La quaresima nella tradizione bizantina

Nella tradizione bizantina il periodo di dieci settimane che precede la Pasqua viene chiamato Triodion – nome che indica le tre odi bibliche cantate nell’ufficiatura mattutina – e comprende la pre-quaresima e la quaresima.
Il periodo pre-quaresimale è comune a tutte le tradizioni liturgiche cristiane, dal Triodion bizantino, al Digiuno dei niniviti siriaco, al Digiuno di Giona dei copti, alla Settuagesima nell’antica tradizione latina.
La quaresima bizantina vera e propria comprende quaranta giorni – dal lunedì della prima settimana al venerdì prima della domenica delle Palme – e svolge le settimane dal lunedì alla domenica, presentando il cammino settimanale verso la domenica a modello della stessa quaresima verso la Pasqua.
Inoltre fa una chiara distinzione tra il sabato e la domenica e gli altri giorni: nei primi si celebra la Divina liturgia (domenica con l’anafora di san Basilio, sabato con quella di san Giovanni Crisostomo), mentre nei giorni feriali solo l’ufficiatura delle ore, con l’aggiunta durante il vespro del mercoledì e del venerdì della liturgia dei Presantificati, cioè la comunione con il Corpo e il Sangue del Signore consacrati la domenica precedente.
La quaresima bizantina è un periodo molto ricco nella scelta dei testi biblici: salmi, letture; nell’innografia e nelle letture dei padri.
I testi innografici si soffermano soprattutto sul tema dell’anima umana, dominata dal peccato, che trova per mezzo della quaresima la possibilità della salvezza.
Nelle quattro domeniche della pre-quaresima troviamo i grandi temi che segneranno il percorso quaresimale: l’umiltà (domenica del pubblicano e del fariseo); il ritorno a Dio misericordioso (domenica del figlio prodigo); il giudizio finale (domenica di carnevale), il perdono (domenica dei latticini).
In quest’ultima domenica viene commemorata l’espulsione di Adamo dal paradiso: Adamo, creato da Dio per vivere in comunione con lui nel paradiso, a causa del peccato ne è stato cacciato, ma nella quaresima comincia il cammino di ritorno che culminerà quando Cristo stesso, nel mistero pasquale, scende negli inferi e gli dà la sua mano per levarlo dalla morte e riportarlo in paradiso, che viene quasi personificato nella preghiera della Chiesa.
Alla fine del vespro della quarta domenica si celebra il rito del perdono con cui si inizia la quaresima.
La quaresima dura quaranta giorni, con cinque domeniche.
In ciascuna di esse vediamo un doppio aspetto: da una parte le letture bibliche che preparano al battesimo, dall’altra gli aspetti storici o agiografici.
Nella domenica dell’ortodossia la vocazione di Filippo e Natanaele è modello della vocazione di ogni essere umano e si celebra il trionfo dell’ortodossia sull’iconoclasmo e il ristabilimento della venerazione delle icone.
Nella domenica di san Gregorio Palamas si ricorda la fede del paralitico guarito da Cristo.
La domenica dell’esaltazione della santa Croce è dedicata alla venerazione della Croce vittoriosa di Cristo, portata solennemente al centro della chiesa e venerata dai fedeli per tutta la settimana come segno di vittoria e di gioia, non di sofferenza.
Nella domenica di san Giovanni Climaco, modello di ascesi, si celebra la guarigione dell’indemoniato, e in quella di santa Maria Egiziaca, modello di pentimento, l’annuncio della risurrezione.
Il sabato della quinta settimana si canta l’inno Akathistos, ufficiatura dedicata alla Madre di Dio.
La sesta e ultima settimana di quaresima, chiamata delle Palme, ha come centro la figura di Lazzaro, l’amico del Signore, dal momento della malattia, fino alla morte e alla sua risurrezione.
I testi liturgici ci fanno avvicinare a quello che si manifesterà pienamente nei giorni della Settimana santa, cioè la filantropia di Dio manifestata in Cristo, il suo amore reale e concreto per l’uomo.
Tutta la settimana viene inquadrata nella contemplazione dell’incontro ormai vicino tra Gesù e la morte, quella dell’amico per primo, quella propria la settimana dopo.
I testi liturgici riescono a coinvolgerci in questo cammino di Gesù verso Betania, verso Gerusalemme.
Nella liturgia bizantina non siamo mai spettatori, ma sempre partecipanti e concelebranti, presenti nella liturgia e nell’evento di salvezza che la liturgia celebra.
Col vespro del sabato di Lazzaro si conclude il periodo quaresimale.
Lungo l’intera quaresima, la tradizione bizantina recita alla fine di tutte le ore dell’ufficiatura la preghiera attribuita a sant’Efrem il Siro, che riassume il cammino di conversione di ogni cristiano: “Signore e sovrano della mia vita, non darmi uno spirito di pigrizia, d’indolenza, di superbia, di vaniloquio.
Dà a me, tuo servitore, uno spirito di sapienza, di umiltà, di pazienza e di amore.
Sì, Signore e re, dammi di vedere i miei peccati e di non condannare mio fratello, perché tu sei benedetto nei secoli”.
(©L’Osservatore Romano – 25 febbraio 2009) ”Digiunando dai cibi, anima mia, senza purificarti dalle passioni, invano ti rallegri per l’astinenza, perché se essa non diviene per te occasione di correzione, sei in odio a Dio come menzognera e ti rendi simile ai perfidi demoni che non si cibano mai.
Non rendere dunque inutile il digiuno peccando, ma rimani irremovibile sotto gli impulsi sregolati, facendo conto di stare presso il Salvatore crocifisso, o meglio di essere crocifissa insieme a Colui che per te è stato crocifisso, gridando a lui: ricordati di me Signore, quando verrai nel tuo regno”.
Questo tropario della terza settimana della pre-quaresima nella tradizione bizantina, riassume in modo incisivo quello che è il periodo quaresimale di qualsiasi tradizione cristiana: il digiuno e l’astinenza sono vani se non corrispondono a una vera conversione del cuore.

Per il bene comune.

«La situazione dell’Italia d’oggi mostra con evidenza i tratti di un paese stanco e diviso.
La stanchezza si profila non solo nei segni preoccupanti di recessione economica, nella perdita di competitività di molte delle nostre aziende, nella diffusa incapacità a elaborare e perseguire una progettualità di largo respiro, ma anche e soprattutto nella perdita di carica utopica, riscontrabile specialmente fra i giovani, nella penuria di speranza che si avverte tanto nella vita personale, quanto nell’impresa collettiva, nella disaffezione all’impegno politico».
È il punto di partenza delle riflessioni che mons.
Bruno Forte, arcivescovo di Chieti-Vasto, ha indirizzato l’11 gennaio ai rappresentanti delle istituzioni, ai politici e agli amministratori della cosa pubblica, operanti sul territorio dell’arcidiocesi.
Le riflessioni riprendono due suoi precedenti interventi pubblici: il primo richiama le qualità del cristiano nell’impegno politico al servizio della giustizia e della pace quali l’orizzonte ultimo, la necessità del giudizio morale, il bene comune come fine, la parola come mezzo, comunione e solidarietà, lo stile di vita, il primato della santità; e il secondo le priorità cui dedicarsi in vista del bene comune sul territorio abruzzese.
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Nuovo Cultura e Religione.

