Classe prima – Aprile

 VIII unità di apprendimento:  ”La festa di Pasqua”  OBIETTIVI SPECIFICI DI APPRENDIMENTO  Conoscenze  Abilità  * Gesù di Nazaret, l’Emmanuele “Dio con noi”.   * Cogliere i segni cristiani della Pasqua.
OBIETTIVI FORMATIVI • Individuare i segni di vita nuova presenti nell’ambiente • Scoprire i segni della festa di Pasqua  Suggerimenti operativi   • Riflettere sui segni presenti nella natura che ci fanno capire il cambio di stagione: siamo in primavera! Dare spazio a ogni bambino per esprimersi e raccontare le proprie esperienze.
• Scrivere, con l’ausilio del computer, la parola primavera (con carattere grassetto in modo da poter colorare l’interno delle lettere).
Individuare, insieme ai bambini, i colori che si adattano meglio alla primavera e dare la consegna di utilizzare le tinte appena scelte per colorare la scritta.
Alla fine incollare la scritta sul quaderno e decorare la pagina con altri disegni primaverili.
• Scoprire che si sta avvicinando una festa molto importante per i cristiani e lasciare spazio ai bimbi per far emergere le loro conoscenze pregresse.
Sottolineare la differenza tra i segni cristiani e quelli solo materiali; vedere i collegamenti (ad esempio: dall’uovo segno di vita ed eternità, all’uovo di cioccolato con sorpresa).
• Riprendere il vero significato della Pasqua cristiana: la risurrezione.
Scrivere sul quaderno: “Il giorno di Pasqua i cristiani dicono con gioia: Gesù è risorto”.
Fornire a ogni bambino un’immagine del risorto (si trovano sui quaderni operativi o su molti siti internet di immagini religiose).
Raccordi con altre discipline Informatica, ed.
all’immagine, scienze, italiano.
Riferimento al tema “Per i diritti di tutti” “Convenzione sui diritti dell’infanzia”: Art.
6: ogni bambino ha diritto di vivere.
Art.
14: ogni bambino ha diritto di seguire la propria religione. 

V Domenica di Quaresima

LECTIO – ANNO B Prima lettura: Geremia 31,31-34 Ecco, verranno giorni – oracolo del Signore –, nei quali con la casa d’Israele e con la casa di Giuda concluderò un’alleanza nuova.
Non sarà come l’alleanza che ho concluso con i loro padri, quando li presi per mano per farli uscire dalla terra d’Egitto, alleanza che essi hanno infranto, benché io fossi loro Signore.
Oracolo del Signore.
Questa sarà l’alleanza che concluderò con la casa d’Israele dopo quei giorni – oracolo del Signore –: porrò la mia legge dentro di loro, la scriverò sul loro cuore.
Allora io sarò il loro Dio ed essi saranno il mio popolo.
Non dovranno più istruirsi l’un l’altro, dicendo: «Conoscete il Signore», perché tutti mi conosceranno, dal più piccolo al più grande – oracolo del Signore –, poiché io perdonerò la loro iniquità e non ricorderò più il loro peccato.
Gesù Cristo, l’abbiamo constatato, è ormai pronto a consegnarsi al disegno del Padre, perché, come aveva in precedenza detto: «Mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato e compiere la sua opera» (4,34).
Tutto ciò sfocia nell’atto della stipula di una nuova alleanza, di cui ai suoi tempi il profeta Geremia aveva avvertito la necessità: «Ecco, verranno giorni – oracolo del Signore –, nei quali con la casa d’Israele e con la casa di Giuda concluderò un’alleanza nuova.
Non sarà come l’alleanza che ho concluso con i loro padri, quando li presi per mano per farli uscire dalla terra d’Egitto, alleanza che essi hanno infranto, benché io fossi loro Signore.
Oracolo del Signore» (31,31-32).
Infatti Geremia aveva preso coscienza di quanto fosse difficile per il suo popolo vivere da popolo di Dio, nella fedeltà e nel rispetto della legge.
D’altra parte, egli stesso era stato rifiutato in qualità di messaggero di Dio da coloro che avrebbero dovuto ascoltarlo.
Di che cosa allora si sente la necessità? Dio pensa a dare all’alleanza, atto con cui Egli si è «legato» e fatto «soggiogare» alla fedeltà nei confronti dei discendenti d’Abramo, una forza tale da renderla «più intima dell’intimo dell’uomo».
Si tratta di una legge di cui non ci si può accontentare di vedere scritta in codici cartacei o su tavole di pietra o altro materiale, quasi a essere rassicurati sulla sua perennità, bensì di una legge posta nel cuore stesso dell’uomo: «Porrò la mia legge dentro di loro, la scriverò sul loro cuore.
