Il sogno di uno stato come un grande mosaico

Padre Elias Chacour è l’arcivescovo della diocesi melchita di Galilea, antichissima Chiesa orientale unita alla Chiesa di Roma.
È arabo-palestinese, cattolico e cittadino dello Stato di Israele.
Prima e ancor più dopo essere stato nominato vescovo di Haifa (2006), P.
Elias ha dedicato le sue energie a opere e iniziative a favore del popolo della sua diocesi: scuole elementari, una scuola superiore, una biblioteca, un Centro per la pace, un Centro regionale di aggiornamento per gli insegnanti delle scuole di Galilea e, in ultimo, la prima Università cristiana araba in Israele a servizio di persone di tutte le etnie e confessioni religiose presenti in Israele per formarsi, studiare e lavorare insieme per una nuova società fondata sul reciproco rispetto e riconoscimento.
Lo scorso 5 gennaio un gruppo di italiani, nel corso di un viaggio-seminario in Israele e nei territori palestinesi organizzato da Confronti, ha incontrato p.
Chacour ad Haifa, proprio nelle ore in cui giungevano le drammatiche notizie dell’invasione di Gaza da parte dell’esercito israeliano.
Per la grande tensione di quel momento, P.
Chacour aveva rifiutato di rilasciare qualsiasi tipo di intervista.
Ma, incontrando gli italiani in viaggio di studio che gli chiedevano proprio di essere aiutati a capire, il presule ha parlato loro quasi per confidare la sua amarezza, e non soltanto per quel che succedeva in quelle ore, ma, soprattutto, per le origini remote e mai rimosse della tragedia israelo-palestinese.
Di seguito le parole del vescovo.
Adista – Docuenti, 30 gennaio ‘09 Sono profondamente triste per quello che sta succedendo in queste ore a Gaza: scorre sangue ebreo e scorre sangue palestinese, sangue umano, che merita uguale rispetto da parte di tutti.
Non riesco a capire come i politici delle due parti, musulmani o ebrei, possano credere di essere dalla parte di Dio e contemporaneamente tentare di giustificare la loro azione di violenza.
Dio ordina chiaramente di non uccidere.
E in queste ore, invece, assistiamo alla corsa a chi può uccidere di più, dall’una e dall’altra parte.
Non importa quale giustificazione gli israeliani o i palestinesi possano portare: non c’è giustificazione per uccidersi.
E neppure ci potrà essere un vincitore in questa guerra: ci sono certamente due perdenti, uno più dell’altro.
Certo, si possono condannare i palestinesi che lanciano i loro razzi su Israele e si può dire che la rappresaglia israeliana è una barbarie, perché a Gaza uccide anche tanti civili.
Ma considerando questo evento al di fuori del suo contesto non è possibile capire.
Per farvi comprendere la situazione, vi parlerò di me, del mio essere palestinese, fiero palestinese e cittadino dello Stato di Israele.
Sulla vostra stampa normalmente un palestinese è musulmano e un cristiano non è arabo.
Io invece sono un palestinese arabo e sono cristiano.
Vi chiederete come un palestinese possa essere cristiano, arabo e cittadino di Israele.
Per capirlo bisogna tornare al 1948, quando i sopravvissuti della Shoa fecero proprio lo slogan di Teodor Herzl “Una terra senza nazione (la Palestina) appartiene a una nazione senza terra (Israele)”, rivendicando una terra tutta per loro.
E a chi gli faceva notare che la Palestina era sovrappopolata, lo stesso Herzl rispondeva: “Dobbiamo essere miopi: non vedere la realtà e fare come se lì non ci fosse nessuno”.
Questo è l’inizio della tragedia: i palestinesi erano lì e gli ebrei agivano come se non ci fosse nessuno.
Così, quella che gli ebrei chiamano guerra di indipendenza, nel 1948, per i palestinesi è la naqbah, la catastrofe.
Israele è nato come Stato nazionale indipendente moderno e la maggioranza dei palestinesi, deportati e cacciati da case e villaggi, ha sofferto una pulizia etnica: 460 villaggi palestinesi sono stati completamente svuotati e distrutti, compreso il mio.
E così è cominciata la diaspora dei palestinesi nei Paesi arabi confinanti: Libano, Siria, Giordania, Egitto.
Altri palestinesi, invece, non sono andati nei Paesi limitrofi, volendo vivere in un piccolo territorio palestinese non occupato dal-l’esercito israeliano: sono nati allora campi di rifugiati dappertutto, in Cisgiordania, a Ramallah, Hebron e molti altri luoghi.
Nella parte sud della Palestina c’è un piccolo territorio desertico che si chiama Striscia di Gaza: nel 1948 Gaza aveva 8.500 abitanti, ma in pochi mesi si è riempita di un milione e 500.000 rifugiati, imprigionati tra il deserto, il mare e Israele, senza più diritti umani se non quello di fare figli.
E hanno fatto molti figli, ambiziosi e intelligenti, ma senza avvenire.
Non hanno avuto altra possibilità che nascere, crescere, sposarsi, crescere altri figli, e morire.
20 anni, nel 1967 (con la guerra dei sei giorni, ndr), dal controllo egiziano sono caduti sotto il controllo israeliano e alla loro miseria si sono aggiunti tutti i controlli militari, i check point, luoghi di umiliazione molto più che luoghi di sicurezza.
Esistono infinite storie di umiliazione.
Per esempio: un soldato israeliano arrivato qui dall’Etiopia o da qualche altra parte del mondo, in servizio al check point, annoiato perché non ha niente da fare, prende la tessera di identità di rifugiato del palestinese che chiede di passare da una parte all’altra, e la getta nel cestino: 100, 200, 300 carte di identità e altrettanti palestinesi che attendono.
E il soldato dice loro: “cercate le vostre carte di identità e andatevene”.
Immaginate il divertimento del soldato, e l’umiliazione, la rabbia repressa e l’odio del palestinese.
Ancora: ogni giorno, il palestinese che deve raggiungere il luogo di lavoro deve percorrere magari appena 20 metri dalla sua casa, ma tra questi due punti c’è un check point e per attraversarlo deve aspettare tre o quattro ore la mattina e altrettante la sera per tornare a casa.
È qui la radice della rabbia dei giovani palestinesi che scelgono di fare i kamikaze.
Meglio morire con dignità che vivere con umiliazione, dicono i giovani palestinesi.
E da 60 anni Israele non domanda che la pace, shalom, shalom, shalom…
nient’altro che questo.
Ma la pace è impossibile senza giustizia e integrità, e queste sono impossibili senza la pace e la sicurezza per l’altra parte.
Ebrei e palestinesi gridano: “la terra è nostra, la terra ci appartiene”.
Hanno dimenticato che la terra non può appartenere né agli ebrei né ai palestinesi, perché la terra appartiene a Dio.
Palestinesi ed ebrei devono imparare che sono loro ad appartenere a questa terra e finché non lo faranno non ci sarà né pace né giustizia.
Nel 1948 i palestinesi sono stati dispersi e gli ebrei hanno preso il posto dei palestinesi.
Non è giustificabile.
Gli ebrei dicono: “questa è la nostra terra promessa”.
Per avere la terra promessa bisogna essere ebrei? Bisogna credere nella religione ebraica? E i musulmani e i cristiani? Noi cristiani non abbiamo una terra promessa, ma crediamo che ovunque ci si ritrovi in due o tre nel suo nome, lì c’è Dio.
È così che la terra diventa santa, che sia l’Italia, la Papuasia o l’America.
Gli ebrei non possono imporci la fede nella terra promessa.
I musulmani e i cristiani dicono agli ebrei: questa è la nostra ancestrale terra comune, eravamo qui insieme 2000 anni fa, quando un imperatore romano vi deportò, non siamo stati noi a cacciarvi; adesso voi ritornate e siete i benvenuti, non possiamo non accogliervi, ma non accettiamo che voi prendiate il nostro posto e ci cacciate.
Dobbiamo convincerci che oggi né gli ebrei né i palestinesi possono controllare autonomamente e autoritativamente la Palestina.
Dobbiamo comprendere che la terra appartiene a Dio e che tanto i musulmani quanto gli ebrei appartengono alla terra, in virtù della loro storia.
Abbiamo vissuto bene, insieme, per più di 1.600 anni: allora non c’erano ideologie islamiche né sioniste, non c’erano che musulmani ed ebrei che riconoscevano di discendere da un solo padre, un cittadino “iracheno” che si chiama Abramo.
Tutto questo oggi è stato cancellato: quello che conta è solo il numero dei vostri aerei da combattimento, quante bombe terribili possedete, se l’America vi sostiene, ecc.
Non conta più né il diritto né la ragione.
Detto altrimenti, vale solo quello che ha scritto La Fontaine: “La ragione del più forte è sempre la migliore”.
E così oggi, a Gaza, Israele distrugge ciò che vuole, ha la ragione di essere il più forte.
Ma è la stessa cosa agli occhi di Dio? Io non credo.
Con la creazione di Israele, un piccolo numero di palestinesi ha potuto restare nel territorio palestinese che è diventato Israele: ne costituisce la minoranza araba.
Vi sono un milione e duecentomila palestinesi cittadini di Israele, fra i quali si trova una piccolissima minoranza cristiana che ha subìto la stessa sorte dei musulmani: i cristiani sono attualmente per il 75% rifugiati o in diaspora, solo il 25% ha deciso di restare.
Siamo appena 147mila, distribuiti in varie comunità cristiane.
La comunità più grande è formata dai greco cattolici, detti greco melchiti o anche “uniati” (uniti a Roma).
Dei greco cattolici nessuno è greco e non so quanti siano cattolici: contiamo 76mila cristiani e da 3 anni io sono il loro arcivescovo.
Non so cosa io abbia fatto perché il Signore mi abbia condannato a diventare arcivescovo, ma sia fatta la sua volontà.
La seconda comunità è formata da circa 40mila greco-ortodossi.
Anche in questo caso nessuno è greco e non so quanti siano ortodossi: sono tutti arabi, ma la loro gerarchia (proveniente dalla Grecia) non parla arabo e quindi non riescono a comunicare direttamente.
La terza comunità è formata dai romano-cattolici o latini: non si capisce come gli arabi possano essere romano-cattolici, tuttavia esistono.
Sono circa 10mila e 500, hanno un patriarca, 4 vescovi, centinaia di preti, moltissimi religiosi e religiose, moltissime suore.
Un po’ li invidio: se mi dessero 10 preti e un po’ di suore farei la rivoluzione in Israele, ma ciascuno resta nella propria Chiesa.
La quarta comunità è formata dai maroniti: sono poco più di 8mila, hanno cominciato ad arrivare in Palestina dal Libano nel XVII secolo, sono cristiani molto pii, tutti cattolici, non romano cattolici, con un clero molto spirituale.
Infine ci sono gli anglicani, arabo-anglicani: non so come sia possibile, ma ci sono.
Oggi il nostro più grande ideale è raggiungere l’unità all’interno di queste diversità: non vogliamo che l’anglicano diventi romano-cattolico, accettiamo la diversità.
E ci chiediamo se sarà possibile un futuro comune anche con i nostri fratelli ebrei.
Sogniamo uno Stato di Israele come un grande mosaico: ogni tessera ha il suo colore e tutte insieme, nella loro diversità, creano l’immagine di ciò che ciascuno è di per sé e di ciò a cui aspira.
Pur in questa difficile situazione, noi crediamo ancor di più nel nostro ideale di unità nella diversità.
Io sono un mendicante internazionale: non mendico soldi, ma amicizia e solidarietà.
Se avete amici ebrei, anche amici ebrei fanatici, io, palestinese, vi supplico: continuate a donare loro la vostra amicizia, ne hanno bisogno più che mai.
Ma perché la vostra amicizia con gli ebrei dovrebbe significare inimicizia con i palestinesi? E se siete amici dei palestinesi, se prendete le loro parti, una volta tanto sarete dalla parte giusta.
Ma se essere amici dei palestinesi dovesse significare odio per gli ebrei, questa amicizia non ci serve.
Noi abbiamo bisogno della vostra solidarietà, ma chi vi dice che l’amicizia verso di noi sia automaticamente inimicizia verso gli ebrei? Noi abbiamo un problema con gli ebrei, ed è con essi che dobbiamo risolverlo; se voi prendete le parti di uno contro l’altro, diventerete un nemico in più, e oggi non abbiamo bisogno ancora di un altro nemico.
Abbiamo bisogno, invece, di un amico comune.
Solo nell’amicizia potremo risolvere i problemi, ma non sarà facile: del resto, non c’è nulla di prezioso che possa essere raggiunto facilmente.
E che c’è di più prezioso della riconciliazione fra ebrei e palestinesi? Adista – Documenti, 29 gennaio ’09

