V Domenica del tempo ordinario anno A

Prima lettura: Giobbe 7,1-4.6-7 Giobbe parlò e disse: «L’uomo non compie forse un duro servizio sulla terra e i suoi giorni non sono come quelli d’un mercenario? Come lo schiavo sospira l’ombra e come il mercenario aspetta il suo salario, così a me sono toccati mesi d’illusione e notti di affanno mi sono state assegnate.
Se mi corico dico: “Quando mi alzerò?”.
La notte si fa lunga e sono stanco di rigirarmi fino all’alba.
I miei giorni scorrono più veloci d’una spola, svaniscono senza un filo di speranza.
Ricordati che un soffio è la mia vita: il mio occhio non rivedrà più il bene».
Il capitolo settimo del libro di Giobbe inizia con una plastica descrizione di chi è desti-nato a morte precoce in preda a malattie dolorose (Gb 7,1-10).
Se leggiamo oltre ai pochi versetti riportati dalla liturgia anche il versetto 5 e fino al ver-setto 10, riusciamo a capire meglio il messaggio di questa pericope.
Il libro di Giobbe non è di facile lettura e i pochi versetti ritagliati dal contesto rischiano di essere completamente incomprensibili.
Con l’aggiunta degli altri versetti possiamo ritrovare alcuni temi fonda-mentali a tutto il libro: la caducità della vita umana, il non senso di una vita provata dal-l’angoscia e dal dolore; Dio l’unico vero interlocutore e responsabile della vita, per cui la domanda che nasce dal dolore non può che essere rivolta a Lui.
Il «vedere» di Giobbe e di Dio.
Le osservazioni di Giobbe ondeggiano fra l’universale e il personale in un sapiente al-ternarsi, che esprime il dramma interiore del personaggio.
«L’uomo non compie forse un duro servizio» (Gb 7,1).
Il paragone della vita è il servizio militare (cf.
Gb 14,14) duro, sen-za possibilità di respiro, di momenti di serenità, perché la fatica strema e di conseguenza il momento di riposo è agitato.
A rafforzare tale immagine l’autore prende a paragone il mercenario (cf.
Gb 14,6) e lo schiavo.
La felicità è un’illusione, mentre la realtà della vita è come l’attesa della mercede per il mercenario (cf.
Dt 14,15) e un poco d’ombra sognata dal-lo schiavo (Gb 7,2).
Dice il Siracide: «Una sorte penosa è disposta per ogni uomo, un giogo pesante grava sui figli di Adamo, dal giorno della loro nascita dal grembo materno al giorno del loro ritorno alla madre comune» (Sir 40,l-2).
Dalle considerazioni generali Giobbe passa a parlare in prima persona applicando a sé i paragoni precedenti.
Egli insiste sull’insonnia.
La notte lacerata dal dolore della malattia è ancora più penosa della giornata spesa nella fatica.
Le ore della notte sembrano intermina-bili, non c’è nemmeno la speranza, l’illusione; «La notte si fa lunga» (Gb 7,49): la sentinella attende il mattino, ma per chi è malato e l’attesa è la morte non c’è nemmeno questo con-forto.
La notte, quando le ansie sono irrefrenabili, si prolunga, i giorni, invece, «scorrono più veloci d’una spola», ma non conducono che a una morte prematura, senza speranza (Gb 7,6; cf.
3,6, 9,25).
Giobbe descrive la sua malattia con immagini che fanno pensare alla tomba: «La mia carne si è rivestita di vermi e croste terrose, la mia pelle si raggrinza e si squama» (Gb 7,5; cf.
19,20; Ab 3,16).
La malattia di Giobbe, oltre ad essere dolorosa, è ripugnante, così che Giobbe si ritrova abbandonato da tutti e incompreso anche dagli amici, che vorrebbero consolarlo.
Giobbe è consapevole di questo e si rivolge sempre e soltanto a Dio, come il responsabile ultimo della vita.
A lui alza il grido: «Ricordati» della caducità della vita u-mana.
Se i pochi giorni di vita devono essere tanto turbati dal dolore e dall’angoscia, per-ché vivere? La vita, l’unica vita conosciuta per esperienza, cioè quella terrena, ha termine completo con la morte: «Chi discende nello sheol non ne risale.
Non tornerà più nella sua casa e non lo rivedrà più la sua dimora» (Gb 7, 9b-10).
L’immagine del vedere è molto insi-stente sia riferita a Giobbe che a Dio; sarà proprio il «vedere» Dio, in un’esperienza di fede singolare nella Bibbia, che insiste sull’ascolto, che farà ammutolire Giobbe (Gb 42,5).
Il Salmo 146 (147), di cui è riportata la prima parte, ci presenta Dio Signore della storia e del cosmo; è un inno di lode e di ringraziamento.
È interessante l’accostamento del grido di Giobbe che si chiede che valore abbia la vita provata dal dolore e un inno che esalta la potenza, la fedeltà, la giustizia e la misericordia di Dio.
Secondo la dinamica biblica dob-biamo tenere insieme dialetticamente questi elementi apparentemente inconciliabili.
Dio è padrone del cosmo tanto che chiama le stelle per nome (Sal 147, 4); è fedele alle sue pro-messe e «ricostruisce Gerusalemme, raduna i dispersi di Israele» (Sal 147, 2); è giusto, ma al tempo stesso è misericordioso e pieno di tenerezza verso le creature tanto che «sostiene gli umili, ma abbassa fino a terra gli empi» (Sal 147, 6).
Spesso, però, l’esperienza sembra contraddire in pieno questa presentazione dell’opera divina, i conti non tornano: gli empi prosperano e i giusti sono pieni di guai.
Allora ai momenti di lode si alternano quelli della domanda insistente a Dio, perché non taccia, ma risponda ai nostri angosciati interrogati-vi, come fa Giobbe e lo stesso Gesù che rivolge a Dio sulla croce la domanda del Salmo 22: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?» (Mc 15,34), Seconda lettura: 1 Corinzi 9,16-19.22-23 Fratelli, annunciare il Vangelo non è per me un vanto, perché è una necessità che mi si impone: guai a me se non annuncio il Vangelo! Se lo faccio di mia iniziativa, ho diritto alla ricompensa; ma se non lo faccio di mia iniziativa, è un incarico che mi è stato affidato.
Qual è dunque la mia ricompensa? Quella di annunciare gratuitamente il Vangelo senza usare il diritto conferitomi dal Vangelo.
Infatti, pur essendo libero da tutti, mi sono fatto servo di tutti per guadagnarne il maggior numero.
Mi sono fatto debole per i deboli, per guadagnare i deboli; mi sono fatto tutto per tutti, per salvare a ogni costo qualcuno.
Ma tutto io faccio per il Vangelo, per diventarne partecipe anch’io.
Paolo, dopo aver apertamente rivendicato il suo assoluto distacco dalle ricompense ma-teriali, che per altro dovrebbero essergli dovute come predicatore, ribadisce che il compito di evangelizzare corrisponde a un mandato divino e non a una sua iniziativa.
Egli è spinto a predicare come risposta a un comando divino, che urge e al quale non si può sfuggire.
Vengono in mente le parole del profeta Geremia (20,9): «Mi dicevo: non penserò più a lui, non parlerò più in suo nome! Ma nel mio cuore c’era come un fuoco ardente, chiuso nelle mie ossa; mi sforzavo di contenerlo, ma non potevo».
Paolo si domanda quale sarà il suo merito, se il predicare non dipende da lui, ma dalla necessità di rispondere alla chiamata divina, alla quale è impossibile sottrarsi.
E risponde che il merito sarà per lui la rinuncia ai diritti che il Vangelo gli conferisce.
Egli ha scelto di predicare gratuitamente e di mantenersi con i frutti del suo lavoro per non essere di peso ad alcuno e per non portare alcun detrimento alla predicazione del Vangelo (cf.
1Ts 2.9).
Paolo per predicare vuole essere completamente libero, ma per farsi volontariamente schiavo del Signore che gli ha dato il mandato e per servire coloro ai quali egli deve predi-care.
Il Vangelo, infatti, si deve predicare rispettando l’assoluta libertà dei destinatari, sen-za nessuna imposizione.
Per farsi capire è però necessario trovare un linguaggio adatto e soprattutto fare breccia nell’esperienza di ciascuno.
Paolo dunque proclama di essersi mes-so in sintonia con tutti quelli che deve raggiungere con la predicazione, tenendo conto del-le loro concezioni culturali e religiose e della loro condizione sociale (1Cor 9.19-22).
Il Van-gelo non va predicato e basta.
Esso va vissuto e partecipato insieme con coloro che lo ac-cettano liberamente quando viene loro annunciato (1Cor 9,23).
Vangelo: Marco 1,29-39 In quel tempo, Gesù, uscito dalla sinagoga, subito andò nella casa di Simone e Andrea, in compagnia di Giacomo e Giovanni.
La suocera di Simone era a letto con la febbre e subito gli parlarono di lei.
Egli si avvicinò e la fece al-zare prendendola per mano; la febbre la lasciò ed ella li serviva.
Venuta la sera, dopo il tramonto del sole, gli portavano tutti i malati e gli indemoniati.
Tutta la città era riunita davanti alla porta.
Guarì molti che erano af-fetti da varie malattie e scacciò molti demòni; ma non per-metteva ai demòni di parlare, perché lo conoscevano.
Al mattino presto si alzò quando ancora era buio e, usci-to, si ritirò in un luogo deserto, e là pregava.
Ma Simone e quelli che erano con lui si misero sulle sue tracce.
Lo trovarono e gli dissero: «Tutti ti cercano!».
Egli disse loro: «Andiamocene altrove, nei villaggi vicini, perché io predichi anche là; per questo infatti sono venuto!».
E an-dò per tutta la Galilea, predicando nelle loro sinagoghe e scacciando i demòni.
Esegesi La pericope del Vangelo di Marco che leggiamo oggi è formata da tre episodi: la guari-gione della suocera di Simone (Mc 1,29,32; cf.
Mt 8,14s; Lc 4,38s); guarigioni compiute da Gesù di sera (Mc 1.32-34; Mt 8.16s; Lc 4.40s); partenza per un luogo solitario per pregare e nuova partenza da lì per tornare a predicare in altri villaggi (Mc 1,35-39; cf.
Lc 4,42-44; Mc 1,39 cf.
Mt 4,23).
Gesù, uscito dalla sinagoga, subito (euthùs) dice il testo greco, si recò in casa di Simone e di Andrea, in compagnia di Giacomo e Giovanni.
La casa di Simone si può interpretare come il punto di riferimento dei discepoli in quel periodo: Gesù si comporta in modo fami-liare con la suocera di Simone, entra da lei, la prende per mano ed ella, appena guarita, si mette a servirli.
Pietro ha una suocera (penthera), ne deduciamo che era sposato al tempo della sua chiamata (cf.
1Cor 9,5) dove si accenna che la moglie lo seguiva nei suoi viaggi missionari.
Gerolamo deduce dal fatto che la moglie non è nominata che essa era morta (Adversus lovinianum 1.26 (Pl 23,257), ma nulla nel testo avalla tale deduzione.
I testi antichi, infatti, non nominavano mai le donne, a meno che fosse strettamente necessario, come per la suo-cera, che del resto rimane nell’anonimato.
Il verbo puresso avere la febbre (Mc 1,30) si trova solo qui e in Mt 8,14 in tutto il Nuovo Testamento ed è un verbo poco usato anche nel greco classico.
Molto sobria la presentazione del miracolo, raccontato senza riportare nessuna parola di Gesù; è sottolineato solo il suo gesto di gentilezza e di aiuto: «la fece alzare prendendola per mano».
In Matteo Gesù tocca la mano della donna che si alza da sola e in Luca comanda al-la febbre di lasciarla.
La donna «li serviva» (Mc 1,31): la guarigione è stata subitanea e completa tanto che ella può tornare immediatamente ai suoi compiti di sempre.
Il mettersi a servirli, (Matteo usa il singolare «servirlo» autoi, invece di autols) è un gesto di gratitudine verso Gesù e, come già accennato, un segno della familiarità goduta da Gesù e dai discepoli in quella casa.
Il secondo episodio è collegato al precedente da una annotazione temporale: venuta la sera (opsias de genomenes), quando il sole era tramontato (ote edu o ellos [Mc 1,32]), precisa Marco, vale a dire a sabato terminato, vengono portati davanti alla porta della casa dove stava Gesù «tutti i malati e gli indemoniati».
Dalmonion (Mc 1,34.39; 3,15,22; 6.13; 7,26.29s; 9,38; 16,9) è un sostantivo formato dal neu-tro dell’aggettivo daimonios che nel greco classico significa «potere divino», mentre più tardi prende il significato, usato dal Nuovo Testamento, di «spirito cattivo».
«Tutta la città era riunita davanti alla porta» (Mc 1,33), si tratta di un’iperbole, ma che fa pensare a una folla molto numerosa.
Marco dice che Gesù guarì molti e scacciò molti demoni, mentre al versetto 32 aveva detto che gli avevano portato «tutti» i malati: si tratta probabilmente di un semitismo e quindi l’evangelista non fa distinzione tra i due termini; Matteo (8,16) traspone i due ter-mini: portarono «molti malati» e guarì «tutti», mentre Luca (4,40b) dice: «Egli imponendo su ciascuno le mani, li guariva».
Gesù non permetteva ai demoni di parlare, perché lo conoscevano (Mc 1,34).
È ricorren-te in Marco l’ingiunzione di Gesù di non parlare della sua identità.
Vengono tacitati i de-moni (1, 25.34; 3,1 Is): viene imposto il silenzio dopo miracoli strepitosi (1, 44; 5.43; 7.36; 8.26), dopo la confessione di Pietro (8,30), dopo la trasfigurazione (9,9); Gesù da istruzioni segrete ai discepoli sul «mistero del Regno di Dio» (4,10-12), su ciò che contamina l’uomo (7,17-23); sulla preghiera (9.28s), sulle sofferenze messianiche (8,31, 9, 31; 10, 33s) e sulla parusia (13, 3-37).
Su questi dati è stata elaborata la teoria del «segreto messianico», vale a dire che Gesù ha tenuto segreta la sua messianità durante il periodo della vita terrena e non è stato capito dai discepoli anche quando l’ha a loro rivelata (9,9).
Soltanto con la ri-surrezione ha inizio la percezione di ciò che egli è veramente.
Tale teoria risale a W.
Wrede (Das Messiosgeheimnis in den Evangelien, 1901) ed ha segnato la successiva discussione sulla cristologia di Marco, anche dopo l’ampia continuazione della forma in cui era stata formu-lata da questo autore.
Il terzo episodio inizia anch’esso, come il precedente, con una annotazione di tempo.
Là si trattava della sera, subito dopo il tramonto, qui è l’inizio del giorno, al primo albeggiare.
Gesù si reca in un luogo solitario (apelthen eis eremon topon) per pregare (proseucheto) (Mc 1,35).
Questo episodio è narrato solo da Marco, mentre è Luca che sottolinea di più la pre-ghiera di Gesù.
Egli ci presenta come abituale il ritirarsi di Gesù dalla folla per pregare: «Egli si ritirava in luoghi solitari e pregava» (Lc 5,21).
Prima di scegliere i dodici: «egli se ne andò sulla montagna a pregare e passò la notte a pregare Dio» (Lc 6,12).
Mentre è un’al-tra volta sulla montagna a pregare avviene la trasfigurazione (cf.
Lc 9, 28-29).
A volte Gesù se ne sta in disparte a pregare anche quando è solo con i discepoli (Lc 9.18; 11,1; 22.41s).
Nulla ci è detto della preghiera uscita dalla bocca di Gesù all’alba di un giorno che se-guiva una sera passata a guarire malati e liberare posseduti dal demonio.
Possiamo pensa-re, sulla scia della tradizione biblica, che Gesù abbia fatto propri il grido, l’invocazione, il lamento degli afflitti che non aveva potuto raggiungere, insieme al ringraziamento per l’o-pera finora compiuta secondo il volere del Padre.
Tale opera è predicare.
I miracoli sono un segno che accompagna la predicazione che il Regno di Dio è vicino (cf.
Mc 1,15).
Gesù, infatti, ai discepoli che lo cercano in nome della folla, che probabilmente sperava in altre guarigioni, risponde: «Andiamocene altrove, nei villaggi vicini, perché io predichi anche là; per questo infatti sono venuto!» (Mc 1,38).
«E andò per tutta la Galilea, predicando nelle loro sinagoghe e scacciando i demòni» (Mc 1,39; cf.
1,34; 7,29; 16,9).
È degno di nota che Marco non dica nulla del contenuto della predica-zione, ma sottolinei le opere di Gesù, in particolare la cacciata dei demoni, che è segno del-la vicinanza del regno di Dio (cf.
Mt 12,28).
Meditazione Di fronte a ogni sofferenza che sfigura il volto dell’uomo, di fronte alla solitudine e alla impotenza generate dal dolore, non sappiamo cosa pensare.
Rifiutiamo ogni sorta di giu-stificazione e finiamo per dibatterci in un groviglio di interrogativi che, alla fine, giungono a chiamare in questione Dio stesso e a domandargli ragione del dolore, dell’ingiustizia, della assurdità del male che viviamo o vediamo attorno a noi.
Rimbalziamo così a Dio quella domanda che Lui stesso aveva fatto all’uomo, quando si era nascosto al suo sguar-do, dopo il peccato: Adamo, dove sei?…
Dio dove sei?.
È questo in fondo il dramma di Giobbe, di cui la liturgia della Parola di questa domenica ci offre un piccolo squarcio.
«Notti di af-fanno mi sono state assegnate…
i miei giorni svaniscono senza un filo di speranza» (Gb 7,3.6): così Giobbe percepisce l’inutilità della sua vita.
Ma ha il coraggio di rivolgersi a Dio facendogli memoria della sua responsabilità di fronte all’uomo e alla sua sofferenza.
Dio stesso ha creato l’uomo così debole e allora? «Ricordati che un soffio è la mia vita…» (Gb 7,7).
Sulle labbra di Giobbe la preghiera si trasforma spesso in grido di ribellione, in accusa nei riguardi di un Dio che sembra contraddire il suo progetto, sembra disinteressarsi del-l’uomo.
Giobbe è l’uomo credente che ha il coraggio di porre a Dio le domande più bru-cianti e, in certo qual modo, scandalose; che ha il coraggio di chiedere conto a Dio della re-altà dell’uomo.