Dopo attenta riflessione circa gli attuali orientamenti che il Ministero va proponendo e in vista di quanto andrà elaborando il Servizio Nazionale per l’IRC, proponiamo alcuni orientamenti alla stesura della nuova Edizione del Testo Cultura e Religione La metodologia da noi adottata consiste – nel partire da interrogativi e problemi che l’adolescente si pone, – sotto lo stimolo dell’intervento dell’insegnante, – facendo riferimento a esperienze vissute, a documenti problematizzanti, ad indagini e ricerche effettuate.
– Gli interrogativi emersi diventano itinerari di ricerca che conducono al confronto con la tradizione e la documentazione religiose, quale contributo specifico dell’IRC.
– Al fine di raggiungere risposte, anche parziali e provvisorie, alle domande poste.
  VIII unità di apprendimento:  “La festa di Pasqua”  OBIETTIVI SPECIFICI DI APPRENDIMENTO  Conoscenze  Abilità  * Gesù di Nazaret, l’Emmanuele “Dio con noi”.   * Cogliere i segni cristiani della Pasqua.
OBIETTIVI FORMATIVI • Individuare i segni di vita nuova presenti nell’ambiente • Scoprire i segni della festa di Pasqua  Suggerimenti operativi   • Riflettere sui segni presenti nella natura che ci fanno capire il cambio di stagione: siamo in primavera! Dare spazio a ogni bambino per esprimersi e raccontare le proprie esperienze.
• Scrivere, con l’ausilio del computer, la parola primavera (con carattere grassetto in modo da poter colorare l’interno delle lettere).
Individuare, insieme ai bambini, i colori che si adattano meglio alla primavera e dare la consegna di utilizzare le tinte appena scelte per colorare la scritta.
Alla fine incollare la scritta sul quaderno e decorare la pagina con altri disegni primaverili.
• Scoprire che si sta avvicinando una festa molto importante per i cristiani e lasciare spazio ai bimbi per far emergere le loro conoscenze pregresse.
Sottolineare la differenza tra i segni cristiani e quelli solo materiali; vedere i collegamenti (ad esempio: dall’uovo segno di vita ed eternità, all’uovo di cioccolato con sorpresa).
• Riprendere il vero significato della Pasqua cristiana: la risurrezione.
Scrivere sul quaderno: “Il giorno di Pasqua i cristiani dicono con gioia: Gesù è risorto”.
Fornire a ogni bambino un’immagine del risorto (si trovano sui quaderni operativi o su molti siti internet di immagini religiose).
Raccordi con altre discipline Informatica, ed.
all’immagine, scienze, italiano.
Riferimento al tema “Per i diritti di tutti” “Convenzione sui diritti dell’infanzia”: Art.
6: ogni bambino ha diritto di vivere.
Art.
14: ogni bambino ha diritto di seguire la propria religione.

The Millionaire

Una domanda e venti milioni di rupie separano Jamal Malik da Latika, amore infantile e mai dimenticato.
Dopo averla incontrata, persa, ritrovata e perduta di nuovo Jamal, un diciottenne cresciuto negli slum di Mumbai, partecipa all’edizione indiana di “Chi vuol essere Milionario” per rivelarsi alla fanciulla e riscattarla (con la vincita) dalla “protezione” di un pericoloso criminale.
L’acquisita popolarità mediatica, la scalata trionfale al milione e alle caste sociali infastidiscono il vanesio conduttore che cerca di boicottarne la vittoria, ingannandolo e facendolo arrestare.
Sospettato di avere imbrogliato e torturato inutilmente, Jamal rivelerà al commissario di polizia soltanto la verità: conosceva le risposte perché ciascuna di quelle domande ha interrogato la sua straordinaria vita, devota a Latika e votata all’amore.
I personaggi del cinema di Danny Boyle contemplano tutti una magnifica ossessione, correndo a perdifiato per realizzarla.
Il consumo di eroina, di sterline, di sole o di amore crea ai suoi boys una forte dipendenza e il bisogno impellente di averne ancora.
Dopo i tossici friends di Trainspotting e dopo le odissee solari, dopo le spiagge incontaminate e dopo le sterline piovute dal cielo, il regista scozzese entra nello studio televisivo di Mumbai per osservare la vita di Jamal Malik, fino a svelarla nelle domande, fino a comprenderla nelle risposte.
Jamal è il protagonista di una favola mediatica in cui si avverano i desideri dell’uomo indiano comune (e non solo).
Padroneggiando l’estetica e il “fondamentalismo” melodrammatico del cinema bollywoodiano, Doyle mette in scena un eroe virtuoso che (da tradizione) sconfigge il male e salva i deboli senza dimenticare di mostrare le fratture presenti nella società indiana, prodotte da un sistema nel quale sopravvivono forti disuguaglianze.
Jamal è un ragazzo comune che decide di agire alla propria condizione di impotenza spalleggiato dal fratello maggiore Salim, un “angryyoung man” alla Amitabh Bachchan dotato di carisma e potere.
Duro, vendicativo e leale come l’idolo del cinema indiano degli anni Settanta, Salim è un delinquente di buon cuore che ha scelto la strada del crimine per reagire ai soprusi della metropoli.
Nella Mumbai della loro infanzia i “due moschettieri” sviluppano personalità opposte che determineranno destini profondamente diversi.
Latika, tra loro, a unirli e a separarli, è da convenzione elemento femminile e decorativo la cui debolezza esalta la virilità maschile.
Danny Boyle interpreta e utilizza con competenza la musica, un’altra componente essenziale del cinema popolare e della cultura indiana.
Sostenuto dal ritmo e dalle note di Allah Rakha Rahman, uno dei più grandi compositori indiani di soundtracks, il regista usa le canzoni in funzione narrativa, lasciando che la musica si fonda con le immagini, sottolineando e guidando le emozioni.
Autore versatile, che attraversa incolume generi ed estetiche, Danny Boyle gira un film che riposa nell’alternanza del suo fortissimo e del suo pianissimo, in quella brusca scansione tra dolly sconfinati e scontri di classe, assoli sentimentali e crudeltà brutali.
Tra il volo di una stella in elicottero e il tuffo di un bambino nella latrina più sporca (e lirica) di tutta l’India.
The Millionaire (mymonetro 3,50 stelle) Un film di Danny Boyle.
Con Dev Patel, Anil Kapoor, Freida Pinto, Madhur Mittal, Irfan Khan.
Mia Drake, Imran Hasnee, Faezeh Jalali, Shruti Seth, Anand Tiwari Titolo originale Slumdog Millionaire.
Commedia, durata 120 min.
– Gran Bretagna, USA 2008.
– Lucky Red data uscita 05/12/2008.
Il film di Boyle è un caso artistico e produttivo, interessante ed esemplare.
Partito in sordina, senza grandi finanziamenti, soltanto con una sceneggiatura decisamente ispirata, ha trovato un produttore coraggioso, Christian Colson che si è addentrato insieme al regista inglese nei vicoli sudici di Mumbai; ha reclutato la gente che li abita; e ha loro affiancato alcuni attori professionisti legati agli studi di Hollywood.
Protagonista però è Mumbai, è l’India che vi si rispecchia, con le sue contraddizioni, luogo emblematico in cui disperazione e speranza riescono perfettamente a convivere.
Jamal, cresciuto tra cumuli di immondizia e indicibili violenze, conquista le vette del successo partecipando a un noto gioco televisivo che innesca una storia ricca di sentimenti e verità, nella quale tutti si possono facilmente identificare condividendo le ansie e le paure, gli amori e i sacrifici dei giovani protagonisti.
l’Oscar del 2009 sarà ricordato proprio per il confronto, accesissimo e ben costruito, tra le tredici candidature di The Curious Case of Benjamin Button di David Fincher e le dieci di The Millionaire di Danny Boyle, costato il primo 150 milioni di dollari ed esattamente un decimo il secondo, perché girato senza divi, senza effetti speciali, senza scene imponenti e costosi costumi, illuminato e sorretto soltanto da un perfetto e accattivante congegno narrativo.
Così l’originale e drammatica avventura umana del giovane neo-milionario indiano Jamal ha vinto meritatamente otto statuette – tra le quali miglior film, regia, sceneggiatura non originale, fotografia e montaggio – sbaragliando la curiosissima vita del misterioso anziano americano Benjamin, che ne ha ricevute soltanto tre, e tutte di carattere tecnico.