Il Papa: «Solidale con gli ebrei»

Subito dopo, il Papa ha espresso la sua indiscutibile “solidarietà” ai fratelli ebrei ed ha detto che la shoah rimane un monito contro ogni oblio e negazionismo.
Quasi in contemporanea, il portavoce della Santa Sede, padre Federico Lombardi, ha voluto dare un’immediata risposta alla minaccia di rottura delle relazioni con il Vaticano trapelata da fonti del Rabbinato di Israele.
“Le parole del Papa, nelle diverse occasioni in cui già in passato si è espresso, e che oggi sono state pronunciate ancora una volta sul tema della Shoah – ha detto padre Lombardi – dovrebbero essere più che sufficienti per rispondere alle attese di chi esprime dubbi sulla posizione del Papa e della Chiesa cattolica sull’argomento”.
Il commento del card.
Bertone.
Sulla questione è poi tornato in serata anche il cardinale Tarcisio Bertone, segretario di Stato della Santa Sede.
“Benedetto XVI ha pronunciato questa mattina parole chiarissime”.
ha detto sottolineando che per il Papa le incomprensioni con il mondo ebraico seguite al perdono ai lefbvriani “è stato un episodio dolorosissimo”.
Secondo il card.
Bertone, a ferire in modo particolare sono state le parole le parole di David Rosen, già ambasciatore presso la Santa Sede, che aveva definito la riabilitazione del vescovo negazionista Richard Williamson una decisione grave fino al punto di contaminare tutta la Chiesa.
“Penso – ha spiegato il cardinale – che non sia giusto nè bene giudicare continuamente l’operato del Papa, e lo dico anche a un rabbino amico, David Rosen, perchè dire che Benedetto XVI ha contaminato la Chiesa è abnorme”.
Il segretario di Stato ha tenuto questa sera un discorso al Circolo di Roma sul magistero del pontificato di Benedetto XVI.
Per Bertone, anche se gravissimo l’episodio delle dichiarazioni negazioniste di Williamson a una tv svedese, invece “non deve essere enfatizzato più di quanto valga in se stesso, perchè le chiarificazioni in proposito sono state nette e precise”.
“Nel processo di riavvicinamento tra i lefebvriani e la Chiesa Cattolica – ha ricostruito Bertone – c’è stato un intralcio prodotto da questo intervento: un fatto anomalo, improvviso e inaspettato, che però non poteva fermare il processo di revoca della scomunica”.
“Benedetto XVI ha agito – ha concluso il porporato – seguendo una delle linee portanti del suo magistero, cioè quella di realizzare il più possibile la comunione e l’unità dei cristiani”.
Il Rabbinato d’Israele.
Stamane il quotidiano Jerusalem Post, citando una fonte anonima interna all’autorevole istituzione ebraica, aveva sostenuto che il Rabbinato d’Israele ritiene «difficile proseguire il dialogo con il Vaticano» qualora non vi fosse un atto di pubbliche scuse e di ritrattazione delle dichiarazioni sulla Shoah del vescovo lefebvriano Richard Williamson, coinvolto nel recente provvedimento di annullamento della scomunica contro i tradizionalisti deciso dal Papa.
E nel pomeriggio il rabbinato di Israele ha accolto le parole odierne di papa Benedetto XVI sulla Shoah come «un grande passo in avanti per la soluzione della questione» sollevata dalla recente revoca della scomunica nei confronti del vescovo lefevbriano negazionista Richard Williamson.
La dichiarazione è stata fatta all’agenzia Ansa dal direttore generale del Rabbinato Oded Wiener, secondo il quale si tratta di «una dichiarazione molto importante per noi e per il mondo intero».
Padre Lombardi: «Il dialogo continui».
«Le parole del Papa, nelle diverse occasioni in cui già in passato si è espresso, e che oggi sono state pronunciate ancora una volta sul tema della Shoah, dovrebbero essere più che sufficienti per rispondere alle attese di chi esprime dubbi sulle posizioni del Papa e della Chiesa cattolica sull’argomento».
Lo ha detto il portavoce vaticano, padre Federico Lombardi.
«Ci auguriamo – ha aggiunto – che, anche alla luce di esse, le difficoltà presentate dal Rabbinato di Israele possano essere oggetto di ulteriore e più approfondita riflessione, in dialogo con la Commissione per i rapporti con l’ebraismo del Consiglio per l’unità dei cristiani, in modo che il dialogo della Chiesa Cattolica con l’ebraismo possa continuare con frutto e serenità».
(Avvenire, 29 gennaio ’09) Il Papa ha espresso oggi, durante l’udienza, la sua indiscutibile “solidarietà” ai fratelli ebrei e ha detto che la Shoah rimane un monito contro ogni oblio e negazionismo.
Il Papa ha chiesto anche ai vescovi lefebvriani ai quali ha revocato la scomunica l’impegno a «realizzare i passi necessari» per realizzare la piena comunione con la Chiesa riconoscendo il Concilio Vaticano II.
Ratzinger ha spiegato di aver concesso “la remissione della scomunica in cui erano incorsi i quattro vescovi ordinati nel 1988 da mons.
Lefebvre senza mandato pontificio”, “in adempimento” del servizio all’unità della Chiesa affermato dal Vangelo.
“Ho compiuto questo atto di paterna misericordia – ha detto – perchè ripetutamente questi presuli mi hanno manifestato la loro viva sofferenza per la situazione in cui si erano venuti a trovare.
Auspico – ha aggiunto – che a questo mio gesto faccia seguito il sollecito impegno da parte loro di compiere gli ulteriori passi necessari per realizzare la piena comunione con la Chiesa, testimoniando così vera fedeltà e vero riconoscimento del magistero e dell’autorità del Papa e del Concilio Vaticano II”.

I 150° della Fondazione della Sua Congregazione.

VERBALE DELL’ATTO DI FONDAZIONE DELLA CONGREGAZIONE SALESIANA Torino, 18 dicembre 1859 Testo critico preparato dall’Istituto Storico salesiano Nel Nome di Nostro Signor Gesù Cristo Amen 1859.
L’anno del Signore mille ottocento cinquantanove alli diciotto di Dicembre in questo Oratorio di S.
Francesco di Sales nella camera del Sacerdote Bosco Gioanni alle ore 9 pomeridiane si radunavano, esso, il Sacerdote Alasonatti Vittorio, i chierici Savio Angelo Diacono, Rua Michele Suddiacono, Cagliero Gioanni, Francesia Gio Battista, Provera Francesco, Ghivarello Carlo, Lazzero Giuseppe, Bonetti Gioanni, Anfossi Gioanni, Marcellino Luigi, Cerruti Francesco, Durando Celestino, Pettiva Secondo, Rovetto Antonio, Bongiovanni Cesare Giuseppe, il giovane Chiapale Luigi, tutti allo scopo ed in uno spirito di promuovere e conservare lo spirito di vera carità che richiedesi nell’opera degli Oratorii per la gioventù abbandonata e pericolante, la quale in questi calamitosi tempi viene in mille maniere sedotta a danno della società e precipitata nell’empietà ed irreligione.
Piacque pertanto ai medesimi Congregati di erigersi in Società o Congregazione che avendo di mira il vicendevole ajuto per la santificazione propria si proponesse di promuovere la gloria di Dio e la salute delle anime specialmente delle più bisognose d’istruzione e di educazione │ ed approvato di comune consenso il disegno proposto, fatta breve preghiera ed invocato il lume dello Spirito Santo, procedevano alla elezione dei Membri che dovessero costituire la direzione della società per questa e per nuove Congregazioni se a Dio piacerà favorirne l’incremento.
Pregarono pertanto unanimi Lui iniziatore e promotore a gradire la carica di Superiore Maggiore siccome del tutto a Lui conveniente, il quale avendola accettata colla riserva della facoltà di nominarsi il prefetto, poiché nessuno vi si oppose, pronunziò che gli pareva non dovesse muovere dall’uffizio di prefetto lo Scrivente il quale finqui teneva tal carica nella casa.
Si pensò quindi tosto al modo di elezione per gli altri Socii che concorrono alla Direzione, e si convenne di adottare la votazione a suffragi secreti per più breve via a costituirne il Consiglio, il quale doveva essere composto di un Direttore Spirituale, dell’Economo e di tre Consiglieri in compagnia dei due predescritti uffiziali.
Or fatto Segretario a questo scopo lo Scrivente, ei protesta di aver fedelmente adempito l’uffizio │ commessogli di comune fiducia, attribuendo il suffragio a ciascuno dei Soci secondoché veniva nominato in votazione; e quindi essergli risultato nella elezione del direttore Spirituale all’unanimità la scelta nel Chierico Suddiacono Rua Michele che non se ne ricusava.
Il che ripetutosi per l’Economo, riuscì e fu riconosciuto il Diacono Angelo Savio il quale promise altresì di assumersene il relativo impegno.
Restavano ancora da eleggere i tre consiglieri; pel primo dei quali fattasi al solito la votazione venne il cherico Cagliero Giovanni.
Il secondo consigliere sortì il chierico Gio Bonetti.
Pel terzo ed ultimo essendo riusciti eguali i suffragi a favore dei chierici Ghivarello Carlo e Provera Francesco, fattasi altra votazione la maggioranza risultò pel chierico Ghivarello, e così fu definitivamente costituito il corpo di amministrazione per la nostra Società.
Il quale fatto come venne finqui complessivamente esposto fu letto in piena Congrega di tutti i prelodati Soci ed ufficiali per ora nominati, i quali riconosciutane la veracità, concordi fermarono che se ne conservasse l’originale, a cui per l’autenticità si sottoscrisse il Superiore Maggiore e come Segretario Sac.
Bosco Gio.
Alasonatti Vittorio Sac.
Prefetto

