III Domenica del tempo ordinario (Anno B).

LECTIO – ANNO B Prima lettura: Giona 3.1-5.10 Fu rivolta a Giona questa parola del Signore: «Alzati, va’ a Nìnive, la grande cit-tà, e annuncia loro quanto ti dico».
Giona si alzò e andò a Nìnive secondo la parola del Signore.
Nìnive era una città molto grande, larga tre giornate di cammino.
Giona cominciò a percorrere la città per un giorno di cammino e predicava: «Ancora quaran-ta giorni e Nìnive sarà distrutta».
I cittadini di Nìnive credettero a Dio e bandirono un digiuno, vestirono il sacco, grandi e piccoli.
Dio vide le loro opere, che cioè si erano convertiti dalla loro condotta malvagia, e Dio si ravvide riguardo al male che aveva mi-nacciato di fare loro e non lo fece.
Incontrare Dio e farlo incontrare anche agli altri è l’idea fondamentale della prima lettu-ra.
Senza addentrarci nel ginepraio dei problemi sollevati dal testo, consideriamo Giona un libro più da meditare che da studiare.
Vogliamo solo ricordare che il libro, annoverato di solito tra i profeti, è collocato oggi da molti studiosi tra i libri didattici.
Infatti, diversamen-te dagli altri testi profetici, non presenta una raccolta di oracoli, limitandosi a quello scar-no annuncio: «Ancora 40 giorni e Ninive sarà distrutta» che rimangono le uniche parole del suo messaggio.
L’assenza di oracoli è felicemente compensata dalla vita stessa del profeta che annuncia più con i fatti che con le parole, a tal punto da poter affermare che tutta la sua vicenda diventa epifania di Dio.
L’insegnamento allora non sta tanto nelle parole, quanto piuttosto nella trama che rivela così il suo intento didattico.
Il brano liturgico propone un profeta che ha già sperimentato sulla sua pelle il significa-to della conversione: non voleva recarsi a Ninive ad annunciare la salvezza ai pagani, ha voluto fare di testa sua.
Si è ritrovato solo, in mezzo al mare, con l’unica possibilità: quella di morire annegato.
L’amorosa provvidenza divina lo salva (è il significato del grosso pe-sce) e li riporta al punto di partenza.
Troviamo ora Giona in seconda edizione, riveduta e migliorata.
Di nuovo gli è rivolto l’invito del Signore che lo invia a Ninive con un ultimatum; « Ancora 40 giorni e Ninive sarà distrutta » (v.
4).
Il numero 40 indica un tempo opportuno per fare qualcosa e prendere de-cisioni, indica un’occasione decisiva e forse irripetibile.
È il momento di grazia per i Nini-viti.
Di fatto costoro accolgono l’occasione e, sebbene pagani, acconsentono al Dio di Giona con un’adesione plebiscitaria che interessa re e animali, due estremi per indicare tutti.
Il brano liturgico salta i vv.
6-9 che mostrano l’itinerario di conversione dei Niniviti.
La conclusione del v.
10 sottolinea: — Dio si qualifica come Dio della vita perché vuole la salvezza di ogni uomo e di tutti gli uomini (universalismo).
— Dio si serve degli uomini per operare i suoi prodigi (collaborazione): Dio ha voluto aver bisogno degli uomini.
Finché Giona privatizzava la sua vita, lontano da Dio, non solo non poteva essere utile agli altri, ma neppure realizzava la propria persona.
Aderendo al programma divino, da una parte Giona realizza se stesso perché fa il profeta e dall’altra diviene elemento e tramite di salvezza per gli altri.
Così è ciascun uomo quando accetta di far parte dell’organigramma divino.
A questo punto parrebbe di poter concludere il libro di Giona, visto che la sua missione ha avuto successo, convertendo prima se stesso e poi i Niniviti.
Ma terminando così, sem-brerebbe che la conversione sia un tornare indietro una volta sola, il lasciarsi convincere da Dio una volta per tutte.
Il che non è proprio vero.
Lo ricorda il capitolo che segue: la conversione è un’opera continua.
Lo afferma, per aliam viam anche la seconda lettura.
Seconda lettura: 1Corinti 7,29-31 Questo vi dico, fratelli: il tempo si è fatto breve; d’ora innanzi, quelli che hanno mo-glie, vivano come se non l’avessero; quelli che piangono, come se non piangessero; quelli che gioiscono, come se non gioissero; quelli che comprano, come se non posse-dessero; quelli che usano i beni del mondo, come se non li usassero pienamente: passa infatti la figura di questo mondo! La conversione è uno stato di premurosa e amorosa attenzione alla volontà di Dio, un impegno a sintonizzare sempre più e sempre meglio la propria vita alle esigenze del Re-gno di Dio.
Ogni attaccamento morboso viene bocciato, così come risulta un perditempo ogni cocciutaggine a perpetuare ciò che è effimero.
Potrebbe essere questa una chiave di lettura del minuscolo brano liturgico proposto come seconda lettura.
A partire dal cap.
7 della prima lettera ai Corinti, Paolo, apostolo e catecheta, risponde ai quesiti che la comunità gli aveva sottoposto.
Il primo di essi trattava del matrimonio e della verginità.
Paolo ribadisce il valore del matrimonio (forse contro tendenze che lo sva-lutavano) anche se la verginità sembra rispondere ad un ideale maggiore (cf.
v.
7).
La cosa più importante, al di là di possibili gerarchie, consiste nel rispondere alla vocazione del Si-gnore (cf.
v.
17 ss.).
Il brano liturgico è racchiuso tra due affermazioni di transitorietà: «il tempo si è fatto bre-ve» e «passa infatti la figura di questo mondo!».
All’interno sono elencate alcune situazioni e il loro contrario (aver moglie / non aver moglie; piangere / non piangere…).
Paolo non intende fare previsioni cronologiche, quando afferma che il tempo è breve.
Egli ha di mira il Signore morto e risorto che ha dato avvio ad una situazione nuova e de-finitiva: siamo ormai nel tempo finale, quello definitivo.
In altre parole, non c’è da aspet-tarsi nulla di nuovo perché la vera novità, quella definitiva, è Lui, il Signore risorto.
Se siamo alla svolta finale, significa che la realtà prende senso e colore solo alla luce di Cristo risorto.
Viene tolto il plusvalore che normalmente viene attribuito alle situazioni (sposarsi, piangere, possedere), soprattutto se considerate solo nel loro aspetto esteriore (possibile traduzione del greco schema, reso in italiano con «scena», v.
31).
Ciò che rimane, oltre il tempo, è l’attaccamento a Cristo Signore, la configurazione a Lui nel mistero pasquale.
Il brano è quindi una calda esortazione a orientare tutto e a orientarsi definitivamente verso Lui.
Anche questo è conversione.
Paolo ha il merito di averci insegnato un altro aspetto del mai esaurito tema della conversione.
Vangelo: Marco 1,14-20 Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù andò nella Galilea, proclamando il vangelo di Dio, e diceva: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo».
Passando lungo il mare di Galilea, vide Simone e Andrea, fratello di Simone, mentre gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori.
Gesù disse loro: «Venite dietro a me, vi farò diventare pescatori di uomini».
E subito lasciarono le reti e lo seguirono.
Andando un poco oltre, vide Giacomo, figlio di Zebedèo, e Giovanni suo fratello, mentre anch’essi nella barca riparavano le reti.
E subito li chiamò.
Ed essi lasciarono il loro padre Zebedèo nella barca con i garzoni e andarono dietro a lui.
Esegesi Le letture bibliche della presente domenica sono caratterizzate dalla duplice nota: la conversione è accoglienza dell’invito divino al rinnovamento; tale rinnovamento porta però sulla strada della solidarietà: alcuni annunciano ad altri la loro esperienza di salvezza, perché tutti ne possono beneficiare.
C’è lievitazione per tutti.
La preziosità del brano evangelico poggia sul duplice motivo di novità: incontriamo le prime parole di Gesù riportate dal Vangelo secondo Marco (vv.
14 -15), cui segue la prima azione di Gesù, quella di convocare alcune persone, introducendole al suo seguito, con lo scopo di allargare la cerchia con nuove persone, per la costruzione di una nuova famiglia, quella della Chiesa (vv.
16-20).
1.
Quando Gesù incomincia a parlare, fa riferimento a qualcosa che si è concluso e, più ancora, ad una novità che irrompe nella storia e alla quale bisogna prepararsi.
Tutto que-sto è espresso con la categoria a noi nota anche se non sempre molto familiare, come «re-gno di Dio».
Si tratta di un tema centrale che il novello predicatore propone subito al suo uditorio.
Ma è pure una chiave interpretativa per aprire in parte il mistero della sua per-sona.
Egli, certamente «rabbi» e pure «profeta» come lo chiama la gente (cf Mc 6,14s; 8,28), si definisce piuttosto come l’annunciatore del Regno, colui che con la parola dice che il Re-gno è presente e con la sua azione lo visibilizza.
Mc 1,15, diventa sotto questo aspetto par-ticolarmente illuminante.
Mediante le coordinate spazio-temporali l’annuncio di Gesù viene situato in un contesto geografico ben preciso, la Galilea, e in un contesto storico definito, l’arresto del Battista, il quale, in veste di precursore, era stato l’ultima voce autorevole capace di invitare gli uo-mini ad un rinnovamento, espresso esternamente con l’abluzione battesimale.
Spentasi questa voce profetica, ben si può dire: «II tempo è compiuto e il Regno di Dio è vicino, convertitevi e credete al vangelo».
Numerosi commentatori sono concordi nel leggere in queste parole la visione riassunti-va del pensiero di Gesù, non necessariamente la citazione ad litteram delle sue parole.
È certo comunque che esse segnano il trapasso da un’epoca ad un’altra, da un atteggiamento di fiduciosa attesa ad uno di imminente realizzazione.
Infatti nel dire «il tempo è compiu-to» si capisce che un processo è arrivato al suo termine dopo uno sviluppo più o meno lungo.
Nel linguaggio di Mc l’espressione fa riferimento al tempo preparatorio dell’A.T.
e presuppone la conoscenza delle varie tappe del piano divino, collegate tra loro da quella continuità che in Dio è semplice unità, nell’uomo è progressiva rivelazione.
Solo Gesù, pienezza della rivelazione, può dire che il tempo preparatorio è giunto al suo termine e so-lo dopo la Pasqua, pienezza della manifestazione di Gesù, la comunità dei credenti può aderire alla verità secondo cui lui, figlio dell’uomo e figlio di Dio, da inizio ad un’epoca nuova.
Questo tempo allora non è un chronos ma un kairos, vale a dire, non una successione di attimi fuggenti qualitativamente simili ad altri, bensì un’occasione unica da vivere ora nel-la sua interezza ed esclusività, perché questo tempo che «è compiuto» (al perfetto in greco per indicare un’azione del passato ma con effetti presenti) è la porta di accesso alla situa-zione nuova, che Paolo chiama «pienezza dei tempi» (Gal 4,4) e che Marco riconosce nella presenza del Regno di Dio.
Infatti il verbo greco enghiken si può tradurre tanto «è vicino», «è arrivato», quanto «è giunto», «è presente».
La venuta del Regno di Dio deve essere veramente qualcosa di straordinario se esige un cambiamento radicale espresso dall’imperativo «convertitevi» che unito al seguente «cre-dete al vangelo» indica che passato e presente non si possono mescolare; lo conferma lin-guisticamente il termine greco «metanoia» che allude ad un cambiamento di mentalità (nous = mente), corrispondente all’ebraico shub che esprime il ritorno da una strada sba-gliata, ovviamente per imboccare quella giusta.
Bisogna cambiare o ritornare per aderire con cuore nuovo al «vangelo».
2.
Alle prime parole di Gesù segue la prima azione.
Anch’essa merita attenzione, pro-prio per capire le intenzioni di Gesù.
La conversione appena annunciata ha bisogno di mediatori, di persone che abbiano sperimentato per prime che cosa significhi.
Due coppie di fratelli, Simone e Andrea, Giacomo e Giovanni, colti nella quotidianità del loro lavoro, sono chiamati ad un nuovo servizio.
Non dovranno più interessarsi di pesci, ma di uomi-ni, non tirarli fuori dall’acqua, ma da una vita scialba e insulsa.
Devono prospettare loro «il Regno» che è l’amorosa presenza di Dio nella storia, così come è dato percepirlo con la ve-nuta di Gesù.
Con la chiamata dei primi discepoli alla sequela di Gesù, si pongono le basi della co-munità ecclesiale.
Alcuni punti sono di grande attenzione: — Sono persone coinvolte nel Regno.
Se l’annuncio del Regno è stata la ‘passione’ di Gesù, anche loro dovranno avere a cuore la diffusione del Regno.
— Sono persone chiamate ad una vita di comunione, con Gesù prima di tutto e poi tra lo-ro.
Esse non aderiscono ad un programma, ad un ‘manifesto’, ma ad una persona.
— I chiamati, rispondono con un’adesione personale, pronta e totale.