I Domenica di Quaresima (Anno B).

LECTIO – ANNO B Prima lettura: Genesi 9,8-15 Dio disse a Noè e ai suoi figli con lui: «Quanto a me, ecco io stabilisco la mia alleanza con voi e con i vostri discendenti dopo di voi, con ogni essere vivente che è con voi, uccelli, bestiame e animali selvatici, con tutti gli animali che sono usciti dall’arca, con tutti gli animali della terra.
Io stabilisco la mia alleanza con voi: non sa-rà più distrutta alcuna carne dalle acque del diluvio, né il diluvio devasterà più la terra».
Dio disse: «Questo è il segno dell’alleanza, che io pongo tra me e voi e ogni esse-re vivente che è con voi, per tutte le generazioni future.
Pongo il mio arco sulle nubi, perché sia il segno dell’alleanza tra me e la terra.
Quando ammasserò le nubi sulla terra e apparirà l’arco sulle nubi, ricorderò la mia alleanza che è tra me e voi e ogni essere che vive in ogni carne, e non ci saranno più le acque per il diluvio, per distruggere ogni carne».
L’Alleanza di Dio con Noè è una retroproiezione dell’alleanza sinaitica, fino ai primordi della storia umana, quindi con i lontani antenati del popolo ebraico.
Di fatti Noè, tramite suo figlio Sem, è il capostipite degli undici «patriarchi» postdiluviani che sfociano in A-bramo, il padre del popolo eletto e di tutti i credenti (Gn 11,10-26; Rm 4,11).
In realtà Dio aveva benedetto l’uomo fin dal primo istante della sua esistenza (Gn 1,28,31) solo che la caduta sembrava avere interrotti i loro rapporti, ma con Noè la storia ricomincia da capo.
Dio benedice Noè e la sua discendenza (cf.
Gn 9,1), depone la sua ira anche se non l’ha mai avuta e torna amico dell’uomo e di tutti gli esseri del creato.
Non fa-rà più sentire la sua collera e la sua vendetta su di loro (diluvio) anche se questi di nuovo dovessero abbandonare le vie della rettitudine e del bene.
Il Dio dell’antico Testamento scopre il suo vero volto: sembra che faccia promesse a una sola famiglia, ma le fa a tutti gli uomini poiché in quella famiglia c’è raccolta tutta la nuova umanità.
Il «segno» che ricorda il patto che Dio stabilisce con l’uomo è l’arcobaleno.
C’era anche prima della comparsa di Noè, ma d’ora in poi ricorderà agli uomini la parola di Dio, la sua bontà misericordiosa che si stenderà sul loro presente e sul loro avvenire.
Ogni volta che apparirà sarà un segno di propiziazione e di salvezza.
Seconda lettura: 1Pietro 3,18-22 Carissimi, Cristo è morto una volta per sempre per i pec-cati, giusto per gli ingiusti, per ricondurvi a Dio; messo a morte nel corpo, ma reso vivo nello spirito.
E nello spi-rito andò a portare l’annuncio anche alle anime prigionie-re, che un tempo avevano rifiutato di credere, quando Dio, nella sua magnanimità, pazientava nei giorni di Noè, mentre si fabbricava l’arca, nella quale poche persone, otto in tutto, furono salvate per mezzo dell’acqua.
Quest’acqua, come immagine del battesimo, ora salva anche voi; non porta via la sporcizia del corpo, ma è invocazione di salvezza rivolta a Dio da parte di una buona coscienza, in virtù della risurrezione di Gesù Cristo.
Egli è alla destra di Dio, dopo essere salito al cielo e aver ottenuto la sovra-nità sugli angeli, i Principati e le Potenze.
La I Lettera di Pietro, sebbene di carattere pastorale, non è dei più facili testi del nuovo Testamento.
Soprattutto il brano della liturgia odierna.
I cristiani debbono saper sopportare pazientemente le derisioni, le ingiurie, le persecu-zioni che vengono dai loro vecchi commilitoni (3,8-18), facendosi forti della testimonianza di Gesù che ha patito sofferenze mortali per i peccati degli altri, tra i quali una volta si tro-vavano anche loro, i destinatari dello scritto petrino.
Ma in Gesù la morte non è stata la sua fine in assoluto, ma solo della sua esistenza nella carne, cioè in una condizione di fragilità e debolezza (cf.
Mt 26,41).
Morendo non ha fatto altro che passare a una vita nuova, dominata, in contrapposizione alla precedente, dallo «spirito» perciò spirituale.
È questa condizione esistenziale che gli ha consentito di entrare «salire» nel mondo di Dio, nei cieli dove ha conseguito una sovranità che lo pone al di so-pra degli stessi Principati e delle Potenze.
Addirittura Gesù è passato alla destra di Dio, siede al suo fianco, partecipa della sua potestà giudiziaria.
Il potere di Gesù giudice, secondo l’autore, è universale, si estende a tutti gli uomini, «ai vivi e ai morti» (ivi, 4.6), ma prima della giustizia essi sono chiamati a sperimentare la sua salvezza.
A tal proposito l’autore inserisce una notizia che si trova riferita solo nel suo scritto: la visita del Cristo risorto agli spiriti che si trovavano ancora incatenati nello Sheol, nel regno dei morti, in prigione, quindi in attesa di essere liberati.
I destinatari di questa azione liberatrice non sono i giusti dell’antico Testamento, ma i contemporanei di Noè, per di più quelli che non credettero alla sua iniziativa e per tale ri-fiuto furono puniti.
Chi siano questi spiriti ai quali Gesù va ad annunziare la salvezza non e facile a deter-minarsi.
Se i «demoni», di cui parla il Libro di Enoc o gli «angeli», oppure «i figli di Dio» che si invaghirono delle figlie degli uomini di cui parla Genesi 6,1-6 rimane problematico.
Ad ogni modo sono sempre esseri impenitenti e la salvezza messianica è accordata anche a loro: persino ai «peccatori più inveterati di tutti i tempi, anche della preistoria» (Bibbia e Catechismo, Paideia, 1999, p.
163).
Vangelo: Marco 1,12-15 In quel tempo, lo Spirito sospinse Gesù nel deserto e nel deserto rimase quaranta giorni, tentato da Satana.
Stava con le bestie selvatiche e gli angeli lo servivano.
Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù andò nella Galilea, proclamando il vangelo di Dio, e diceva: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vi-cino; convertitevi e credete nel Vangelo».
Esegesi Gesù inizia la sua attività messianica con un rito preliminare, il battesimo, a cui fa se-guito un periodo di raccoglimento e di riflessione, un breve «noviziato», che termina con un pronunciamento programmatico.
Il battesimo è una scelta e una risposta determinante anche nella vita di Gesù, ma prima di mettersi all’opera ha bisogno di fare un po’ di chiarezza nel suo animo, di comprendere più a fondo il senso della chiamata che l’ha raggiunto in precedenza, di capire la maniera più opportuna di darle esecuzione.
Il deserto, quindi, la solitudine, la preghiera, l’ascolto della parola non potranno non contribuire a portare luce sulla sua situazione interiore.
Un profeta sembra che abbia una veste d’obbligo da indossare, un atteggiamento incon-fondibile da assumere, quello della severità, del rimprovero, quando non dell’asprezza, come Giovanni dava a vedere.
A prima vista le dimostrazioni di potenza sembravano ri-spondere all’agire divino più di quello della mitezza, dell’umiltà, del nascondimento, ma nella tradizione biblica aveva preso posto una figura insolita che raggiungeva il successo passando attraverso le umiliazioni e le sofferenze.
Un’immagine che a Gesù era stata fatta balenare nel battesimo e che ora nel deserto cerca di vagliare.
L’alternativa pertanto era tra il discendente davidico e il «servo di JHWH».
Il luogo di ritiro di Gesù è precisato solo vagamente.
Dall’esperienza sinaitica il «deser-to» era diventato il luogo privilegiato dell’incontro dell’uomo con Dio.
Qui Mosè aveva parlato a tu per tu con il Signore e qui i profeti avevano invitato il popolo a ritrovare o a rinnovare l’intesa con l’Altissimo (cfr.
Os 2,16-22; Gr 2,2-3; Dt 8,2; Ez 16,23).
Non per nulla Gesù «è spinto» (Matteo dice «fu condotto») nel deserto dallo Spirito.
Quindi si tratta di una prova, di un confronto, di una verifica impostagli da Dio stesso.
È un esame che egli dovrà compiere sul suo orientamento vocazionale e sull’attuazione che intende dargli.