Numeri e fede/4: Se Dio si cela nella teoria dei giochi

«Come fece Pascal anche il matematico valuta i pro e i contro e arriva a credere per ‘convenienza’».
Parla Marco Andreatta.
«Con Ennio De Giorgi penso che il mistero sia più una condizione necessaria che un ostacolo alla verità della religione.
Chi crede accetta con facilità l’etica scientifica».
«È di pochi giorni la noti­zia che un giovane, laureato in fisica nella mia facoltà, è stato ordinato dia­cono dal vescovo di Trento.
Sono molti i colleghi e amici che, scien­ziati (anzi soprattutto matematici) di professione, hanno,come me, una fede.
Anche se – ovviamente – non per tutti è una fede cristiana».
Marco Andreatta, è professore or­dinario di geometria, e preside della Facoltà di Scienze all’ateneo tridentino.
Per lui, matematica e fede sono due aspetti del pensiero umano che operano in ambiti so­stanzialmente separati ma che al­le volte si intersecano con conse­guenze molto interessanti.
Intervista al Professor Marco Andreatta, Che cosa hanno in comune? «Il matematico è forse il ragiona­tore razionale per antonomasia; da Galileo in poi, di ogni nuova teoria si dice che è scientifica se si basa sulla matematica e sui suoi procedimenti logico-deduttivi.
Ma questo non impedisce a un matematico né, ad esempio, di in­namorarsi (attività non sempre ‘razionale’) né di provare senti­menti di solidarietà, passioni poli­tiche, nè di credere in una religio­ne e nei suoi dogmi di fede.
E, d’altro canto, come una donna può innamorarsi di un matemati­co, per il suo ‘sapere’, il suo mo­do di fare e di pensare, così la fede può entrare nell’ animo del mate­matico ».
Alcuni matematici, nel corso del­la storia, per spiegare il loro esse­re uomini di fede, hanno addotto argomentazioni provenienti dalla loro esperienza di scienziati.
«Personalmente non mi ha mai entusiasmato la prova ontologica di Anselmo (che un matematico come Cartesio sintetizza affer­mando che ‘l’esistenza di Dio è compresa nella sua essenza’ e che il logico-matematico Kurt Gödel ha formalizzato nel secolo scorso).
Mi ha sempre colpito inve­ce l’argomento di Pascal, riconducibile a quella che oggi si definisce ‘teoria dei giochi’: dopo un’accurata analisi dei pro e dei con­tro, il filosofo-matematico francese (inventore del calcolo delle probabilità) sostiene che la scelta di credere in Dio e in una vita eterna sia più ’conveniente’.
Non ho mai dato troppo peso all’aspet­to utilitaristico, ma ho sempre pensato che sotto questo ragiona­mento razionale ci fosse la spe­ranza che la fatica terrena avrà, per i più sfortunati e per gli ultimi, un senso superiore».
Per alcuni, accettare il mistero è la via migliore per arrivare a un approdo.
«Tra i tanti punti di vista, il mio preferito è sicuramente quello del matematico italiano Ennio De Giorgi, così espresso in un impor­tante intervento sull’Osservatore Romano del 18 novembre 1978: ‘operando come matematico mi sono forzato ad ammettere che: non solo le cose che esistono sono, come è ovvio, più di quelle che conosco, ma per poter parlare del­le cose conosciute sono costretto a fare riferimento a cose scono­sciute ed umanamente inconosci­bili; …perciò il fatto che la religio­ne preveda il mistero appare (al matematico) più come condizio­ne necessaria per la sua credibilità che non come ostacolo all’accet­tarla’.
Ma attenzione, ammonisce più avanti De Giorgi, ‘Dio non può essere ridotto al primo ente autocomprensivo’.
Abbiamo allo­ra la sensazione di non poter ap­plicare categorie puramente logi­che (pensiamo all’umiltà di ascol­to, al ‘beati i puri di cuore’…)».
Nella sua vita c’è un evento che l’ha spinto a credere? «Ho un ricordo personale, forse semplice, ma per me di intenso si­gnificato: a sette anni frequentavo la catechesi per la prima comunione, insegnata da un giovane e brillante sacerdote, don Giampao­lo.
Disegnò sulla lavagna non il so­lito triangolo con l’occhio al cen­tro ma un magnifico cerchio e dis­se: così come capite che il cerchio non ha un punto di inizio e uno di fine, così potete anche capire che Dio è tutto, è inizio e fine al tempo stesso.
Ho sempre pensato che questa lezione sia tra le cose che mi hanno spinto da grande ad oc­cuparmi di quella parte della ma­tematica che è la geometria».
Qui abbiamo il caso della fede che spinge verso la matematica.
«Penso che anche in questo caso De Giorgi avesse ragione quando affermava ‘che è più facile per chi crede accettare il principio fonda­mentale dell’etica scientifica, cioè la ricerca appassionata della ve­rità’, e quindi accettare muta­menti culturali in questa direzio­ne.
Con l’attenzione a tenere ben chiari i vincoli del ragionamento scientifico, perché, citando Gali­leo, ‘non ogni detto della Scrittura è legato a obblighi così severi co­me ogni effetto di natura’.
Lo scienziato ha obblighi-vincoli ri­gorosi nel ragionare: gli derivano dal comportamento della natura dal quale non può prescindere; la mela cade dall’albero, non vola in alto.
Richard.
Feynman, illustre fi­sico teorico, diceva che una cosa è pensare e discutere di un angelo custode, che ognuno può immagi­nare un po’ come vuole; altra cosa è pensare ad esempio al campo e­lettrico, che è soggetto a talmente tante specifiche…».
Oggi si può ancora dire che la matematica è l’anima delle scien­ze e che da essa dipende in gran parte il futuro dell’umanità? «Certo.
Si pensi ad esempio alla possibilità di controllare gli eventi provocati dai cambiamenti clima­tici e ai sofisticati modelli mate­matici necessari per questo, la matematica delle singolarità e del caos.
Proprio la centralità del futu­ro dell’uomo come argomento di fondo della ricerca matematica dovrebbe portare il credente a in­teressarsi della matematica, per­ché questa disciplina fornisce buona parte delle regole interne a tutta la ricerca scientifica.
Indub­biamente il vorticoso sviluppo tecnologico, più che la scienza stessa, ha in questi anni fatto na­scere un’enorme quantità di que­stioni.
Nel mio campo basti pen­sare ai formidabili e irrisolti pro­blemi legati alla complessità ma­tematica intrinseca nelle nuove tecnologie: dalla biologia alla rete mondiale dell’informazione, tutti oggi chiedono alla matematica paradigmi e strumenti concettuali nuovi ed efficienti per poter gesti­re, condividere e sviluppare le nuove scoperte.
Anche per questo la matematica odierna è una scienza ricchissima di nuovi svi­luppi e molti pensano che i pros­simi anni saranno prodigiosi in questo campo.
Problemi in ambiti diversi vengono posti all’umanità dalle nuove tecnologie: sono quel­li riguardanti la libertà e la respon­sabilità: questioni inedite, che an­che la Chiesa, con ragione, solle­va, e sulle quali è possibile e au­spicabile un dialogo aperto e co­struttivo, dato che, citiamo ancora Galileo, ’due verità non possono mai contrariarsi’.
Spero che la fede possa condividere con la scienza la fiducia nelle capacità razionali dell’uomo sulle quali, in buona parte, si fondano le nostre speran­ze di pace e di progresso».
Luigi Dell’Aglio

Globalizzazione della Croce

Professore, il cristianesimo si scoprì iconofilo, “amico” delle immagini, solo in modo progressivo.
Perché? «Ancor oggi, la rappresentazione di Dio nell’arte cristiana è vista come una sorta di paradosso.
Tanto più dagli altri monoteismi, più scettici o addirittura ostili verso le immagini.
Il teologo ebreo Martin Buber ha scritto che “al contempo senza immagine e immaginato è il Dio dei cristiani”.
Parla dell’immagine di un Dio che dovrebbe non avere immagini.
Il dogma cristiano ha infatti sempre sottolineato che per ogni pittore la raffigurazione di Dio è un’impresa impossibile.
L’imitazione del reale, la mimesis, non può essere impiegata, dato che Dio non ha una forma, essendo un Essere puramente spirituale.
Al contempo, a partire dall’arte paleocristiana, Dio è stato espresso progressivamente da un capitale di figure antropomorfe molto familiari e sempre più abituali.
Ma queste immagini, come sottolinea Buber, sono soprattutto un elemento del presente vissuto dei credenti».
In che epoca, la raffigurazione divina acquistò piena legittimità? «Molte residue diffidenze si dissiparono dopo il secondo concilio di Nicea (787).
Grazie anche all’eredità dei Padri della Chiesa, il concilio sostenne in un testo molto preciso che quando si crede nel Verbo incarnato non vi è ragione di rifiutare la sua icona.
Ciò si tradurrà in un diritto di creazione, d’esposizione e di venerazione delle immagini di Cristo, della Vergine, degli Angeli e dei Santi.
Grazie a un chiarimento dogmatico straordinario, verrà stabilita una sorta di piattaforma definitiva sulla legittimità dell’iconografia cristiana».
Quali fattori influenzeranno la proliferazione d’immagini in epoca medievale? «Non ho mai creduto alla teoria del bisogno, fondata su un’opposizione fra autorità e fedeli.
Ovvero, a un bisogno d’immagini rivendicato dal popolo dei fedeli e al quale le autorità ecclesiastiche dovettero cedere.
Di fatto, sono numerosi gli esempi di grandi vescovi teologi che ebbero il gusto delle immagini.
Credo molto più a ciò che definirei il dinamismo espressivo delle forti intuizioni.
Una religione vissuta in modo intenso da una civiltà deve essere espressa.
E dopo le parole, il cristianesimo ha conquistato in modo logico altri registri espressivi, dalle arti plastiche al teatro, dalla musica alla letteratura.
Hanno poi influito fattori più specifici, come la riflessione su certi passaggi evangelici, in particolare di Giovanni, in cui Gesù impiega il verbo “vedere”».
L’arte cristiana porta in sé le tracce dei grandi sconvolgimenti storici? «È molto difficile imporre all’insieme delle rappresentazioni di Dio una periodizzazione fondata sulla storia politica, demografica, economica e persino ecclesiastica.
Fra uno sconvolgimento epocale come la grande peste e le immagini sacre, ad esempio, non vi fu una stretta correlazione.
In un’epoca in cui tutti associavano la peste a una punizione divina, non si osserva un incupimento dello stile.
Questa storia iconica sembra dunque possedere una certa autonomia, un altro ritmo legato alle permanenze profonde del senso della fede».
Quali sono state le epoche di maggiore fioritura? «Fra l’estrema fine dell’XI secolo e la prima metà del XII secolo, in epoca romanica, vengono creati i 5 grandi schemi iconografici della Trinità ancor oggi noti.
Un’altra fase che definirei miracolosa copre la fine del Trecento e l’inizio del Quattrocento.
In queste epoche, gli stili godranno del favore di tutti gli strati della popolazione.
Non si può parlare di un’iconografia delle élite, di un’altra dei borghesi o ancora dei ceti popolari».
L’epoca contemporanea segnerebbe la crisi dell’arte sacra.
Condivide? «In Europa, a partire dalla fine del Seicento, i grandi artisti cominciano ad interessarsi ad altri temi.
Ma non senza momenti di tormento.
Nel suo Autoritratto con Cristo giallo, Gauguin sembrerà dire: come artista autonomo di una nuova generazione, fingo di occuparmi solo di me stesso, ma in realtà continuo a pensare a Lui.
Al contempo, l’immagine sacra migra sempre più negli altri continenti, conoscendo spesso fuori dall’Europa un successo ancor oggi crescente».
In che modi si esprime questa nuova vitalità? «Per fare un solo esempio, l’iconografia della Trinità conosce oggi in Messico un successo senza precedenti.
Ed anche in altri Paesi, si assiste a una sorta di euforia nell’arte sacra.
Inoltre, viviamo nell’epoca della globalizzazione della crocifissione.
Il successo senza precedenti di questo tema pare legato in ogni continente al bisogno di denunciare le ingiustizie e gli orrori del nostro tempo: Nagasaki, la Shoah, il Ruanda, le spoliazioni dei contadini sudamericani e tanto altro.
I drammi contemporanei trovano nell’uomo in croce un’immagine dall’eloquenza insuperabile.
E nessuno poteva prevederlo».
«Le immagini cristiane riguardano soggetti coi quali entrare in relazione intersoggettiva.
In fondo, l’icona è una presenza in vista di un incontro.
A ben guardare, non si tratta di una verità, né dell’illustrazione di un tema, né della presentazione di una tappa o di una storia.
L’icona scavalca l’illustrazione e la narrazione».
Lo storico e teologo domenicano François Boespflug, docente all’Università di Strasburgo, ha maturato questa convinzione dopo oltre 30 anni di ricerche sulla rappresentazione divina lungo la storia del cristianesimo.
Un lavoro adesso condensato nel vasto volume Dieu et ses images.
Une histoire de l’Eternel dans l’art (Dio e le sue immagini.
Una storia dell’Eterno nell’arte), edito in Francia da Bayard.