Allora io sarò il loro Dio ed essi saranno il mio popolo» (31,33).
Il profeta di Anatot non conosce certamente lo Spirito Santo come noi dopo la rivelazione di Gesù Cristo, benché in quanto profeta ne abbia fatto un’esperienza eccezionale.
Eppure è lo Spirito che sarà chiamato «nuova legge» e lo stesso profeta veterotestamentario ne sente come il forte desiderio di attingere a questa maggiore luce.
In fondo, anch’egli, come i Greci del Vangelo, domanda più chiarezza e si rallegra nella speranza che un giorno il cuore di ogni uomo, finalmente risanato dal limite del peccato e purificato da tutte le angosce, possa riconoscere in Dio il salvatore e il liberatore senza problemi: «Non dovranno più istruirsi l’un l’altro, dicendo: «Conoscete il Signore», perché tutti mi conosceranno, dal più piccolo al più grande – oracolo del Signore –, poiché io perdonerò la loro iniquità e non ricorderò più il loro peccato» (31,34).
Seconda lettura: Ebrei 5,7-9 Cristo, nei giorni della sua vita terrena, offrì preghiere e suppliche, con forti grida e lacrime, a Dio che poteva salvarlo da morte e, per il suo pieno abbandono a lui, venne esaudito.
Pur essendo Figlio, imparò l’obbedienza da ciò che patì e, reso perfetto, divenne causa di salvezza eterna per tutti coloro che gli obbediscono.
Il brano evangelico ci presenterà un Gesù perfettamente disposto all’obbedienza di fronte alla volontà salvifica del Padre suo e Padre nostro.
Su questo medesimo tenore si situa anche la breve pericope tratta dalla Lettera agli Ebrei.
L’autore della Lettera, infatti, non trascura di segnalare quella che è una delle componenti di ogni uomo; l’angoscia di doversi consegnare alla morte, perché da essa «nullo homo vivente può scappare», come dice Francesco d’Assisi.
Di tale angoscia fu partecipe anche Gesù e «nei giorni della sua vita terrena, offrì preghiere e suppliche, con forti grida e lacrime, a Dio che poteva salvarlo da morte e, per il suo pieno abbandono a lui, venne esaudito» (5,7).
Questo senso di solidarietà è totale, perché ci viene prospettato in primo luogo un Gesù che prega e supplica il Padre durante la sua vita terrena, nella quale ha incontrato chissà quante volte il pallore della morte, lo squallore della miseria, la disperazione della malattia incurabile.
Inoltre, al suo supplicare egli aggiunse «grida e lacrime», in sequenza incessante, per rimarcare il grado dell’offerta della propria vita, in qualità di “sommo sacerdote” che s’immola a vantaggio dell’umanità.
E il Padre, che ha il potere di donare la vita e di riprenderla, esaudì il Figlio, in quanto gli era gradito tutto ciò che da Lui era compiuto.
Dunque, per questa sua relazione spirituale, Cristo è stato esaudito, come poi precisano i vv.
8 e 9: «Pur essendo Figlio, imparò l’obbedienza da ciò che patì e, reso perfetto, divenne causa di salvezza eterna per tutti coloro che gli obbediscono».
L’offerta di Cristo, in realtà costituisce un sacrificio efficace che il Padre ha gradito, poiché la sua volontà è stata rispettata: la stessa disponibilità dimostrata da Cristo gli ha consentito di intervenire trasformandone la vita (Gesù «reso perfetto») in opera di completa mediazione della salvezza divina per quanti, sul modello del Maestro, si faranno “obbedienti”.
Vangelo: Giovanni 12,20-33 In quel tempo, tra quelli che erano saliti per il culto durante la festa c’erano anche alcuni Greci.
Questi si avvicinarono a Filippo, che era di Betsàida di Galilea, e gli domandarono: «Signore, vogliamo vedere Gesù».
Filippo andò a dirlo ad Andrea, e poi Andrea e Filippo andarono a dirlo a Gesù.
Gesù rispose loro: «È venuta l’ora che il Figlio dell’uomo sia glorificato.
In verità, in verità io vi dico: se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto.
Chi ama la propria vita, la perde e chi odia la propria vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna.
Se uno mi vuole servire, mi segua, e dove sono io, là sarà anche il mio servitore.
Se uno serve me, il Padre lo onorerà.
Adesso l’anima mia è turbata; che cosa dirò? Padre, salvami da quest’ora? Ma proprio per questo sono giunto a quest’ora! Padre, glorifica il tuo nome».
Venne allora una voce dal cielo: «L’ho glorificato e lo glorificherò ancora!».
La folla, che era presente e aveva udito, diceva che era stato un tuono.