I vangeli non fanno la cronaca di questo soggiorno di Gesù nel deserto; più sobrio di tutti è ancora Marco che ricorda appena la notizia.
In tutti i modi segnala la durata e ricor-da il combattimento spirituale che Gesù ebbe a sostenere con Satana.
Il numero «quaranta» è già convenzionale; denota soltanto un periodo di tempo appropriato per valutare una certa esperienza.
Gli israeliti sono lasciati vagare per quarant’anni nel deserto per verifica-re la loro fedeltà a JHWH (Es 16,35; Num 14,33-34); Mosè rimane con Dio sul monte per 40 giorni «senza mangiare pane e bere acqua» (Es 24,18; 34.28); Giosuè e i suoi compagni im-piegano 40 giorni per esplorare il paese di Canaan (Nm 13,25); Ezechiele giacerà sul fianco sinistro 40 giorni per scontare l’empietà d’Israele (4,6); Gesù risorto apparirà ai discepoli per lo spazio di 40 giorni (At 1,9).
Le «prove» o tentazioni che Gesù subisce nel deserto hanno la durata necessaria per ve-rificare la scelta compiuta.
Marco non lo dice chiaramente come gli altri due sinottici, ma stringe tutta la singolare esperienza di Gesù in questo soggiorno nel deserto nel verbo «peirazomenos», «per essere tentato», che la volgata traduce con un imperfetto «et tentaba-tur», si può dire iterativo, come a indicare che non fu un cimento sporadico, ma persistente per tutto il tempo trascorso nel deserto.
Se si volesse essere più precisi occorrerebbe dire che si tratta di una tentazione che durerà tutta la sua esistenza terrestre poiché la proposta divina troverà sempre reazioni contrarie, fino al Golgota.
La tentazione è una prova che gli evangelisti, in linea con la tradizione, attribuiscono al-l’Avversario del bene, a Satana.
Marco non dice di più, poiché Satana è un personaggio no-to ai suoi lettori.
Per l’uomo biblico anche il male ha un punto di partenza, un principio.
Satana è una creatura che si è ribellata a Dio e si è messa a ostacolare la realizzazione della sua opera, soprattutto la felicità dell’uomo.
Egli comparirà spesso nel nuovo Testamento, ma la sua identità o identificazione si fa sempre più problematica alla luce della nuova e-segesi.
La tentazione, ricorda Giacomo, scaturisce innanzitutto dall’intimo di ciascun uomo e raccoglie le voci del proprio egoismo in contrapposizione al piano di Dio e al bene co-mune.
Queste voci sono quelle che Gesù cerca di fare rientrare per far spazio alla proposta del padre.
Matteo dice che sono voci di facile prestigio, di spettacolarità, di potenza e di gloria, ma egli deve sapere che il percorso segnato da Dio è fatto di prestazioni scomode, onerose, umilianti.
Deve capirlo e soprattutto accettarlo.
Marco sorvola i temi della tentazione e ne segnala in anticipo la vittoria poiché menzio-na accanto a Gesù la presenza delle «fiere» e ricorda il servizio prestato dagli «angeli».
Due «dettagli» che riportano alla situazione delle origini prima del peccato quando l’uomo era in pace con le fiere e godeva dell’amicizia di Dio (cfr.
Is 11,6-9).
Il «paradiso» si poteva considerare riaperto, come Gesù segnalerà tra breve a Natanaele (cf.
Gv 1,51).
Il Cristo si scontra con il suo grande avversario ossia con le resistenze interiori che insorgono contro il cammino impostagli dallo Spirito, ma assapora già le primizie della vittoria che alla fine conseguirà.
Il secondo quadro di Mc 1,12-15 segnala l’apertura dell’attività messianica di Gesù.
Essa coincide più metodologicamente che realmente con la scomparsa di scena di Giovanni Bat-tista.
La missione di Gesù è singolare, unica; non si confonde, meno ancora si commescola con quella di alcun altro.
Egli comincia a parlare quando tutti gli altri tacciono.
Con lui si «compiono i tempi» dell’attesa ovvero della preparazione e incomincia la realizzazione della salvezza.
E solo lui è il mediatore degli uomini presso Dio.
Molti profeti l’hanno pre-ceduto ma nessuno può stargli a fianco, a fargli ombra poiché solo da lui proviene il dono di Dio.
Infatti nella scena della trasfigurazione compaiono accanto a lui Mosè ed Elia, ma dopo le parole del Padre «questi è il mio figlio diletto nel quale mi sono compiaciuto, a-scoltatelo» entrambi si eclissano e sulla scena rimane «Gesù solo» (Mc 9,7-8).
Il teatro della prima apparizione di Gesù contrariamente alle attese è la Galilea.
Un ri-chiamo non casuale poiché non era la terra più indicata per tali attuazioni.
I fatti non si po-tevano smentire, bisognava però confermarli e, se fosse stato possibile, apporvi l’avallo delle Scritture.
Marco si accontenta di riferire il fatto, Matteo fa appello, anche se arbitra-riamente, a un detto di Isaia (8,23-9.1).
I temi della predicazione di Gesù sono il vangelo, il regno di Dio, la conversione quale condizione per accogliere l’uno e l’altro.
Il «vangelo di Dio» è un’espressione propria di Marco e designa «la buona novella che Dio intende far pervenire agli uomini», cioè l’avve-nuta realizzazione delle sue promesse, la fine di qualsiasi malinteso e delle incomprensioni che si erano verificate nel tempo tra l’uomo e Dio e tra gli uomini tra di loro.
Il tutto equi-valeva all’instaurazione del regno di Dio.
Non è che il Signore avviava un suo particolare dominio sulla terra, sugli uomini; il suo progetto al contrario era realizzare tra gli esseri del creato una convivenza come quella che regnava ipoteticamente nel suo mondo.
Essi saranno più attenti alla sua parola e comprensivi gli uni verso gli altri.
Le condizioni per entrare nel regno di Dio, vederlo realizzato sulla terra è credere, rico-noscere cioè nella parola di Gesù una proposta che viene dall’alto e conformare ad essa la propria condotta.
La conversione non è un mutamento passeggero ma radicale; si tratta di cambiare modo di pensare e più ancora di agire; deporre le proprie aspirazioni egoistiche e acquistare quelle di Dio che sono solo desideri di bene.
Il termine greco metanoia è sinonimo di mutazione di pensiero ma più che nei riguardi della divinità nei confronti dei propri simili.
Il regno di Dio si realizza quando gli uomini tentano di capirsi e riescono ad amarsi tra di loro come li ama Dio.
Il regno porta la deno-minazione di Dio ma deve essere realizzato dagli uomini.
Meditazione Sull’ideale portale d’ingresso della Quaresima iscriviamo l’appello di Cristo: «Converti-tevi e credete al Vangelo».
Nella loro essenzialità e nella loro forza queste parole sono co-me un colpo d’artiglio che squarcia il grigiore, la superficialità, il compromesso e le abitu-dini consolidate dell’esistenza umana.
Noi, però, vorremmo oggi fissare la nostra attenzio-ne sulla scena della tentazione di Gesù, che Marco, anziché costruire sui celebri tre gradi di Matteo e di Luca (le pietre del deserto, il monte, il pinnacolo del tempio), semplifica in quattro frasette: lo Spirito che spinge Gesù nel deserto, la tentazione dei quaranta giorni, la vita con le fiere, il servizio angelico.
Certo, nelle solitudini dei monti di Giuda si aggiravano probabilmente i lupi, si udiva il grido lacerante dello sciacallo, strisciavano serpenti velenosi.
Questi animali, però, ora so-no evocati per costruire un quadro non geografico ma simbolico.
Il dato decisivo, infatti, è che Gesù viva in mezzo ad essi in piena armonia.
Le poche parole di Marco rimandano, al-lora, ad un celebre passo messianico di Isaia.
Nei giorni del re Emmanuele «il lupo dimo-rerà insieme con l’agnello, la pantera si sdraierà accanto al capretto, vitello e leoncello pa-scoleranno insieme e un fanciullo li guiderà; la vacca e l’orsa pascoleranno insieme, si sdraieranno insieme i loro piccoli, il lattante si trastullerà sulla buca dell’aspide, il bambino metterà la mano nel covo di serpenti velenosi» (11,6-8).
L’ostilità tra animali selvatici e domestici, tra belve, serpenti e uomo si cancellerà e si ricomporrà l’orizzonte paradisiaco celebrato dal capitolo secondo della Genesi col giardino dell’Eden.