Si aderisce con tutta la vita e per sempre.
Non sono ammessi lavoratori part time.
— Il gruppo non ha nulla della setta.
È vero che all’inizio sono solo quattro, ma poi diven-teranno dodici e tutti avranno come compito primario l’annuncio del Regno, la sua diffu-sione in mezzo agli uomini (cf.
6,6ss).
Ciò vuol dire che la loro esperienza di incontro con il Signore e di vita con Lui diventa l’oggetto del loro annuncio.
Andranno a presentare una persona, quella verso la quale vale la pena orientare tutta la propria vita.
Sono dei ‘convertiti’ che avranno la passione di con-vertire altre persone.
Per la stessa causa.
Per il Regno.
Perché Dio sia tutto in tutti.
Meditazione Al centro della liturgia della Parola di questa domenica c’è il racconto della chiamata dei primi quattro discepoli, che siamo invitati a leggere tenendo sullo sfondo la chiamata di Giona, proposta nella prima lettura: «Fu rivolta a Giona una seconda volta questa parola del Signore» (Gn 3,1).
Le pagine precedenti del libro narrano infatti che Giona è incapace di accogliere subito la chiamata di Dio, anzi fugge a Tarsis, dalla parte opposta rispetto a Ni-nive, dove Dio lo vorrebbe inviare.
Così una seconda volta la parola del Signore lo chiama e finalmente Giona obbedisce: «Si alzò e andò a Ninive secondo la parola del Signore» (v.
2).
Il libro di Giona ci rivela peraltro che non è la paura a indurre inizialmente il profeta al-la fuga, e neppure la difficoltà o il prevedibile insuccesso della missione che gli viene affi-data.
Giona teme, paradossalmente, che la sua missione abbia successo e che gli abitanti di Ninive si convertano, consentendo così a Dio di rivelarsi per quello che è: «Un Dio miseri-cordioso e pietoso, lento all’ira, di grande amore», che si ravvede riguardo al male minac-ciato (cfr.
Gn 4,2).
La conversione dei Niniviti diventa occasione in cui Dio può svelare il segreto del suo mistero personale.
Detto in altri termini: non è la conversione a cambiare Dio e a renderlo pietoso; accade il contrario: che Dio sia misericordioso, e attraverso il suo profeta si manifesti tale, consente ai Niniviti di convertirsi.
Proprio questo Giona accetta con fatica: la gratuità dell’amore di Dio, che non chiede nulla in cambio e non pone condi-zioni, ma previene e rende possibile all’uomo di tornare a essere giusto.
La conversione non è il prezzo, ma il frutto della misericordia di Dio.
Il racconto di Giona ci offre così alcune chiavi per aprire il testo evangelico.
Una prima: confrontando l’atteggiamento di Simone e Andrea, Pietro e Giovanni, con quello di Giona, sembra emergere una grande diversità.
I primi quattro chiamati rispondono «subito» (v.
18) alla chiamata di Gesù, senza bisogno che egli torni a chiamarli «una seconda volta».
I due racconti sono tuttavia più affini di quanto non appaia.
Nell’evangelo di Marco due volte risuona l’avverbio «subito».
La prima volta al v.
18 e ha come soggetto i discepoli; la seconda volta al v.
20 e ha come soggetto Gesù, che subito chiama Giacomo e Giovanni, appena li vede, come aveva già fatto con Simone e Andrea (questo secondo «subito» è sta-to giustamente introdotto dalla nuova traduzione della Cei, mentre la precedente lo omet-teva).
Il «subito» della risposta dei discepoli è reso possibile dal «subito» con cui Gesù chiama, senza prima soppesare le qualità dei discepoli o valutare se sapranno seguirlo fino in fondo.
Anzi, l’intera vicenda narrata da Marco mostrerà che non riusciranno a farlo; se adesso «abbandonano tutto» per seguire Gesù (vv.
18.20), alla fine della storia, nel Getsè-mani, «tutti abbandonano» Gesù per fuggire altrove (Mc 14,50, in greco c’è il medesimo verbo).
Il Risorto tornerà allora a chiamare una seconda volta proprio coloro che lo aveva-no abbandonato.
Era accaduto così anche a Giona: Dio non aveva scelto un altro inviato, ma era tornato a chiamare colui che era fuggito.
La perseveranza nella sequela, l’obbedien-za alla parola che chiama, non dipendono anzitutto da qualità e risorse umane, ma dalla fedeltà di Dio che torna sempre a chiamare «una seconda volta».
È la fedeltà della sua chiamata a suscitare la fedeltà della nostra risposta.
Giona è inviato ad annunciare ai Niniviti la conversione; anche i discepoli sono resi par-tecipi dell’annuncio fondamentale di Gesù: «Convertitevi e credete nel vangelo» (Mc 1,15).
Né l’uno né gli altri devono però dimenticare che la conversione non è solamente il conte-nuto del loro annuncio, ma la sua condizione e il suo stile.
Si annuncia la conversione solo a condizione di vivere un cammino personale di ritorno al Signore che sempre ci chiama una «seconda volta» dentro l’esperienza della nostra debolezza, delle nostre esitazioni o smarrimenti, addirittura nelle nostre fughe e nei nostri peccati.
Sia il libro di Giona sia l’evangelo di Marco ci rivelano così che la nostra conversione è resa possibile dal dono preveniente di Dio: è il dono del suo Regno che si approssima, il fatto che egli per primo si converta verso di noi, a rendere possibile la nostra risposta.
Nel-l’annuncio fondamentale di Gesù risuonano quattro verbi: i primi due all’indicativo (il tempo è compiuto; il regno di Dio è vicino); gli altri due all’imperativo (convertitevi; credete).
Con l’indicativo Gesù annuncia qualcosa che avviene e che deve essere constatato e accol-to; con l’imperativo esprime le esigenze che ciò che sta avvenendo pone agli uomini.
L’in-dicativo precede l’imperativo: ciò che avviene è donato gratuitamente; nello stesso tempo l’indicativo fonda l’imperativo: ciò che avviene esige una risposta.
La esige proprio perché la rende possibile.
Il Regno si è fatto così vicino che ora è davvero alla nostra portata acco-glierlo.
È vicino non perché manchi ancora qualcosa alla sua realizzazione da parte di Dio.
Nel Figlio tutto è donato.
Ciò che manca è la decisione dell’uomo, la sua risposta, che però ora sono possibili.
Non ci sono scuse né rinvii: occorre decidersi e credere ‘subito’, perché il Regno è donato nelle nostre mani e il tempo, come scrive Paolo, «si è fatto breve» (1 Cor 7,29).
Questo dono avviene peraltro sempre nella logica della ‘consegna’.
«Dopo che Giovanni fu arrestato» Gesù inizia ad annunciare la prossimità del Regno.
In greco Marco usa il ver-bo «consegnare».
Il Battista viene consegnato come Gesù verrà consegnato (cfr.
Mc 9,31; 10,33; 14,41).
Giovanni il precursore precede Gesù anche nella morte, profetizzando così che Dio dona il Regno consegnando il suo Figlio unigenito.
Proprio questa consegna radi-cale e definitiva compie il tempo e compie anche la nostra possibilità di sequela: Dio ‘con-segna’ tutto, possiamo perciò anche noi lasciare tutto e seguirlo.
Per l’elaborazione della «lectio» di questa domenica – tre al nostro materiale di archivio, ci siamo serviti di: – Temi di predicazione, Napoli, Editrice Domenicana Italiana, 2002-2003; 2005-2006.
– Comunità monastica Ss.
Trinità di Dumenza, La voce, il volto, la casa e le strade.
Tempo di avvento e Natale, Milano, Vita e Pensiero, 2008, pp.
63.
– La Bibbia per la famiglia, a cura di G.
Ravasi, Milano, San Paolo, 1998.
Signore, vieni a invitarci (…) Per essere un buon danzatore, con Te come con tutti, non occorre sapere dove la danza conduce.
Basta seguire, essere gioioso, essere leggero, e soprattutto non essere rigido.
Non occorre chiederti spiegazioni sui passi che ti piace fare.
Bisogna essere come un prolungamento, vivo ed agile, di te.
E ricevere da te la trasmissione del ritmo che l’orchestra scandisce.
(…) Ma noi dimentichiamo la musica del tuo Spirito, e facciamo della nostra vita un esercizio di ginnastica; dimentichiamo che fra le tue braccia la vita è danza, che la tua Santa Volontà è di una inconcepibile fantasia, e che non c’è monotonia e noia se non per le anime vecchie, che fanno tappezzeria nel ballo gioioso del tuo amore.
Signore, vieni a invitarci.
(…) Se certe arie sono spesso in minore, non ti diremo che sono tristi; se altre ci fanno un poco ansimare, non ti diremo che sono logoranti.
E se qualcuno ci urta, la prenderemo in ridere; sapendo bene che questo capita sempre quando si danza.
Signore, insegnaci il posto che tiene, nel romanzo eterno avviato fra te e noi, il ballo singolare della nostra obbedienza.
Rivelaci la grande orchestra dei tuoi disegni; in essa quel che tu permetti da suoni strani nella serenità di quel che tu vuoi.
Insegnaci a indossare ogni giorno la nostra condizione umana come un vestito da ballo che ci farà amare da te, tutti i suoi dettagli come indispensabili gioielli.
Facci vivere la nostra vita, non come un gioco di scacchi dove tutto è calcolato, non come un match dove tutto è difficile, non come un teorema rompicapo, ma come una festa senza fine in cui l’incontro con te si rinnova, come un ballo, come una danza, fra le braccia della tua grazia, nella musica universale dell’amore.
Signore, vieni a invitarci.
(Madeleine DELBRÉL, La danza dell’obbedienza, in Noi delle strade, Torino, Gribaudi, 1988, 86-89).
Vieni, seguimi! Secondo Girolamo, la parola di vocazione che Gesù pronuncia corrisponde a una nuova creazione.
Chi si incontra con Gesù rimane affascinato dal suo volto, scopre la sua realtà e intraprende il cammino di ritorno al Padre.
E subito li chiamò: e quelli, lasciato il loro padre Zebedeo nella barca con i garzoni, lo seguirono.
Qualcuno potrebbe dire: — Ma questa fede è troppo temeraria.
Infatti, quali segni avevano visto, da quale maestà erano stati colpiti, da seguirlo subito dopo essere stati chiamati? Qui ci vien fatto capire che gli occhi di Gesù e il suo volto dovevano irradiare qualcosa di divino, tanto che con facilità si convertivano coloro che lo guardavano.
Gesù non dice nient’altro che «seguitemi», e quelli lo seguono.
È chiaro che se lo avessero seguito senza ragione, non si sarebbe trattato di fede ma di temerarietà.
Infatti, se il primo che passa dice a me, che sto qui seduto, vieni, seguimi, e io lo seguo, agisco forse per fede? Perché dico tutto questo? Perché la stessa parola del Signore aveva l’efficacia di un atto: qualunque cosa egli dicesse, la realizzava.
Se infatti «egli disse e tutto fu fatto, egli coman-dò e tutto fu creato» [Sal 148,5], sicuramente, nello stesso modo, egli chiamò e subito essi lo seguirono.
«E subito li chiamò: e quelli subito, lasciato il loro padre Zebedeo…» ecc.
«Ascolta, fi-glia, e guarda, e porgi il tuo orecchio, dimentica il tuo popolo e la casa di tuo padre: il re desidera la tua bellezza» [Sal 44,11ss.].
Essi dunque lasciarono il loro padre nella barca.
Ascolta, imita gli apostoli: ascolta la voce del Salvatore, e trascura la voce carnale del pa-dre.
Segui il vero Padre dell’anima e dello spirito, e abbandona il padre del corpo.
Gli apo-stoli abbandonano il padre, abbandonano la barca, in un momento abbandonano ogni loro ricchezza: essi, cioè, abbandonano il mondo e le infinite ricchezze del mondo.
Ripeto, ab-bandonarono tutto quanto avevano: Dio non tiene conto della grandezza delle ricchezze abbandonate, ma dell’animo di colui che le abbandona.
Coloro che hanno abbandonato poco perché poco avevano, sono considerati come se avessero abbandonato moltissimo.
(GIROLAMO (347-420), Commento al vangelo di Marco, 2 (Tr.: R.
MINUTI-R.
MARSI-GLIO, Roma, 1965, 35-36).
Butto la rete Signore, la mia sola sicurezza sei tu, come il mare che ho davanti e nel quale butto la rete della mia vita.
Anche se finora non ho pescato nulla, anche se a volte non ne ho la voglia, io so, Signore, che se avrò la forza di buttare continuamente questa rete, troverò il senso della verità.
(E.
OLIVERO, L’amore ha già vinto Pensieri e lettre spirituali 1977-2005, Cinisello Balsamo, San Paolo, 2005, 58).
Preghiera Signore, tu hai aperto il mare e sei venuto fino a me; tu hai spezzato la notte e hai inaugurato per la mia vita un giorno nuovo! Tu mi hai rivolto la tua Parola e mi hai toccato il cuore; mi hai fatto salire con te sulla barca e mi hai portato al largo.
Signore, Tu hai fatto cose grandi! Ti lodo, ti benedico e ti ringrazio, nella tua Parola, nel tuo Figlio Gesù e nello Spirito Santo.
Portami sempre al largo, con te, dentro di te e tu in me, per gettare reti e reti di amore, di amicizia, di condivisione, di ricerca insieme del tuo volto e del tuo regno già su questa terra.
Signore, sono peccatore, lo so, ma anche per questo ti ringrazio, perché tu non sei venu-to a chiamare i giusti, ma i peccatori e io ascolto la tua voce e ti seguo.
Ecco, Padre, lascio tutto e vengo con te…