La via che Giobbe percorre è una via non solo difficile, ma pericolosa; può aprirsi alla speranza, ma può precipitare nella disperazione.
Infatti non è un cammino che matura attraverso risposte, ma una via che, da interrogativo a interrogativo, ha la possibi-lità di giungere, per pura grazia, a una luce: è cioè la scoperta che proprio una situazione di dolore, di debolezza, di male può essere occasione suprema, evento unico dell’incontro della libertà di Dio con la libertà dell’uomo.
Quel ricordati che Giobbe rivolge a Dio, lascia proprio intravedere questa possibilità di incontro: è la nostalgia di un volto che si desidera contemplare, un volto che guardi le sofferenze dell’uomo e se ne prenda cura.
Attraverso il testo del vangelo, un momento della lunga giornata di Gesù a Cafarnao, è come se Dio venisse incontro al desiderio di Giobbe.
Quel volto di Dio che l’uomo desidera incontrare nel suo dolore, è vicino nel volto umano di Gesù.
E proprio all’inizio del suo racconto Marco insiste su questo volto di Gesù: attraverso la sua potente parola, che è con-solazione e salvezza, Gesù sfida il male e la sofferenza in tutte le sue forme, fino a rag-giungere quel male che tiene schiavo l’uomo distruggendone la relazione con Dio, il pecca-to.
E l’uomo desidera e cerca questo volto e questa parola di salvezza.
Infatti Marco ci pre-senta tutta una folla di uomini e donne che si accalcano alla porta della casa di Simone, in cui Gesù si trova con i suoi discepoli.
E Gesù «guarì molti che erano affetti da varie malat-tie e scaccio molti demoni» (Mc 1,34).
Nell’accalcarsi della folla, nel premere di questa u-manità sofferente attorno a Gesù, davanti alla porta della casa di Simone, Marco ci offre così una immagine viva di questo incontro tra il volto di Dio e l’uomo che soffre.
Tutti i malati, tutta la città, tutti vogliono incontrare Gesù.
Cosi l’evangelista esprime l’entusia-smo, ma anche il bisogno universale di salvezza: tutti in qualche modo si trovano in una situazione di povertà, di indigenza, di smarrimento, di sofferenza.
Tutti sentono che Gesù può dire loro qualcosa, può fare qualcosa per loro.
Notiamo infine, che tutta questa folla di sofferenti si trova di fronte a quella ‘porta’ che immette nel luogo dove Gesù si trova as-sieme ai suoi discepoli.
L’immagine della casa di Simone può essere colta come simbolo della Chiesa: essa diventa il luogo della accoglienza, la mediazione dell’incontro con Gesù di ogni uomo che ha bisogno di essere guarito e liberato.
Ma l’immagine della porta, come spazio di passaggio e di comunicazione, richiama sempre la possibilità di una chiusura: essa può diventare un ostacolo a questa incontro con il volto di Cristo.
Marco, nei versetti 30-31, riporta anche un particolare intervento di Gesù in favore del-l’uomo sofferente: la guarigione della suocera di Simone.
Due versetti soltanto, ma capaci di comunicare la dinamica dell’incontro dell’uomo schiavo del male con il volto di Dio.
Il ge-sto che Gesù compie, scandito in tre verbi, è rivelativo di ciò che realmente si opera in una guarigione.
Gesù si avvicina a quella donna sofferente, la accoglie nella sua povertà e debolezza.
E il chinarsi stesso di Dio su tutte le miserie dell’umanità, è l’espressione plastica di quelle vi-scere di misericordia che con forza esprimono la reazione di Gesù di fronte all’umanità sofferente e sfinita.
Là dove spesso l’uomo si allontana dal fratello, Dio invece si avvicina e si china su di esso (cfr.
Lc 10,34: «gli si fece vicino»).
Gesù prende per mano quella donna.
Il toccare di Gesù esprime certamente un contatto liberatorio.
Ma sottolinea anche la necessità di un incontro personale, quasi fisico, tra l’uomo schiavo del male e la persona di Gesù.
È dunque un incontro personale, irrepetibi-le, una comunione che apre a nuova vita.
Gesù fa alzare quella donna.
È il movimento che sottolinea il passaggio da una situazio-ne di impotenza e di immobilità, di morte, alla ripresa di una nuova vita, alla possibilità di riprendere un cammino.
E Marco descrive questo gesto con un termine che evoca la resur-rezione.
Ciò che Gesù ha fatto è un segno: è anticipazione della vittoria sulla morte.
Il mi-racolo non è spettacolo, ma è rivelazione: provoca l’uomo a uscire da una lettura troppo materiale della propria vita, da una superficialità, e lo apre a una visione più profonda, a un orizzonte vasto rivelandogli il volto di Gesù.
Ciò che compie la donna guarita è profondamente significativo in quanto fa emergere l’autentico modo con cui una persona può rispondere a una liberazione donata: si mise a servirli.
Essere liberati per servire: in questo si rivela la forma concreta della sequela di Cri-sto.
Questa donna, come i discepoli, come il cieco di Gerico, è stata liberata e questa libera-zione è una chiamata a seguire Gesù.
Li serviva: è dunque uno stile che si acquista, una si-tuazione di vita che ha inizio: Gesù ci fa risorgere per incamminarci sulla strada del servi-zio.
Quando, nel dolore, abbiamo la grazia di incontrare il volto di compassione di Cristo (ed è questa la vera liberazione), allora non rimaniamo più ripiegati su noi stessi, immobi-lizzati nella nostra sofferenza.
Ci alziamo e ci mettiamo a servire l’uomo sofferente, diven-tando noi stessi icona del volto misericordioso di Dio.
Amare le domande, vivere le risposte Dio non ci chiede di soffocare la nostra curiosità o di smettere di indagare la questione della sofferenza; credo che si debba riflettere continuamente su questa domanda per avere nuove intuizioni e trovare un nuovo significato.
A questo proposito, rileggo spesso il con-siglio del poeta Rainer Maria Rilke: “..sii paziente verso tutto ciò che è irrisolto nel tuo cuore e …cerca di amare le domande per quelle che sono… Non cercare le risposte, che non ti possono essere date perché non saresti capace di viverle.
Il punto è vivere ogni cosa.
Vivere le domande ora.
Forse gradualmente, senza accorgertene, un lontano giorno la vita stessa ti condurrà alla risposta”.
(Rainer Maria Rilke, Lettere a un giovane poeta, Adelphi, Milano 1999; cit.: J.
POWELL, Perché ho paura di essere pienamente me stesso, Milano, Gribaudi, 2002, 139).
Diventare l’amato – Spezzato La nostra prima, più spontanea risposta alla sofferenza è quella di evitarla, tenerla a di-stanza, ignorarla, aggirarla o negarla.
La sofferenza, sia fisica, mentale o emotiva è quasi sempre sperimentata come una sgradita intrusione delle nostre vite, qualcosa che non do-vrebbe esserci.
È difficile, se non impossibile, vedere qualcosa di positivo nella sofferenza; deve essere allontanata a tutti i costi.
Se questo è l’istintivo atteggiamento verso la nostra fragilità, non c’è da stupirsi se fa-vorirla può sembrare a prima vista masochismo.
Tuttavia, la mia personale esperienza di sofferenza mi ha insegnato che il primo passo verso la salute non è un passo lontano dal dolore, ma un passo verso il dolore.
Quando infatti il nostro “essere spezzati” è proprio come una intima parte del nostro essere, così come il nostro “essere scelti”, e il nostro “es-sere benedetti”, dobbiamo aver l’ardire di domare la nostra paura e di familiarizzare con essa.
Sì, dobbiamo trovare il coraggio di abbracciare il nostro “essere spezzati”, fare del nostro più temuto nemico un amico e rivendicarlo come un compagno intimo.
(Henri J.M.
NOUWEN, Sentirsi amati, Brescia, Queriniana, 2005, 75-76).
Il cancro è il mio “angelo”, afferma un Cardinale cinese Dopo che gli è stato diagnosticato un tumore ai polmoni lo scorso anno, il Cardinale Paul Shan Kuo-hsi non si è scoraggiato, e anzi ha voluto ispirare altri ad affrontare la vita con coraggio.
Il Cardinale gesuita, Vescovo emerito di Kaohsiung ed ex presidente della Conferenza Episcopale Regionale Cinese a Taiwan, ha iniziato il suo viaggio “Addio alla mia vita” a ottobre.
La sua prima meta è stata Hsinchu, sulla costa nord-occidentale di Taiwan, e da allora ha visitato le altre sei diocesi dell’isola.
“Ho trattato il cancro come il mio ‘piccolo angelo'”, ha detto il Cardinale a ZENIT in u-n’intervista telefonica.
“Mi guida a dire alle persone che dovremmo avere il coraggio di affrontare le sfide della nostra vita”.
Il viaggio è terminato mercoledì, quando il porporato ha visitato la Fu Jen Catholic University di Taipei, che gli ha offerto un riconoscimento per il suo amore per la vita.
Il Cardinale Shan Kuo-hsi, che ha compiuto 84 anni domenica, ha affermato di essere “molto felice di essere un testimone del Vangelo” all’ultimo stadio della sua vita.
Il Cardinale ha detto di aver visitato il 22 novembre un centro per tossicodipendenti a Taitung e di aver incontrato 300 ospiti della struttura.
“Il cancro – ha detto loro – mi ha fatto capire che trovandomi nell’ultimo stadio della mia vita dovrei fare del mio meglio per con-tribuire alla società”.
Il porporato ha pregato per gli ospiti del centro e ha auspicato che la gente dimostri “amore” per risolvere i problemi della propria vita quotidiana.
La diagnosi del cancro del Cardinale Shan Kuo-hsi è arrivata nel luglio 2006.
Il porpo-rato ha detto a quanti ha incontrato di essere rimasto scioccato e che gli era stato detto che aveva ancora 4 o 5 mesi di vita.
“All’inizio ho chiesto al Signore ‘Perché io?’.
Quando mi sono calmato, ho riconosciuto che è la volontà di Dio”, ha osservato.
“Voleva che io aiutassi gli altri condividendo la mia esperienza personale con loro”.
“Ora penso ‘Perché non io?’.
Un Cardinale non ha il privilegio di essere in salute per sempre!”, ha aggiunto.
Dopo la sua morte, ha spiegato, il suo corpo fertilizzerà la terra di Taiwan, ma la sua anima tornerà a Dio.
Il Cardinale cinese ha lodato l’eroico esempio di Papa Giovanni Paolo II, che ha fatto del suo meglio per vivere anche gli ultimi minuti della sua vita con dignità.
Paul Shan Kuo-hsi è nato nella provincia di Hebei, nel nord della Cina.
Ha lasciato la Cina continentale dopo essersi unito ai Gesuiti nel 1946.
E’ stato ordinato sacerdote nelle Filippine nel 1955.
E’ stato nominato Vescovo di Hualien, Taiwan, nel 1979 e Vescovo di Kaohsiung nel 1991.
Creato Cardinale nel 1998, si è ritirato nel gennaio 2006.
La prospettiva della sofferenza e della morte Guardare in faccia la sofferenza e la morte e farne l’esperienza personale, nella speran-za di una nuova vita nata da Dio: ecco il segno di Gesù e di ogni essere umano che voglia condurre una vita spirituale a sua imitazione.
È il segno della croce: segno di sofferenza e di morte, ma anche di speranza in un rinnovamento totale.
Dio ha mandato Gesù in terra per fare di noi persone libere e ha scelto la compassione come via per giungere alla libertà.
È una scelta molto più radicale di quanto tu possa a prima vista immaginare.
Significa infatti che Dio ha voluto liberarci non già sottraendoci alla sofferenza, ma condividendola con noi.
Gesù è il «Dio che soffre con noi».
Potremmo quasi dire che è il «Dio che ha simpatia per noi», se il termine ‘simpatia’, che etimologica-mente significa appunto ‘sofferenza condivisa’, non avesse ormai perduto molto del suo significato originario.
Così, quando diciamo: «Hai la mia simpatia», intendiamo non e-sporci troppo ed esprimiamo anzi una specie di condiscendenza verso gli altri.
È per que-sto che preferisco usare la parola ‘compassione’, che è più calda e più intima e indica me-glio il partecipare alle sofferenze del prossimo, il sentirsi davvero un essere umano che soffre con i fratelli.
L’amore di Dio che Gesù vuole mostrarci lo vediamo chiaramente nella sua scelta di farsi compagno e partecipe delle nostre sofferenze, permettendoci così di trasformare que-ste sofferenze in un mezzo di liberazione.
Probabilmente conosci bene le obiezioni solleva-te da quelli che trovano difficile o impossibile credere in Dio.
Come può Dio amare davve-ro il mondo, se poi permette tante spaventose sofferenze? Se Dio ci ama veramente, perché non elimina dal mondo guerre, povertà, fame, malattie, persecuzioni, torture e tutti i mali che ci affliggono? Se Dio s’interessa personalmente di me, perché sto così male? Perché mi sento sempre così solo? Perché non riesco a trovare lavoro? Perché la mia vita è così inuti-le? I poveri hanno imparato davvero a conoscere Gesù e a vedere in lui il Dio che condivi-de le loro sofferenze.
In Gesù che soffre e che muore essi trovano il segno più evidente che Dio li ama di un grande amore e che mai li abbandonerà.
E loro compagno nella sofferen-za.
Se sono poveri, sanno che era povero anche Gesù; se hanno paura, sanno che aveva paura anche Gesù; se sono percossi, sanno che fu percosso anche Gesù; se sono torturati a morte, sanno che anche Gesù soffrì il loro crudele destino.
Per essi, Gesù è l’amico fedele che percorre insieme a loro la via dolorosa della sofferenza e li conforta.
È solidale con lo-ro.
Li conosce, li comprende e, quando più acuto è il loro dolore, li stringe a sé.
(H.J.M.
NOUWEN, Lettere a un giovane sulla vita spirituale, Brescia, Queriniana, 72008, 32-33).
«Subito gli parlano di lei, ed egli, avvicinatesi, la fece alzare prendendola per mano» Luca scrive nel suo Vangelo che essi «lo pregarono in favore di lei, ed egli, chinatesi sopra di lei, comandò alla febbre» (Lc 4, 38-39).
Il Salvatore alle volte cura gli ammalati quando è pregato, alle volte cura di propria iniziativa, mostrando di accogliere sempre le invocazioni dei fedeli contro l’oppressione dei vizi e anche contro quelle colpe di cui essi non si rendono conto affatto.
E lo fa dando loro modo di accorgersene, o liberando amore-volmente i richiedenti anche dalle colpe che non sanno di aver commesso, come appunto supplica il salmista: «chi conosce i delitti? Signore, liberami dalle colpe occulte» (Sal 18,13).
Immediatamente la febbre la lasciò, ed ella li serviva (Mc 1,31).
È naturale che, quando torna la salute, coloro che prima erano febbricitanti denuncino uno stato di debolezza e sentano le conseguenze della malattia; quando è il Signore col suo comando che ridona la salute, questa ritorna in un momento.
Anzi, non solo torna la salu-te, ma essa è accompagnata da tanto vigore che la donna è subito in grado di mettersi a servire coloro che l’avevano aiutata.
Per dirla con linguaggio figurato, le membra che ave-vano servito all’impurità e all’ingiustizia per dar frutti di morte, servono ora alla giustizia in vista della vita eterna (cf.
Rm 6,19).
(SAN BEDA IL VENERABILE (+ 735), In Evang.
Marc., I, Mc 1,29-31, in BEDA, Commen-to al Vangelo di Marco.
Traduzione, introduzione e note di Salvatore Aliquò, Vol.
1, Città Nuova Editrice, Roma 1970, p.
61-63).
Dammi coraggio Ti prego: non togliermi i pericoli, ma aiutami ad affrontarli.
Non calmar le mie pene, ma aiutami a superarle.
Non darmi alleati nella lotta della vita…
eccetto la forza che mi proviene da te.
Non donarmi salvezza nella paura, ma pazienza per conquistare la mia libertà.
Concedimi di non essere un vigliacco usurpando la tua grazia nel successo; ma non mi manchi la stretta della tua mano nel mio fallimento.
Quando mi fermo stanco sulla lunga strada e la sete mi opprime sotto il solleone; quando mi punge la nostalgia di sera e lo spettro della notte copre la mia vita, bramo la tua voce, o Dio, sospiro la tua mano sulle spalle.
Fatico a camminare per il peso del cuore carico dei doni che non ti ho donati.
Mi rassicuri la tua mano nella notte, la voglio riempire di carezze, tenerla stretta: i palpiti del tuo cuore segnino i ritmi del mio pellegrinaggio.
(Rabindranath Tagore) Preghiera per il servizio Signore, mettici al servizio dei nostri fratelli che vivono e muoiono nella povertà e nella fame di tutto il mondo.
Affidali a noi oggi; dà loro il pane quotidiano insieme al nostro amore pieno di comprensione, di pace, di gioia.
Signore, fa di me uno strumento della tua pace, affinché io possa portare l’amore dove c’è l’odio, lo spirito del perdono dove c’è l’in-giustizia, l’armonia dove c’è la discordia, la verità dove c’è l’errore, la fede dove c’è il dub-bio, la speranza dove c’è la disperazione, la luce dove ci sono ombre, e la gioia dove c’è la tristezza.
Signore, fa che io cerchi di confortare e di non essere confortata, di capire, e non di essere capita, e di amare e non di essere amata, perché dimenticando se stessi ci si ritro-va, perdonando si viene perdonati e morendo ci si risveglia alla vita eterna.
(Madre Teresa di Calcutta) Per l’elaborazione della «lectio» di questa domenica – oltre al nostro materiale di archivio, ci siamo serviti di: – Temi di predicazione, Napoli, Editrice Domenicana Italiana, 2002-2003; 2005-2006.
– Comunità monastica Ss.
Trinità di Dumenza, La voce, il volto, la casa e le strade.
Tempo di avvento e Natale, Milano, Vita e Pensiero, 2008, pp.
63.
– La Bibbia per la famiglia, a cura di G.
Ravasi, Milano, San Paolo, 1998.