Gesù inaugura, allora, il mondo sognato da Dio e descritto proprio in quella pagina della Genesi a cui abbiamo alluso.
Adamo, l’uomo del progetto creativo divino, viveva in compagnia degli animali, ad essi imponeva il nome, su di essi dominava non come un ti-ranno prepotente e presuntuoso ma come guida incaricata dal Signore.
Gesù è il nuovo e perfetto Adamo che ci ripropone il mondo paradisiaco in cui Dio, uomo, animali e cosmo si intrecciano in uno stupendo arazzo di vita, di pace, di colori e di musica.
Lo stesso orizzonte riaffiora nella prima lettura, che descrive l’alleanza di Dio con Noè, l’uomo emerso dal diluvio, segno del giudizio divino sulle prepotenze e i crimini dell’u-manità.
L’arcobaleno è il simbolo dell’arco dell’ira divina, ormai deposto e non più imbrac-ciato dal Signore, giusto giudice e vindice degli oppressi.
Le acque del nulla e della morte, d’ora innanzi, saranno bloccate da Dio, nei cieli rifulgerà lo splendore di una nuova gior-nata e sulla terra si muoverà un’umanità rinnovata.
La Quaresima diventa il tempo per ri-tessere due squarci che le nostre mani hanno prodotto.
Il primo è quello aperto all’interno della trama delle relazioni con Dio.
Il Signore si affaccia dal suo mistero celeste per offrici ancora la mano in un gesto di alleanza e di riconciliazione.
Il secondo squarcio è, in questi ultimi tempi, consumato con maggior veemenza dal-l’uomo e, quindi, più drammaticamente avvertito che non in passato: tra l’uomo egoista e prepotente e la natura non c’è più fratellanza, ma tensione e ostilità.
Non siamo più in ar-monia con “sorella Terra”.
Ritroviamo, allora, anche con essa – come ha fatto il Cristo – il dialogo e l’alleanza; ritroviamo il rispetto per la creazione e la capacità di dare origine ad uno sviluppo equilibrato delle nostre relazioni con essa.
Per l’elaborazione della «lectio» di questa domenica – oltre al nostro materiale di archivio, ci siamo serviti di: – Temi di predicazione, Napoli, Editrice Domenicana Italiana, 2002-2003; 2005-2006.
– Comunità monastica Ss.
Trinità di Dumenza, La voce, il volto, la casa e le strade, Milano, Vi-ta e Pensiero, 2008-2009.
– La Bibbia per la famiglia, a cura di G.
Ravasi, Milano, San Paolo, 1998.
– J.M.
NOUWEN, Un ricordo che guida, in ID., Mostrami il cammino.
Meditazioni per il tempo di Quaresima, Brescia, Queriniana, 2003.
Quaresima! Mentre la natura, ancora immersa nel torpore dell’inverno, prepara nel segreto della terra la vitalità della primavera, tu ci chiedi di rinnovarci nel profondo del cuore e ci inviti a percorrere l’itinerario della Quaresima.
Ci inviti alla compassione, alla solidarietà verso i poveri, ai gesti della riconciliazione, della benevolenza, della misericordia.
Ci proponi di ritrovare attraverso la preghiera un rapporto autentico con te, intessuto di ascolto e di parole.
Ci offri la possibilità, attraverso la pratica del digiuno, di avvertire quella fame profonda che rischia di essere coperta dal nostro consumismo, dalla nostra ingordigia, da tante brame che attraversano la nostra esistenza.
Strada antica, quella della Quaresima, sentiero battuto da tanti altri cristiani prima di noi.
Tu ci spingi ad affrontarlo con risolutezza ed entusiasmo, con audacia e con gioia, perché è un percorso di liberazione, che ci conduce a sperimentare la forza e la bellezza della Pasqua.
Deserto «L’esperienza del deserto è stata per me dominante.
Tra cielo e sabbia, fra il Tutto e il Nulla, la domanda diventa bruciante.
Come il roveto ardente, essa brucia e non si consu-ma.
Brucia per se stessa, nel vuoto.
L’esperienza del deserto è anche l’ascolto, l’estremo a-scolto» (Edmond Jabès).
Forse è questo legame con l’ascolto che fa sì che nella Bibbia il de-serto, presenza sempre pregna di significato spirituale, sia così importante.
Certo, esso è anzitutto un luogo, e un luogo che nell’ebraico biblico ha diversi nomi: caravah, luogo ari-do e incolto, che designa la zona che si estende dal Mar Morto fino al Golfo di Aqaba; chor-bah, designazione più psicologica che geografica che indica il luogo desolato, devastato, abitato da rovine dimenticate; jeshimon, luogo selvaggio e di solitudine, senza piste, sen-z’acqua; ma soprattutto midbar, luogo disabitato, landa inospitale abitata da animali sel-vaggi, dove non crescono se non arbusti, rovi e cardi.
Il deserto biblico non è quasi mai il deserto di sabbia, ma è frutto dell’erosione del vento, dell’azione dell’acqua dovuta alle piogge rare ma violente, ed è caratterizzato da brusche escursioni termiche fra il giorno e la notte.
Refrattario alla presenza umana e ostile alla vita (Numeri 20,5), il deserto, questo luogo di morte, rappresenta nella Bibbia la necessaria pedagogia del credente, l’iniziazione attra-verso cui la massa di schiavi usciti dall’Egitto diviene il popolo di Dio.
È in sostanza luogo di rinascita.
E, del resto, la nascita del mondo come cosmo ordinato non avviene forse a partire dal caos informe del deserto degli inizi? La terra segnata da mancanza e negatività («Quando il Signore Dio fece la terra e il cielo, nessun cespuglio campestre era sulla terra, nessuna erba campestre era spuntata, perché il Signore Dio non aveva fatto piovere sulla terra»: Genesi 2,4b 5) diviene il giardino apprestato per l’uomo nell’opera creazionale (Ge-nesi 2,8 15).
E la nuova creazione, l’era messianica, non sarà forse un far fiorire il deserto? «Si rallegreranno il deserto e la terra arida, esulterà e fiorirà la steppa, fiorirà come fiore di narciso» (Isaia 35,1 2).
Ma tra prima creazione e nuova creazione si stende l’opera di creatio continua, l’intervento salvifico di Dio nella storia.
Ed è in quella storia che il deserto appare come luogo delle grandi rivelazioni di Dio: nel midbar (deserto), dice il Talmud, Dio si fa sentire come medabber (colui che parla).
È nel deserto che Mosè vede il roveto ardente e riceve la rivelazione del Nome (Esodo 3,1 14); è nel deserto che Dio dona la Legge al suo popolo, lo incontra e si lega a lui in alleanza (Esodo 19 24); è nel deserto che colma di doni il suo popolo (la manna, le quaglie, l’acqua dalla roccia); è nel deserto che si fa presente a Elia nella «voce di un silenzio sottile» (I Re 19,12); è nel deserto che attirerà nuovamente a sé la sua sposa Israele dopo il tradimento di quest’ultima (Osea 2,16) per rinnovare l’alle-anza nuziale…
Ecco dunque abbozzata, tra negatività e positività, la fondamentale bipolarità semanti-ca del deserto nella Bibbia che abbraccia i tre grandi ambiti simbolici a cui il deserto stesso rinvia: lo spazio, il tempo, il cammino.
Spazio ostile da attraversare per giungere alla terra promessa; tempo lungo ma a termine, con una fine, tempo intermedio di un’attesa, di una speranza; cammino faticoso, duro, tra un’uscita da un grembo di schiavitù e l’ingresso in una terra accogliente, «che stilla latte e miele»: ecco il deserto dell’esodo! La spazialità ari-da, monotona, fatta silenzio, del deserto si riverbera nel paesaggio interiore del credente come prova, come tentazione.
Valeva la pena l’esodo? Non era meglio rimanere in Egitto? Che salvezza è mai quella in cui si patiscono la fame e la sete, in cui ogni giorno porta in dote agli umani la visione del medesimo orizzonte? Non è facile accettare che il deserto sia parte integrante della salvezza! Nel deserto allora Israele tenta Dio, e il luogo desertico si mostra essere un terribile vaglio, un rivelatore di ciò che abita il cuore umano.
«Ricordati di tutto il cammino che il Signore tuo Dio ti ha fatto percorrere in questi quarant’anni nel deserto, per umiliarti e metterti alla prova, per sapere quello che avevi nel cuore» (Deuteronomio 8,2).
Il deserto è un’educazione alla conoscenza di sé, e forse il viaggio intrapre-so dal padre dei credenti, Abramo, in risposta all’invito di Dio «Va’ verso te stesso!» (Ge-nesi 12,1), coglie il senso spirituale del viaggio nel deserto.