Valutare gli insegnanti e le scuole

Premiare gli insegnanti più bravi e dare più finanziamenti alle scuole migliori è facile a dirsi ma complicato, molto complicato a farsi.
Oltre che costoso: in media dai 31 agli 81 milioni di euro l’anno, tanto ci vuole a mettere in piedi un sistema di rating efficiente.
A stilare il piano di fattibilità della valutazione scolastica è stata una commissione di esperti, incaricata dall’Invalsi, l’ente nazionale per la valutazione.
Che nel giro di qualche settimana dovrà prospettarne i risultati al ministro dell’istruzione, Mariastella Gelmini.
Una proposta per rendere finalmente operativa la differenziazione dei salari per il personale e quella finanziaria per gli istituti scolastici, a cui hanno inutilmente lavorato in passato altri ministri a viale Trastevere.
Tre gli artefici della proposta- tutti accademici- che ha l’ambizione di essere bipartisan: Daniele Checchi, Giorgio Vittadini e Andrea Ichino, fratello del giuslavorista Pietro.
Questi, senatore del Pd e ordinario di diritto del lavoro all’università di Milano, ha collaborato alla definizione dell’autorità di vigilanza per l’efficienza del lavoro pubblico e all’individuazione degli indici di produttività per i dipendenti pubblici previsti dalla riforma Brunetta.
Indici a cui ricorre anche Andrea Ichino (docente all’università di Bologna), per dare concretezza alla misurazione dell’efficacia del sistema scolastico.
Si parte dalla misurazione dell’apprendimento degli studenti di seconda e quinta elementare, terza media e ultimo anno delle superiori, attraverso prove standardizzate somministrate da valutatori esterni alla scuola.
Attesa l’inaffidabilità dei docenti interni, portati ad aiutare i propri ragazzi, sostengono i tre esperti.
Le risposte potranno essere chiuse o aperte e corrette meccanicamente oppure da commissari esterni (prof di altre regioni, studenti universitari).
Variabili, queste, che fanno oscillare i costi dai 31 agli 81 milioni di euro l’anno.
Nel caso della terza media e dell’ultimo anno delle superiori, le prove dovranno essere somministrate ad aprile, dovranno essere rilevanti ai fini dell’esame di stato e utilizzabili per l’ammissione ai livelli successivi.
Uno dei pilastri della proposta è l’anagrafe scolastica nazionale che «segua nel tempo tutti gli studenti consentendo di abbinare la loro performance alle caratteristiche delle scuole frequentate e degli insegnanti incontrati, nonché a dati di fonte amministrativa sulle caratteristiche demografiche ed economiche delle loro famiglie».
Il punteggio attribuito allo studente dovrà separare così quello che nel rendimento è attribuibile alla scuola e ai suoi insegnanti, al contesto socio-economico e al singolo studente.
Al miglioramento dei risultati, seguiranno incrementi stipendiali per gli insegnanti.
Ma visto che il lavoro del docente è di gruppo, la soluzione indicata dalla commissione è quella inglese: ovvero finanziare di più le scuole con indici più alti perché queste poi possano pagare meglio i propri insegnanti.
Ma le scuole, per poter davvero rispondere dei propri risultati, devono poter avere voce in capitolo anche in materia di reclutamento.
E qui la riforma comincia a farsi difficile.
da ItaliaOggi