Il dubbio

Il dubbio – scritto e diretto da John Patrick Shanley Il tema è uno dei più scottanti: le supposte molestie sessuali da parte di un prete nel mondo cattolico statunitense, proprio là dove si sono levate, negli ultimi anni, una incredibile quantità di denunce contro i sacerdoti locali, tanto da far scoppiare una crisi che non è ancora stata del tutto riassorbita.
Ma il film Il dubbio – scritto e diretto da John Patrick Shanley, interpretato magistralmente dai premi Oscar Meryl Streep e Philip Seymour Hoffman – affronta il tema, così scottante, con pudore e delicatezza, facendo capire, soprattutto, come in questi casi sia veramente difficile scoprire la verità.
Perché, in assenza naturalmente di confessioni, la ricerca della verità si basa sull’interpretazione di un gesto che può anche essere solo di amicizia e di sostegno per un ragazzo particolarmente debole.
Un gesto che può far parte del modo di essere di una personalità di prete estroversa, ma proprio per questo capace di suscitare l’affetto e l’interesse dei parrocchiani.
Nel film, infatti, lo scontro si svolge fra due figure di religiosi straordinariamente diverse: un prete irlandese appunto espansivo e allegro, da una parte, e dall’altra una suora, direttrice della scuola annessa alla parrocchia, gelida e apparentemente solo ligia alle regole, priva di calore umano.
Entrambi si impegnano per proteggere un ragazzo nero di famiglia povera, debole e bisognoso di aiuto, ma in modo completamente diverso.
E se, all’inizio, siamo portati a stare dalla parte del prete allegro e affettuoso, che vuole dare protezione al ragazzo, poi il film ci porta a pensare, attraverso lo sguardo della suora, che forse non si tratta solo di protezione, e che chi difende veramente il ragazzo dalle molestie del prete è, invece, proprio la direttrice.
In mezzo ai due, la figura della madre, talmente debole da accettare qualsiasi cosa pur di vedere il figlio promosso e possibilmente accettato in una scuola superiore, per garantirgli la fuga da un mondo duro e violento – quello del padre – al quale non è adatto.
Tante, e diverse, sono le ragioni, tanti i comportamenti possibili, in una società che vede affrontarsi un uomo in apparenza più forte, e una donna, che teme sempre inganno e sopraffazione da parte degli uomini, anche se preti.
Vediamo così contrapporsi due modi diversi di vivere la fede, e quindi l’educazione dei ragazzi: uno più moderno e permissivo, allegro e affettuoso – ma forse bacato all’interno – e un altro severo, disciplinato, poco propenso al concedere gratificazioni, ma attento alla difesa della dignità dei ragazzi.
Non sapremo mai, alla fine, se il prete è veramente colpevole: anche se molto sembra testimoniare contro di lui, il dubbio finale della superiora accusatrice riapre ogni questione.
Il film è molto bello proprio perché fa capire come sia facile sospettare, e leggere ogni azione come conferma di un sospetto, quando a suffragare il dubbio sia la differenza tra visioni diverse della fede e dell’educazione, financo una certa antipatia personale.
E come il ruolo di educatore e la vicinanza con i ragazzi – indispensabile per seguirli e comprenderli, per difendere i più deboli e aiutarli ad affrontare la vita – possa facilmente scivolare in rapporti troppo personali, troppo affettuosi.
Ed è estremamente significativo che proprio dalla cultura americana, attraversata drammaticamente in anni recenti dal fenomeno degli abusi sessuali di una piccola parte del clero, sia venuta una riflessione così attenta, così profonda, sul tema del sospetto e della denuncia, che ne rivela la complessità e, insieme, la difficoltà di chiarire e di raggiungere la verità.
È un film che invita a controllare i sospetti, a passarli a un severo vaglio di coscienza, in modo da purificarli da antipatie personali, competizioni, divergenze nel modo di concepire il lavoro e la missione religiosa, perché arrivare alla verità è un risultato purtroppo difficile da raggiungere su questioni così spinose.
Ed è facile rovinare delle vite, e al tempo stesso danneggiare la Chiesa, pur di credersi nel giusto.
di Lucetta Scaraffia (©L’Osservatore Romano – 6 febbraio 2009)

Le parole e i giorni

GIANFRANCO RAVASI,  Le parole e i giorni.
Nuovo breviario laico,  Mondadori, Milano, 2008, pp.
416, euro 19 Gianfranco Ravasi trae spunto dal vasto serbatoio culturale della cultura mondiale per il suo nuovo lavoro ‘Le parole e i giorni.
Nuovo breviario laico’.
L’autore commenta, infatti, le tante testimonianze che intellettuali, scrittori e filosofi di tutti i tempi hanno lasciato ai posteri.
Sulla falsariga del precedente ‘Breviario laico’, interpreta le parole di William Shakespeare, Lev Tolstoj, Catullo, Simone Weil, Confucio e Albert Einstein.
Brani che si presentano innervati nel Cristianesimo delle Sacre Scritture, il ‘grande codice’ della civilta’ occidentale.
L’autore presenta ‘una piccola guida per aiutare a ritagliare un perimetro quotidiano di contemplazione e di meditazione, libero dalle ortiche della banalita’ e della superficialità’.Un perimetro quotidiano che contribuisce a ritagliare, ‘un’oasi di silenzio’ con cui disinnescare le fatiche di sempre.
”Per ritrovare un’idea dell’uomo, ossia una vera fonte di energia, bisogna che gli uomini ritrovino il gusto della contemplazione.
La contemplazione è la diga che fa risalire l’acqua nel bacino.
Essa permette agli uomini di accumulare di nuovo l’energia di cui l’azione li ha privati”.
Non è un autore spirituale o un filosofo, non è un predicatore e neppure un credente a aver scritto queste righe.
È stato, invece, uno scrittore agnostico e “indifferente” come Alberto Moravia a offrire questa considerazione nella raccolta di saggi L’uomo come fine, apparsa nel 1964.
Suggestiva è l’immagine della diga: in un mondo come il nostro così obbediente all’idolo della produttività e dell’azione, è necessario far risalire il livello dell’acqua purificatrice, fecondatrice e dissetante nel bacino della coscienza.
Nell’era tecnologica, ove impera il fare e il dire, sembra quasi provocatorio proporre una sosta di riflessione, un’oasi di silenzio, una dieta del parlare.
È significativo che Moravia rimandi a un'”energia” da riconquistare: l’anemia morale di molti uomini e donne del nostro tempo nasce proprio da una carenza di vitalità interiore.
“Per compiere grandi passi” annotava un altro scrittore, l’ottocentesco Anatole France “non dobbiamo solo agire ma anche pensare e sognare, non solo pianificare ma anche credere”.
Ebbene, questo libro intende essere come una piccola guida che aiuti a ritagliare in ognuno dei 366 giorni di un anno (compreso, quindi, il bisestile) un perimetro quotidiano di meditazione e di contemplazione, libero dalle ortiche della banalità e della superficialità.
Idealmente vogliamo con queste pagine ripetere l’esperienza fatta nel 2006 quando abbiamo proposto un primo Breviario laico che aveva allora registrato un sorprendente successo editoriale.
La parola “breviario” evoca un orizzonte religioso e fin sacrale, secondo un’antica tradizione liturgica cristiana.
Certamente le riflessioni che seguiranno recano l’impronta di quel “grande codice” di riferimento della civiltà occidentale che è il cristianesimo con le sue Scritture sacre.
Tra l’altro, a comporre e a proporre tali spunti di moralità e di interiorità è pur sempre un ecclesiastico, anzi, un vescovo.
Eppure l’aggettivo che qualifica questo “breviario” di pensieri quotidiani è, a prima vista, antitetico: “laico”, nell’accezione comune odierna (non in quella tradizionale e storica), è sinonimo di areligioso, agnostico, persino di ateo.
Vorremmo, allora, che le pagine de Le parole e i giorni fossero aperte anche a chi non varcherà mai la soglia di una chiesa, ma ha dentro di sé il fiorire delle domande, la vivacità della ricerca, il desiderio dell’introspezione (ha ragione, infatti, Puccini quando fa cantare al Principe ignoto della Turandot: “Ma il mio mistero è chiuso in me…”).
Forse il programma di questo volume potrebbe essere codificato in una delle Massime e riflessioni del grande Goethe: “La felicità suprema del pensatore è sondare il sondabile e venerare in pace l’insondabile”.
E il metodo potrebbe essere formalizzato con uno dei Pensieri di un altro grande, Pascal: “L’uomo è visibilmente fatto per pensare; è tutta la sua dignità e tutto il suo compito; e tutto il suo dovere è pensare come sì deve”.
La “laicità” delle riflessioni proposte – nel senso più vasto dei termine – è assicurata anche dalla molteplicità delle voci che ogni giorno interverranno: esse appartengono a culture differenti, a epoche storiche distanti, a religioni diverse o anche a nessuna religione.
Ognuna ha, però, un messaggio, un’intuizione, un pensiero da comunicare, attorno al quale è possibile far fiorire una meditazione breve, un’illuminazione intima, un fremito della coscienza.
Il caleidoscopio delle citazioni si compone, dunque, in un mosaico dai mille colori e forme, al cui interno, però, si intravede un profilo: è quello dell’uomo che pensa e che ama e che quindi vive in modo vero e autentico.
Un po’ come suggerisce la tradizione indù: “Se hai due pezzi di pane, danne uno ai poveri.
Vendi l’altro e compera dei giacinti per nutrire con la loro bellezza la tua anima”.
(©L’Osservatore Romano – 5 febbraio 2009)