Il deserto è il luogo delle ribel-lioni a Dio, delle mormorazioni, delle contestazioni (Esodo 14,11 12; 15,24; 16,2-3.20.27; 17,2-3.7; Numeri 12,1-2; 14,2-4; 16,3-4; 20,2-5; 21,4-5).
Anche Gesù vivrà il deserto come no-viziato essenziale al suo ministero: il faccia a faccia con il potere dell’illusione satanica e con il fascino della tentazione svelerà in Gesù un cuore attaccato alla nuda Parola di Dio (Matteo 4,1-11).
Fortificato dalla lotta nel deserto, Gesù può intraprendere il suo ministero pubblico! Il deserto appare anche come tempo intermedio: non ci si installa nel deserto, lo si tra-versa.
Quaranta anni; quaranta giorni: è il tempo del deserto per tutto Israele, ma anche per Mosè, per Elia, per Gesù.
Tempo che può essere vissuto solo imparando la pazienza, l’attesa, la perseveranza, accettando il caro prezzo della speranza.
E, forse, l’immensità del tempo del deserto è già esperienza e pregustazione di eternità! Ma il deserto è anche cammino: nel deserto occorre avanzare, non è consentito «disertare», ma la tentazione è la regressione, la paura che spinge a tornare indietro, a preferire la sicurezza della schiavitù egiziana al rischio dell’avventura della libertà.
Una libertà che non è situata al termine del cammino, ma che si vive nel cammino.
Però per compiere questo cammino occorre essere leggeri, con pochi bagagli: il deserto insegna l’essenzialità, è apprendistato di sottrazione e di spoliazione.
Il deserto è magistero di fede: esso aguzza lo sguardo interiore e fa del-l’uomo un vigilante, un uomo dall’occhio penetrante.
L’uomo del deserto può così ricono-scere la presenza di Dio e denunciare l’idolatria.
Giovanni Battista, uomo del deserto per eccellenza, mostra che in lui tutto è essenziale: egli è voce che grida chiedendo conversio-ne, è mano che indica il Messia, è occhio che scruta e discerne il peccato, è corpo scolpito dal deserto, è esistenza che si fa cammino per il Signore («nel deserto preparate la via del Signore!», Isaia 40,3).
Il suo cibo è parco, il suo abito lo dichiara profeta, egli stesso dimi-nuisce di fronte a colui che viene dopo di lui: ha imparato fino in fondo l’economia di di-minuzione del deserto.
Ma ha vissuto anche il deserto come luogo di incontro, di amicizia, di amore: egli è l’amico dello sposo che sta accanto allo sposo e gioisce quando ne sente la voce.
Sì, è a questa ambivalenza che ci pone di fronte il deserto biblico, e, così esso diviene ci-fra dell’ambivalenza della vita umana, dell’esperienza quotidiana del credente, della stessa contraddittoria esperienza di Dio.
Forse ha ragione Henri le Saux quando scrive che «Dio non è nel deserto.
È il deserto che è il mistero stesso di Dio».
(Tratto dal libro: Enzo BIANCHI, Le parole di spiritualità.
Per un lessico della vita interiore, Milano, Rizzoli, 21999, 47-51).
Soli nel deserto Per la prima volta ho incontrato qualcuno che cerca le persone e che vede oltre.
Può sembrare banale, eppure credo che sia profondo.
Non vediamo mai al di là delle no-stre certezze e, cosa ancora più grave, abbiamo rinunciato all’incontro, non facciamo che incontrare noi stessi in questi specchi perenni senza nemmeno riconoscerci.
Se ci accorges-simo, se prendessimo coscienza del fatto che nell’altro guardiamo solo noi stessi, che sia-mo soli nel deserto, potremmo impazzire.
Quando mia madre offre degli amaretti di La-durée a madame de Broglie, non fa che raccontare a sé stessa la storia della sua vita, sgra-nocchiando il proprio sapore; quando papà beve il caffè leggendo il giornale, si contempla in uno specchio tipo autosuggestione cosciente del metodo Coué; quando Colombe parla delle conferenze di Marian, blatera davanti al riflesso di sé stessa, e quando le persone passano davanti alla portinaia, non vedono nulla perché lì non si vedono riflesse.
Io invece supplico il destino di darmi la possibilità di vedere al di là di me stessa e di incontrare qualcuno.
(Mauriel BARBERY, L’eleganza del riccio, Edizione e/o, Roma, 2007, 138-139) Il deserto Il deserto fu il luogo originario del popolo di Dio, il luogo in cui Gesù fu condotto dallo Spirito quando si ritirò nella solitudine.
Ed è anche il luogo a cui la chiesa è chiamata oggi dallo Spirito, come la donna dell’Apocalisse, la quale si ritira nel deserto in attesa che la violenza della persecuzione si attenui.
Non sto parlando in primo luogo del deserto dei monaci, ma di quello dei cristiani.
Il deserto monastico solitamente è un deserto fisico, ma la vita che il monaco vive in esso è come un sacramento del deserto di tutta la chiesa, uno speciale sacramento in cui egli esprime la propria vocazione, perché a questo è stato chia-mato e abilitato dalla grazia.
Ma anche la chiesa è in ogni tempo e nella sua interezza ad-dossata al deserto: essa vive in situazione di diaspora oggi più che mai .
Noi tutti siamo come sospinti all’indietro da tutte le domande che ci vengono poste e alle quali non sap-piamo trovare risposte immediate: siamo spinti in un deserto interiore.
Ma nel contempo, ciò costituisce anche un invito ad assumere maggiore consapevolezza della nostra profon-da povertà di comprensione, poiché in tal modo siamo ridotti a testimoniare con la sola forza dello Spirito: sarà lui a parlare in noi, non dobbiamo preparare in anticipo la nostra difesa.
(A.
Louf, La vita spirituale, Edizioni Qiqajon – Comunità di Bose, Magnano (Biella) 2001, pp.
9-20).
«Fuggi, taci e prega» Arsenio era un romano molto colto, di dignità senatoria, che viveva alla corte dell’im-peratore Teodosio come precettore dei principi Arcadio e Onorio.
Quando era ancora a corte, l’abate Arsenio pregò Dio con queste parole: «Signore, mostrami la via per la quale essere salvato».
Arrivò a lui una voce che diceva: «Arsenio, fuggi, taci, vivi in solitudine: sono queste le radici dell’innocenza».
Dopo aver lasciato segretamente Roma, imbarcatesi per Alessandria e ritiratesi a vita solitaria nel deserto, Arsenio tornò, con le stesse parole, a rivolgere la preghiera: «Signore, mostrami la via per la quale essere salvato», e di nuovo sentì una voce che gli diceva: «Ar-senio, fuggi, taci, vivi in solitudine: sono queste le radici dell’innocenza».
Le parole: «Fuggi, taci e prega», sintetizzano la spiritualità del deserto.
Indicano i tre modi di evitare che il mondo ci plasmi a sua immagine e sono, quindi, le tre vie alla vita nello Spirito.
(H.J.M.
NOUWEN, La via del cuore, Brescia, 1999, 14).
Preghiera Signore Gesù, domani inizia il tempo di quaresima.
È un periodo per stare con te in modo speciale, per pregare, per digiunare, se-guendoti così nel tuo cammino verso Gerusalemme, verso il Golgota e verso la vittoria finale sulla morte.
Sono ancora così diviso! Voglio veramente seguirti, ma nel contempo voglio anche seguire i miei desideri e prestare orecchio alle voci che parlano di prestigio, di successo, di rispetto umano, di piacere, di potere e d’influenza.
Aiutami a diventare sordo a queste voci e più attento alla tua voce, che mi chiama a scegliere la via stretta verso la vita.
So che la Quaresima sarà un periodo difficile per me.
La scelta della tua via dev’essere fatta in ogni momento della mia vita.
Devo scegliere pensieri che siano i tuoi pensieri, parole che siano le tue parole, a-zioni che siano le tue azioni.
Non vi sono tempi o luoghi senza scelte.
E io so quanto profondamente resisto a scegliere te.
Ti prego, Signore: sii con me in ogni momento e in ogni luogo.
Dammi la forza e il coraggio di vivere questo periodo con fedeltà, affinché, quan-do verrà la Pasqua, io possa gustare con gioia la vita nuova che tu hai preparato per me.
Amen.
(J.M.
NOUWEN, In cammino verso l’alba, in ID., La sola cosa necessaria – Vivere una vi-ta di preghiera, Brescia, Queriniana, 2002, 237-238).