Chiesa 2.0: pescatori di uomini in Rete

Per don Pompili, i responsabili dei siti internet delle diocesi e delle altre realtà cattoliche debbono chiedersi anche se «è giusto continuare a contrapporre il virtuale al reale? E, d’altra parte, in che modo le due esperienze, obiettivamente diverse, possono integrarsi?».
«Non vi è dubbio – sottolinea – che ci siano in giro difensori entusiasti del virtuale che tendono a minimizzare il suo impatto, così come vi sono ostinati detrattori del virtuale che vorrebbero descriverlo necessariamente come antitesi all’umano».
Un altro interrogativo riguarda il nuovo individualismo che cresce: «In che modo questo individualismo interconnesso ridisegna il territorio umano e, dunque, la dinamica relazionale?».
Ma la questione centrale «è quella che si muove tra identità e linguaggi».
In questi anni, ricorda il sacerdote, «non sono mancati pertinenti pronunciamenti da parte del Magistero.
Ultimo in ordine di tempo, l’annunciato messaggio per la prossima Giornata mondiale delle comunicazioni sociali (Nuove tecnologie, nuove relazioni.
Promuovere una cultura di rispetto, di dialogo, di amicizia) che lascia chiaramente immaginare – e in modo dichiaratamente pro-positivo – che in questo ambito si gioca una partita importante dell’umano».
Il boom di internet in parrocchia.
Pescatori di uomini sì, ma nella Rete delle reti, evitando di rimanere intrappolati però nei meandri di internet.
Con più di duemila anni di storia e il Vangelo da annunciare al mondo la Chiesa e la sua missione salvifica potrebbe sembrare distante dal world wide web, un ambiente virtuale ed elettronico che ha avuto la sua ampia diffusione popolare non più di quindici anni fa.
Eppure andando sui browser e nei motori di ricerca si scopre che on line c’è una marea di pagine personali, blog, siti parrocchiali, di associazioni e movimenti che crescono di giorno in giorno confermando come il cristianesimo nelle diverse fasi storiche, compresa quella che stiamo vivendo, si è sempre incarnato e inserito nelle culture del suo tempo.
In Italia fino al marzo 2008 il numero di siti cattolici ha raggiunto quota 12mila secondo la lista www.siticattolici.it curata da Francesco Diani.
Di questi il 24,2 per cento sono riconducibili a siti di comunità parrocchiali mentre il 20 per cento ad associazioni e movimenti, il 7 per cento ai siti personali.
Un dato che conferma la ricerca dell’Università di Perugia condotta da Paolo Mancini, docente di sociologia della comunicazione, su un campione di 1338 persone: quasi l’86 per cento delle parrocchie italiane posseggono un computer e nel 70 per cento dei casi esiste una connessione a internet; circa il 62 per cento delle comunità parrocchiali ha un indirizzo di posta elettronica e «ciò avviene nonostante l’età piuttosto avanzata della maggior parte dei parroci italiani – dice la ricercatrice Rita Marchetti che ha collaborato all’indagine –.
Basta pensare che quasi il 50 per cento di essi ha più di sessant’anni».
La ricerca sarà presentata tra oggi e domani proprio al convegno “Chiesa 2.0”, rivolto principalmente ai responsabili diocesani della comunicazione internet, e in cui ci si interroga sul futuro della relazione tra virtuale e reale, e sull’individualismo che deriva dall’uso della rete, per capire se è possibile per la Chiesa e i cattolici essere presenti nel web mantenendo la propria lingua e la propria identità.
Alcuni esempi.
Per Daniel Arasa, docente di struttura dell’informazione e comunicazione digitale presso la Pontificia Università della Santa Croce, «qualsiasi istituzione che desideri trasmettere una sua immagine pubblica d’accordo con l’identità di se stessa, non può fare a meno dell’uso di internet e, concretamente, di avere un sito web».
Il problema quindi, secondo Arasa, che è autore di Church communications through diocesan websites.
A model of analysis, non è tanto se avere un sito web oppure non averlo, ma quale tipologia di sito costruire.
«Il web 2.0 – aggiunge – ha fatto sì che questi elementi siano sottomessi ad una nuova dinamica: alla diffusione dell’informazione si sono aggiunti lo scambio e il feedback».
È il caso del sito www.religione20.net, più di un semplice blog curato da Luca Paolin, che fa parte della comunità virtuale promossa da alcuni insegnanti di religione.
Ad oggi raccoglie più di cento membri attivi in tutta Italia all’indirizzo http://ircduepuntozero.ning.com/.
Il sito offre spunti e suggestioni dall’attualità, aree di documentazione e link di approfondimento.
Si propone come una raccolta di strumenti utili e segnalazioni per una didattica della religione in stile web 2.0.
Il sito de La vita cattolica di Udine (www.lavitacattolica.it) è un esempio di convergenza cooperativa, perché il settimanale della diocesi si integra con la radio e il sito dell’arcidiocesi stessa, mentre su www.diocesinoto.it, il sito internet istituzionale della diocesi siciliana, è possibile percorrere un itinerario multimediale delle Chiese barocche.
Nel portale dell’arcidiocesi di Napoli (www.chiesadinapoli.it) invece le parrocchie hanno un’area a loro dedicata in cui comunicare gli orari delle Messe, gli incontri delle varie pastorali, le date dei pellegrinaggi e dei ritiri spirituali.
«Parrocchie Map» permette inoltre di cercare la parrocchia più vicina alla propria abitazione.
Il portale ha infatti lo scopo di collegare in rete il tessuto di parrocchie e realtà ecclesiali della diocesi partenopea.
Una sfida accolta.
Un impegno, quello di essere presenti su internet, che mette in evidenza come la Chiesa abbia accettato dal Concilio Vaticano II, con la pubblicazione del decreto Inter Mirifica, le sfida provenienti dai mezzi di comunicazione e in seguito anche dei nuovi media.
«Non basta usarli per diffondere il messaggio cristiano, ma occorre integrare il messaggio stesso in questa nuova cultura creata dalla comunicazione moderna» scriveva nella Redemptoris missio Giovanni Paolo II.
Nel ’99 il convegno promosso dalla Cei ad Assisi, «Chiesa in rete.
Nuove tecnologie e pastorale», testimoniava un interesse per le nuove tecnologie applicate alla comunicazione e alla trasmissione del Vangelo.
A Milano, nel 2002, l’Università Cattolica prese spunto dalla 36esima Giornata mondiale delle comunicazioni sociali, che aveva come tema Internet: un nuovo forum per proclamare il Vangelo, puntando ad accendere i riflettori sul fenomeno internet come un nuovo forum, nel senso attribuito a questo termine nell’antica Roma, cioè di uno spazio pubblico dove si conducevano politica e affari, dove si adempivano i doveri religiosi, dove si svolgeva gran parte della vita sociale della città e dove la natura umana si mostrava al suo meglio e al suo peggio.
Il 22 febbraio 2002 il Pontificio consiglio per le comunicazioni sociali pubblica La Chiesa e internet e Etica in internet.
Due documenti utili per orientarsi nel mare del web, così come il Direttorio sulle comunicazioni sociali della Cei.
Infatti, per quanto potenti ed affascinanti possano essere questi nuovi strumenti occorre comprendere che restano in mano all’uomo e alla sua responsabilità.
Allora anche internet diventa terreno di scontro tra bene e male, dibattito tra entusiasti e critici, tra verità e menzogna, spazio di dialogo, di contatto, di relazioni umane, di incontro tra culture, ma anche strumento di frodi e di abusi.
Per questo risulta interessante e c’è attesa per il messaggio di Benedetto XVI in occasione della 43esima Giornata mondiale delle comunicazioni sociali 2009, sul tema «Nuove tecnologie, nuove relazioni.
Promuovere una cultura di rispetto, di dialogo, di amicizia».
Tema su cui riflettere anche per via dell’espansione dei social network, ossia di quelle «reti sociali» che hanno traghettato il web in una nuova fase: il web 2.0.
«In che modo è possibile avere in Rete una fisionomia riconoscibile senza per questo assumere linguaggi scontati o peggio indecifrabili?».
A porsi questa domanda è il direttore dell’Ufficio Nazionale delle Comunicazioni Sociali e portavoce della Cei, don Domenico Pompili, che ha aperto oggi a Roma il convegno nazionale “Chiesa in rete 2.0” promosso insieme al Servizio Informatico della Chiesa Italiana.
«Non vi è dubbio – rileva Pompili – che è cresciuto il rapporto con la Rete, ma la domanda resta: come dobbiamo essere noi stessi, fino in fondo, senza per questo assumere uno stile linguistico desueto, quando non tautologico, cioè ripetitivo?».

I bulli crescono tra videogiochi violenti e famiglie inesistenti

Famiglie inesistenti, videogiochi violenti, mancanza di regole.
Così si diventa bulli.
A tracciare l’identikit è Paola Vinciguerra, psicologa, presidente dell’Eurodap (Associazione europea disturbi da attacchi di panico), in base a un’indagine condotta su un gruppo di 600 persone sul fenomeno bullismo.
TRASGRESSIONE ADOLESCENZIALE «Il dato più interessante e allo stesso tempo preoccupante – spiega la Vinciguerra – è che il 70 per cento delle persone che hanno risposto al nostro sondaggio online, quelle con un’età compresa tra i 18 e i 45 anni, considerano il bullismo unicamente come comportamento di trasgressione sociale, come può essere quello di vestirsi in maniera appariscente riempiendosi di piercing, per esempio».
Questo, in sostanza, significa che gli stessi adolescenti e i loro genitori non considerano il bullismo come un problema sul quale porre particolare attenzione.
La psicoterapeuta, anche direttore dell’Unità italiana attacchi di panico (Uiap) presso la Clinica Paiedia di Roma, aggiunge che «il 50 per cento di coloro che hanno risposto al sondaggio, e che hanno un’età compresa tra i 45 e i 55 anni, riconosce il fenomeno come realmente esistente ed allarmante, riconducendone la responsabilità primaria alle istituzioni e in modo particolare alla scuola».
Più si è adulti, dunque, e più ci si rende conto della grandezza e gravità del fenomeno.
Il 70 per cento degli over 55 che hanno partecipato al questionario online, infatti, considerano il bullismo un fenomeno esistente e addebitano la responsabilità in primo luogo alla famiglia, e poi alle istituzioni.
TROPPO POCO TEMPO DEDICATO AI FIGLI Ma cosa si nasconde dietro il bullismo? «Le cause degli atteggiamenti aggressivi tipici di questo fenomeno – continua la Vinciguerra in una nota – sono da ricercare nella sfera familiare innanzitutto, poi in quella scolastica e istituzionale.
La nuova struttura familiare non è più un solido riferimento indistruttibile: le separazioni dei genitori sono in aumento e gli equilibri relazionali e gli schemi educativi, che vanno a determinarsi dopo la separazione, sono precari e lontani dalle esigenze dei bambini e degli adolescenti», avverte.
«Inoltre si passa troppo poco tempo con i figli per spiegare e trasmettere codici morali di stile di vita e per capire i loro disagi cercando di rassicurarli».
Secondo l’esperta, è necessario mettere in discussione lo stile di vita che ci viene proposto.
«Il fare frenetico – afferma – svuota le azioni del loro significato primario che dovrebbe essere quello emotivo.
Le leggi che regolano la nostra cultura consumistica sono la transitorietà e l’appagamento immediato del desiderio a discapito della durevolezza e quindi della stabilità e della conquista del desiderio, con il conseguente atteggiamento di emarginazione di coloro che non riescono a stare al passo».
INTERNET E VIDEOGIOCHI «Per non parlare dell’uso smodato di tv, Internet e videogiochi: tutti e tre elementi assolutamente dannosi per i bambini e gli adolescenti», prosegue la psicologa, secondo la quale le istituzioni dovrebbero vigilare su tutto ciò che, in maniera così libera e senza controllo, gira in Rete, nonchè sulla commercializzazione dei videogiochi dai contenuti aggressivi.
«Ma ciò che risulta preoccupante – aggiunge – è come sia cambiato il ruolo del vincente.
Il vincente, infatti, non è come per le generazioni precedenti il buono e il coraggioso che mette a repentaglio la sua vita per difendere la vittima dal cattivo.
Il vincente, oggi, è colui il quale uccide di più, ruba di più».
«Inoltre – sottolinea la Vinciguerra – i ragazzi sono particolarmente stimolati dalle immagini violente che si trovano facilmente su Internet.
Immagini che mostrano comportamenti violenti e molto aggressivi che agli adolescenti possono risultare normali.
Non possiamo quindi meravigliarci se i nostri ragazzi siano aggressivi e contrari a qualsiasi forma di regola: forse non abbiamo vigilato sull’insegnamento di validi modelli di riferimento da proporre loro e i giovani, con questa nuova idea di come si deve essere vincenti, costruiranno la futura società».
AUTOREVOLEZZA NECESSARIA, BASTA COI GENITORI «AMICI» Per quanto concerne poi la famiglia, «sicuramente – suggerisce la psicologa – dobbiamo cominciare a fare un lavoro di educazione con i nostri figli, che non è solo quello di impartire regole sommarie di buona educazione.
Il problema è che i nostri ragazzi non sono abituati alla comunicazione del loro vissuto emotivo ed affettivo: questo dobbiamo insegnarglielo noi.
Li dobbiamo osservare, cercando si intuire i loro disagi, parlarne e rassicurarli.
I ragazzi hanno bisogno di regole, da soli non riescono ad orientarsi.
Ma noi adulti dove siamo? – chiede critica l’esperta – Controlliamo quanto stanno davanti alla tv o quanto tempo passano attaccati a Internet o ai loro videogames? L’era del genitore amico, visti i risultati, è tramontata.
L’autoritarismo ha creato stuoli di depressi e aggressivi? Dobbiamo allora percorrere la strada del dialogo, della spiegazione, ma non dobbiamo perdere la nostra autorevolezza.
Che scuola ed istituzioni – conclude la Vinciguerra con un appello – affianchino i genitori con corsi di supporto per far sì che svolgano al meglio il loro delicato compito, che intervengano dove è di loro competenza consultandosi con professionisti del settore».
Corriere della sera 19 gennaio 2009