Il digiuno per essere amici di Dio e attenti a chi ha bisogno

“Scegliendo liberamente di privarci di qualcosa per aiutare gli altri, mostriamo concretamente che il prossimo in difficoltà non ci è estraneo”.
Lo scrive il Papa nel messaggio per la Quaresima 2009, presentato martedì mattina, 3 febbraio, nella Sala Stampa della Santa Sede.
Benedetto XVI invita in particolare le parrocchie a riscoprire la pratica di donare ai poveri i frutti delle rinunce dei fedeli.
Cari fratelli e sorelle! All’inizio della Quaresima, che costituisce un cammino di più intenso allenamento spirituale, la Liturgia ci ripropone tre pratiche penitenziali molto care alla tradizione biblica e cristiana – la preghiera, l’elemosina, il digiuno – per disporci a celebrare meglio la Pasqua e a fare così esperienza della potenza di Dio che, come ascolteremo nella Veglia pasquale, “sconfigge il male, lava le colpe, restituisce l’innocenza ai peccatori, la gioia agli afflitti.
Dissipa l’odio, piega la durezza dei potenti, promuove la concordia e la pace” (Preconio pasquale).
Nel consueto mio Messaggio quaresimale, vorrei soffermarmi quest’anno a riflettere in particolare sul valore e sul senso del digiuno.
La Quaresima infatti richiama alla mente i quaranta giorni di digiuno vissuti dal Signore nel deserto prima di intraprendere la sua missione pubblica.
Leggiamo nel Vangelo: “Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto, per essere tentato dal diavolo.
Dopo aver digiunato quaranta giorni e quaranta notti, alla fine ebbe fame” (Mt 4, 1-2).
Come Mosè prima di ricevere le Tavole della Legge (cfr.
Es 34, 28), come Elia prima di incontrare il Signore sul monte Oreb (cfr.
1 Re 19, 8), così Gesù pregando e digiunando si preparò alla sua missione, il cui inizio fu un duro scontro con il tentatore.
Possiamo domandarci quale valore e quale senso abbia per noi cristiani il privarci di un qualcosa che sarebbe in se stesso buono e utile per il nostro sostentamento.
Le Sacre Scritture e tutta la tradizione cristiana insegnano che il digiuno è di grande aiuto per evitare il peccato e tutto ciò che ad esso induce.
Per questo nella storia della salvezza ricorre più volte l’invito a digiunare.
Già nelle prime pagine della Sacra Scrittura il Signore comanda all’uomo di astenersi dal consumare il frutto proibito: “Tu potrai mangiare di tutti gli alberi del giardino, ma dell’albero della conoscenza del bene e del male non devi mangiare perché, nel giorno in cui tu ne mangerai, certamente dovrai morire” (Gn 2, 16-17).
Commentando l’ingiunzione divina, san Basilio osserva che “il digiuno è stato ordinato in Paradiso”, e “il primo comando in tal senso è stato dato ad Adamo”.
Egli pertanto conclude: “Il “non devi mangiare” è, dunque, la legge del digiuno e dell’astinenza” (cfr.
Sermo de jejunio: PG 31, 163, 98).
Poiché tutti siamo appesantiti dal peccato e dalle sue conseguenze, il digiuno ci viene offerto come un mezzo per riannodare l’amicizia con il Signore.
Così fece Esdra prima del viaggio di ritorno dall’esilio alla Terra Promessa, invitando il popolo riunito a digiunare “per umiliarci – disse – davanti al nostro Dio” (8, 21).
L’Onnipotente ascoltò la loro preghiera e assicurò il suo favore e la sua protezione.
Altrettanto fecero gli abitanti di Ninive che, sensibili all’appello di Giona al pentimento, proclamarono, quale testimonianza della loro sincerità, un digiuno dicendo: “Chi sa che Dio non cambi, si ravveda, deponga il suo ardente sdegno e noi non abbiamo a perire!” (3, 9).
Anche allora Dio vide le loro opere e li risparmiò.
Nel Nuovo Testamento, Gesù pone in luce la ragione profonda del digiuno, stigmatizzando l’atteggiamento dei farisei, i quali osservavano con scrupolo le prescrizioni imposte dalla legge, ma il loro cuore era lontano da Dio.
Il vero digiuno, ripete anche altrove il divino Maestro, è piuttosto compiere la volontà del Padre celeste, il quale “vede nel segreto, e ti ricompenserà” (Mt 6, 18).
Egli stesso ne dà l’esempio rispondendo a satana, al termine dei 40 giorni passati nel deserto, che “non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio” (Mt 4, 4).
Il vero digiuno è dunque finalizzato a mangiare il “vero cibo”, che è fare la volontà del Padre (cfr.
Gv 4, 34).
Se pertanto Adamo disobbedì al comando del Signore “di non mangiare del frutto dell’albero della conoscenza del bene e del male”, con il digiuno il credente intende sottomettersi umilmente a Dio, confidando nella sua bontà e misericordia.
Troviamo la pratica del digiuno molto presente nella prima comunità cristiana (cfr.
At 13, 3; 14, 22; 27, 21; 2 Cor 6, 5).
Anche i Padri della Chiesa parlano della forza del digiuno, capace di tenere a freno il peccato, reprimere le bramosie del “vecchio Adamo”, ed aprire nel cuore del credente la strada a Dio.
Il digiuno è inoltre una pratica ricorrente e raccomandata dai santi di ogni epoca.
Scrive san Pietro Crisologo: “Il digiuno è l’anima della preghiera e la misericordia la vita del digiuno, perciò chi prega digiuni.
Chi digiuna abbia misericordia.
Chi nel domandare desidera di essere esaudito, esaudisca chi gli rivolge domanda.
Chi vuol trovare aperto verso di sé il cuore di Dio non chiuda il suo a chi lo supplica” (Sermo 43: PL 52, 320.
332).
Ai nostri giorni, la pratica del digiuno pare aver perso un po’ della sua valenza spirituale e aver acquistato piuttosto, in una cultura segnata dalla ricerca del benessere materiale, il valore di una misura terapeutica per la cura del proprio corpo.
Digiunare giova certamente al benessere fisico, ma per i credenti è in primo luogo una “terapia” per curare tutto ciò che impedisce loro di conformare se stessi alla volontà di Dio.
Nella Costituzione apostolica Pænitemini del 1966, il Servo di Dio Paolo VI ravvisava la necessità di collocare il digiuno nel contesto della chiamata di ogni cristiano a “non più vivere per se stesso, ma per colui che lo amò e diede se stesso per lui, e …
anche a vivere per i fratelli” (cfr.
Cap.
i).
La Quaresima potrebbe essere un’occasione opportuna per riprendere le norme contenute nella citata Costituzione apostolica, valorizzando il significato autentico e perenne di quest’antica pratica penitenziale, che può aiutarci a mortificare il nostro egoismo e ad aprire il cuore all’amore di Dio e del prossimo, primo e sommo comandamento della nuova Legge e compendio di tutto il Vangelo (cfr.
Mt 22, 34-40).
La fedele pratica del digiuno contribuisce inoltre a conferire unità alla persona, corpo ed anima, aiutandola ad evitare il peccato e a crescere nell’intimità con il Signore.
Sant’Agostino, che ben conosceva le proprie inclinazioni negative e le definiva “nodo tortuoso e aggrovigliato” (Confessioni, ii, 10.18), nel suo trattato L’utilità del digiuno, scriveva: “Mi dò certo un supplizio, ma perché Egli mi perdoni; da me stesso mi castigo perché Egli mi aiuti, per piacere ai suoi occhi, per arrivare al diletto della sua dolcezza” (Sermo 400, 3, 3: PL 40, 708).
Privarsi del cibo materiale che nutre il corpo facilita un’interiore disposizione ad ascoltare Cristo e a nutrirsi della sua parola di salvezza.
Con il digiuno e la preghiera permettiamo a Lui di venire a saziare la fame più profonda che sperimentiamo nel nostro intimo: la fame e sete di Dio.
Al tempo stesso, il digiuno ci aiuta a prendere coscienza della situazione in cui vivono tanti nostri fratelli.
Nella sua Prima Lettera san Giovanni ammonisce: “Se uno ha ricchezze di questo mondo e vedendo il suo fratello in necessità gli chiude il proprio cuore, come rimane in lui l’amore di Dio?” (3, 17).
Digiunare volontariamente ci aiuta a coltivare lo stile del Buon Samaritano, che si china e va in soccorso del fratello sofferente (cfr.
Enc.
Deus caritas est, 15).
Scegliendo liberamente di privarci di qualcosa per aiutare gli altri, mostriamo concretamente che il prossimo in difficoltà non ci è estraneo.
Proprio per mantenere vivo questo atteggiamento di accoglienza e di attenzione verso i fratelli, incoraggio le parrocchie ed ogni altra comunità ad intensificare in Quaresima la pratica del digiuno personale e comunitario, coltivando altresì l’ascolto della Parola di Dio, la preghiera e l’elemosina.
Questo è stato, sin dall’inizio, lo stile della comunità cristiana, nella quale venivano fatte speciali collette (cfr.
2 Cor 8-9; Rm 15, 25-27), e i fedeli erano invitati a dare ai poveri quanto, grazie al digiuno, era stato messo da parte (cfr.
Didascalia Ap., v, 20, 18).
Anche oggi tale pratica va riscoperta ed incoraggiata, soprattutto durante il tempo liturgico quaresimale.
Da quanto ho detto emerge con grande chiarezza che il digiuno rappresenta una pratica ascetica importante, un’arma spirituale per lottare contro ogni eventuale attaccamento disordinato a noi stessi.
Privarsi volontariamente del piacere del cibo e di altri beni materiali, aiuta il discepolo di Cristo a controllare gli appetiti della natura indebolita dalla colpa d’origine, i cui effetti negativi investono l’intera personalità umana.
Opportunamente esorta un antico inno liturgico quaresimale: “Utamur ergo parcius, / verbis, cibis et potibus, / somno, iocis et arctius / perstemus in custodia – Usiamo in modo più sobrio parole, cibi, bevande, sonno e giochi, e rimaniamo con maggior attenzione vigilanti”.
Cari fratelli e sorelle, a ben vedere il digiuno ha come sua ultima finalità di aiutare ciascuno di noi, come scriveva il Servo di Dio Papa Giovanni Paolo II, a fare di sé dono totale a Dio (cfr.
Enc.
Veritatis splendor, 21).
La Quaresima sia pertanto valorizzata in ogni famiglia e in ogni comunità cristiana per allontanare tutto ciò che distrae lo spirito e per intensificare ciò che nutre l’anima aprendola all’amore di Dio e del prossimo.
Penso in particolare ad un maggior impegno nella preghiera, nella lectio divina, nel ricorso al Sacramento della Riconciliazione e nell’attiva partecipazione all’Eucaristia, soprattutto alla Santa Messa domenicale.
Con questa interiore disposizione entriamo nel clima penitenziale della Quaresima.
Ci accompagni la Beata Vergine Maria, Causa nostræ laetitiæ, e ci sostenga nello sforzo di liberare il nostro cuore dalla schiavitù del peccato per renderlo sempre più “tabernacolo vivente di Dio”.
Con questo augurio, mentre assicuro la mia preghiera perché ogni credente e ogni comunità ecclesiale percorra un proficuo itinerario quaresimale, imparto di cuore a tutti la Benedizione Apostolica.
Dal Vaticano, 11 Dicembre 2008 (©L’Osservatore Romano – 4 febbraio 2009)