IV Domenica del tempo ordinario anno A

L’enigma del male «Dobbiamo essere consapevoli», dice Enzo Bianchi, priore della comunità monastica di Bose, «che siamo fragili, esposti al grande enigma del male.
Non ci sono per l’uomo luoghi sicuri, “paradisi”.
Coscienti del nostro limite, dobbiamo respingere ogni pretesa di onnipo-tenza.
Non si tratta, per questa catastrofe, di incolpare Dio, ma neanche noi uomini.
Con la fede, possiamo dire che Dio vuole vincere il male con noi, e l’esito finale sarà la trasfigura-zione dell’universo».
(Da «Famiglia Cristiana», 2005, 3).
Sofferenza materia prima della redenzione Gesù Cristo, venendo sulla terra, ha incontrato tre « creature » di cui il Padre non era il creatore: il peccato, la sofferenza e la morte.
Per ridonare all’uomo pace ed amore, al mondo armonia, doveva vincere il peccato, la sofferenza e la morte.
Tu dici del tuo amico: lo porto nel mio cuore, mi vergogno per lui del suo peccato, la sua sofferenza mi fa male.
È conseguenza dell’amore onnipotente quella d’unire tanto l’amante all’amato, l’amico all’amico, da fargli tutto sposare di lui.
Perché Gesù Cristo amava gli uomini di un amore infinito.
Egli li ha tutti riuniti in Sé: portando tutti i loro peccati, soffrendo tutte le loro sofferenze, morendo della loro morte.
Vittima del suo amore, nel vero senso della parola, Gesù sulla croce dice al Padre Suo: «Nelle tue mani rimetto l’anima mia», la sua anima carica di questa tragica messe: i peccati degli uomini: ecco, Padre, ne prendo la responsabilità e per essi Te ne domando perdono, «cancellali», le sofferenze degli uomini con le mie sofferenze, la loro morte e la mia morte.
Te li offro in penitenza e il Padre Gli ha ridato la VITA: ecco il mistero della Redenzione.
(M.
QUOIST, Riuscire, Sei, Torino, 1962, 190-191).
Il ramo da riattaccare Buddha fu un giorno minacciato di morte da un bandito chiamato Angulimal.
«Sii buono ed esaudisci il mio ultimo desiderio», disse Buddha.
«Taglia un ramo di quell’albe-ro».
Con un colpo solo di spada l’altro eseguì quanto richiesto, poi domandò: «E ora che cosa devo fare?».
«Rimettilo a posto» ordinò Buddha.
Il bandito rise.
«Sei proprio matto se pensi che sia possibile una cosa del genere».
«Invece il matto sei tu, che ti ritieni potente perché sei capace di far del male e distruggere.
Quella è roba da bambini.
La vera forza sta nel creare e risanare».
(Racconto buddista).
Si stupivano della sua dottrina Entrarono in Cafarnao, e subito, entrato di sabato nella sinagoga insegnava loro, insegnava af-finché abbandonassero gli ozi del sabato e cominciassero le opere del Vangelo.
Egli li am-maestrava come uno che ha autorità, non come gli scribi.
Egli non diceva, cioè «questo dice il Signore», oppure «chi mi ha mandato così parla»: ma era egli stesso che parlava, come già prima aveva parlato per bocca dei profeti.
Altro è dire «sta scritto», altro dire «questo dice il Signore», e altro dire «in verità vi dico».
Guardate altrove.
«Sta scritto — egli dice — nella legge: Non uccidere, non ripudiare la sposa».
Sta scritto: da chi è stato scritto? Da Mosè, su comandamento di Dio.
Se è scritto col dito di Dio, in qual modo tu osi dire «in verità vi dico», se non perché tu sei lo stesso che un tempo ci dette la legge? Nessuno osa mutare la legge, se non lo stesso re.
Ma la leg-ge l’ha data il Padre o il Figlio? […] Qualunque cosa tu risponda, l’accetterò volentieri: per me, infatti, l’hanno data ambedue.
Se è il Padre che l’ha data, è lui che la cambia: dunque il Figlio è uguale al Padre, poiché la muta insieme a colui che l’ha data.
Se l’uno l’ha data e l’altro la muta è con uguale autorità che essa è stata data e che viene ora mutata: infatti nessuno che non sia il re può mutare la legge.
Si stupivano della sua dottrina.
Perché, mi chiedo, insegnava qualcosa di nuovo, diceva cose mai udite? Egli diceva con la sua bocca le stesse cose che aveva già detto per bocca dei profeti.
Ecco, per questo si stupivano, perché esponeva la sua dottrina con autorità, e non come gli scribi.
Non parlava come un maestro, ma come il Signore: non parlava per l’auto-rità di qualcuno più grande di lui, ma parlava con la sua propria autorità.
Insomma egli parlava e diceva oggi quello che già aveva detto per mezzo dei profeti.
«Io che parlavo, ec-co, sono qui» [Is 52,6].
(GIROLAMO (347-420), Commento al vangelo di Marco, 2) Il silenzio di Dio Il problema del male con la sua enorme portata di sofferenza prova a fondo la fiducia in Dio del credente e «…molti si arrestano perché dicono: Forse c’è qualcuno là di sopra, però se ci fosse davvero tanto male non ci sarebbe, dunque…
Qui la fede entra nella sua agonia più profonda» è posta di fronte al silenzio di Dio e sembra non aver attenuanti, non aver parole che siano sufficienti, appare…
«intrinsecamente insicura, non è fondata, come diceva Agostino: la mia fede non è fondata, non è un fondamento, la mia fede sta appesa alla croce.
La mia fede non da alcuna sicurezza.
L’esperienza del silenzio di Dio conduce sull’orlo del «forse», un «forse» che per Andrè Neher «sta all’inizio della silenziosa vertigi-ne della libertà»».
(C.M.
MARTINI, Prima sessione della Cattedra dei non credenti, 1987).
Intervista al Padre Aurelio: Di fronte a fenomeni come la guerra in Terra Santa, il male, la sofferenza, come si può spiegare l’Amore misericordioso del Creatore? «Da sempre la sofferenza è la grande e inquietante domanda che sfida la fede in un Dio buono.
È significativo che proprio nella terra del Santo, dove il Signore ha scritto la sua storia di amore e alleanza con un popolo da Lui scelto in vista della salvezza di tutti, pro-prio in quella terra la pace sembra non aver mai trovato casa.
Dai tempi dei patriarchi, all’Esodo e all’entrata in quella terra, come in tutta la storia successiva, il popolo di Israele sembra non avere mai avuto pace.
Ben si addice il pianto e lamento di Gesù sopra Gerusalemme: “Oh, se tu, proprio tu, avessi riconosciuto almeno in questo tuo giorno le cose necessarie alla tua pace! Ma ora es-se sono nascoste agli occhi tuoi” (Lc 19,42).
Dio ha fatto buone tutte le cose, come afferma il ritornello alla fine di ogni giorno della creazione: “E Dio vide ciò che aveva fatto ed era cosa buona” (cfr.
Gen 1).
La Parola del Si-gnore risponde al mistero del male che lacera l’umanità, non con una teoria, ma con la sot-tolineatura di quella libertà che gli uomini, cedendo al tentatore, hanno indirizzato al male anziché al bene, cadendo così nella maledizione (cfr.
Gen 3).
Eppure è proprio di fronte a questa estrema miseria che si rivela l’infinita misericordia di Dio.
S.
Paolo la riassume in una frase: “Dove ha abbondato il peccato ha sovrabbondato la grazia”.
Il Signore si è messo da subito alla ricerca della pecora smarrita (“Adamo, dove sei?”): con una pazienza e tenerezza immensa, parlando e intervenendo molte volte e in diversi modi, per mezzo dei suoi inviati e attraverso gli eventi della storia.
Un amore gratuito che si è rivelato in modo sommo e inimmaginabile nell’incarnazione del Figlio di Dio.
Tutta la vita di Gesù, soprattutto la sua morte e risurrezione è la risposta definitiva di Dio al perché della sofferenza e del male del mondo.
“Dio è amore”, ed è la lontananza da Lui che precipita l’uomo nella morte del male, dell’odio, della violenza cie-ca.
“Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno!”, dirà Gesù morente sulla croce, croce che concentra tutto il male fisico, morale e spirituale che c’è nel mondo.
Lui ha voluto prendere su di sé questo male e sconfiggerlo con la Risurrezione, rive-lando così che l’Amore e la Vita di Dio, sono più grandi del peccato, dell’odio, di ogni forma di male.
(Intervista fatta da Zenit al padre Aurelio Pérez, Superiore generale dei Figli dell’Amore misericordioso (FAM), 13 gennaio 2009).
Le preghiere della vita Tu che vuoi che vinciamo il male con il bene e che preghiamo per chi ci perseguita abbi pietà dei miei nemici, Signore, e di me; e conducili con me nel tuo regno celeste.
Tu che gradisci le preghiere dei tuoi servi, gli uni per gli altri, ricorda la tua grande benevolenza: abbi pietà di coloro che si ricordano di me nelle loro preghiere e che io ricordo nelle mie.
Tu che guardi alla buona volontà e alle opere buone, ricordati, Signore, come se ti pregassero, di quelli che per giusta ragione, per piccola che sia, non dedicano un tempo alla preghiera.
Ricorda Signore, i bambini, gli adulti e i giovani, i maturi e i vegliardi, gli affamati, gli assetati e gli ignudi, i malati, i prigionieri e gli stranieri, i senza amici e i senza sepoltura, i vecchi e i malati, i posseduti dal demonio, i tentati di suicidio, i torturati dallo spirito im-mondo, i disperati e i dubbiosi nell’anima e nel corpo, i deboli, i sofferenti in prigionie e tormenti, i condannati a morte; gli orfani, le vedove, i viandanti, le partorienti e i lattanti, chi si trascina nella schiavitù, nelle miniere e nei ceppi, o nella solitudine.
(Lancelot Andrewes, in Le preghiere dell’umanità, Brescia, 1993).
Per l’elaborazione della «lectio» di questa domenica – oltre al nostro materiale di archivio, ci siamo serviti di: – Temi di predicazione, Napoli, Editrice Domenicana Italiana, 2002-2003; 2005-2006.
– Comunità monastica Ss.
Trinità di Dumenza, La voce, il volto, la casa e le strade.
Tempo di avvento e Natale, Milano, Vita e Pensiero, 2008, pp.
63.
– La Bibbia per la famiglia, a cura di G.
Ravasi, Milano, San Paolo, 1998.
LECTIO – ANNO B Prima lettura: Deuteronomio 18,15-20 Mosè parlò al popolo dicendo: «Il Signore, tuo Dio, susciterà per te, in mezzo a te, tra i tuoi fratelli, un profeta pari a me.
A lui darete ascolto.
Avrai così quanto hai chiesto al Signore, tuo Dio, sull’Oreb, il giorno dell’assemblea, dicendo: “Che io non oda più la voce del Signore, mio Dio, e non veda più questo grande fuoco, perché non muoia”.
Il Signore mi rispose: “Quello che hanno detto, va bene.
Io susciterò loro un profeta in mezzo ai loro fratelli e gli porrò in bocca le mie parole ed egli dirà loro quanto io gli comanderò.
Se qualcuno non ascolterà le parole che egli dirà in mio nome, io gliene domanderò conto.
Ma il profeta che avrà la presunzione di dire in mio nome una cosa che io non gli ho comandato di dire, o che parlerà in nome di altri dèi, quel profeta dovrà morire”».
Tutta la fede biblica è fondata sulla parola di Dio, feconda come la pioggia e la neve (cf.
Is 55,10-11).
Ed è di sempre il problema che essa sia autentica ed efficace.
La prima lettura riporta il passo del Deuteronomio che fa risalire a Mosè l’origine dei profeti, gli inviati di Dio a portare la sua parola, e che ha suscitato pure l’attesa del Messia come profeta.
Il di-scorso è in bocca a Mosè che parla a Israele, al di là del Giordano di fronte a Gerico, sul modo di comunicare con Dio.
Nei versetti che precedono il brano liturgico (Dt 18,9-14), egli esclude perentoriamente che possa farlo l’uomo, perché i suoi mezzi sono del tutto inadeguati e falsi.
Sacrifici uma-ni, divinazione, sortilegio, magia, evocazione dei morti, spiritismo, indovini, incantatori, ecc.
sono un «abominio» davanti a Dio.
Solo Dio può comunicare con l’uomo in modo au-tentico.
Ecco allora la promessa, che risponde alla richiesta già fatta dagli Israeliti al Sinai: dopo Mosè, Dio stesso continuerà a parlare ad Israele, mediante la figura del profeta, del quale tratteggia così le caratteristiche.
Lo susciterà Lui stesso, quindi ne garantirà la vocazione e il carisma.
Sarà un fratello tra fratelli e starà in mezzo a loro: sarà cioè, non uno stravagante, ma una persona normale che vive dentro alle situazioni normali, perché di esse deve capire il senso, per vivere davvero secondo Dio.
Sarà suo porta-parola: «Gli porrò in bocca le mie parole…».
E come tale dovrà essere ascoltato.
Dio poi prospetta un possibile duplice falso profeta: quello che parla falsamente a nome di Dio e quello che parla in nome di falsi dei.
In entrambi i casi è comminata la pena di morte, spiegabile con la rigidità dei tempi e non certo da riesumare.
Testimonia comunque l’im-portanza data alla parola di Dio.
