunni delle scuole cattoliche, vale a dire il 9% del corpo scolastico del nostro Paese. La scuola cattolica, quindi, pur rappresentando una minoranza del mondo scolastico, non è una cosa da poco, anzi – come ha spiegato il 19 ottobre a Roma, in occasione della VI Giornata pedagogica della scuola cattolica promossa dalla Cei,Sergio Cicatelli, direttore del Centro studi scuola cattolica – “è una minoranza qualificata e portatrice di un’importante e ricca tradizione educativa”. Dei problemi che sta vivendo la scuola cattolica oggi si è parlato in maniera approfondita in particolare durante la presentazione del volume “Una pluralità di gestori” – Quindicesimo rapporto sulla Scuola cattolica 2013. È emerso anzitutto un nuovo scenario in cui si ritraggono i gestori tradizionali (che guidano tuttora circa il 70% delle scuole cattoliche), rappresentati da istituti religiosi maschili e femminili, da diocesi e parrocchie, spesso per la diminuzione delle vocazioni. Al contempo avanzano le scuole gestite da cooperative, associazioni, fondazioni varie, promosse dai fedeli laici.
 
Forte aumento del carico economico. Un secondo scenario sul quale si è riflettuto riguarda tutti – sia le scuole di istituti religiosi sia quelle promosse da fedeli laici – ed è rappresentato dall’aumento del carico economico a fronte di una diminuzione del numero degli alunni. Fenomeno questo dovuto in parte al declino demografico, ma oggi anche per la crisi economica che distoglie le famiglie dall’iscrivere, anche se vorrebbero, i propri figli alle scuole cattoliche. Un terzo scenario, delineato dal vescovo monsignor Lorenzo Loppa, presidente della Commissione per l’educazione cattolica, la scuola e l’università, e da don Maurizio Viviani, direttore dell’Ufficio nazionale presso la Cei, e sostenuto anche dalle riflessioni di don Francesco Macrì, presidente della Fidae, ha fatto emergere l’esigenza di una strategia di insieme da parte di tutti i protagonisti della scuola cattolica, piuttosto che limitarsi ad andare “da soli” rischiando un progressivo declino. In tutto questo le scuole cattoliche risultano così distribuite: 6.748 dell’infanzia, 1.126 primarie, 585 secondarie di 1° grado, 661 secondarie di 2° grado, per un totale di 9120. “Una realtà da difendere – ha sottolineato mons. Loppa – perché porta ancora oggi un grande impegno di servizio educativo e una grande qualità formativa e pedagogica”.
 
Esigenza di custodire i carismi originari. “I gestori delle scuole cattoliche e dei centri di formazione professionale di ispirazione cristiana sono i custodi del carisma educativo avviato dai fondatori delle rispettive congregazioni. Nei nostri tempi, in cui le forze di molte famiglie religiose sembrano ridursi, il testimone di questa impresa educativa è stato meritoriamente raccolto da tanti laici, che si impegnano a tenere vivo un carisma e a formare le nuove generazioni”: così il vescovo di Piacenza e presidente del Consiglio nazionale della scuola cattolica, monsignorGianni Ambrosio, sottolinea nel Rapporto 2013. “La scuola cattolica – prosegue – non può essere solo scuola e deve sforzarsi di dare prova con forza del suo essere espressione della comunità ecclesiale e strumento di diffusione di una cultura cristianamente ispirata”, aggiungendo che “nella gestione di una scuola non ci sono utili da realizzare ma persone da aiutare nella delicata fase della propria crescita umana e culturale”. Il vescovo nota anche che in quest’ultima fase sociale, “nascono autonomamente scuole cattoliche per iniziativa di genitori, insegnanti, associazioni laicali. È in atto una trasformazione che si può dire epocale per la novità che introduce e per la diversa vitalità delle modalità gestionali”. Se un tempo, infatti, erano gli istituti religiosi maschili e femminili a creare scuole e centri professionali, oggi sono anche i laici.