“Cristo nostra Pasqua”

  Pubblicato il sussidio liturgico-pastorale per il periodo di Quaresima-Pasqua 2009 degli Uffici e Servizi pastorali e degli organismi collegati della CEI.
Il titolo è “Cristo nostra Pasqua” (1Cor 5,7).
Il sussidio, edito dalla San Paolo, è disponibile in tutte le librerie cattoliche e si apre con la presentazione di S.E.
Mons.
Mariano Crociata, Segretario Generale della CEI.
“Anno dopo anno, il cammino quaresimale viene a chiederci di rivolgere il nostro pensiero a ciò che è davvero essenziale – spiega il Segretario generale della CEI -.
Ecco quindi l’invito alla preghiera e alla carità, l’appello alla conversione e al digiuno dalle cose che appesantiscono il nostro procedere.
Ma tutto ciò è la vita, non la meta.
L’orizzonte, che rende lieto anche un tempo di purificazione qual è la Quaresima, è tutto nelle parole di San Paolo messe nel titolo del sussidio”.
Proprio l’apostolo delle genti, del quale si celebra il bimillenario della nascita ha messo al centro della sua predicazione apostolica il mistero di passione, morte e risurrezione del Signore Gesù, “mistero sul quale si incentra la riflessione del credente particolarmente nei Tempi liturgici di Quaresima e Pasqua – spiega don Domenico Falco, direttore dell’Ufficio liturgico nazionale -.
Presentandosi alla comunità di Corinto, San Paolo afferma di non sapere altro in mezzo a loro “se non Gesù Cristo, e Cristo crocifisso” (1Cor 2,2), anche se la sua educazione farisaica e la sua cultura ellenistica lo rendono ben consapevole che la predicazione della croce “è scandalo per i Giudei, stoltezza per i pagani”(1Cor 1,23)”.
Scopo del Sussidio è offrire alle comunità cristiane (particolarmente ai parroci e ai loro diretti collaboratori) alcune indicazioni pastorali per vivere questo tempo forte dell’anno liturgico, con un riferimento anche all’Anno Paolino indetto dal Santo Padre.
Come già dallo scorso anno, la diffusione del Sussidio è stata affidata alla Periodici San Paolo.
La stessa Casa Editrice si è già preoccupata di inviare a tutti i parroci una comunicazione, dando indicazioni su eventuali prenotazioni di copie.
Il numero verde indicato per eventuali prenotazioni presso la Periodici San Paolo è 800.509645.
Allo stesso tempo, ci sembra utile informare che anche le Suore Pie Discepole hanno preparato una serie di posters per il tempo di Quaresima-Pasqua, corredato di sussidio.
Tra i contenuti del sussidio anche “la preghiera intorno alla mensa” e la testimonianza (preparata dalla Caritas Italiana).