E può far riflettere se la mentalità moderna, assai severa contro le trasgressioni di ordine economico e materiale, non sia invece troppo indifferente e permissiva di fronte agli scandali e alle corrosioni dei valori morali.
Mosè usa sempre il singolare, un profeta, ma con significato collettivo, riferito a tutto il profetismo.
Egli stesso, del resto, condivide il suo spirito profetico con i 70 Anziani (Nm 11,16-30 e Es 18,21-26) e ad essi e ai Leviti dà in consegna la Legge, da custodire, ripetere e attualizzare continuamente (Dt 10,8-9 e 31,9-13.24-27).
Il singolare ha pure fatto attendere il Cristo, come Profeta per eccellenza, come appare da interrogativi dei Giudei (cf.
Gv 1,21.25).
Gesù di Nazaret lo è effettivamente.
Venuto da Dio, si è fatto vero fratello tra fratelli, partecipe del nostro essere e della nostra storia: «Il Verbo si è fatto carne e venne ad abitare in mezzo a noi» (Gv 1,14).
Seconda lettura: 1 Corinzi 7,32-35 Fratelli, io vorrei che foste senza preoccupazioni: chi non è sposato si preoccupa delle cose del Signore, come possa piacere al Signore; chi è sposato invece si preoccupa delle cose del mondo, come possa piacere alla moglie, e si trova diviso! Così la donna non sposata, come la vergine, si preoccupa delle cose del Signore, per essere santa nel corpo e nello spirito; la donna sposata invece si preoccupa delle cose del mondo, come possa piacere al marito.
Questo lo dico per il vostro bene: non per gettarvi un laccio, ma perché vi comportiate degnamente e restiate fedeli al Signore, senza deviazioni.
La seconda lettura riporta uno stralcio delle risposte di Paolo alle domande scritte, su matrimonio e verginità, fattegli pervenire dalla comunità di Corinto e concentrate in 1Cor 7.
Un legame col tema dell’annuncio e dell’ascolto della parola di Dio c’è nelle distinzioni che l’apostolo fa tra quello che dice lui e quello che ha detto il Signore.
Anche lui cerca la parola autentica o quantomeno la traduzione autentica della parola di Cristo nella vita vis-suta.
Quanto alle vergini, delle quali parla in questo brano, ha infatti premesso: «Non ho alcun comando dal Signore, ma do un consiglio, come uno che ha ottenuto misericordia dal Signore e me-rita fiducia» (1Cor 7,25).
Parla quindi come un convertito, ma assunto alla dignità di apo-stolo.
E dà consigli per un comportamento lineare nel proprio stato di vita, conforme alla propria vocazione, senza preoccupazioni che dividano l’animo.
Questo lo vede più facile in chi non è sposato, come la vergine, perché si preoccupa delle cose del Signore.
Mentre chi è sposato si preoccupa delle cose del mondo, di come piacere alla moglie o al marito.
Proteso alla trascendenza e alle realtà ultime, per cose del mondo egli intende quelle prov-visorie di questa vita che passa e per cose del Signore quelle dei valori più profondi ed e-terni.
Ma non è a senso unico quanto dice.
Perché appena prima ha raccomandato: «Ti tro-vi legato a una donna? Non cercare di scioglierti.
Sei sciolto da donna? Non andare a cercarla» (1Cor 7,27).
E all’inizio ha scritto: «Vorrei che tutti fossero come me: ma ciascuno ha il proprio dono da Dio» (1Cor 7,7).
Importante è vivere secondo il dono ricevuto.
Paolo dunque invita ciascuno a vedere il proprio stato di vita come una vocazione da parte del Signore, alla quale dare risposta con una vita autentica, coerente e non divisa.
E ciò è possibile solo nell’ascolto consapevole, continuo e profondo della parola di Dio.
Vangelo: Marco 1,21-28 In quel tempo, Gesù, entrato di sabato nella sinagoga, [a Cafàrnao,] insegnava.
Ed erano stupiti del suo insegnamento: egli infatti insegnava loro come uno che ha autorità, e non come gli scribi.
Ed ecco, nella loro sinagoga vi era un uomo posseduto da uno spirito impuro e cominciò a gridare, dicendo: «Che vuoi da noi, Gesù Nazareno? Sei venuto a rovinarci? Io so chi tu sei: il santo di Dio!».
E Gesù gli ordinò severamente: «Taci! Esci da lui!».
E lo spirito impuro, straziandolo e gridando forte, uscì da lui.
Tutti furono presi da timore, tanto che si chiedevano a vicenda: «Che è mai questo? Un insegnamento nuovo, dato con autorità.
Comanda persino agli spiriti impuri e gli obbediscono!».
La sua fama si diffuse subito dovunque, in tutta la regione della Galilea.
Esegesi La liberazione di un indemoniato è il primo miracolo che Marco racconta.
Con esso egli introduce la descrizione di un sabato tipico di Gesù a Cafarnao.
Ma in primo piano mette il suo insegnamento, lui che poi si sofferma più sui fatti che sui discorsi.
Riporta, infatti, un episodio accaduto durante la liturgia della parola, nel culto sinagogale.
E sviluppa il rac-conto in tre momenti, che mostrano come la parola nuova di Cristo ha provocato e com-piuto il miracolo.
Dapprima (vv.
21-22), riferisce sommariamente l’insegnamento di lui nella sinagoga e lo stupore di tutti, perché lo fa «con autorità» e non come gli scribi.
Poi racconta il miracolo (vv.
23-26), compiuto dopo uno scontro verbale con un uomo, che si è messo a gridargli contro.
L’uomo è posseduto da uno «spirito immondo», detto così perché lo spinge lontano da Dio e a comportamenti indegni.
Egli riconosce che Gesù, al-l’opposto, è «il santo di Dio», cioè tutto dedito a lui e rivestito delle sue perfezioni.
Lo deve aver percepito dalle sue parole e dai suoi atteggiamenti.
E si è messo in agitazione perché avverte lucidamente che ciò comporta la rovina del dominio diabolico.
Ma con arroganza contesta a Cristo il diritto di intromettersi, usando un plurale col quale si identifica con tutte le potenze demoniache e nel quale pare voler coinvolgere anche gli uditori, presu-mendoli dalla sua parte.
Al demonio Gesù prima comanda di tacere e poi di uscire da quell’uomo.
Ciò avviene tra convulsioni e grida ancora più forti, provocate dal potere sconvolgente della parola di Dio.
Si è trattato di un esorcismo, ma si può dire che tante re-sistenze a Dio sono fatte di contorcimenti e strepiti di vario genere, che si placano solo a partire dal silenzio delle nostre parole e dal lasciarsi prendere dalla forza della parola di Dio.
Infine (vv.
27-28) Marco torna sulla meraviglia generale, ancora più grande dopo il mi-racolo, accompagnata da timore reverenziale, di fronte alla potenza di Dio, e da interroga-tivi su che cosa questo significhi per tutti nella lotta contro il demonio.
La risposta viene dalla differenza, rimarcata in tutto il racconto, fra l’insegnamento di Gesù e quello degli scribi.
Gli scribi insegnavano, commentando i testi sacri, con tante sot-tigliezze, elucubrazioni, accomodamenti interessati, per i quali si appellavano alle tradi-zioni e ai maestri umani: un insegnamento formalistico e sterile, che può ripetersi fra i cri-stiani.
Gesù invece insegna con autorità.
Cioè, egli parla a nome proprio, con la propria autorità divina: «Ma io vi dico…».
Parla con la coerenza della vita, diversamente dagli scri-bi e farisei, che dicono e non fanno (cf.
Mt 23,2-3).
E la sua parola produce quello che af-ferma, in particolare ha la forza di contrapporsi al demonio e di vincerlo.
Perché egli va al valore originario della parola di Dio e la propone come una semente da sviluppare, non come una teoria sulla quale dissertare o come un formalismo da assumere.
Meditazione Il passo del Deuteronomio, proposto come prima lettura, annuncia la volontà di Dio di «suscitare» un profeta che avrà l’autorità di Mosè e dalla cui bocca usciranno parole pro-venienti dal Signore stesso.
L’ascolto del profeta diviene dunque ascolto di Dio perché u-nica è la parola sulla bocca dell’uno e dell’altro.
L’autorità del profeta non ha altra origine che in questo essere portavoce di Dio, in questo far risuonare la voce di un Altro; nel mo-mento stesso in cui egli ritorna a dare spazio alla propria voce (cioè a dire cose che Dio non gli ha comandato: v.
20) perde la propria autorità e, con essa, la propria identità (non è più un autentico pro-feta, perché il suo «dire pro» torna ad essere un «dire proprio»).
Nel racconto evangelico di questa domenica (Mc 1,21-28), ciò che provoca meraviglia e stupore negli abitanti di Cafarnao è proprio l’autorità con cui Gesù parla e insegna (v.
22).
Un’autorità riconosciuta e temuta anche dai demoni: «Comanda persino agli spiriti impuri e gli obbediscono!» (v.
27).
È sintomatico che Marco, per mettere in risalto l’autorità della parola di Gesù, non ci ri-porti un suo bel discorso ma ci racconti la cacciata di un demonio, ci narri l’episodio di un esorcismo.
È questo il primo atto pubblico del ministero di Gesù secondo il vangelo di Marco e, come tale, possiamo pensare che rivesta un’importanza non secondaria.
Si può leggere infatti in questo episodio, come in filigrana, tutta la missione di Gesù che ci appare come una grande lotta contro le forze ostili del male, come un’incessante scontro con colui che la tradizione biblica chiama «Satana», l’avversario per eccellenza di Dio e dell’uomo.
Quella che Gesù ingaggia non è una lotta a difesa delle sue prerogative divine ma è una lotta intrapresa esclusivamente a favore dell’uomo, per la sua liberazione.
La volontà di Ge-sù, che emerge da tutti questi racconti di esorcismi e guarigioni (che l’evangelista Marco, più di ogni altro, ha cura di farci conoscere), è infatti quella di liberare l’uomo da ogni forma di male e di oppressione, da ogni potere che schiaccia la libertà e riduce in schiavitù, per ristabilirlo in quella condizione originaria di creatura fatta «a immagine e somiglianza di Dio», quell’immagine che Satana cerca in tutti i modi di deformare.
E forse non è un ca-so che qui l’esorcismo viene compiuto in giorno di sabato: il settimo giorno, il giorno del compimento della creazione, il giorno della signoria del Signore su tutto il creato e su tutti gli esseri umani.
In questo giorno non ci può essere posto per un’altra signoria – quella di Satana – che, anziché liberare e dare dignità, schiavizza sottomettendo l’uomo a un’autorità nefasta e dispotica.
Ciò che Gesù compie, cacciando il demonio in giorno di sabato, si può allora vedere come un atto di ri-creazione, come un atto che anticipa e manifesta quel mon-do nuovo che ha già inizio con l’irrompere del regno di Dio nella storia dell’uomo (cfr.
Mc 1,15).
È da notare un tratto caratteristico di questo gesto: Gesù, per domare lo spirito immon-do, si affida alla potenza della sola parola.
Non si serve di particolari riti o gesti magici, in uso presso gli esorcisti del suo tempo, ma con una sola parola allontana e riduce all’impo-tenza il demonio: «Taci! Esci da lui!» (v.
25).
La sua è una parola forte ed efficace, che rea-lizza ciò che dice, proprio come l’originaria parola creatrice di Dio attraverso la quale il mondo fu fatto («E Dio disse: “Sia la luce!”.
E la luce fu…»).
L’autorità di Gesù, che questa parola rivela, non ha un’origine umana, ma viene dall’Alto; è l’autorità di colui che si pre-senta come l’inviato definitivo di Dio, il suo profeta ultimo (cfr.
Dt 18,15s.), colui che rende presente nelle sue parole e nel suo agire la signoria di Dio.
La gente coglie immediatamen-te la diversità che emerge tra l’insegnamento di Gesù e quello degli scribi: nelle sue parole si sente vibrare qualcosa di più e di diverso di una semplice lezione imparata alla scuola della Tradizione…
La figura di quest’uomo posseduto da uno «spirito impuro» ci riporta al problema della presenza oscura e ostile del male – in tutte le sue manifestazioni – nel nostro mondo e nella nostra esistenza.
Di fronte a questa presenza riconosciamo tutta la nostra impotenza, tutta la nostra debolezza: siamo infatti incapaci di liberarci dal dominio del male affidandoci unicamente alle nostre sole forze.
Forse per questo Gesù, a conclusione della preghiera del Padre Nostro, ha posto quella invocazione che assume la forma di un accorato grido: «Ma liberaci dal Male!».
Come quell’indemoniato, abbiamo bisogno di gridare a Dio tutta la no-stra oppressione, tutta la nostra schiavitù, tutto il nostro «andare in rovina» se non so-praggiunge presto una liberazione.
Solo l’umile riconoscimento del proprio bisogno di sal-vezza e di liberazione può aprirci la via verso la redenzione, verso la guarigione della pro-pria umanità ancora malata e irredenta.