Eluana Englaro

Il viaggio della morte è cominciato di notte.
Eluana Englaro è stata trasportata dalla clinica di Lecco, dove in questi anni è stata amorevolmente assistita, ad una struttura sanitaria di Udine, dove dovrà morire.
Tra qualche giorno le verrà tolta l’alimentazione e l’idratazione.
Tutto questo con l’avallo di una sentenza.
È un momento triste per tutti coloro che – credenti o non – hanno a cuore la tutela della persona.
Se nessuno può togliere la vita ad un altro, togliere la vita ad una persona totalmente indifesa è una barbarie.
La fragilità e la debolezza, al contrario, sono un appello alla solidarietà, anche attraverso quei mezzi che oggi si hanno a disposizione.
In tal senso, Benedetto XVI ha ricordato, all’Angelus di domenica 1° febbraio, che “l’eutanasia è una falsa soluzione al dramma della sofferenza, una soluzione non degna dell’uomo”.
La vera risposta non può essere, infatti, dare la morte, per quanto “dolce”, ma testimoniare l’amore che aiuta ad affrontare il dolore e l’agonia in modo umano.
In questa vicenda taluni organi di informazione hanno sostenuto la tesi che il principio fondamentale sia l’autonomia di scelta della persona, fino al punto di decidere se far vivere o meno.
La Chiesa, invece, ha trasmesso la convinzione che nessuno può essere abbandonato nella debolezza e nella sofferenza.
La vita, cioè, è un bene sociale e, in una città solidale, tutti sono chiamati a fare la propria parte.
L’autonomia assoluta condanna alla solitudine, la relazione conduce alla solidarietà.
In questa direzione andava la richiesta, tante volte avanzata da chi quotidianamente assisteva Eluana, di affidarla proprio a loro: suore, medici, volontari, amici.
Avevano domandato una sorta di adozione: e questo è un meraviglioso gesto di amore.
Segno che in Italia il popolo della vita esiste.
Eluana Englaro ha raggiunto la casa di cura friulana che la ospiterà in attesa che le sia tolto il sondino dell’alimentazione.
Forse fra tre giorni.
L’ambulanza è uscita dalla clinica di Lecco all’1.30 di questa notte superando la piccola folla di persone che ha tentato di impedire la partenza.
Alcuni hanno gridato “Eluana svegliati!” Il ministro del Welfare Maurizio Sacconi sta valutando eventuali provvedimenti.
Dalla Chiesa l’anatema: “Abominevole assassinio”.
La politica si divide tra chi chiede silenzio (Rotondi, ministro Programma: “E’ il momento di tacere”), e chi urla condanne (Gasparri, Pdl: “E’ iniziato l’omicidio”) 13:41 Bocchino, Pdl: “Necessaria una legge” “E’ necessaria una legge che in futuro possa evitare casi Englaro”.
Così ha commentato Italo Bocchino, vicepresidente vicario del Popolo delle Libertà alla Camera 13:37 Esplode il dibattito su Facebook Esplode su Facebook il dibattito sul caso Eluana Englaro.
Oltre cento gruppi di discussione, divisi equamente tra gli inviti a “rispettare la volontà di Eluana”, con migliaia di adesioni, e coloro che sostengono il diritto di Eluana ad essere nutrita 13:20 Cei: “E’ eutanasia ma siamo vicini alla famiglia” I vescovi italiani ribadiscono che togliere l’idratazione e l’alimentazione ad Eluana è, “al di là delle intenzioni, eutanasia” e si affidano, in questo momento, alla forza della preghiera.
Tuttavia, affermano anche la loro vicinanza alla famiglia Englaro, “così duramente provata” 12:54 Beppino Englaro presto a Udine Beppino Englaro – si è saputo a Udine – potrebbe arrivare nel giro di qualche ora 12:48 Donadi, Idv: “Le sentenze vanno rispettate” “Noi dell’Italia dei valori crediamo che le sentenze vadano rispettate e così la scelta di chi da 17 anni vuole porre fine a un evidente accanimento terapeutico”.
Lo afferma il capogruppo alla Camera dell’Idv Massimo Donadi 12:38 Il medico che guida l’équipe: “Sono devastato” Amato De Monte, primario del primo reparto di anestesia dell’ospedale di Udine, che ha accompagnato Eluana nel viaggio da Lecco a Udine e che guiderà l’équipe disponibile ad attuare la sentenza per l’interruzione dell’alimentazione e dell’idratazione della donna, ha detto: “Sono profondamente devastato come uomo, come padre, come medico e come cittadino.
Tutta la società civile dovrebbe riflettere sullo scollamento tra il sentire sociale e la posizione della politica e della chiesa” sul tema della vita vegetale 12:32 Formigoni: “Fatto tutto il possibile per evitare questa tragedia” Il presidente della Regione Lombardia Roberto Formigoni, ha detto: “Abbiamo fatto tutto il possibile per evitare questa tragedia.
C’e’ molta amarezza in me in questo momento, molta compassione nei confronti della povera Eluana” 12:12 Società italiana anestesia: “Sopravviverà oltre 15 giorni” A partire dal momento della graduale interruzione della nutrizione-idratazione artificiale, Eluana Englaro potrebbe sopravvivere anche per un periodo superiore a 15 giorni.
Ad avanzare tale ipotesi è la past-president della Società italiana di anestesia Rosalba Tufano.
“Non esistono in merito dei protocolli definiti – ha ricordato l’esperta – ma ricordiamo il caso di Terry Schiavo, la donna morta a 41 anni il 31 marzo 2005 in una struttura specializzata in Florida, quasi due settimane dopo che i medici avevano staccato i tubi per l’alimentazione artificiale che l’avevano tenuta in vita per 15 anni” 12:08 Finocchiaro, Pd: “Alla maggioranza chiedo silenzio e rispetto” Anna Finocchairo, presidente del gruppo del Pd al Senato, invita il centrodestra a maggiore misura: “Rivolgo ai colleghi della maggioranza che hanno usato espressioni sinceramente fuori luogo, silenzio e rispetto di fronte a un dolore immenso” 11:59 Buttiglione, Udc: “Berlusconi convochi il consiglio dei ministri” “Berlusconi convochi subito un Consiglio dei ministri per fare una legge” per il testamento biologico.
Lo dice Rocco Buttiglione, presidente dell’Udc 11:55 Avvocato Angiolini: “Mi auguro che nessuno voglia interferire” L’avvocato Vittorio Angiolini, legale di Beppino Englaro, risponde al ministro Sacconi: “Mi auguro che nessuno voglia interferire.
Il ministro non ha alcuna competenza per fermare i trattamenti sanitari in corso” 11:42 Belisario, Idv: “La politica faccia un passo indietro” Il presidente dei senatori dell’Idv Felice Belisario ha detto: “La politica ha il dovere morale di fare un passo indietro perchè Eluana, in questo difficile momento, merita solo un silenzio fatto di pietas e di rispetto per la famiglia” 11:40 Mantovano: “Sarà la prima condanna a morte dopo il 1948” Il sottosegretario dell’Interno Alfredo Mantovano ha detto: “Sarà la prima condanna a morte dopo il 1948” 11:37 L’agenzia della Cei: “Togliere la vita è una barbarie” La Sir, l’agenzia della Conferenza episcopale italiana, scrive: “Il viaggio della morte è cominciato.
Togliere la vita ad una persona totalmente indifesa è una barbarie” 11:31 Gasparri, Pdl: “E’ iniziato l’omicidio” Il presidente dei senatori del Pdl Maurizio Gasparri ha detto: “E’ iniziato l’omicidio di Eluana, che rischia di avvenire impunemente e senza turbare convenzioni ed erogazioni di pubblico denaro” 11:25 Avvenire: “L’Italia non starà alla finestra” L’Italia “non starà alla finestra” ad attendere la fine di Eluana Englaro, ma rifiuterà “un’agonia insopportabile”, perchè “sa commuoversi, capire, battersi”: lo scrive il quotidiano della Cei Avvenire 11:24 Rotondi: “E’ il momento di tacere” Gianfranco Rotondi, ministro dell’Attuazione del programma, ha detto: “La vita non appartiene alla nostra disponibilità, ma di fronte a questo dramma penso che oramai ci sia solo da tacere e pregare” 11:13 Guardia giurata davanti alla stanza per tutelare la privacy Eluana Englaro è ospitata in una stanza al terzo piano de “La Quiete”, in una posizione isolata rispetto agli altri degenti, per tutelare la privacy.
Una seconda stanza e’ riservata ai familiari e in particolare al padre Giuseppe Englaro.
Una guardia giurata privata non consente a nessuno di avvicinarsi, neppure agli altri operatori sanitari della casa 10:58 Associazione di medici staccherà il sondino Sarà l’associazione ‘Per Eluana’ – composta dal primario di terapia intensiva dell’ospedale di Udfine Amato De Monte e da altri medici e tecnici specializzati – ad attuare, alla ‘Quiete’ di Udine, il protocollo di distacco del sondino che tiene in vita Eluana Englaro.
Lo ha detto l’avvocato Giuseppe Campeis che assiste la famiglia Englaro 10:43 L’anatema della Chiesa: “Fermate quella mano assassina” L’anatema della Chiesa contro la scelta di sospendere l’alimentazione a Eluana.
“Fermate quella mano assassina!” ha detto il cardinale messicano Javier Lozano Barragan, presidente del Pontificio consiglio per gli operatori sanitari, carica equivalente a ministro della Salute della Santa Sede.
“Interrompere alimentazione ed idratazione equivarrebbe ad un abominevole assassinio e la Chiesa lo griderà sempre ad alta voce” 10:34 Angiolini, legale degli Englaro: “Ci sarà riservatezza” Vittorio Angiolini, l’avvocato della famiglia Englaro, ha precisato che sul trattamento sanitario” a cui verrà affidata Eluana, “ci sarà riservatezza”: “La riservatezza impone di non rendere pubblici i passaggi di questo trattamento sanitario” 10:31 Alemanno, sindaco di Roma: “La vita è sacra” Il sindaco di Roma Gianni Alemanno ha detto: “Ritengo che la vita umana sia sempre sacra.
Non credo che un parente, un padre possa disporre di una vita umana in questa maniera.
Sono d’accordo con il ministro Sacconi” 10:17 Flick, Corte Costituzionale: “Preoccupato per conflitto politico” Il presidente della Corte costituzionale Giovanni Maria Flick è preoccupato “che un problema drammatico di questo tipo sia diventato oggetto di un conflitto politico ideologico di contrapposizione che sarebbe meglio non ci fosse” 10:15 Riccio, anestesista: “Eluana non può sentire fame, sete o dolore”: “Eluana Englaro non può sentire fame, sete o dolore”: lo sostiene l’anestesista Mario Riccio che ha staccato il respiratore a Pier Giorgio Welby.
“Gli stimoli – ha spiegato – dipendono infatti dalla corteccia cerebrale che nella donna non funziona più” 09:48 La Loggia: A Udine si compie vero e proprio omicidio “A Udine contro Eluana si sta per compiere un vero e proprio omicidio.
Si fermino, hanno ancora il tempo per riflettere e valutare le conseguenze della loro azione.
Nessuno ha il diritto di interrompere una vita privandola dell’alimentazione e dell’idratazione”.
Lo ha detto il vice Presidente del Gruppo del Pdl alla Camera Enrico La Loggia.
09:47 Sindaco di Udine: Decisioni importanti non ancora assunte Le ”decisioni importanti” non sono state ancora assunte.
Lo ha detto il sindaco di udine, Furio Honsell, ai giornalisti, sulla vicenda di Eluana Englaro.
”Ritenevo e ritengo ancora importante che Udine possa dare una risposta giusta e civile a questa vicenda umana”, ha detto Honsell, a margine del consiglio comunale di Udine.
”Oggi come allora – ha aggiunto il sindaco, a riguardo delle decisioni che si appresta ad assumere La Quiete, dove e’ ospitata Eluana – non ritengo giusto aggiungere altro, se non il mio sostegno nei confronti di chi deve ancora assumere decisioni importanti.
Ribadisco inoltre la mia intenzione di rispettare il silenzio chiesto da Beppino Englaro al quale va tutto il mio sostegno”.
09:03 Sacconi: valutiamo situazione, la società s’interroghi “Stiamo valutando la situazione anche da un punto di vista formale”.
Così il ministro del Welfare, Maurizio Sacconi, ha commentato gli ultimi sviluppi della vicenda di Eluana Englaro.
Intervenendo alla trasmissione ‘Panorama del giorno’ su Canale 5, il ministro ha tuttavia mantenuto il riserbo su eventuali nuovi provvedimenti, “alla luce – ha detto – delle situazioni di fatto e di diritto che verranno esaminate”.
09:02 Il padre di Eluana arriva nel pomeriggio Non è ancora arrivato a Udine Beppino Englaro, il padre di Eluana.
L’uomo, che a Lecco ha assistito alla partenza della figlia, non ha seguito l’ambulanza che la trasportava e sembra si trovi a Bergamo.
Dovrebbe arrivare a Udine nel pomeriggio.
08:51 Arcivescovo Udine: questa è una vera eutanasia E’ una ”vera e propria eutanasia” quella che sara’ applicata ad Eluana Englaro.
Lo sostiene l’arcivescovo di Udine, monsignor Pietro Brollo, che alla notizia dell’arrivo nella città della giovane in coma vegetativo da 17 anni, si e’ raccolto in preghiera ed ha poi sollecitato un soprassalto di coscienza a chi puo’ ancora decidere di aiutare Eluana a continuare a vivere.
08:49 Ordine dei medici di Milano: Noi al medico per sentenza Dopo la sentenza del Tar della Lombardia sul caso Englaro, il rischio e’ che nasca una nuova figura e cioe’ quella di un ”medico per sentenza: l’acritico esecutore di volonta’ sanitarie altrui”.
Lo evidenzia l’Ordine dei medici chirurghi e odontoiatri di Milano (OmceoMi), rilanciato oggi da DoctorNews, convinto che la sentenza con cui il tribunale amministrativo lombardo ha accolto il ricorso della famiglia Englaro contro la Regione Lombardia – invitando quest’ultima a indicare una struttura che possa accompagnare nel suo ultimo viaggio Eluana Englaro, la donna lecchese in stato vegetativo permanente da 17 anni – rappresenti ”un ulteriore passo in avanti lungo una via sbagliata, quale e’ quella giudiziaria, per risolvere un caso che attiene al sentire piu’ profondo dell’animo umano”.
08:39 Eluana, fra tre giorni la sospensione dell’alimentazione Eluana Englaro riposa, dall’alba, alla clinica La Quiete di Udine e fra tre giorni, se non interverranno fatti nuovi, sara’ sottoposta alle pratiche per essere accompagnata alla morte.
L’equipe medica diretta dal professor Amato de Monte, primario anestesista dell’ospedale di Udine, che operera’ a titolo volontario e gratuito accanto al letto di Eluana, comincera’ a sospenderle l’alimentazione e l’idratazione.
L’autorizzazione alla famiglia Englaro (Beppino, il padre, arrivera’ a Udine nelle prossime ore) era arrivata sabato dalla direzione dell’Istituto geriatrico assistenziale di Udine, da cui dipende La Quiete.
08:10 Tondo: La Regione Friuli non ha interferito sulla vicenda “Sono vicino a Beppino Englaro in questo momento tragico.
La Regione non ha mai interferito e, come avevo già detto, la nostra posizione è neutra.
Questa vicenda fra privati è legata a un diritto di Eluana sancito da una sentenza e non saremo certo noi a impedirlo.
Formigoni ha una sua posizione? Bene, io invece ho la mia”.
Lo ha detto Renzo Tondo, presidente del Friuli Venezia Giulia, al ‘Messaggero Veneto’ di Udine.
07:07 Il padre Beppino non è a Udine Beppino Englaro non ha seguito sua figlia Eluana ad Udine.
Lo si è appreso da fonti della casa di cura ‘La Quiete’, dove la donna è stata ricoverata.
Beppino era a Lecco ieri sera ed ha assistito alla partenza della figlia per Udine, poi si è fermato a Bergamo.
L’uomo dovrebbe raggiungere Udine nel pomeriggio di oggi o, più probabilmente, nella giornata di domani.
06:20 Ambulanza entrata da un ingresso secondario L’ambulanza che ha trasportato Eluana Englaro a Udine è entrata alla casa di assistenza ‘La Quiete’ per un ingresso secondario.
Per evitare l”assaltò delle decine di teleoperatori e reporter che da alcune ore sostavano davanti all’ingresso principale della struttura sanitaria, polizia e carabinieri hanno fatto entrare l’ambulanza da un altro accesso.
L’unico mezzo ad entrare nella clinica è stata l’ambulanza: papà Beppino, che aveva seguito in macchina da Lecco la figlia, non è stato visto entrare al seguito.
06:00 Eluana arrivata in clinica a Udine L’ambulanza che trasporta Eluana Englaro, partita da Lecco stanotte all’1:30, è arrivata alla casa di cura ‘La Quiete’ di Udine alle 5:54 di questa mattina .
Ad accoglierla lo staff medico che dovrà attuare il protocollo del distacco dell’alimentazione forzata, che tiene in vita la donna in coma vegetativo da 17 anni.
01:42 Urla e slogan al passaggio del mezzo sanitario Dietro l’ambulanza è partito anche papà Beppino Englaro.
Al suo passaggio si sono levate numerose urla: “Non la uccidere”, “Eluana è viva”.
L’ambulanza, prima di riuscire a lasciare la rampa di accesso alla clinica, è rimasta bloccata per alcuni secondi a causa delle proteste degli esponenti delle associazioni, che hanno tentato di impedirne il passaggio.
L’ambulanza è riuscita a partire – preceduta da un’auto civetta – perchè alcuni agenti di polizia, sul posto da ore, hanno fatto spostare i manifestanti.
Uno di coloro che si erano sdraiati sul cofano è stato poi identificato.
Si tratta di un consigliere comunale lecchese del Pdl, Giacomo Zamperini.
01:40 L’ambulanza ha lasciato la clinica Eluana Englaro ha lasciato la clinica di Lecco a bordo dell’ambulanza, giunta poco prima, per essere trasferita a Udine.
La partenza è avvenuta fra le proteste di esponenti di associazioni in difesa della vita che si sono sdraiati sul cofano nel tentativo di fermare l’ambulanza.
01:10 Arrivata l’ambulanza E’ arrivata poco dopo l’una l’ambulanza che dovrebbe trasferire in nottata Eluana Englaro dalla clinica di Lecco alla sua nuova destinazione.
L’ambulanza è entrata attraverso il cancello principale ed è stata parcheggiata nel cortile coperto, lontana da sguardi dall’esterno.
00:40 Beppino Englaro in clinica a Lecco Beppino Englaro, il padre di Eluana, che questa notte dovrebbe essere trasferita in Friuli, è arrivato nella clinica di Lecco, dove la donna è ricoverata da anni.
Beppino Englaro, che era solo in auto, ha dovuto attendere alcuni minuti prima che il cancello della casa di cura Beato Luigi Talamoni venisse spalancato.
Nell’attesa è stato bersagliato dai flash dei fotografi mentre alcuni degli esponenti delle associazioni in difesa delle vita gli hanno urlato: “Eluana vuole vivere”.
L’arrivo di Beppino Englaro dovrebbe essere un segnale che sta per giungere a Lecco anche l’ambulanza con la quale la figlia sarà trasferita.
01:00 L’anestesista è sull’ambulanza Il primario del primo reparto di Anestesia dell’ospedale Santa Maria della Misericordia di Udine, Amato De Monte, si trova a bordo dell’ambulanza partita ieri sera da Udine per andare a prelevare Eluana Englaro a Lecco.
De Monte, che segue la vicenda di Eluana da tempo, guiderà come volontario l’equipe che nella casa di riposo di Udine dovrebbe procedere alla sospensione dell’alimentazione e dell’idratazione della donna in coma da 17 anni.
L’ambulanza dovrebbe giungere a Lecco fra non molto e ripartire nella notte per Udine dove Eluana potrebbe arrivare all’alba di oggi.
00:59 Rosari e striscioni davanti alla clinica In attesa che arrivi l’ambulanza per trasferire Eluana, un gruppo di aderenti al Centro di Aiuto alla Vita di Lecco ha recitato un rosario fuori dalla clinica Beato Luigi Talamoni ed esposto alcuni striscioni contro l’eutanasia.
“Quella di stasera è stata un’iniziativa assolutamente spontanea – ha detto Paolo Gulisano, presidente del Centro Aiuto alla Vita di Lecco -.
La nostra presenza qui è per dare una testimonianza di solidarietà ad Eluana visto che questa sera sta iniziando una fase terribile di una vicenda surreale”.
Al gruppo di aderenti del Cav di Lecco si è unita, oltre all’assessore regionale alla Famiglia e Solidarietà Sociale, Giulio Boscagli, anche l’assessore ai Servizi Sociali del Comune di Lecco, Angela Fortino.
Dichiarazione di S.
E.
Mons.
Mariano Crociata Sulla vicenda Englaro, do voce alla Presidenza della CEI che fa propria la dichiarazione resa nota ieri sera da S.
E.
mons.
Pietro Brollo, arcivescovo di Udine, alla notizia del trasferimento di Eluana da Lecco ad Udine: ”Faccio appello alla coscienza di tutti, perché quanti hanno chiaro di essere al cospetto di una persona vivente non esitino a volerne e ad esigerne la tutela, mentre quanti dubitano ancora abbiano la sapienza e la prudenza di astenersi da qualsiasi decisione irreparabile”.
E’ a tutti evidente che qualsiasi azione volta ad interrompere l’alimentazione e l’idratazione si configurerebbe – al di là delle intenzioni – come un atto di eutanasia.
Per parte nostra osiamo ancora sperare nella forza della preghiera che vince le resistenze più nascoste e siamo vicini alla famiglia così duramente provata e alle suore di Lecco che hanno amorevolmente assistita Eluana Englaro fino a ieri.
L’intervista.
cardinale Javier Lozano Barragan “Fermate quella mano assassina!”.
Anatema, misto a dolore e pietas cristiana, per la sorte di Eluana Englaro, da un cardinale di Santa Romana Chiesa.
Lo lancia, con toni fermi e decisi, il messicano Javier Lozano Barragan, presidente del Pontificio consiglio per gli operatori sanitari, carica equivalente a ministro della Salute della Santa Sede.
Appena – ieri sera – si è diffusa la notizia del trasferimento da Lecco a Udine della donna che da 17 anni vive in stato vegetativo permanente, il porporato è uscito allo scoperto con un vero e proprio altolà a chi, nella casa di riposo di Udine dove è stata portata Eluana, che “interromperle alimentazione ed idratazione equivarrebbe ad un abominevole assassinio e la Chiesa lo griderà sempre ad alta voce”.
Cardinale Lozano Barragan, ma c’è una sentenza della Cassazione che autorizza i sanitari a bloccare l’alimentazione forzata alla ragazza.
“Con tutto il rispetto per le sentenze, la posizione della Chiesa in difesa della vita è sempre la stessa.
E non può certamente cambiare in seguito ad un pronunciamento dei giudici.
Non solo nei confronti di Eluana Englaro, ma in ogni caso in cui si tratta di salvaguardare quel bene inestimabile di Dio che è la vita, dal primo concepimento fino alla conclusione naturale”.
Lei, quindi, esclude che si possa interrompere la somministrazione forzata di cibo e acqua per una persona da anni costretta a stare a letto in stato vegetativo permanente senza nessuna prospettiva di miglioramento? “Per la dolorosissima vicenda Englaro non si tratta di accanimento terapeutico perché i sanitari non provvederanno ad interrompere le terapie.
Ripeto, togliere ad una persona cibo ed acqua significa una cosa sola, ucciderla deliberatamente.
E la Chiesa e tutte le persone di buona volontà non potranno mai accettarlo”.
Comunque, alla casa di riposo di Udine il destino di Eluana potrebbe andare incontro a quella svolta per la quale si è tanto battuto il padre.
In momenti così drammatici, lei come pastore della Chiesa cosa si sente di dire? “Non è certamente questo il momento di alzare il livello delle polemiche.
Ma, come uomo di Chiesa, mi sento solo di ricordare che c’è un preciso comandamento biblico, il quinto del Decalogo dettato da Dio, che dice “Non uccidere”.
Per cui, se la sorte di Eluana sarà segnata tragicamente dal blocco dell’alimentazione, significa che si tratterà di un assassinio.
Non vedo come si possa definire diversamente la decisione di non far mangiare più una persona”.
Ma Beppino Englaro, il papà di Eluana, ha sempre detto che lui intende rispettare, in coscienza, la volontà della figlia che prima dell’incidente stradale di 17 anni fa più volte gli avrebbe confidato che non avrebbe voluto vivere attaccata alle macchine…
“No, non voglio assolutamente rispondere a questa domanda, perché il signor Englaro è già tanto arrabbiato con me.
Lo ha detto tante volte in passato quando ho spiegato la posizione della Chiesa su queste problematiche, riferendomi, non solo al caso della signorina Eluana, ma a tutti i casi in cui occorre salvaguardare il rispetto della vita, anche quella delle persone più deboli ed indifese.
Ma con dolore vedo che stiamo andando sempre più verso una cultura di morte”.
Se Eluana si spegnerà per mancanza di cibo, la Chiesa si sentirà sconfitta? “Saremmo sconfitti tutti se ad Udine si andrà verso questo tragico epilogo.
Ma, prima di tutto, ad essere sconfitto sarebbe il rispetto della vita umana.
La Chiesa, pur nel dolore, continuerà a pregare, a proclamare la difesa della vita perché dono di Dio irrinunciabile e a proporre – non a imporre – la sua dottrina di vita.
I sanitari di Udine applicheranno la sentenza dei giudici di Milano? Fino all’ultimo momento mi augurerò che ciò non accada.
Per il resto, come cristiano, non posso che affidarmi alla misericordia divina, pensando in primo luogo alle persone che soffrono e che non possono difendersi.
Come Eluana Englaro”.
di Orazio la Rocca Repubblica 3 febbraio 2009