La volgarità nel linguaggio comune

In Italia lo si riassume col “vaffa”.
In Gran Bretagna lo sintetizzano con “F word” (la parola che comincia per F).
In ogni paese ha un suo slang e diverse caratteristiche.
Ma il fenomeno è universale: la nostra era ha sdoganato le parolacce, le volgarità, gli insulti.
Basta sintonizzarsi su una stazione radio, su un canale televisivo o navigare su internet, dove blog, commenti ai blog e chat-line ne sono infarciti, per rendersi conto delle dimensioni del problema.
Al punto che ormai, per la stragrande maggioranza, non è più un problema.
Un sondaggio condotto nel Regno Unito, probabilmente sintomatico di una situazione generalizzata anche altrove, rivela che nove adulti su dieci dicono parolacce tutti i giorni, che il britannico medio ne fa uso mediamente 14 volte al giorno e che il 90 per cento della popolazione non ci trova niente di male, di strano o di offensivo, insomma ci ha fatto l’abitudine: la “F word” (in questo caso non specifichiamo quale sia, tanto non è difficile arrivarci) è ormai considerata una parola come le altre, non una parolaccia.
Adesso qualcuno prova a dire, educatamente, basta e pensa di avere individuato il principale colpevole.
I promotori di una Campaign for Courtesy (Campagna per la Cortesia), qui in Gran Bretagna, chiedono ai media cartacei e digitali, all’industria cinematografica, ma soprattutto alla radio e alla televisione di moderare il proprio linguaggio.
“In tivù si sentono parolacce in continuazione e questo deve cambiare”, dice Edsther Rantzen, personalità televisiva e uno degli ideatori della protesta, al quotidiano Daily Express, che dedica oggi la prima pagina al tema.
“Sarà vero che la maggioranza della gente le dice, ma in questo paese esiste ancora un appetito per le buone maniere”, gli fa eco Peter Foot, che dirige la campagna di pressione.
Quando il linguaggio volgare e sboccato risuona dal video con particolare virulenza, in effetti, una parte dell’opinione pubblica protesta.
Succede talvolta in Italia, dove le risse verbali a base di insulti e contumelie sono la regola in tivù: non solo c’è da noi l’abitudine a dire parolacce, ma perdono le staffe e sembrano pronti a venire alle mani anche i conduttori televisivi e perfino i ministri, come accaduto di recente con quello della Difesa, Ignazio La Russa, che sembrava sul punto di esplodere davanti alle pacate dichiarazioni del direttore dell’Unità Concita De Gregorio.
In Inghilterra, dove l’uso di scrivere lettere di protesta è più diffuso, forse perché ogni tanto se ne tiene conto, ne sono partite a migliaia quando la cantante Madonna ha usato espressioni sconce durante un’intervista radiofonica e ancora di più quando un presentatore, Jonathan Ross, e un comico, Russell Brand, hanno fatto pesanti allusioni sessuali alla radio su una giovane attrice.
Brand si è dimesso dallo show, Ross è stato sospeso per due mesi e la Bbc si è impegnata a non dire più parolacce, tanto più che è un network pubblico e che la gente, pagando il canone, si sente in diritto di esprimere il proprio parere.
Ma i canali privati non vanno tanto per il sottile.
Gordon Ramsey, cuoco-celebrità, fa degli insulti e delle “F word” il suo cavallo di battaglia, nel programma che tiene da anni in tivù.
Un altro celebrity-chef, Jamie Oliver, ha dovuto chiedere scusa dopo avere detto la stessa parolaccia non meno di 23 volte in un programma di 50 minuti.
Non è una questione di etichetta, sostiene John Beyer della società di consulenze MediaWatch: “Questo tipo di linguaggio danneggia la nostra cultura, a 5 anni i bambini ripetono quello che ascoltano in tivù e il modo di parlare di questo passo diventerà sempre più trito, volgare, banale”.
Anche dalle scuole, in questo paese come in Italia, giungono simili segnali d’allarme: influenzati da tivù e media, i giovani parlano sempre peggio, infarcendo sempre di più il discorso di brutte parole.
Siamo sicuri, domandano educatori e psicologi, che un linguaggio simile sia davvero liberatorio, moderno, accettabile? Il sondaggio pubblicato dal Daily Express, tuttavia, sembra indicare che è troppo tardi, almeno per gli inglesi.
Soltanto l’8 per cento degli interpellati si dice offeso dalle parolacce.
E il 78 per cento ammette di dirle non perché sia arrabbiato per qualche motivo, ma così, senza alcuna precisa ragione.
Repubblica 19 gennaio 2009

Un «supermotore» della cultura italiana

Nel mondo ci sono quattro milioni di cittadini italiani (fonte Migrantes) e almeno sessanta milioni di oriundi.
Un’altra Italia, interessatissima alla cultura del nostro Paese, spesso innamorata e ammaliata quando dalla Roma dei Cesari, quando dagli intrighi della Firenze rinascimentale, quando dagli eroismi risorgimentali.
E che ci guarda da lontano, quasi sempre grazie a Internet, con entusiasmo e grande difficoltà.
Perché riuscire a discriminare tra milioni di pagine web, spesso di qualità scadente, con informazioni false o superficiali, è impossibile.
È quella che i sociologi chiamano information overload.
SUPERMOTORE SEMANTICO Nasce anche per fare un po’ di chiarezza nell’agitatissimo Mare Nostrum digitale, il progetto del supermotore di ricerca semantico della cultura italiana che è stato appena approvato e finanziato dal Miur.
L’obiettivo è quello di realizzare un meta motore semantico, cioè un sistema capace di interrogare tutti i search engines del mondo e anche di estrapolare il sapere seguendo schemi di intelligenza artificiale.
«E dunque creare un catalogo dei website migliori – spiega Marco Santagata, ordinario all’Università di Pisa e coordinatore scientifico del progetto -, una bussola della cultura italiana con la quale chiunque, ma soprattutto chi vive all’estero, può orientarsi per ottenere le giuste informazioni senza dispersioni e perdite di tempo».
Capofila del progetto, dal valore di 1,4 milioni di euro, è il Diparimento di studi italianistici dell’Università di Pisa, con il quale collaborano Cnr, Ministero dei Beni culturali, Dipartimento di Informatica dell’ateneo pisano e Icon, un consorzio di 21 università italiane, primo al mondo ad aver realizzato Icon (www.italicon.it) un portale sulla cultura italiana che permette anche a residenti all’estero di laurearsi in italianistica con un titolo di studio riconosciuto ufficialmente in Italia e all’estero.
TRADUZIONI IN TEMPO REALE Grazie all’impiego di algoritmi di intelligenza artificiale è prevista la realizzazione di un traduttore semantico italiano-inglese e inglese-italiano.
«Le pagine indicizzate nel supermotore di ricerca – continua Santagata – non saranno soltanto nella nostra lingua, ma in inglese e dunque sarà importante avere una traduzione in tempo reale.
Allo stesso tempo i documenti in italiano potranno essere convertiti in inglese per agevolare la comprensione di chiunque, anche degli oriundi di quarta generazione, che amano la nostra cultura ma non parlano la nostra lingua».
Marco Gasperetti