Bibbia, nuova è un bestseller

Non più, quindi “svegliatosi”, ma “svegliò”; non più “locuste”, ma “cavallette”.
«Una grande attenzione è stata posta anche alla traduzione dei nomi geografici o di persona.
Per esempio, attualmente lo stesso lago è trascritto in tre modi diversi: Genèsaret, Chinarot e Kinarot; adesso è sempre Chinaròt».
Per i salmi, poi, «è stata scelta la numerazione ebraica (per cui, ad esempio, il Miserere non è più il 50, ma il 51».
E ci sono cambiamenti anche nei contenuti: «l’inizio del Salmo 65 nella precedente edizione Cei era: “A te si deve lode, o Dio, in Sion”.
Ora si legge: “Per te il silenzio è lode, o Dio, in Sion”».
Profondi cambiamenti ci sono anche in alcuni libri, ad esempio quello di Ester e il Siracide, perché proprio la ricerca di rigore scientifico ha portato a scelte nuove per il lettore non specialista.
«Ci sono circa 6.000 lingue.
In 4.000 di queste non c’è traduzione della Bibbia, né parziale, né totale», ha ricordato durante la presentazione Monsignor Vincenzo Paglia.
«Noi siamo fortunati ad avere addirittura una nuova traduzione, e oltretutto una traduzione che è già stata adottata nelle celebrazioni domenicali, cosa molto importante perché aiuta la memoria.
Memorizzare versi e brani è importante perché imparare a parlare con le parole della Bibbia vuol dire toccare almeno il lembo del mantello di Gesù.
E pregare solo con il nostro linguaggio vuol dire ignorare quello di Dio».
La Bibbia, peraltro, è un libro ancora presente nelle case.
Monsignor Paglia ha infatti citato l’indagine fatta dalla Federazione Biblica Internazionale in sedici Paesi dell’Europa e dell’America, e presentata al recente Sinodo dei vescovi.
«La stragrande maggioranza degli italiani ha la Bibbia in casa.
Probabilmente è un oggetto da scaffale, ma forse questa nuova traduzione può aiutarla a farla passare dallo scaffale al comodino».
Proprio la Bibbia, infatti, «in un mondo globalizzato è la nuova frontiera a cui chiamare tutti.
E resta un libro tra i più amati, in tutti i Paesi, da Mosca a Washington; uno dei volumi da cui ci attende una prospettiva per la propria vita.
La maggior parte della popolazione (tranne in Francia), ritiene che la Bibbia debba essere insegnata nelle scuole, perché senza un aiuto alla lettura rischia di diventare un libro chiuso, difficilmente interpretabile.
Inoltre c’è un recupero dell’indispensabile legame tra Bibbia e comunità: è il momento di sviluppare l’impegno di tutti i cristiani a rifrequentare assieme le Scritture».
Anche secondo Gabriella Caramore (autrice di “Uomini e Profeti”, Radio-Rai3), questa nuova edizione arriva in un momento in cui «si sente forte il bisogno che la conoscenza della Bibbia venga recuperata all’interno della cultura personale ” accanto alle scienze, alle arti eccetera “, non solo dei credenti, ma di tutti», ha detto.
«Senza conoscenza approfondita e continuata della Bibbia, infatti, non si possono capire le categorie che accompagnano la nostra storia.
Quale memoria possiamo avere se non abbiamo assimilato la memoria biblica? Quale idea di libertà se non sappiamo che biblicamente essa passa attraverso l’amore, è un dono di Dio al suo popolo, e non un diritto da rivendicare? Quale idea di sapienza senza conoscere Qoelet, quale idea della politica senza la dimensione della profezia che indica il bene per la comunità e non per il singolo? Per questo la conoscenza della Bibbia è importante anche da un punto vista laico, per tutti».
Quattrocentomila copie vendute o prevendute in pochi mesi: la Bibbia nella nuova traduzione ” anche se non entra mai nelle classifiche dei libri ” ha successo, tanto che si prevede per gennaio una seconda edizione.
Parliamo, naturalmente, dell’edizione Uelci, l’associazione di editori cattolici che hanno curato e distribuito l’edizione economica della nuova tradizione.
E che hanno sfidato la tradizione mettendola in vendita anche nei centri commerciali, autogrill, blockbuster e aeroporti.
Durante la presentazione del volume, a Roma nel contesto della Fiera «Più libri, più liberi», padre Giuseppe Danieli (già presidente della Associazione Biblica Italiana e coordinatore del gruppo dei traduttori) ha ricordato che il lavoro è iniziato esattamente vent’anni fa, nel 1988, e ha tenuto conto delle indicazioni che Paolo VI aveva dato nel ’65 quando si era cominciato a lavorare alla traduzione poi pubblicata nell’86: dare alla Chiesa una Bibbia a livello degli studi biblici moderni, e tale che possa servire soprattutto nella liturgia.
«Per questo, dove possibile siamo partiti dagli originali ebraici, aramaici, greci, e non dalla traduzione latina.
Ma volevamo una lingua semplice, e quindi siamo stati attenti a rinnovare il linguaggio, usando il più possibile termini in uso oggi».