“La stella di Esther”

In occasione della giornata della Memoria esce in Italia il graphic novel dell’olandese Eric Heuvel, realizzato dalla Casa di Anna Frank Un fumetto per spiegare l’Olocausto.
Arriva in Italia “La Stella di Esther”, graphic novel del disegnatore olandese Eric Heuvel, che racconta la Shoah pensando ai ragazzi.
Partendo dalla storia di Esther, giovane ebrea tedesca vittima della persecuzione nazista, che, ormai nonna, ricorda la sua vita parlandone al nipote e, con il suo aiuto, riesce a rimettersi sulle tracce del suo pesante passato e ad affrontarlo.
Pubblicato da De Agostini con il patrocinio della Ucei (Unione comunità ebraiche italiane) e realizzato dalla Casa di Anna Frank, il fumetto esce da noi in occasione della Giornata della Memoria.
Dall’originale olandese è già stato tradotto in tedesco, polacco, ungherese e inglese ed ha già fatto parlare di sé, prima di tutto in Germania, dove è usato nelle scuole come ausilio didattico nell’insegnamento dell’Olocausto ai ragazzi.
Le vicende di Esther prendono vita nello stile dolce di Heuvel, ex insegnante di storia, che è un omaggio dichiarato a Hergé, il papà di Tintin, con la stessa linea chiara, semplice e colorata; nulla a che vedere, per intenderci, con quel bianco e nero claustrofobico usato da Art Spiegelman in “Maus”, altro graphic novel, questa volta per adulti, che trattatava il tema della Memoria.
Una scelta studiata con molta attenzione, per compensare la durezza dei fatti narrati con un segno morbido, che non vuole traumatizzare.
“La Stella di Esther” è infatti pensato per far conoscere la storia della persecuzione ebraica ad adolescenti e preadolescenti, sfruttando un medium cui sono immediatamente attratti e per loro immediato, ma allo stesso tempo sempre più diffuso per trattare temi alti e complessi.
Esther è già in copertina, quando, ragazzina, fugge dai camion dei soldati nazisti.
Nelle pagine interne, è diventata nonna e ricorda tra lo stupore di suo nipote e di quello della sua amica Helena di quando lasciò la Germania per l’Olanda, costretta a nascondersi per non finire con la famiglia ai campi di concentramento.
Una vita che cambia rapidamente, i vicini di casa che diventano estranei o nemici, il compagno con cui giocava ogni pomeriggio che non si fa più trovare perché il padre non approva che veda un’ebrea.
Un passato lontano, che riaffiora tavola dopo tavola.
Senza tralasciare i fatti storici, il fumetto punta decisamente sulle esistenze dei singoli, che subiscono sulla loro pelle l’ascesa di Hitler e le persecuzioni in un crescendo che invade la loro quotidianità e li priva del lavoro, degli amici, del rispetto degli altri, fino ad ostracizzarli per poi arrivare alle deportazioni di massa.
Dialoghi e disegni con cui Heuvel racconta sofferenze ed umiliazioni sono stati studiati con particolare cura.
“Usare un tratto classico, rassicurante, è una scelta ben precisa, come quella di evitare tutto il brutale e l’inenarrabile della Shoah, perfettamente in linea con la didattica della memoria oggi”, spiega Odelia Liberanome Bedarida, coordinatrice del centro pedagogico della Ucei, che ha patrocinato il libro-fumetto.
“Se si mostrano scene terribili si tende a rimuoverle.
Perché la memoria abbia un senso, ci si deve concentrare su messaggi attuali e comprensibili”.
Anche il colore è stato preferito al tradizionale bianco e nero, comune per le opere che trattano visivamente dell’Olocausto, per non incorrere in un eccesso di melodrammaticità.
Questo understatement di trama e stile non nasconde però nulla, e riporta la realtà della tragedia in tutta la sua complessità.
“Oggi che i sopravvissuti stanno invecchiando, ci si ricorderà di questa terribile pagina della storia solo se i ragazzi si abitueranno a pensare a quali sono stati i valori morali, e a riflettere sui diversi atteggiamenti tenuti dalla gente, sul valore della scelta: da chi è rimasto indifferente a chi ha scelto di aiutare o di diventare a sua volta persecutore” dice ancora Liberanome Bedarida.
Perché “tutto può accadere di nuovo se non si è ben attenti a monitorare i valori dell’uguaglianza e ad impegnarsi a ricordare”.
Partendo, magari, da un fumetto.
da Repubblica.it

Giovani ed internet

L’aumentato utilizzo dei social network come Facebook porterebbe con sé molte opportunità di contatto tra i ragazzi, aiutati a superare le timidezze a coltivare i propri interessi insieme agli altri.
Il tempo dedicato a fare ricerche è però sempre meno.
E sale il rischio adescamento: dal 1998 ad oggi in Italia sono stati chiusi per pedofilia 177 siti.
Il Moige lancia una campagna informativa: esperti del movimento entreranno in 50 scuole per incontrare studenti, genitori e docenti.
Sembra ridursi sempre più il tempo che i giovani dedicano ad internet per realizzare ricerche o per trovare informazioni di supporto allo studio.
In calo sarebbe anche la recente abitudine intrapresa dai ragazzi di scaricare dal web file musicali o multimediali di ogni genere.
Sale invece l’utilizzo della rete per comunicare con gli altri o per fare nuove amicizie: un fenomeno che spiega il boom dei social network come Facebook, il luogo virtuale per eccellenza dove si possono facilmente conoscere nuovi amici, ma anche chiacchiere in chat, scambiarsi confidenze, raccontare la propria vita quotidiana a tutti, otre che inserire le proprie foto.
La moda del suo utilizzo starebbe però anche ampliando le possibilità di adescamento dei minori su internet: una triste escalation di ragazzi caduti in trappole tese da individui spietati che spesso celano la loro vera identità e i loro scopi per “colpire” al momento opportuno.
I dati provengono da un’indagine condotta da Swg per il Movimento italiano genitori (Moige).
In base allo studio risulta che l’utilizzo della rete porterebbe con sé molte opportunità di contatto tra i ragazzi, aiutati a superare le timidezze a coltivare i propri interessi insieme agli altri, ma anche diversi pericoli, primo fra tutti quello dell’adescamento dei pedofili.
Per mettere in guardia ragazzi e genitori, aiutandoli a riconoscere i pericoli e a utilizzare gli strumenti di sicurezza, il Moige lancia una campagna di informazione, che ha preso il via a fine gennaio per coinvolgere 50 scuole medie inferiori in due anni: 28 nel 2009 e le altre nel 2010.
Gli esperti del movimento dei genitori entreranno nelle aule insieme agli agenti della polizia postale nelle ore di lezione, mentre al pomeriggio incontreranno genitori e docenti, che spiegare loro come utilizzare gli strumenti di controllo per la verifica e la limitazione della navigazione.
Sei genitori su dieci, infatti, secondo la ricerca, non adottano alcun sistema di controllo sul computer, nonostante il fatto di essere preoccupati: l’83% dei 600 genitori con figli compresi tra gli 11 e i 15 anni che hanno partecipato all’indagine, ammette di avere il timore di pedofili o di un uso pericoloso di internet da parte dei propri figli.
“L’avvento dei nuovi social network con Facebook e My Space potrebbe incrementare il rischio di adescamento per i nostri ragazzi”, spiega Diego Busi, direttore della divisione investigativa della polizia postale.
“La nostra campagna – sottolinea Maria Rita Munizzi, presidente del Moige – nasce proprio per questo motivo: noi adulti, genitori e insegnanti, non possiamo più permetterci di restare nell’ignoranza ma dobbiamo iniziare a conoscere internet e gli strumenti a nostra disposizione per proteggere i ragazzi, insegnare loro a utilizzarlo e assicurare loro una navigazione sicura”.
Malgrado si operi in un ambito virtuale, i pericoli sono più che reali: secondo la polizia postale dal 1998 ad oggi in Italia sono stati chiusi per pedofilia 177 siti internet.
E poco meno di altri 11mila siti internet pedofili, scoperti durante l’attività investigativa, sono stati poi segnalati dagli agenti italiani alle forze di polizia di altri Paesi.
Negli ultimi dieci anni, grazie al lavoro di controllo, sono scattati 238 arresti e 4.465 denunce.
In tutto la polizia postale italiana ha controllato oltre 293mila siti internet.
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La Bibbia. Via, verità e vita