La proclamazione cristiana della speranza in un mondo diviso

Il tema della dispersione e della riunione è trasparente.
Ed è applicato analogicamente alla situazione dei cristiani divisi che il Signore chiama e conduce all’unità.
Nella pagina biblica si trova un altro elemento essenziale per il movimento ecumenico.
La dispersione ha introdotto impurità, ha causato infedeltà, ha generato imperfezioni, ha messo gli Israeliti a contatto con l’idolatria.
Il Signore dice a Ezechiele: “Li libererò da tutte le loro infedeltà di cui si sono resi colpevoli.
Li purificherò.
Essi saranno il mio popolo ed io sarò il loro Dio” (Ezechiele 37, 23).
La profezia può quindi essere letta in vista della ricomposizione dell’unità dei cristiani.
Il decreto sull’ecumenismo del concilio Vaticano II aveva chiaramente affermato: “Ecumenismo vero non c’è senza interiore conversione, perché il desiderio dell’unità nasce e matura dal rinnovamento della mente, dall’abnegazione di se stesso e dal pieno esercizio della carità” (Unitatis redintegratio, 7).
Il tema si pone in una prospettiva di speranza.
Dio non abbandona il suo popolo.
Anzi, nel tempo della distretta, prende l’iniziativa per la sua liberazione e il suo raduno, nell’unità ristabilita, nella propria terra.
Attraverso il suo inviato, Ezechiele, con un atto simbolico che colpisce l’immaginazione, rivela il suo piano di salvezza, e ravviva la speranza nel suo popolo con una visione di pacificazione: “Farò con loro un’alleanza di pace” e di comunione: “In mezzo a loro sarà la mia dimora”.
Un’analoga prospettiva di speranza vuole suscitare il tema di questa settimana di preghiera, cioè di rinnovata fiducia dei cristiani nel Signore che è venuto al mondo e che “doveva” morire sulla croce per radunare i figli dispersi.
Questa speranza si fonda su alcuni elementi fondamentali.
Innanzitutto sulla nascita stessa del movimento ecumenico che è “sorto per grazia dello Spirito Santo” e che diventa “ogni giorno più ampio” (Unitatis redintegratio 1).
In secondo luogo la speranza è sostenuta dalla preghiera stessa di Gesù Cristo che rimane l’ispirazione profonda di ogni preghiera per l’unità dei cristiani.
Il decreto sull’ecumenismo del concilio Vaticano ii è stato esplicito.
Il santo concilio si dichiara ben conscio che l’opera del ristabilimento della piena unità dei cristiani “supera le forze e le doti umane”, ma afferma con vigore che “ripone tutta la sua speranza nell’orazione di Cristo per la Chiesa, nell’amore del Padre per noi e nella forza dello Spirito Santo” (Unitati redintegratio 24).
Il concilio dichiara anche che non si tratta di un qualche evanescente ottimismo ma della certezza della fede: “La speranza non inganna” (Romani 5, 5).
Un’analisi sui frutti già raggiunti dal movimento ecumenico rafforza lo spirito positivo con cui vanno affrontate le altre fasi, certamente più ardue.
Per ora si può constatare che la situazione tra i cristiani è completamente diversa da quella che essi sperimentavano prima del concilio Vaticano II con cui la Chiesa cattolica si è ufficialmente impegnata nel movimento ecumenico conferendogli un impulso decisivo, nelle relazioni, nelle problematiche affrontate nei dialoghi bilaterali e nei traguardi raggiunti tanto con le Chiese d’Oriente quanto con le Comunità ecclesiali di Occidente.
Nell’enciclica sull’impegno ecumenico Giovanni Paolo II ne ha dato una lettura autorevole: “È la prima volta nella storia che l’azione in favore dell’unità dei cristiani ha assunto proporzioni così grandi e si è estesa ad un ambito così vasto”.
Ed ha aggiunto: “Uno sguardo d’insieme degli ultimi trent’anni fa meglio comprendere molti dei frutti di questa comune conversione al Vangelo di cui lo Spirito di Dio ha fatto strumento il movimento ecumenico” (Ut unum sint, 41).
Egli, a conferma, annovera: la fraternità ritrovata, la solidarietà nel servizio all’umanità, le convergenze nella Parola di Dio, la crescita della comunione.
Analizza quindi il dialogo con le Chiese di Oriente e i suoi progressi (Ut unum sint, 50-63) e ugualmente quello con le Chiese e Comunità ecclesiali di Occidente (Ut unum sint, 64-70).
L’enciclica fa affermazioni più dettagliate.
Nel dialogo con le Chiese ortodosse afferma che “con spirito positivo, basandoci su quanto abbiamo in comune, la commissione mista ha potuto progredire sostanzialmente” (Ut unum sint, 59).
In seguito il dialogo ha ripreso l’avvio di una nuova fase di lavoro su “Collegialità e autorità nella Chiesa” (Belgrado 2006 e Ravenna 2007) impostando positivamente lo studio della questione cruciale del ruolo del vescovo di Roma nella Chiesa.
Anche con le antiche Chiese di Oriente o precalcedonesi si è potuto organizzare un dialogo fra la Chiesa cattolica e tutte quelle Chiese insieme (copta, etiopica, sira, armena).
L’enciclica ha apprezzato anche il lavoro svolto con le Chiese e Comunità ecclesiali di Occidente affermando che “il dialogo è stato ed è fecondo, ricco di promesse…
La riflessione dei vari dialoghi bilaterali, con una dedizione che merita l’elogio di tutta la comunità ecumenica, si è concentrata su molte questioni controverse quali il Battesimo, l’Eucaristia, il Ministero ordinato, la sacramentalità e l’autorità nella Chiesa, la successione apostolica”.
Non solo, ma questi dialoghi hanno prodotto frutti positivi.
L’enciclica dichiara: “Si sono delineate così delle prospettive di soluzione insperate e nel contempo si è compreso come fosse necessario scandagliare più profondamente alcuni argomenti” (Ut unum sint, 69).
Dopo l’enciclica i dialoghi sono continuati e hanno prodotto nuovi frutti come la dichiarazione comune sulla Giustificazione per fede con i Luterani, nuova pietra miliare nel dialogo con i protestanti.
In seguito Benedetto XVI non ha mancato di incoraggiare tanto il dialogo della carità quanto il dialogo teologico.
Recentemente Benedetto XVI alla Sessione Plenaria del Pontificio Consiglio per l’Unità dei Cristiani (18 dicembre 2008) sul tema “Ricezione e futuro del dialogo ecumenico” ebbe a dire: “Ringraziamo il Signore per i significativi passi in avanti compiuti”.
Questi progressi vanno applicati e verificati nella realtà concreta.
L’indicazione operativa che proviene dalla visione di Ezechiele è quella di “accostare l’uno all’altro” in modo da fare “un legno solo”, e cioè da formare “una cosa sola” (Ezechiele 37, 17).
I temi suggeriti per gli otto giorni si riferiscono appunto all’azione comune tra i cristiani nella situazione concreta del mondo di oggi.
Le problematiche trattate negli otto giorni si possono sintetizzare in tre gruppi: la divisione dei cristiani, le questioni sociali dominanti, il contesto interreligioso.
La questione della divisione tra i cristiani viene affrontata in particolare nel primo giorno in cui si considerano “le comunità cristiane di fronte a vecchie e nuove divisioni”.
Il tema ovviamente trova risonanze in tutti gli altri giorni.
Sono note le grandi divisioni storiche, fra cattolici e ortodossi e fra cattolici e protestanti.
Esse sono oggetto di dialogo e su molte di esse si sono trovate positive convergenze.
Ma permangono ancora i motivi di fondo delle divisioni.
In più la situazione attuale presenta “nuove divisioni” che si constatano tanto fra le Chiese ortodosse quanto nel mondo protestante, nuove frammentazioni e emergenza di nuove problematiche etiche con gravi dissensi.
Il dialogo ecumenico ne deve tenere conto approfondendo la ricerca.
Le questioni sociali dominanti richiedono una cooperazione fattiva tra i cristiani mettendo insieme gli elementi comuni per una testimonianza comune e un concorde annuncio del messaggio cristiano.
L’ampia problematica viene affrontata in cinque giorni, dal secondo al sesto giorno.
L’impostazione è sempre la stessa per ciascun giorno: come si situano i cristiani di fronte ai vari problemi, di fronte alla guerra e alla violenza, di fronte alle ingiustizie, di fronte alla crisi ecologica, di fronte alle discriminazioni e alla sofferenza.
Il tutto è sempre, giorno per giorno, sotto lo slogan: “Essere riuniti nella tua mano”.
La cooperazione tra i cristiani è stata proposta e ecumenicamente valorizzata dal decreto del concilio Vaticano II sull’ecumenismo: “La cooperazione di tutti i cristiani esprime vivamente quella unione che già vige tra di loro”.
Inoltre “da questa cooperazione i credenti in Cristo possono facilmente imparare come si appiani la via verso l’unità” (Unitatis redintegratio 12).
I cristiani di fronte alla pluralità delle religioni trovano un campo nuovo in cui esplicare la loro testimonianza comune di fede nella Trinità e in Gesù Cristo Signore e Salvatore del mondo.
Le relazioni con le altre religioni sono avvertite come indispensabili nel nostro tempo nel duplice scopo di affermare valori comuni (trascendenza, principi di convivenza pacifica, opzioni fondamentali di etica, ecc.) e, inoltre, di cercare insieme come evitare quei conflitti che sorgono per altri interessi ma che strumentalizzano le religioni per creare contrapposizioni tra i popoli.
I cristiani hanno un messaggio comune specifico da presentare nel dialogo con le altre religioni.
Infine l’ottavo giorno è quasi la sintesi dell’intera riflessione di quest’anno per la preghiera per l’unità dei cristiani.
Il tema del giorno presenta una formulazione sintomatica ed efficace: “Proclamazione cristiana della speranza in un mondo di separazione”.
Nel nostro mondo e nel nostro tempo, segnato da separazioni e conflitti, tra i cristiani, tra le religioni, tra i popoli, i cristiani sono chiamati a “proclamare” la speranza cristiana che il testo di Ezechiele ripropone ricordando che il Signore assicura: “Li libererò”, “Li purificherò”, “Li unirò”, “Stabilirò il mio santuario in mezzo a loro per sempre”.
Il commento proposto per questo ultimo giorno, riassumendo l’orientamento generale, afferma: “Quando i cristiani si riuniscono per pregare per l’unità sono motivati e sostenuti da questa speranza”.
(©L’Osservatore Romano – 18 gennaio 2009)   VI unità di apprendimento:  “Gesù e…”  OBIETTIVI SPECIFICI DI APPRENDIMENTO  Conoscenze  Abilità  * Gesù di Nazaret, l’Emmanuele “Dio con noi”.   * Descrivere l’ambiente di vita di Gesù nei suoi aspetti quotidiani, familiari, sociali e religiosi.
OBIETTIVI FORMATIVI • Scoprire l’attenzione di Gesù verso i più piccoli • Comprendere l’amore di Gesù nei confronti dei sofferenti  Suggerimenti operativi   • Raccontare l’episodio di Gesù con gli apostoli, la folla e alcuni bambini.
Sottolineare la frase centrale detta da Gesù: “Lasciate che i bambini vengano a me…” Se è necessario, rileggere anche due volte il brano, in modo da comprenderlo meglio.
• Sul quaderno rappresentare i due momenti: 1.
gli apostoli mandano via i bambini; 2.
Gesù li richiama a sé.
Prima di far rappresentare l’episodio con il disegno evidenziare gli elementi chiave della scena e, se possibile, anche una semplice frase da inserire in un fumetto per trasmettere meglio il messaggio.  • Scoprire attraverso il racconto del cieco Bartimeo come Gesù sia attento a chi soffre ed è in difficoltà.
Leggere un adattamento del brano evangelico.
Per far immedesimare i bambini nei personaggi assegnare a ciascuno un ruolo (Gesù, folla, Bartimeo) e durante la lettura far rappresentare il divenire della storia.
Visto che i personaggi sono pochi, se la classe è molto numerosa, dividerla in gruppi e ripetere la messa in scena in modo che tutti possano prendervi parte.
Attuare un debriefing alla fine per capire come si sono sentiti i bambini “nei panni di…”; ricercare le emozioni, i desideri, i pensieri…
• Dare la consegna, a ogni alunno, di rappresentare sul quaderno il momento del racconto che ritiene più significativo.
Raccordi con altre discipline Italiano, ed.
alla convivenza, ed.
all’immagine Riferimento al tema “Per i diritti di tutti” “Convenzione sui diritti dell’infanzia”: Art.
3: ogni bambino ha il diritto di essere amato.
Art.
7: ogni bambino ha il diritto ad avere un nome.
Art.
28: ogni bambino ha il diritto a ricevere un’istruzione.
Art.
31: ogni bambino ha il diritto di giocare.
Il tema per la preghiera dell’unità dell’anno 2009 è stato proposto da un gruppo ecumenico della Corea, che partendo dallo stato di divisione della loro patria e dalle divisioni tra cristiani ivi presenti, ha suggerito come testo-base la visione simbolica e profetica di Ezechiele (Ezechiele 37, 15-28).
In seguito, il Comitato misto internazionale per la preghiera – composto da rappresentanti del Pontificio Consiglio per la Promozione dell’Unità dei Cristiani e della Commissione Fede e Costituzione del Consiglio Ecumenico delle Chiese – ha riveduto il primo progetto e gli ha conferito le caratteristiche necessarie per una divulgazione internazionale.
Il Comitato si è incontrato a Marsiglia dove opera una interessante organizzazione con carattere ecumenico ed interreligioso nota come “Marseille espérance”.
Il gruppo è stato accolto con calorosa fraternità ecumenica dalla diocesi, dagli organismi ecumenici locali e dalla stessa cittadinanza.
Il Comitato Misto Internazionale, come è sua tradizione, ha elaborato i sussidi in due lingue, francese e inglese.
Le traduzioni e gli adattamenti sono lasciate all’iniziativa delle Chiese locali.
Nella visione profetica, il Signore chiede a Ezechiele di prendere due bastoni, in uno scriverà il nome di Giuda e delle tribù unite a lui, nell’altro scriverà il nome di Giuseppe e di tutte le altre tribù d’Israele.
Quindi gli ordina: “Accostali l’uno all’altro in modo da fare un legno solo, che formino una cosa sola nella tua mano” (Ezechiele 37, 17).
E quando i compatrioti chiederanno il significato, Ezechiele, dovrà trasmettere ciò che il Signore gli ha detto: “Ecco, io prendo il legno di Giuseppe e lo metto sul legno di Giuda per farne un legno solo; diventeranno una cosa sola in mano mia” (Ezechiele 37, 19).
Il Signore ne dà una spiegazione più precisa: “Ecco, io prenderò gli Israeliti dalle genti fra le quali sono andati e li radunerò da ogni parte e li ricondurrò nel loro paese: farò di loro un solo popolo nella mia terra” (Ezechiele 37, 21).