Il giorno della memoria

“Si avvicina il Giorno della Memoria e crescono i dubbi sulla tenuta della ricorrenza”.
Comincia in questo modo una riflessione di Elena Loewenthal sulla Stampa di Torino dello scorso 24 gennaio sul senso e l’utilità civile della celebrazione.
Il Giorno della Memoria – osserva – incontra innanzitutto il rischio che ogni forma di ritualizzazione comporta: la perdita di pregnanza.
“A scuola il Giorno della Memoria si carica di aspettative troppo alte: non didattiche ma etiche.
Il metodo più efficace per (presumere di) arrivare a questi obiettivi si rivela la ricerca dell’effetto.
E così, il ricordo finisce per diventare qualcosa di astratto”.
L’accostamento tra gli ebrei di oggi e i fatti che li coinvolgono è troppo facile.
“L’imminente Giorno della Memoria è diventato un «soggetto» della guerra di Gaza.
E allora s’imbrattano muri di scritte antisemite (Torino), s’infangano cimiteri ebraici (Pisa), si disdicono celebrazioni del Giorno della Memoria (Catalogna), si grida: viva Hamas, ebrei nelle camere a gas (Olanda)” o si pensa di celebrare in alternativa a scuola (Roma) la giornata della memoria dei bambini palestinesi.
“La Shoah – conclude la Loewenthal – diventa codice interpretativo della guerra a Gaza.
Non si tratta solo di opinioni azzardate, d’incompetenza allo sbaraglio.
È anche un effetto del Giorno della Memoria: più s’avvicina, più diventa comodo strumento per denigrare l’oggi.
Per isolare ancora una volta l’esperienza ebraica, che sia dentro la Shoah o nell’attualità.
Liquidarla con categorie prefabbricate”.
27 gennaio 2009 – la memoria dei perseguitati Se questo è un uomo Voi che vivete sicuri Nelle vostre tiepide case; Voi che trovate tornando la sera Il cibo caldo e visi amici: Considerate se questo è un uomo Che lavora nel fango Che non conosce la pace Che lotta per mezzo pane Che muore per un sì e per un no Considerate se questa è una donna Senza capelli e senza nome Senza più forza di ricordare Vuoti gli occhi e freddo il grembo Come una rana d’inverno: Meditate che questo è stato: Vi comando queste parole: Scolpitele nel vostro cuore Stando in casa andando per via, Coricandovi alzandovi; Ripetetele ai vostri figli: O vi si sfaccia la casa, La malattia vi impedisca, I vostri cari torcano il viso da voi.
Primo Levi Prima vennero per gli ebrei Prima vennero per gli ebrei e io non dissi nulla perché non ero ebreo.
Poi vennero per i comunisti e io non dissi nulla perché non ero comunista.
Poi vennero per i sindacalisti e io non dissi nulla perché non ero sindacalista.
Poi vennero a prendere me.
E non era rimasto più nessuno che potesse dire qualcosa.” Martin Niemoeller (Pastore evangelico deportato a Dachau)

Cristo con gli alpini

CARLO GNOCCHI,  Cristo con gli alpini, Mursia, Milano, 2008, pp.
125, euro 14 Cristo con gli alpini non è un’opera qualunque.
Non è, insomma, un diario, un resoconto, una cronaca, una confessione, ma è un atto di fede gettato nella follia della guerra, un gesto di speranza dedicato a coloro che ormai non ripetevano più questa parola, uno slancio d’amore che replica ai colpi della violenza.
Per questo don Carlo porta Cristo al fronte, o meglio lo conduce nella disperazione degli accerchiamenti dove si consumavano le ultime forze.
Prosa semplice, piccoli esempi e un cuore immenso fanno di questo libro un documento prezioso.
Le pagine dedicate a Giorgio, il bambino che ha perso tutto e poi muore, sono più eloquenti di tutte le analisi degli storici.
Leggendole si capisce perché “tocca alla morte rivelare profonde e arcane somiglianze”; perché nei loro corpicini senza vita era racchiusa la vera condanna della guerra, il prezzo “per le colpe di tutti”.
Con un incedere commovente, don Carlo Gnocchi vedendo il piccolo corpo di Giorgio lascia sulle pagine queste frasi piene di verità che mancano ai trattati: “Quante volte l’avevo già incontrato nella mia vita di guerra! Nella ferale teoria dei fanciulli in attesa degli avanzi del rancio o randagi a cercarlo fra le immondizie; nei bambini febbricitanti e morenti sui miserabili giacigli delle isbe russe o dei tuguri albanesi; nei cadaveri stecchiti dei bimbi morti di fame o di pestilenza, sulle strade della Russia, della Croazia o della Grecia”.
Giorgio era diventato uguale a tutte quelle vittime innocenti travolte dalla guerra, che continuarono la loro agonia quando le armi tacquero e gli eserciti si allontanarono.
Lo sguardo di don Carlo è dedicato ai suoi alpini, alla popolazione incontrata, ma si carica di commozione con questi bambini.
I soldati cercano di rompere l’accerchiamento, le loro canzoni alleviano le immense solitudini della disperazione, ma i bambini mutilati non gli concedono pace.
Il suo spirito e il suo cuore ritornano in quella infelicità concreta dei loro corpicini mutilati.
Mezzo secolo prima, nella medesima terra che a un certo punto don Carlo chiama per disperazione “lurida”, uno scrittore tra i più grandi, Fëdor Dostoevskij, chiese direttamente a Dio: “Signore, perché i bambini muoiono?”.
Non ebbe risposta.
Rifece la domanda, più volte.
Don Carlo ritraduce il quesito con il piccolo Bruno.
Si chiede, gli chiede: “Ora, piccolo Bruno, come farai?”.
E due righe più avanti: “Come potrai fare senza manine?”.
Il libro si chiude con questa domanda che, anche in tal caso, non è seguita da una risposta.
Tuttavia noi la conosciamo: è il resto della vita di don Carlo a fornircela.
Insomma, tornato dalla Russia, accomiatatosi dai suoi alpini, diede vita a quell’opera che continua ancora oggi sorretta dal miracolo del suo amore.
Dedicò se stesso ai mutilatini e ai piccoli invalidi di guerra, fondando per essi una vastissima rete di collegi.
All’infanzia derelitta e minorata rispose agendo, facendo, cercando di alleviarne i problemi.
Per molti aspetti la sua vita spiega quelle domande che si pose al tempo di guerra.
Come dire: partì con gli alpini, riuscì a fare il sacerdote in Russia, conobbe gli orrori dei massacri, si pose domande alle quali non c’erano risposte e poi mise tutto nelle mani di Cristo.
Riproporre Cristo con gli alpini significa conoscere un po’ di più la guerra e la Russia; soprattutto queste pagine spiegano l’inizio di un miracolo.
Ha scritto don Carlo, tra l’altro: “Ogni opera dell’uomo naufraga silenziosamente in questa uguaglianza monotona e sterminata”.
Di chi stava parlando? Certo, della Russia, ma forse anche di lui stesso.
Nella ritirata, dove i soldati erano “mucchi di stracci che si trascinavano”, “larve inebetite dal freddo e dalla fame”, quegli spazi infiniti hanno acceso in un cappellano un’idea d’amore.
Non è il caso di spiegare ulteriormente perché, come sempre, essa si vede ma non si dimostra, si tocca ma non si afferra.
Armando Torno (©L’Osservatore Romano – 24 gennaio 2009)