Pubblichiamo stralci dell’introduzione generale.  La Scrittura tra eternità e tempo Parola divina e parole umane, Verbo e carne, eternità e tempo, infinito e spazio umano, Dio e uomo.
Sono sempre due le prospettive da adottare nella lettura della Bibbia e due sono le luci che devono illuminare il cammino interpretativo del lettore credente.
C’è innanzitutto l’aspetto storico-letterario.
Esso esige nel lettore una certa attrezzatura critica fatta di conoscenze specifiche.
È questo il lavoro che compie l’esegesi, un termine che nella sua origine greca indica un “tirare fuori” dal testo tutta la sua ricchezza di contenuti e di messaggio, identificandone i mezzi espressivi e le sue forme.
A quest’ultimo riguardo è importante saper identificare i cosiddetti generi letterari, cioè le varie modalità con cui si esprimono i diversi contenuti: differenti sono, infatti, i linguaggi adottati quando si deve codificare un testo giuridico, si innalza un inno di lode, si descrive un evento storico, si invoca un sostegno nella supplica, si elabora una lettera, si approfondisce con la riflessione un tema, si narra una parabola per illustrare un concetto, si proclama un oracolo sacrale e profetico, si ammonisce e si esorta a scegliere un comportamento morale e così via.
Naturalmente, oltre ai generi, sono molte altre le forme letterarie, i simboli, le tipologie espressive come anche le ricerche di taglio storiografico da condurre così da interpretare correttamente i testi biblici nel loro profilo storico-letterario.
Anzi, soprattutto nella seconda metà del Novecento si sono moltiplicati altri metodi di scavo nella pagina biblica per coglierne meglio il suo aspetto letterario e il suo contenuto.
Si è attenti, ad esempio, alla dimensione sociale in cui sono vissuti gli uomini e le donne della Bibbia e che è poi riflessa negli scritti sacri.
Si ricorre alla psicologia e alla psicanalisi per meglio decifrare alcune esperienze profetiche o il linguaggio delle immagini e dei simboli biblici e per penetrare nel mondo dei miracoli.
Ci sono letture “femministe” della Bibbia, preoccupate di non confondere alcuni modelli storici ed espressivi patriarcali della società ebraica antica col messaggio della Sacra Scrittura sulla creatura umana.
Altre volte l’attenzione si fissa sull’analisi delle narrazioni bibliche, sulle tecniche di convincimento che in alcuni testi sacri sono sviluppate attraverso la retorica, ossia l’arte della persuasione, come non manca il ricorso a moderni approcci di studio del testo nelle sue strutture (la semiotica).
Due sono gli ambiti nei quali l’esercizio della corretta interpretazione storico-letteraria si accende spesso di interesse vivace, anche perché tocca la nostra sensibilità attuale.
Il primo è quello della “verità” che la Scrittura vuole comunicarci.
In passato si confondevano i piani tra espressione e contenuto e così scattavano forti tensioni tra scienza e fede: tanto per fare un esempio, pensiamo alla teoria dell’evoluzionismo.
Certo, l’autore sacro viveva in una cultura nella quale il modello scientifico era quello “fissista” per cui l’uomo era già compiuto e completo nel suo apparire all’interno di un mondo concepito, tra l’altro, in modo geocentrico.
Era questo l’insegnamento che la Bibbia voleva offrire? In realtà essa non voleva rispondere a domande di scienza riguardanti l’antropologia o l’astrofisica, bensì a interrogazioni esistenziali e religiose sul senso della vita, della creatura umana, dell’essere e del loro legame col Creatore.
È per questo che pittorescamente sant’Agostino affermava che “non si legge nel Vangelo che il Signore abbia detto: “Vi manderò il Paraclito per insegnarvi come vanno il sole e la luna.
Voleva formare dei cristiani, non dei matematici”” (De Genesi ad litteram, 2, 9, 20).
Bisogna, dunque, interrogare la Bibbia in modo corretto, senza costringerla a risposte che non vuole offrire e che solo artificiosamente le possiamo strappare.
L'”inerranza” della Sacra Scrittura – come si era soliti dire in passato – non riguarda la scienza o la storiografia ma gli asserti religiosi.
O meglio, la “verità” che la Bibbia ci vuole comunicare non è di tipo scientifico ma teologico, come ha sottolineato in modo nitido il concilio Vaticano ii: “I libri della Sacra Scrittura insegnano con certezza, fedelmente e senza errore, la verità che Dio, a causa della nostra salvezza, volle che fosse consegnata nelle Sacre Lettere” (Dei Verbum, 11).
Le verità che le pagine sacre ci insegnano sono, perciò, quelle finalizzate alla nostra salvezza.
Non possiamo, però, ignorare che molti testi biblici sono striati di sangue e di violenza, di immoralità di ogni genere, non di rado senza un giudizio negativo, anzi, talora con una tacita o diretta, apparente o implicita approvazione divina.
Essi generano reazioni scandalizzate nel lettore che sia sensibile non solo al messaggio dell’amore evangelico ma anche ai puri e semplici valori umani.
È, questa, l’altra questione interpretativa, ancor più delicata e lacerante.
Basta, infatti, sfogliare i primi capitoli del libro di Giosuè, che descrivono la conquista della terra promessa, per scoprirvi un cumulo di efferatezze e di stermini, posti sotto il sigillo dell’ordine divino.
Altrettanto impressionante è la collera furibonda che pervade i cosiddetti “Salmi imprecatori” (ad esempio, Salmi, 58; 109; 137, 8-9).
È indubbio che l’analisi letteraria fa capire subito che queste pagine risentono del linguaggio e dello stile caratteristici della cultura dell’antico Vicino Oriente che amava l’eccesso verbale, i colori accesi, l’esasperazione dei toni e aveva fiducia nella forza “offensiva” della parola stessa, fondamentale in una civiltà di tipo orale.
L’odio per il male e l’ansia per la giustizia si esercitano, perciò, prima di tutto a livello verbale.
Ma tutto questo non basta per giustificare l'”immoralità” di quei testi.
Decisiva per rimuovere questo ostacolo che si para davanti al lettore della Scrittura è un’altra considerazione.
La via maestra per comprendere correttamente simili testi marziali o violenti o immorali è ancora una volta quella di tener presente la qualità specifica della rivelazione biblica: essa è per eccellenza storica.
La parola e l’azione divina non sono sospese in cieli mitici e mistici ma sono innescate nella trama tormentata e faticosa della vicenda umana.
Esse non sono simili a una serie di tesi o verità astratte, raccolte in un florilegio scritto, ma sono come un seme che germoglia sotto il terreno arido, sassoso e opaco della storia e dell’esistenza.
Dio, allora, si fa vicino e paziente, si adatta al limite e persino alla brutalità della creatura umana libera e progressivamente cerca di condurla verso un orizzonte più alto che ha nella legge evangelica dell’amore e del perdono il suo apice, ma che ha già nell’Antico Testamento squarci luminosi: “Tu, padrone della forza, giudichi con mitezza, ci governi con molta indulgenza (…) Con tale modo di agire hai insegnato al tuo popolo che il giusto deve amare l’umanità” (Sapienza, 12, 18-19).
Proprio questa dimensione storica e progressiva della rivelazione biblica ci fa comprendere quanto pericolosa e illusoria sia la lettura “fondamentalista” della Bibbia, praticata da alcuni movimenti religiosi.
Essa vorrebbe presentarsi come esemplare perché la sua fedeltà al testo è letterale, assoluta, ciecamente affidata alle parole e alle frasi così come esse materialmente suonano, senza applicare quella corretta interpretazione che conduce alla scoperta di ciò che veramente l’autore sacro voleva comunicare attraverso un linguaggio connotato e datato, legato a un mondo culturale e sociale concreto e ormai lontano da quello in cui noi ora viviamo.
È, quindi, indispensabile il contributo dell’esegesi e dell’interpretazione – naturalmente ottenuto attraverso un metodo corretto – per essere autenticamente fedeli al senso vero della Sacra Scrittura.
Per questa via non si dissolve la “lettera” della Bibbia e la sua storicità, ma si riesce a cogliere la “verità” che essa ci vuole comunicare così da divenire “lampada per i passi e la luce sul cammino” della vita del lettore (Salmi, 119, 105).
In questa linea si riesce a comprendere il monito di san Paolo secondo il quale “la lettera uccide, è lo Spirito che dà vita” (2 Corinzi, 3, 6).
È per questo che la Bibbia è nel cuore stesso della liturgia, ove è proclamata, commentata, meditata e attualizzata.
Essa è anche l’anima dell’annunzio della fede e della catechesi; è l’alimento della vita spirituale attraverso la lectio divina, ossia la lettura intima e fruttuosa che trasferisce l’appello di Dio nell’esistenza personale del credente.
La Bibbia è alla base della teologia che a quella fonte attinge la verità da illustrare e approfondire e la norma morale da seguire nelle scelte personali e comunitarie.
La Bibbia è alla radice del nostro legame con l’ebraismo ed è il terreno privilegiato per il dialogo ecumenico tra i cristiani che alla Scrittura guardano come a una stella polare.
Anzi, figure, eventi e temi biblici pervadono, sia pure elaborati e trasformati, lo stesso libro sacro dell’islam, il Corano.
La Bibbia è il “grande codice” di riferimento della cultura.
Per secoli personaggi, eventi, simboli, idee, temi biblici hanno offerto le immagini per le creazioni più alte della pittura e della scultura, sono stati trasfigurati nella musica, sono stati ripresi e ricreati dalla letteratura, hanno stimolato la riflessione filosofica e sostanziato la ricerca morale.
Per rendere più disponibili le Scritture ai lettori di nuovi ambiti culturali e spirituali, fin dall’antichità si è proceduto a tradurre in nuove lingue quei libri.
In greco nacque, tra il III e il II secolo prima dell’era cristiana, la versione dei Settanta, così chiamata per una tradizione leggendaria che ne attribuiva la paternità a settanta studiosi riuniti ad Alessandria di Egitto per compiere questa impresa.
In latino san Girolamo, tra il 383 e il 406, tra Roma e Betlemme, ove si era ritirato, si dedicò a preparare la Vulgata, cioè la traduzione “popolare” che dominerà nella Chiesa cattolica nei secoli successivi; le varie comunità cristiane antiche affrontarono altre versioni nelle loro lingue e così si continuò a fare fino ai nostri giorni, in tutte le lingue del nostro pianeta.
Lo stesso accade anche a questa traduzione italiana che è quella ufficiale della Conferenza episcopale italiana, giunta ormai a una definitiva redazione.
Conservata alle origini su papiri, poi su codici di pergamena e persino su cocci di terracotta, divenuta il primo libro stampato (la Bibbia di Gutenberg del 1452), la Sacra Scrittura approda anche nella civiltà informatica sulle pagine elettroniche, testimoniando la sua presenza sempre vitale nella cultura dell’umanità e nella fede dei credenti.
Ora è davanti a noi in questa traduzione rinnovata ed efficace, accompagnata da un commento che coniuga essenzialità e ricchezza di contenuti, offrendo spunti preziosi per l’uso liturgico e pastorale, senza però venir meno alle esigenze di una corretta e rigorosa esegesi e interpretazione.
Si ritrovano, così, in azione le due dimensioni della Parola divina e delle parole umane, della fede e della storia, del “Verbo” e della “carne”.
La Bibbia potrà, così, diventare “la via, la verità e la vita” del fedele nel cammino della sua esistenza e nella luce della sua presenza.
di Gianfranco Ravasi (©L’Osservatore Romano – 1 febbraio 2009) La Bibbia.
Via, verità e vita, Edizione San Paolo, Cinisello Balsamo, 2008, pagine 2672, euro 29 Arriva in libreria l’edizione San Paolo della Bibbia con la nuova traduzione della Conferenza episcopale italiana.
 Il progetto editoriale del volume è diretto da Gianfranco Ravasi per l’Antico Testamento e da Bruno Maggioni per il Nuovo.
In un volume unico il testo biblico nella nuova traduzione CEI accompagnato da inedito apparato di note su tre livelli: VIA, Note di carattere teologico; VERITA’, Note di carattere esegetico; VITA, Note di carattere liturgico.
La dinamica impaginazione permette di avere a portata di mano tutti i riferimenti necessari per la collocazione e l’interpretazione del testo.
La Bibbia Via Verità e Vita è l’unica che tiene traccia, in nota, delle modifiche apportate nella traduzione rispetto alla passata edizione del 1974.