Sperare nell’uomo

GIORGIO CHIOSSO (ed.), Sperare nell’uomo.
Giussani, Morin, MacIntyre e la questione educativa, Sei Frontiere, 2009 Che cosa hanno in comune un prete italiano che ha dedicato la propria vita all’educazione dei giovani, un intellettuale francese che ha proposto una “riforma del pensiero” per indagare la complessità del mondo e un filosofo americano che ha individuato nella dimensione della comunità un antidoto contro l’individualismo del nostro tempo? La risposta sta forse in tre opzioni che accomunano i tre protagonisti di questo volume, pur nella diversità dei loro approcci: una grande fiducia nell’uomo e nella condizione umana; una tenace resistenza contro le tendenze relativistiche del nostro tempo; il netto rifiuto di pensare l’uomo in termini di semplice adattamento alle regole della vita sociale.
E quasi a unificare questi tre fondamenti della loro riflessione, un’esplicita vocazione educativa segnata dal valore riconosciuto all’uomo in quanto capace di senso, di comprensione, di relazione con gli altri.
Come scrive Giorgio Chiosso nelle pagine introduttive: “Alla visione utilitaristica che segna larga parte della scuola e dell’educazione condizionate dal mercato e dal conseguente esasperato specialismo, Giussani, Morin e MacIntyre oppongono la priorità della formazione di un uomo consapevole di sé, capace di senso critico, solidale con gli altri “terrestri” (per usare l’espressione di Morin) che con lui condividono la condizione umana”.
Per illustrare queste posizioni, serve naturalmente una pluralità di punti di vista: è quello che fa questo volume, chiamando a raccolta pedagogisti e psicologi come Roberto Sani, Concepciòn Naval e Piero Quaglino; sociologi, come Luciano Gallino, Sergio Manghi e Guglielmo Malizia; storici e filosofi come Giovanni De Luna, Enrico Berti, Massimo Mori.
Ma anche economisti e giuristi, come Lorenzo Caselli e Mario Dogliani.
Contro la tentazione di concepire l’educazione come residuale, come un bene semplicemente da usare e scambiare dentro un mercato senza senso se non quello economico.

Secondo biennio – Marzo

VII unità di apprendimento: “Le religioni del mondo”  OBIETTIVI SPECIFICI DI APPRENDIMENTO Conoscenze  Abilità  * Il cristianesimo e le grandi religioni: origine e sviluppo.
* Leggere e interpretare i principali segni religiosi espressi dai diversi popoli.
OBIETTIVI FORMATIVI • Prendere coscienza che nel mondo esistono religioni differenti • Conoscere alcuni aspetti delle principali religioni del mondo • Riconoscere l’importanza del dialogo interreligioso  Suggerimenti operativi   • Procurare un planisfero da appendere in classe e ragionare sulla presenza di molte religioni diverse nei vari continenti.
Far emergere le conoscenze pregresse sulle principali religioni del mondo.
• Dividere la classe in gruppi di ricerca e assegnare a ognuno il compito di approfondire una religione: cristianesimo, islam, ebraismo, induismo, buddhismo.
Fornire libri, immagini, testi scolastici di religione a ogni gruppo.
Le informazioni da puntualizzare sono: fondatore, periodo di nascita, luogo-giorno-ministro di culto, simbolo, libro sacro, feste principali.
• Collaborare con l’insegnante di educazione all’immagine per realizzare dei disegni e con l’insegnante di informatica per scrivere le informazioni essenziali.  • Ogni gruppo dovrà relazionare ai compagni la propria ricerca; potrà utilizzare varie tecniche: esposizione orale, drammatizzazione, letture, fotografie, disegni…
• Riprendere l’approfondimento sul tema della pace svolto nel mese di gennaio e riascoltare il canto imparato.
Sottolineare l’importanza degli incontri di Assisi per l’impegno del dialogo interreligioso; alla fine realizzare un cartellone con la scritta pace e intorno i nomi e i simboli delle religioni studiate.
Raccordi con altre discipline Italiano, ed.
all’immagine, informatica Riferimento al tema “Per i diritti di tutti” “Convenzione sui diritti dell’infanzia”: Art.
14: Ogni bambino ha diritto di seguire la propria religione.

Primo biennio – Marzo

VII unità di apprendimento: “La storia degli Ebrei continua”  OBIETTIVI SPECIFICI DI APPRENDIMENTO Conoscenze  Abilità  * Gesù, il Messia, compimento delle promesse di Dio.
* Ricostruire le principali tappe della storia della salvezza, anche attraverso figure significative.
OBIETTIVI FORMATIVI • Conoscere i momenti principali della vita di Mosè e il suo ruolo nella storia della salvezza.
• Scoprire che Dio si schiera dalla parte degli oppressi e dei perseguitati.
 Suggerimenti operativi   • Riprendere la storia del popolo ebreo con i personaggi già conosciuti e inserire nella continuità la vicenda di Mosè.
Collegarsi con lo studio affrontato in storia sulle principali civiltà dell’epoca.
• In ogni lezione raccontare a tappe la vita di Mosè e il suo ruolo nella storia ebraica.
Utilizzare una Bibbia illustrata o a fumetti, con un adattamento del testo.
• Dividere i bambini a coppie o a gruppetti e dare a ognuno la consegna di rappresentare una scena della vita di Mosè.
A turno, ogni gruppo, scriverà al computer una frase di commento da accompagnare al proprio disegno.
Riunire il lavoro in un libro o in un cartellone.
• Sottolineare come Dio sia venuto in soccorso del popolo ebreo che era schiavo e sofferente; ricordare che ancora oggi ci sono popoli perseguitati.
Raccordi con altre discipline Italiano, ed.
all’immagine, storia, informatica Riferimento al tema “Per i diritti di tutti” “Convenzione sui diritti dell’infanzia”: Art.
6: Ogni bambino ha diritto di vivere.
Art.
14: Ogni bambino ha diritto di seguire la propria religione.

Classe prima – Marzo

 VII unità di apprendimento:  “Gesù racconta…”  OBIETTIVI SPECIFICI DI APPRENDIMENTO  Conoscenze  Abilità  * Gesù di Nazaret, l’Emmanuele “Dio con noi”.   * Descrivere l’ambiente di vita di Gesù nei suoi aspetti quotidiani, familiari, sociali e religiosi.
OBIETTIVI FORMATIVI • Scoprire che Gesù utilizza le parabole per trasmettere i suoi insegnamenti  • Capire che ogni parabola racchiude un messaggio  Suggerimenti operativi   • Spiegare ai bambini che Gesù parlava con tutte le persone: bambini, adulti, sapienti, non istruiti…
Per farsi capire usava un linguaggio semplice e dei racconti speciali: le parabole, per trasmettere i suoi insegnamenti…
• Leggere il testo della parabola della pecorella smarrita (utilizzare una Bibbia illustrata, in modo da associare alle parole anche le immagini dei vari momenti del racconto).  • Rappresentare la parabola assegnando a ogni bambino un ruolo (le pecorelle, la pecora smarrita, il pastore, Gesù, la folla), e ripetere la drammatizzazione più volte per fare in modo che i bambini si possano immedesimare nei loro ruoli.
• Riflettere su emozioni/sentimenti provati nel racconto della parabola e sulle caratteristiche dei vari personaggi.  • Individuare il messaggio trasmesso da Gesù e sul quaderno rappresentare la scena che ogni bambino ritiene più significativa.
Raccordi con altre discipline Italiano, ed.
all’immagine Riferimento al tema “Per i diritti di tutti” “Convenzione sui diritti dell’infanzia”: Art.
7: Ogni bambino ha diritto ad avere un’identità.
Art.
14: Ogni bambino ha diritto di seguire la propria religione.