La Rete e la Chiesa: un mondo digitale accessibile a tutti

Destinate a incontrarsi Internet è una realtà che ormai fa parte della vita quotidiana di molte persone.
Se fino a qualche tempo fa era legata all’immagine di qualcosa di tecnico, che richiedeva competenze specifiche sofisticate, oggi è diventato un luogo da frequentare per stare in contatto con gli amici che abitano lontano, per leggere le notizie, per comprare un libro o prenotare un viaggio, per condividere interessi e idee.
L’avvento di internet è stato, certo, una rivoluzione.
E tuttavia è una rivoluzione che potremmo definire “antica”, cioè con salde radici nel passato: replica antiche forme di trasmissione del sapere e del vivere comune, ostenta nostalgie, dà forma a desideri e valori antichi quanto l’essere umano.
Quando si guarda a internet occorre non solo vedere le prospettive di futuro che offre, ma anche i desideri e le attese che l’uomo ha sempre avuto e alle quali prova a rispondere: comunicazione, relazione e conoscenza.
Internet si sta decisamente evolvendo, trasformandosi in una piattaforma relazionale.
Non è più un agglomerato di siti web isolati e indipendenti tra loro, seppure collegati e messi in rete, ma è da considerare come l’insieme delle capacità tecnologiche raggiunte dall’uomo nell’ambito della diffusione e della condivisione dell’informazione e del sapere.
La Rete permette la partecipazione e la diffusione dei contenuti multimediali (testi, immagini e suoni) che vengono prodotti dagli stessi utenti, i cosiddetti consumer generated media.
Ogni informazione (un’immagine, un video, una registrazione audio, un link, un testo, …) entra in una rete di relazioni di persone che collega tra loro i contenuti e ne potenzia ed estende il valore e il significato.
Da sempre la Chiesa ha nell’annuncio di un messaggio e nelle relazioni di comunione due pilastri fondanti del suo essere.
La Chiesa è dunque naturalmente presente – ed è chiamata ad esserlo – lì dove l’uomo sviluppa la sua capacità di conoscenza e di relazione.
Ecco perché la Rete e la Chiesa sono due realtà da sempre destinate a incontrarsi: internet non è un semplice “strumento” di comunicazione che si può usare o meno, ma un “ambiente” culturale, che determina uno stile di pensiero e crea nuovi territori e nuove forme di educazione, contribuendo a definire anche un modo nuovo di stimolare le intelligenze e di costruire la conoscenza e le relazioni.
L’uomo infatti non resta immutato dal modo con cui manipola il mondo: a trasformarsi non sono soltanto i mezzi con i quali comunica, ma l’uomo stesso e la sua cultura.
La Chiesa dunque, per attuare sino in fondo la sua missione, ha bisogno di vivere nella Rete e incarnare in essa il messaggio del Vangelo.
Internet, che si basa su una logica delle “connessioni” (links e networks), abbatte distanze spazio-temporali prima valicabili con difficoltà o a costi proibitivi.
L’ambiente telematico diffuso unisce i popoli grazie alla crescita dell’integrazione sociale, mette in circolo il pensiero e le culture, fa cadere le barriere dei particolarismi.
Si tratta di un’opportunità per le relazioni interne alla Chiesa, ma anche per la comunicazione tra la Chiesa e il mondo.
Infatti la Chiesa, proprio in quanto “corpo vivo”, come afferma la Communio et progressio (n.
116-117), ha bisogno dell’opinione pubblica.
Grazie alla Rete la Chiesa può ascoltare più chiaramente la voce dell’opinione pubblica ed entrare in continuo dibattito con il mondo circostante.
La peculiarità della comunicazione in Rete è infatti l’interattività bidirezionale, che sta già facendo svanire la vecchia distinzione tra chi comunica e chi riceve la comunicazione.
Certo, la Chiesa non è mai e in nessun caso “prodotto” della comunicazione, e la fede non è fatta soltanto di informazioni, né è luogo di mera “trasmissione”, cioè non è una pura “emittente”.
Essa è luogo di “comunicazione” e “testimonianza” vissuta del messaggio che si “annuncia” e che si celebra in seno a una comunità umana in carne e ossa.
Il rapporto diretto, proprio della Rete, tra centro e qualsiasi punto della periferia espone al rischio di formare un’abitudine all’inutilità della mediazione incarnata in un certo momento e in un certo luogo.
E tuttavia è anche vero che si aprono contesti e orizzonti di relazione prima impensabili o forse, al massimo, intuiti da geni religiosi come Pierre Teilhard de Chardin.
Le nuove tecnologie informatiche e telematiche sono entrate anche nel grande campo della pastorale e dello studio sulle nuove possibilità per il ministero.
Molti pastori e formatori sono in Rete per creare occasione di incontro e di annuncio, ma anche di confronto aperto lì dove la gente si incontra.
Oggi internet è, di fatto, un luogo di incontro, dove sta emergendo un differente concetto di “prossimo”, ancora tutto da studiare.
Se è necessario, oggi più che mai, interrogarsi sul modo in cui internet comincia a cambiare il modo di percepire le relazioni umane, allora è anche necessario confrontarsi con le conseguenze che ciò può avere nella Chiesa, che non è una rete di relazioni orizzontali immanenti, ma ha sempre un principio e un fondamento “esterno”.
L’agire comunicativo della Chiesa ha in questo dono il suo fondamento e la sua origine.
Comunque la reticolarità della vite nei cui tralci scorre una medesima linfa non è lontanissima dall’immagine di internet: la Rete è immagine della Chiesa nella misura in cui la si intende come un corpo che è vivo se tutte le relazioni al suo interno sono vitali.
Poi l’universalità della Chiesa e la missione dell’annuncio “a tutte le genti” rafforzano la percezione che la Rete possa essere un modello.
In ogni caso la Chiesa stessa è chiamata a vivere nel mondo, il quale non può non determinarne anche la figura concreta, storica e i modelli di comunione possibili.
Tirarsi indietro timidamente per paura della tecnologia o per qualche altro motivo non è più accettabile.
di Antonio Spadaro (©L’Osservatore Romano – 24 gennaio 2009) Gli strumenti della comunicazione digitale devono favorire la cooperazione tra i popoli e non “incrementare il divario che separa i poveri dalle nuove reti che si stanno sviluppando al servizio dell’informazione e della socializzazione umana”.
Lo afferma il Papa nel messaggio per la 43 ª Giornata mondiale delle comunicazioni sociali, che si celebra il prossimo 24 maggio sul tema “Nuove tecnologie, nuove relazioni.
Promuovere una cultura di rispetto, di dialogo, di amicizia”.
Cari fratelli e sorelle, in prossimità ormai della Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali, mi è caro rivolgermi a voi per esporvi alcune mie riflessioni sul tema scelto per quest’anno: Nuove tecnologie, nuove relazioni.
Promuovere una cultura di rispetto, di dialogo, di amicizia.
In effetti, le nuove tecnologie digitali stanno determinando cambiamenti fondamentali nei modelli di comunicazione e nei rapporti umani.
Questi cambiamenti sono particolarmente evidenti tra i giovani che sono cresciuti in stretto contatto con queste nuove tecniche di comunicazione e si sentono quindi a loro agio in un mondo digitale che spesso sembra invece estraneo a quanti di noi, adulti, hanno dovuto imparare a capire ed apprezzare le opportunità che esso offre per la comunicazione.
Nel messaggio di quest’anno, il mio pensiero va quindi in modo particolare a chi fa parte della cosiddetta generazione digitale: con loro vorrei condividere alcune idee sullo straordinario potenziale delle nuove tecnologie, se usate per favorire la comprensione e la solidarietà umana.
Tali tecnologie sono un vero dono per l’umanità: dobbiamo perciò far sì che i vantaggi che esse offrono siano messi al servizio di tutti gli esseri umani e di tutte le comunità, soprattutto di chi è bisognoso e vulnerabile.
L’accessibilità di cellulari e computer, unita alla portata globale e alla capillarità di internet, ha creato una molteplicità di vie attraverso le quali è possibile inviare, in modo istantaneo, parole ed immagini ai più lontani ed isolati angoli del mondo: è, questa, chiaramente una possibilità impensabile per le precedenti generazioni.
I giovani, in particolare, hanno colto l’enorme potenziale dei nuovi media nel favorire la connessione, la comunicazione e la comprensione tra individui e comunità e li utilizzano per comunicare con i propri amici, per incontrarne di nuovi, per creare comunità e reti, per cercare informazioni e notizie, per condividere le proprie idee e opinioni.
Molti benefici derivano da questa nuova cultura della comunicazione: le famiglie possono restare in contatto anche se divise da enormi distanze, gli studenti e i ricercatori hanno un accesso più facile e immediato ai documenti, alle fonti e alle scoperte scientifiche e possono, pertanto, lavorare in équipe da luoghi diversi; inoltre la natura interattiva dei nuovi media facilita forme più dinamiche di apprendimento e di comunicazione, che contribuiscono al progresso sociale.
Sebbene sia motivo di meraviglia la velocità con cui le nuove tecnologie si sono evolute in termini di affidabilità e di efficienza, la loro popolarità tra gli utenti non dovrebbe sorprenderci, poiché esse rispondono al desiderio fondamentale delle persone di entrare in rapporto le une con le altre.
Questo desiderio di comunicazione e amicizia è radicato nella nostra stessa natura di esseri umani e non può essere adeguatamente compreso solo come risposta alle innovazioni tecnologiche.
Alla luce del messaggio biblico, esso va letto piuttosto come riflesso della nostra partecipazione al comunicativo ed unificante amore di Dio, che vuol fare dell’intera umanità un’unica famiglia.
Quando sentiamo il bisogno di avvicinarci ad altre persone, quando vogliamo conoscerle meglio e farci conoscere, stiamo rispondendo alla chiamata di Dio – una chiamata che è impressa nella nostra natura di esseri creati a immagine e somiglianza di Dio, il Dio della comunicazione e della comunione.
Il desiderio di connessione e l’istinto di comunicazione, che sono così scontati nella cultura contemporanea, non sono in verità che manifestazioni moderne della fondamentale e costante propensione degli esseri umani ad andare oltre se stessi per entrare in rapporto con gli altri.
In realtà, quando ci apriamo agli altri, noi portiamo a compimento i nostri bisogni più profondi e diventiamo più pienamente umani.
Amare è, infatti, ciò per cui siamo stati progettati dal Creatore.
Naturalmente, non parlo di passeggere, superficiali relazioni; parlo del vero amore, che costituisce il centro dell’insegnamento morale di Gesù: “Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore e con tutta la tua anima, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza” e “Amerai il tuo prossimo come te stesso” (cfr.
Mc 12, 30-31).
In questa luce, riflettendo sul significato delle nuove tecnologie, è importante considerare non solo la loro indubbia capacità di favorire il contatto tra le persone, ma anche la qualità dei contenuti che esse sono chiamate a mettere in circolazione.
Desidero incoraggiare tutte le persone di buona volontà, attive nel mondo emergente della comunicazione digitale, perché si impegnino nel promuovere una cultura del rispetto, del dialogo, dell’amicizia.
Pertanto, coloro che operano nel settore della produzione e della diffusione di contenuti dei nuovi media non possono non sentirsi impegnati al rispetto della dignità e del valore della persona umana.
Se le nuove tecnologie devono servire al bene dei singoli e della società, quanti ne usano devono evitare la condivisione di parole e immagini degradanti per l’essere umano, ed escludere quindi ciò che alimenta l’odio e l’intolleranza, svilisce la bellezza e l’intimità della sessualità umana, sfrutta i deboli e gli indifesi.
Le nuove tecnologie hanno anche aperto la strada al dialogo tra persone di differenti paesi, culture e religioni.
La nuova arena digitale, il cosiddetto cyberspace, permette di incontrarsi e di conoscere i valori e le tradizioni degli altri.
Simili incontri, tuttavia, per essere fecondi, richiedono forme oneste e corrette di espressione insieme ad un ascolto attento e rispettoso.
Il dialogo deve essere radicato in una ricerca sincera e reciproca della verità, per realizzare la promozione dello sviluppo nella comprensione e nella tolleranza.
La vita non è un semplice succedersi di fatti e di esperienze: è piuttosto ricerca del vero, del bene e del bello.
Proprio per tale fine compiamo le nostre scelte, esercitiamo la nostra libertà e in questo, cioè nella verità, nel bene e nel bello, troviamo felicità e gioia.
Occorre non lasciarsi ingannare da quanti cercano semplicemente dei consumatori in un mercato di possibilità indifferenziate, dove la scelta in se stessa diviene il bene, la novità si contrabbanda come bellezza, l’esperienza soggettiva soppianta la verità.
Il concetto di amicizia ha goduto di un rinnovato rilancio nel vocabolario delle reti sociali digitali emerse negli ultimi anni.
Tale concetto è una delle più nobili conquiste della cultura umana.
Nelle nostre amicizie e attraverso di esse cresciamo e ci sviluppiamo come esseri umani.
Proprio per questo la vera amicizia è stata da sempre ritenuta una delle ricchezze più grandi di cui l’essere umano possa disporre.
Per questo motivo occorre essere attenti a non banalizzare il concetto e l’esperienza dell’amicizia.
Sarebbe triste se il nostro desiderio di sostenere e sviluppare on-line le amicizie si realizzasse a spese della disponibilità per la famiglia, per i vicini e per coloro che si incontrano nella realtà di ogni giorno, sul posto di lavoro, a scuola, nel tempo libero.
Quando, infatti, il desiderio di connessione virtuale diventa ossessivo, la conseguenza è che la persona si isola, interrompendo la reale interazione sociale.
Ciò finisce per disturbare anche i modelli di riposo, di silenzio e di riflessione necessari per un sano sviluppo umano.
L’amicizia è un grande bene umano, ma sarebbe svuotato del suo valore, se fosse considerato fine a se stesso.
Gli amici devono sostenersi e incoraggiarsi l’un l’altro nello sviluppare i loro doni e talenti e nel metterli al servizio della comunità umana.
In questo contesto, è gratificante vedere l’emergere di nuove reti digitali che cercano di promuovere la solidarietà umana, la pace e la giustizia, i diritti umani e il rispetto per la vita e il bene della creazione.
Queste reti possono facilitare forme di cooperazione tra popoli di diversi contesti geografici e culturali, consentendo loro di approfondire la comune umanità e il senso di corresponsabilità per il bene di tutti.
Ci si deve tuttavia preoccupare di far sì che il mondo digitale, in cui tali reti possono essere stabilite, sia un mondo veramente accessibile a tutti.
Sarebbe un grave danno per il futuro dell’umanità, se i nuovi strumenti della comunicazione, che permettono di condividere sapere e informazioni in maniera più rapida e efficace, non fossero resi accessibili a coloro che sono già economicamente e socialmente emarginati o se contribuissero solo a incrementare il divario che separa i poveri dalle nuove reti che si stanno sviluppando al servizio dell’informazione e della socializzazione umana.
Vorrei concludere questo messaggio rivolgendomi, in particolare, ai giovani cattolici, per esortarli a portare nel mondo digitale la testimonianza della loro fede.
Carissimi, sentitevi impegnati ad introdurre nella cultura di questo nuovo ambiente comunicativo e informativo i valori su cui poggia la vostra vita! Nei primi tempi della Chiesa, gli Apostoli e i loro discepoli hanno portato la Buona Novella di Gesù nel mondo greco romano: come allora l’evangelizzazione, per essere fruttuosa, richiese l’attenta comprensione della cultura e dei costumi di quei popoli pagani nell’intento di toccarne le menti e i cuori, così ora l’annuncio di Cristo nel mondo delle nuove tecnologie suppone una loro approfondita conoscenza per un conseguente adeguato utilizzo.
A voi, giovani, che quasi spontaneamente vi trovate in sintonia con questi nuovi mezzi di comunicazione, spetta in particolare il compito della evangelizzazione di questo “continente digitale”.
Sappiate farvi carico con entusiasmo dell’annuncio del Vangelo ai vostri coetanei! Voi conoscete le loro paure e le loro speranze, i loro entusiasmi e le loro delusioni: il dono più prezioso che ad essi potete fare è di condividere con loro la “buona novella” di un Dio che s’è fatto uomo, ha patito, è morto ed è risorto per salvare l’umanità.
Il cuore umano anela ad un mondo in cui regni l’amore, dove i doni siano condivisi, dove si edifichi l’unità, dove la libertà trovi il proprio significato nella verità e dove l’identità di ciascuno sia realizzata in una comunione rispettosa.
A queste attese la fede può dare risposta: siatene gli araldi! Il Papa vi è accanto con la sua preghiera e con la sua benedizione.
Dal Vaticano, 24 gennaio 2009 (©L’Osservatore Romano – 24 gennaio 2009)