Vita consacrata Parola di Dio vissuta

La testimonianza profetica della vocazione dei consacrati e delle consacrate si fonda sull’amore di Gesù, che ha trasformato le loro esistenze, e richiama la stessa passione evangelica di san Paolo, come ha affermato Benedetto XVI il 28 giugno 2008 nei primi vespri dei santi apostoli Pietro e Paolo: l’apostolo Paolo “ci ha donato una professione di fede molto personale, in cui apre il suo cuore e rivela quale sia la molla più intima della sua vita.
“(…) Vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato se stesso per me” (Lettera ai Galati 2, 20).
Tutto ciò che Paolo fa, parte da questo centro.
La sua fede è l’esperienza dell’essere amato da Gesù Cristo in modo tutto personale; (…) è l’essere colpito dall’amore di Gesù Cristo, un amore che lo sconvolge fin nell’intimo e lo trasforma.
La sua fede non è una teoria, un’opinione su Dio e sul mondo.
La sua fede è l’impatto dell’amore di Dio sul suo cuore”.
È questo anche il movente che spinge ogni persona consacrata a donarsi a Dio e ai fratelli e che compendia tutta un’ampia riflessione sul valore fondante dell’amore per l’identità del cristiano e connota ancor più coloro che si donano al Signore alla radice stessa della loro vocazione e semplicemente li fa essere servi per amore del Vangelo.
Un fatto che certamente segnò la svolta decisiva nella vita di san Paolo fu l’evento di Damasco, l’incontro sconvolgente del giovane Saulo, feroce persecutore della Chiesa, con Gesù di Nazareth, che gli si manifestò con le parole: “(…) Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?…
Io sono Gesù che tu perseguiti!” (Atti degli Apostoli, 9, 4-5), rivelazione divina che lo trasformò in apostolo e missionario delle genti.
Tale cristofania sulla via di Damasco operò la conversione di san Paolo e fu l’investitura divina della sua missione, quale annunciatore del vangelo ai pagani.
Egli dirà nella Lettera ai Filippesi: “(…) Sono stato conquistato da Gesù Cristo” (3, 12), e da colui che “si compiacque di rivelare a me suo Figlio perché lo annunziassi in mezzo ai pagani” (Lettera ai Galati 1, 15-16).
È sempre il Signore che fa breccia nel cuore di ogni consacrato, chiamandolo alla comunione personale con lui e guidandolo in un’esistenza trasformata dal suo amore.
La persona consacrata nel suo rapporto dialogico con Dio diventa così “epifania dell’amore di Dio nel mondo” (Vita consecrata, cap.
III) e può ripetere con san Paolo: “Per me (…) il vivere è Cristo” (Lettera ai Filippesi 1, 21), perché “l’amore del Cristo ci spinge” (Seconda lettera ai Corinzi 5, 14).
La vita fatta donazione di amore, che le persone di vita consacrata vivono tramite i consigli evangelici, trova la sua sorgente e la sua forza nell’ascolto della Parola di Dio.
Sul terreno dell’esperienza, infatti, tra i consacrati si avverte un notevole impulso verso la Bibbia come desiderio di ascoltare la Parola di Dio, per cui l’incontro con il Vangelo è la categoria privilegiata attraverso cui presentare la fede cristiana all’uomo d’oggi.
L’incontro con la Parola diviene così un fatto esistenziale interpersonale e un’esperienza religiosa da vivere.
Il recente Sinodo dei Vescovi afferma: “La vita consacrata nasce dall’ascolto della Parola di Dio e accoglie il Vangelo come sua norma di vita.
Alla scuola della Parola, riscopre di continuo la sua identità e si converte in evangelica testificatio per la Chiesa e per il mondo.
Chiamata ad essere “esegesi” vivente della Parola di Dio, essa stessa è una parola con cui Dio continua a parlare alla Chiesa e al mondo” (Proposizione 24).
In questo cammino con la Parola di Dio le persone di vita consacrata, come esorta il concilio Vaticano ii, “abbiano quotidianamente tra le mani la Sacra Scrittura, affinché dalla lettura e dalla meditazione dei Libri sacri imparino “la sovreminente scienza di Gesù Cristo” (Filippesi 3, 8)” (Perfectae caritatis, n.
6) e trovino rinnovato slancio nel loro compito di educazione e di evangelizzazione specie dei poveri, dei piccoli e degli ultimi con il Vangelo “promuovendo nei modi consoni al proprio carisma scuole di preghiera, di spiritualità e di lettura orante della Scrittura” (Vita consecrata, n.
94).
Il Testo biblico deve diventare oggetto di quotidiana ruminatio e di confronto per un discernimento personale e comunitario in modo tale che Dio possa tornare, secondo le parole di sant’Ambrogio, a passeggiare con l’uomo come nel paradiso terrestre.
Specie la lettura orante della Parola di Dio (lectio divina), fatta insieme dalle persone consacrate, diventa il luogo per una rinnovata crescita vocazionale e un valido ritorno al Vangelo e allo spirito dei fondatori auspicato dal Vaticano ii e sempre riproposto dal magistero della Chiesa come afferma Giovanni Paolo II: “La Parola di Dio è la prima sorgente di ogni spiritualità cristiana.
Essa alimenta un rapporto personale con il Dio vivente e con la sua volontà salvifica e santificante.
È per questo che la lectio divina, fin dalla nascita degli Istituti di vita consacrata, in particolar modo nel monachesimo, ha ricevuto la più alta considerazione.
Grazie ad essa, la Parola di Dio viene trasferita nella vita, sulla quale proietta la luce della sapienza che è dono dello Spirito” (Vita consecrata, n.
94).
In particolare, le persone consacrate valorizzino il confronto comunitario con la Parola di Dio, che recherà comunione fraterna, gioiosa condivisione delle esperienze di Dio nella loro vita e faciliterà loro una crescita nella vita spirituale.
Molti sono stati i riferimenti alla vita cristiana e alla vita consacrata che il Sinodo dei Vescovi ha fatto in riferimento alla Parola di Dio.
Una delle sottolineature più importanti emerse nell’Assemblea sinodale è stata quella relativa alla necessità di comprendere il senso e la dimensione dell’espressione “Parola di Dio” con il suo concetto analogico.
La Parola di Dio non va semplicemente identificata con le Sacre Scritture, testimonianza privilegiata della Parola, perché la Parola precede ed eccede la Bibbia stessa.
La Parola, infatti, è essenzialmente una Persona, è Gesù Cristo, di cui il versetto di Giovanni 1, 14 sull’incarnazione, è la sintesi della fede cristiana.
Il cristianesimo non è la religione del libro, ma la religione della Persona, di Gesù Cristo evento centrale della storia umana, che offre a tutti i credenti la chiave ermeneutica per comprendere le Scritture.
Naturalmente il contesto adeguato e privilegiato per ascoltare la Parola di Dio è la liturgia ecclesiale, in particolare l’Eucaristia, dove la Chiesa vive l’unità dei due Testamenti e celebra la presenza del Cristo vivo, che svela il senso delle Scritture Sante.
È in questo contesto che la comunità di fede, aperta a tutta la Tradizione viva della Chiesa, continua a nutrire il popolo di Dio nell’unica mensa della Parola e del Pane eucaristico.
Un contributo tra i più incisivi del Sinodo è stato quello di approfondire una riflessione teologica per situare con chiarezza la Scrittura nell’ambito teologico che le spetta, quello della sacramentalità, per cui il Libro sacro è totalmente relativo al mistero della Parola e ne è mediazione efficace.
Da questo ruolo sacramentale della Bibbia sono seguite alcune attuazioni pastorali: il rapporto tra Bibbia e liturgia, dove la Scrittura trova nel contesto liturgico il proprio luogo di annuncio, di ascolto e di attuazione; il rapporto tra Bibbia e comprensione teologica, per cui l’esegesi scientifica si deve aprire al progetto di salvezza, che trova il suo centro in Cristo sapendo valorizzare il dialogo tra esegeti, teologi e pastori; infine, il rapporto tra Bibbia e Chiesa, in quanto la Tradizione vivente precede il Libro, gli offre l’ambiente vitale, grazie anche al magistero.
Benedetto XVI, infatti, ha affermato: “La storia della salvezza non è una mitologia, ma una vera storia ed è perciò da studiare con i metodi della seria ricerca storica”.
Un altro tema che ha suscitato vasto interesse tra i padri sinodali è stato quello della predicazione e specie dell’omelia, che dovrebbe essere mistagogica, cioè portare i fedeli presenti alla celebrazione ad un incontro di esperienza e di conversione con la persona del Signore e ad avvicinare ogni credente al mistero pasquale di Cristo.
In questa luce la Proposizione 15 sull’omelia recita: “Essa conduce al mistero che si celebra, invita alla missione e condivide le gioie e i dolori, le speranze e le paure dei fedeli (…).
L’omelia deve essere nutrita di dottrina e trasmettere l’insegnamento della Chiesa per fortificare la fede, chiamare alla conversione nel quadro della celebrazione e preparare all’attuazione del mistero pasquale eucaristico”.
Per questo il Sinodo ha rivolto a tutti un caldo invito all’incontro vitale e diretto con la Scrittura perché da questa nasca “una nuova stagione di più grande amore per la Sacra Scrittura da parte di tutti i fedeli del popolo di Dio, cosicché dalla loro “lettura orante” e fedele nel tempo si approfondisca il rapporto con la persona stessa di Gesù”.
Il Sinodo, dunque, è stato un’esperienza che ha fortemente richiamato tutta la Chiesa, e in particolare le persone religiose impegnate nel campo della vita apostolica, al primato della Parola di Dio nell’annuncio e nella vita di fede, sottolineando sia la ricerca esegetico-teologica della Bibbia, che fa cogliere “il senso spirituale” del Testo sacro e permette di giungere al contenuto delle Scritture secondo il principio dell’ispirazione che anima l’intera Bibbia, sia una pastorale intimamente ancorata alla Parola di Dio e a un accesso comprensibile dei credenti al Libro sacro, accompagnato dall’azione dello Spirito Santo, che è il vero esegeta delle Scritture.
Il messaggio della Conferenza episcopale italiana per la Giornata mondiale della vita consacrata del 2 febbraio 2009 esorta le persone consacrate a un rinnovato e generoso slancio apostolico, affermando: “Questa Giornata sia per tutti i consacrati e le consacrate l’occasione per rinnovare l’offerta totale di sé al Signore nel generoso servizio ai poveri, secondo il carisma dell’Istituto di appartenenza.
Le comunità monastiche e religiose siano oasi nelle quali si vive il primato assoluto di Dio, della sua gloria e del suo amore, nella gioia della comunione fraterna e nella dedizione appassionata ai poveri, agli ultimi, ai sofferenti nel corpo e nello spirito”.
Si tratta, in conclusione, di abbandonarsi alla lode silenziosa del cuore in un clima di semplicità e di preghiera adorante come ha fatto Maria, la Vergine dell’ascolto e della Parola: “Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto” (Luca 1, 38), perché tutte le Parole di Dio si riassumono e vanno vissute nell’amore (cfr.
Deuteronomio 6, 5; Giovanni 13, 34-35).
(©L’Osservatore Romano – 1 febbraio 2009) Particolare significato acquista quest’anno la 13 Giornata mondiale della vita consacrata, il 2 febbraio, festa della Presentazione del Signore.
Essa si celebra infatti nell’Anno di san Paolo, apostolo e missionario del Vangelo, e pochi mesi dopo il Sinodo dei Vescovi sul tema “La Parola di Dio nella vita e nella missione della Chiesa”.
Già Giovanni Paolo II nel Messaggio per la prima Giornata della vita consacrata aveva sottolineato il valore biblico della collocazione di tale celebrazione nella ricorrenza liturgica della Presentazione di Gesù al Tempio, in quanto il racconto biblico “costituisce un’eloquente icona della totale dedizione della propria vita per quanti sono chiamati a riprodurre nella Chiesa e nel mondo, mediante i consigli evangelici, “i tratti caratteristici di Gesù vergine, povero ed obbediente”” (Vita consecrata, n.
1).
La vita consacrata, per il fatto di ripresentare la forma di vita di Cristo, è Parola di Dio per la Chiesa e per il mondo.
Se è vero inoltre che la Chiesa si riconosce sommamente realizzata nella donazione di sé a Cristo, la vita consacrata rappresenta questo vertice ecclesiale e quindi Parola vissuta, cioè pronunciata e accolta con la vita, segno della presenza di Cristo e del mistero della Chiesa.
Tale ricorrenza, inoltre, è motivo per ringraziare il Signore per il dono delle persone consacrate che con la loro vita di conformazione a Cristo, di testimonianza al Vangelo e con la loro generosa disponibilità ad annunciarlo nei vasti campi della missione attraverso i diversi servizi carismatici, sono portatori, come lo fu l’apostolo Paolo, della bellezza di Dio e dei doni che lo Spirito del Signore diffonde nel loro genere di vita.

Chiesa ortodossa russa: Kirill patriarca

Alessio II era stato eletto nel 1990 ora tutti si aspettano da Kirill un rafforzamento, non solo numerico, della Chiesa ortodossa minacciata dal secolarismo e dall’indifferentismo religioso.
Un compito che Kirill ha ben presente e che, per molti aspetti, lo mette in sintonia con il pontificato di Benedetto XVI.
Il neo-patriarca di Mosca «è persona ben conosciuta e stimata da Benedetto XVI» nota padre Lombardi, portavoce della Santa Sede, che ha subito inviato gli auguri a Kirill «perché possa svolgere un servizio fruttuoso e continuare ad approfondire un cammino di reciproca conoscenza e collaborazione per il bene dell’umanità».
Ieri sera le campane di tutte le chiese di Mosca hanno suonato a lungo in segno di festa, mentre nella cattedrale di Cristo Salvatore il neo-patriarca s’inchinava davanti a coloro che l’avevano eletto.
Tra le volute d’incenso e i canti melodiosi della liturgia orientale, il «Concilio locale» ha avuto inizio a mezzogiorno in punto con una solenne processione degli arcivescovi dai paramenti violacei e dei metropoliti coi piviali azzurri, cui hanno fatto ala i rappresentanti dei monasteri in tonaca nera e i delegati laici in abito scuro.
Uno spettacolo di colori, di suoni e di profumi altamente suggestivo.
Dopo l’invocazione allo Spirito Santo il metropolita Kirill, reggente ad interim, ha baciato l’icona della Vergine di Feodorovskaja, una delle più venerate dai russi e già patrona della famiglia degli zar Romanov, e ha quindi aperto i lavori con un lungo intervento che a tutti è sembrato come un vero e proprio discorso programmatico.
Ha rivendicato con orgoglio che «il popolo russo ha resistito con successo al proselitismo venuto dall’estero» denunciando allo stesso tempo «la pressione aggressiva di un secolarismo senza Dio e i tentativi da parte alcuni gruppi protestanti radicali di rovesciare la morale evangelica».
Kirill ha ricordato ai partecipanti che questo Concilio locale è chiamato a prendere «decisioni storiche» e ha indicato tra gli obiettivi prioritari un maggior impegno sociale della Chiesa.
L’intronizzazione solenne del nuovo patriarca avverrà domenica prossima alla presenza di molte delegazioni straniere tra cui una folta rappresentanza vaticana.
Il nuovo patriarca ortodosso russo, Kirill (foto Ansa) dal nostro inviato a Mosca Luigi Geninazzi Avvenire, 28 gennaio ’09 La Chiesa ortodossa russa ha un nuovo patriarca: è il metropolita Kirill di Smolensk e Kaliningrad, eletto ieri sera a scrutinio segreto dall’Assemblea plenaria del «Concilio locale» già alla prima votazione.
Per l’ex «ministro degli esteri» del Patriarcato c’è stato un larghissimo consenso.
Kirill ha avuto l’appoggio di oltre i due terzi dei delegati, 508 voti su 700, (per la nomina era richiesto il 50 per cento più uno), confermando in tal modo tutte le previsioni della vigilia che lo davano decisamente in vantaggio sugli altri possibili candidati.
Favorito nei sondaggi online, appoggiato dalla metà dei suoi confratelli nel voto preliminare espresso dal Concilio episcopale domenica scorsa, ha avuto la strada spianata anche nel Concilio locale, una sorta di Stati generali della Chiesa ortodossa russa.
Lo si è capito subito ieri pomeriggio allorché l’assemblea dei delegati ha rinunciato a proporre altre candidature.
Quindi è arrivato l’annuncio che il metropolita Filarete di Minsk si ritirava invitando i propri sostenitori a far convergere i voti su Kirill.
A quel punto restava in gara solo il metropolita Kliment, il tesoriere del Patriarcato dipinto dai mass-media come portabandiera dell’ala più conservatrice.
Ha ottenuto 162 voti, troppo pochi per sbarrare la strada a Kirill.
Con l’elezione di ieri la Chiesa ortodossa russa mette fine alla lunga transizione post-sovietica.
Kirill, sedicesimo patriarca di Mosca è anche il primo post-comunista