“Essere riuniti nella tua mano”

Tema della settimana: “ESSERE RIUNITI NELLA TUA MANO” (cfr.
Ezechiele 37,17) Le date della celebrazione: 18-25 gennaio 2009        —› scegli, fra le seguenti voci di interesse per la Settimana di Preghiera:  1 › Presentazione  2 › Introduzione Teologico-Pastorale  3 › Testo Biblico  4 › Letture Bibliche e commento per ogni giorno della Settimana  5 › Preghiere proposte dalle chiese locali  6 › Situazione Ecumenica in Corea  7 › Date importanti nella storia della Preghiera per l’Unità dei Cristiani  8 › Temi della Settimana di Preghiera per L’Unità dei Cristiani 1968-2009  9 › Suggerimenti per l’organizzazione della Settimana di Preghiera

La fede negata

Nell’anno incerto dell’Orissa dopo l’anno della violenza, della caccia al cristiano, degli stupri e del fuoco, i profughi hanno una sola volontà: tornare.
E una sola sicurezza: la Chiesa.
«Una foresta prese fuoco e tutti gli esseri viventi di quella foresta iniziarono a fuggire per salvarsi, ma un uccellino invece di allontanarsi, si tuffò in un ruscello e volò indietro.
Scuotendo le ali gettò gocce d’acqua sul fuoco per spegnerlo.
’Sforzo inutile, di uno sciocco uccello’, lo schernì Indra, dio della pioggia.
“Oh Grande – rispose l’uccellino – se tu volessi potresti spegnere il fuoco in un momento, ma non lo fai.
Io faccio solo quello che posso”, e così dicendo volò ancora verso il ruscello».
Come suggerisce questo racconto molto popolare in Orissa, a volte grandi cose succedono per piccoli atti di gente umile.
Allo stesso modo l’azione della Chiesa nella società, in particolare verso i diseredati, assomiglia all’azione del modesto volatile, ma porta con sé un valore esemplare che è difficile disconoscere.
Anche nella tragedia del Kandhamal, tra i profughi, parte dei 50mila iniziali, ancora raccolti attorno crocifisso all’interno dei campi istituiti dalle diocesi, pochi disposti ad accogliere l’offerta irrisoria in denaro e riso affinché abbandonino i centri di raccolta governativi.
Quello di Janla è stato aperto di corsa, sotto la pressione di un flusso di disperati in fuga senza un rifugio certo, nei dintorni polverosi di Bhubaneshwar, capitale dell’Orissa.
Il terreno è quello di una vecchia fabbrica di laterizi, adiacente al lebbrosario gestito dalle Missionarie della Carità che da mesi dividono impegno e tempo tra chi è oggi, nell’India dei record e della democrazia sbandierata ma spesso elusa, pesantemente discriminato.
Dei 500 ospiti iniziali di Janla, ne restano circa 350: 40 famiglie riunite per quanto possibile, secondo un piano voluto dall’arcidiocesi, ma esteso come prassi all’intero Stato.
Gruppi familiari ritrovatisi anche dopo settimane di inenarrabili traversie nella fuga.
Oggi volti sereni, ma nel cuore una paura difficile da cancellare e negli occhi la domanda che non trova aperta espressione tra questa gente: perché? Padre Manoj Nayak è una specie particolare di profugo, ma di questa non facile condi-zione condivide estraneazione, sofferenza, volontà di capire e di ricominciare.
Lui è un tribale Kandh, gruppo etnico che dà il nome al’intero distretto di Kandhamal, sfuggito per un soffio alle violenze, ma da mesi impegnato per i confratelli di fede ed etnia nella diocesi nel tentativo di abbreviare i tempi di un rientro in condizioni di sicurezza.
Nel villaggio, da dove la famiglia è riuscita a scappare, il pastore Samuer Nayak è stato massacrato in casa , bruciato assieme alla madre per essersi rifiutato di interrompere la lettura della Bibbia davanti agli assalitori.
Un confratello verbita, studente al Teologato di Sambalpur, è ufficialmente disperso e come lui decine di persone.
Parikhit Nayak era un catechista, viveva una vita al servizio d’impegno e di non pochi timori tra a sua gente nel villaggio di Taengai, Kandhamal.
Negli oc¬hi ha le violenze ma an¬che la sofferenza dei com¬pagni nel campo.
Gli uo¬mini si impegnano nella fabbricazione di mattoni con metodi moderni e in quella di prodotti artigia¬nali, le donne cercano di migliorare le condizioni dei loro rifugi.
Nel cuore di tutti, il timore che la provvisorietà diventi de¬finitiva, che il futuro sia una casa lontano dal¬le terre tribali.
«Chi non rinuncia alla fede cristiana va in¬contro a morte certa in Kandhamal – racconta padre Nayak –.
Ma l’abiura significa ben al¬tro che la già dura negazione della propria fe¬de.
Non è sufficiente che chi dichiara la pro¬pria rinuncia si rada il capo, beva acqua me¬scolata a sterco bo¬vino e firmi docu¬menti che attestino l’avvenuta riconver¬sione.
Deve dimo¬strare la propria sin¬cerità bruciando al¬meno una casa di cristiani, possibil¬mente con qualcu¬no all’interno».
Questa è una tragedia dentro la tragedia.
Tut¬ta la gente che vive nei campi non coltiva che una prospettiva: il rientro nella propria terra.
Tuttavia la minaccia della riconversione e an¬che ora la sfiducia verso i vicini di fede in¬duista – che in molti casi hanno tradito i cristiani e in altri coraggiosamente si sono op¬posti agli assalitori – rende il rientro pratica¬mente impossibile.
La vedova di Iswar Digal del villaggio di Mal¬lipoda è inconsolabile.
Al marito catturato il 20 settembre era stata offerta la salvezza in cambio della conversione.
Digal ha rifiutato e di lui si sono perse le tracce.
Sul luogo del¬l’aggressione indicato dalla moglie, la polizia ha potuto trovare solo macchie di sangue ma non il corpo.
Una tattica anche questa, par¬te di un disegno più vasto, che porta la polizia ad allun¬gare l’elenco dei dispersi ma non a indagare per reati in mancanza di prove.
Probabilmente Digal è stato ucciso e il suo corpo bruciato e occultato.
«Come ci hanno detto alcuni che sono ancora rifugiati nelle foreste, ci sono zone dove si sente il fetore dei corpi in decomposizione », racconta un altro profugo.
C’è voglia di raccontare la propria esperienza per quanto dolorosa, tra i profughi di Janla.
C’è la coscienza che sollevare il velo sugli orrori del Kandhamal e delle altre aree colpite dall’odio religioso innescato da ragioni politiche e interessi economici sulle terre tribali può contribuire almeno a garantire lo status quo, a conservare la presenza militare sul territorio gestita prioritariamente per ordine della Corte Suprema dal gover¬no centrale indiano.
Lo Stato.
L’Orissa è uno Stato complessivamente povero e arretrato, ma all’ombra delle sue foreste lussureggianti, abitate in prevalenza da gruppi tribali e aborigeni, si trovano ricche riserve minerarie.
La regione fornisce il 70 per cento della bauxite estratta in India, il 90 per cento del cromo e il 24 per cento del carbone.
Le compagnie minerarie locali e straniere si contendono territori protetti ma soprattutto abitati da popolazioni ricche di tradizioni e fiere di un rapporto stretto con le loro terre, considerate dimora delle divinità locali della fede animista.
Nonostante povertà e relativa insicurezza, l’Orissa è tra i primi dieci stati dell’India quanto ad investimenti stranieri.
Ma il progresso ha finora illuso le antiche genti delle foreste, private in molti casi delle loro risorse abituali, costrette a vivere in cubicoli di cemento, fuori dal loro habitat naturale e sempre più impoverite.
Ai tentativi di educazione della Chiesa, si oppongono vasti interessi economici che mobilitano a loro sostegno forze politiche, radicalismo induista e violenza mercenaria.
La testimonianza.
Edward Sequeira era nel suo ufficio presso la Casa per i Figli della lebbra e gli orfani di Padampur, distretto di Bargarh, Orissa, quando il 25 agosto una cinquantina di indù armati di spranghe, bastoni e torce assalì il centro.
Lui fece resistenza barricandosi all’interno del centro per più di un’ora prima dell’arrivo della polizia che lo liberò, con gravi ustioni e numerose fratture, dall’edificio in cui era stato chiuso dagli assalitori prima di darlo alle fiamme.
Rajni Mahji, 20 anni, studentessa di fede indù che svolgeva un lavoro volontario di assistenza alla ventina di piccoli ospiti, venne invece stuprata e bruciata viva.
«Ho lavorato a Padampur per gli ultimi 11 anni, in particolare tra le comunità indù – racconta padre Sequeira –.
I piccoli da noi ospitati provengono dalle colonie di lebbrosi, mondi chiusi di dolore e vergogna, ai margini delle comunità.
Ce n’erano 22 in questa casa», dice indicando le rovine bruciate delle costruzioni che un tempo rappresentavano rifugio e speranza di piccoli diseredati e un supplemento di missione per il sacerdote verbita.
«Quel giorno sono stato picchiato per 45 minuti con sbarre, vanghe e mazze raccolte tra il materiale da costruzione che avevamo presso di noi prima che mi chiudessero nel mio ufficio.
In quei momenti disperati ho avuto una visione, qualcuno che tra il fumo e le fiamme mi rassicurava: ’Soffro con te, non sei solo’.
Solo a quel punto ho ritrovato l’energia che mi ha spinto a chiudere porte e finestre dall’interno e ad usare un secchio d’acqua riempito nel gabinetto per estinguere il fuoco che mi circondava.
Dopo di che ricordo solo il tempo interminabile passato a cercare di ostacolare quanti volevano entrare dalle finestre e dal tetto devastato per catturarmi e finirmi».
Solo dopo essere uscito si rese conto della tragedia che l’aveva colpito e che più ancora aveva colpito la sua collaboratrice Rajani, orfana, studente al secondo anno di informatica.
«Ricordo di essere svenuto sentendo che chiedeva il mio aiuto mentre cercavano di bruciarla viva».
di Stefano Vecchia Avvenire, 16 gennaio ’09

Ebrei e Chiesa cattolica

Sul versante geopolitico la guerra di Gaza ha acuito le divergenze tra la Chiesa cattolica e Israele, come www.chiesa ha mostrato nel servizio del 4 gennaio.
Il viaggio di Benedetto XVI in Terra Santa, ipotizzato per maggio, si auspica che attenui le reciproche incomprensioni.
Intanto, però, soprattutto per l’intransigenza israeliana, non fanno passi avanti i negoziati per dare attuazione pratica agli accordi del 1993 tra la Santa Sede e Israele.
Né si intravede alcuna disponibilità a rimuovere, nel museo della Shoah a Gerusalemme, la didascalia che squalifica Pio XII come complice dello sterminio nazista degli ebrei.
Ma anche sul terreno più strettamente religioso il rapporto tra le due parti è accidentato.
Per il 17 gennaio la conferenza episcopale italiana ha indetto la “Giornata per l’approfondimento e lo sviluppo del dialogo tra cattolici ed ebrei”.
Dal 1990 questa giornata si tiene tutti gli anni, dal 2001 la comunità ebraica italiana la promuove assieme ai vescovi e dal 2005 entrambe le parti hanno concordato un programma decennale di riflessione sui Dieci Comandamenti.
Ma questa volta la Chiesa cattolica si ritrova sola.
L’assemblea dei rabbini italiani, presieduta da Giuseppe Laras, ha deciso di “sospendere” la partecipazione degli ebrei all’evento.
Ferdinando Bonsignore – La Chiesa della Gran Madre di Dio   Esempio dello stile neoclassico in auge ai primi dell’Ottocento è la chiesa della Gran Madre di Dio, opera di Ferdinando Bonsignore, eretta tra il 1818 e il 1831 per festeggiare il ritorno di Vittorio Emanuele I di Savoia il 20 maggio 1814 dopo la sconfitta di Napoleone: sul timpano della chiesa si legge infatti l’epigrafe «Ordo Populusque Taurinus Ob Adventum Regis» («La città e i cittadini di Torino per il ritorno del re»).
Lo schema dell’edificio si rifà, con spirito deliberatamente archeologico, a una diffusissima tipologia che trova il suo prototipo nel Pantheon, monumento romano del periodo adrianeo; una pianta rotonda sormontata da una cupola, e preceduta da un peristilio a frontone triangolare, il tutto poggiante su un alto zoccolo.
Il documento diffuso dalla conferenza episcopale italiana per la “Giornata per l’approfondimento e lo sviluppo del dialogo tra cattolici ed ebrei” del 17 gennaio 2009: > Ebrei e cristiani 1959-2009: mezzo secolo di dialogo __________ L’articolo del rabbino capo di Venezia, Elia Enrico Richetti, sulla rivista missionaria dei gesuiti italiani, “Popoli”: > Giornata dell’ebraismo.
Le ragioni del nostro no
__________ Il documento della pontificia commissione biblica del 24 maggio 2001 prodotto sotto la direzione dell’allora cardinale Joseph Ratzinger: > Il popolo ebraico e le sue Sacre Scritture nella Bibbia cristiana __________ Un dossier sull’ebraismo d’oggi in Italia, nel numero di gennaio del 2009 del mensile dei religiosi paolini “Jesus” > Torah, Torah, Torah Laras ha annunciato il ritiro dell’adesione lo scorso 18 novembre, durante un convegno sul dialogo interreligioso svoltosi a Roma alla camera dei deputati.
E l’ha addebitata alla decisione di Benedetto XVI di introdurre nel rito romano antico del Venerdì Santo l’invocazione affinché Dio “illumini” i cuori degli ebrei, “perché riconoscano Gesù Cristo salvatore di tutti gli uomini”.
Invocazione giudicata da Laras inaccettabile in quanto finalizzata alla conversione degli ebrei alla fede cristiana.
Il 13 gennaio il rabbino capo di Venezia, Elia Enrico Richetti, ha rincarato la protesta.
Su “Popoli”, la rivista missionaria dei gesuiti italiani, ha scritto che con Benedetto XVI “stiamo andando verso la cancellazione degli ultimi cinquant’anni di storia della Chiesa”.
La conferenza episcopale italiana ha reagito mantenendo ferma la giornata di riflessione ebraico-cristiana – significativamente collocata alla vigilia dell’annuale settimana dell’unità dei cristiani – e pubblicando per l’occasione un documento che riassume le tappe del dialogo tra ebrei e cristiani nell’ultimo mezzo secolo, a partire dalla cancellazione, decisa da papa Giovanni XXIII nel 1959, dell’aggettivo latino “perfidi” (che propriamente significa “increduli”) applicato agli ebrei nella preghiera del Venerdì Santo in vigore all’epoca.
Nel documento è sottolineata l’importanza del testo vaticano pubblicato dall’allora cardinale Joseph Ratzinger nel 2001 col titolo “Il popolo ebraico e le sue Sacre Scritture nella Bibbia cristiana”.
Questo testo, in effetti, è riconosciuto da autorevoli esponenti cattolici ed ebrei come il punto più alto e costruttivo fin qui raggiunto nel dialogo tra le due fedi, assieme al libro “Gesù di Nazaret” pubblicato nel 2007 dallo stesso Ratzinger, nel frattempo divenuto papa, nelle pagine dedicate alla divinità di Gesù: questione teologica capitale per gli ebrei di allora come di oggi, credenti in Cristo oppure no.
In campo cattolico la via tracciata da Ratzinger nel dialogo con l’ebraismo non è da tutti accettata.
Gli si oppone la cosiddetta “teologia della sostituzione”, sia nelle versioni “di sinistra”, filopalestinesi, sia in quelle “di destra”, tradizionaliste.
Secondo tale teologia, l’alleanza con Israele è stata revocata da Dio e solo la Chiesa è il nuovo popolo eletto.
In taluni tale visione arriva sino a un rigetto sostanziale dell’Antico Testamento.
Ma anche in campo ebraico vi sono sensibili divergenze di vedute.
Lo scorso novembre, quando Benedetto XVI fece colpo affermando che “un dialogo interreligioso nel senso stretto della parola non è possibile, mentre urge tanto più il dialogo interculturale”, a sorpresa il rabbino capo di Roma, Riccardo Di Segni (nella foto), si dichiarò d’accordo col papa.
E aggiunse che la decisione dell’assemblea dei rabbini italiani di sospendere l’adesione alla giornata di riflessione ebraico-cristiana del 17 gennaio andava anch’essa in questa direzione: “rimuovere l’equivoco che si debba dialogare tra cristiani ed ebrei anche sul piano teologico”.
Rispetto al predecessore Elio Toaff – quello del celebre abbraccio con Giovanni Paolo II in sinagoga – Di Segni ha inaugurato una dirigenza del rabbinato in Italia meno laica e più identitaria, più osservante di riti e precetti, e di conseguenza più conflittuale col papato sul versante religioso.
Ma, appunto, non tutti gli ebrei la pensano così.
Alcuni interpretano diversamente le riserve di Benedetto XVI sul dialogo interreligioso.
Ritengono cioè che il papa, quando esclude “un dialogo interreligioso nel senso stretto della parola”, non si riferisca all’ebraismo ma soltanto alle religioni esterne al plesso ebraico-cristiano, cioè islam, induismo, buddismo, eccetera.
E infatti – chiedono – “che cosa sono stati il documento del 2001 e il libro ‘Gesù di Nazaret’ se non un confronto sul terreno propriamente teologico con l’unica religione con cui il cristianesimo può farlo?”.
A formulare quest’ultima domanda – in una nota sul quotidiano “il Foglio” dell’11 gennaio – è stato Giorgio Israel, docente di matematica all’Università di Roma “La Sapienza” ed impegnato fautore del dialogo ebraico-cristiano in sintonia con l’attuale pontefice.
Assieme a Guido Guastalla, assessore alla cultura della comunità ebraica di Livorno, Israel ha anche contestato pubblicamente, sul “Corriere della sera” del 26 novembre, la decisione di Laras e dell’assemblea dei rabbini di dissociarsi dalla giornata di riflessione ebraico-cristiana del 17 gennaio.
A loro giudizio, la motivazione portata a sostegno del rifiuto, cioè la preghiera per gli ebrei formulata da Benedetto XVI per il rito antico del Venerdì Santo, non è più sostenibile dopo le chiarificazioni fatte in proposito dalle autorità vaticane, chiarificazioni accolte anche dal presidente dell’International Jewish Committee, il rabbino David Rosen.
Hanno replicato a Israel e Guastalla, sul “Corriere della Sera” del 4 dicembre, il rabbino Laras, l’altro rabbino Amos Luzzatto e il presidente dell’Unione giovani ebrei d’Italia, Daniele Nahum.
I tre hanno restituito alla Chiesa cattolica e in particolare al papa la colpa della rottura, hanno definito le posizioni di Benedetto XVI “una regressione rispetto alle conquiste scaturite dagli ultimi decenni di dialogo e collaborazione” e hanno accusato i loro critici di voler usare il dialogo ebraico-cristiano in funzione anti islam.
Laras, Luzzatto e Nahum hanno concluso così la loro replica: “Si ricordi che i rapporti tra ebraismo e islam generalmente sono stati più proficui e sereni rispetto a quelli intercorsi tra ebraismo e cristianesimo”.
La storia ha il suo peso irremovibile.
Ma riletti oggi, nel pieno della guerra di Gaza, questo omaggio all’islam e questa stilettata alla Chiesa suonano surreali.