Altri dicevano: «Un angelo gli ha parlato».
Disse Gesù: «Questa voce non è venuta per me, ma per voi.
Ora è il giudizio di questo mondo; ora il principe di questo mondo sarà gettato fuori.
E io, quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me».
Diceva questo per indicare di quale morte doveva morire.
Esegesi Prima di entrare nel vivo del brano, proviamo a tracciare, seguendo il racconto dell’evangelista Giovanni, le coordinate entro le quali s’inquadra il brano di questa domenica.
Nel primo versetto del capitolo 12 leggiamo: «Sei giorni prima della Pasqua, Gesù andò a Betania, dove si trovava Lazzaro, che egli aveva risuscitato dai morti».
Gesù, infatti, a quel che dice il quarto Vangelo, si recava spesso a Gerusalemme per pregare e insegnare nel Tempio, avendo «punto d’appoggio» la casa di Lazzaro, nel villaggio di Betania, distante un paio di chilometri dalla capitale.
Durante la cena che fu consumata a casa di Lazzaro, Maria, una delle sue sorelle, compì un gesto «profetico»: l’unzione dei piedi del Maestro.
La narrazione prosegue con la descrizione di un altro atto «profetico», che coinvolse parte della folla venuta per il pellegrinaggio pasquale: «Il giorno seguente, la gran folla che era venuta per la festa, udito che Gesù veniva a Gerusalemme, prese dei rami di palme e uscì incontro a lui gridando: Osanna! Benedetto colui che viene nel nome del Signore, il re d’Israele!» (12,12-13).
In questo contesto avviene l’incontro tra Gesù e i Greci, i quali chiedono a Filippo di essere presentati al Maestro.
Il Vangelo, però, si nota subito, purtroppo non ci dice se il dialogo tra Gesù e coloro che hanno chiesto di vederlo si sia verificato, tuttavia ci riferisce le parole pronunciate da Lui appena Andrea e Filippo lo informano della richiesta espressa da questi Greci: «È venuta l’ora che il Figlio dell’uomo sia glorificato.
In verità, in verità io vi dico: se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto.
Chi ama la propria vita, la perde e chi odia la propria vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna.
Se uno mi vuole servire, mi segua, e dove sono io, là sarà anche il mio servitore.
Se uno serve me, il Padre lo onorerà.
Adesso l’anima mia è turbata; che cosa dirò? Padre, salvami da quest’ora? Ma proprio per questo sono giunto a quest’ora! Padre, glorifica il tuo nome» (12,23-28a).
Dal tenore di queste parole emerge un Gesù perfettamente cosciente non solo della morte imminente (i suoi avversari hanno tramato di ucciderlo dopo Pasqua, ma Gesù li «costringerà» ad anticipare), bensì anche del fatto che la morte non costituisce affatto una sconfitta.
Anzi, Gesù adopera termini che fanno presagire, da parte sua, l’ansia di portare a compimento quella missione, affidatagli dal Padre, di cui più volte ha parlato: «Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna.
Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui» (3,16-17).
Che il Padre desideri salvare l’umanità attraverso suo Figlio Gesù è la «buona notizia» da annunciare, ossia la glorificazione da rendere manifesta mediante il mistero pasquale che Gesù è, in un certo qual senso, ansioso di adempiere, come dimostra l’espressione: «Ma proprio per questo sono giunto a quest’ora!».
Perciò Egli, che è il Rivelatore, allude appena a una parabola, quella del chicco di grano caduto in terra: esso produce molto frutto qualora muoia.
Detto altrimenti, soltanto l’obbedienza alla volontà salvifica del Padre si rivela feconda di «risultati» positivi, che operano la trasformazione dal chicco singolo a una spiga carica di chicchi, risorgendo da quella stessa terra in cui è morto il chicco originario.
Ad accompagnare questa parabola c’è un detto che ne ricorda di analoghi presso i Sinottici.
Il senso non è difficile: di fronte a Gesù, che muore per poi risorgere, ciascun credente viene sollecitato a valutare la vita attuale in rapporto a quella eterna.
E perdere la vita significa mettersi al servizio di Gesù, per essere là dove Lui si trova, sulla croce come nella gloria, per godere della riconoscenza del Padre.
Alla fine delle parole di Gesù si sente una «voce dal cielo».
Non ci soffermiamo molto su questo, ricordando casi analoghi nella Bibbia (ad esempio in Es 19, At 2, Ap 5, i racconti del battesimo di Gesù e la trasfigurazione), in cui la voce divina, in relazione a teofanie, risulta indescrivibile e irriferibile per gli esseri umani.
Ma tale voce è proprio rivolta alla folla e non a Gesù.
È questo il motivo per cui Egli si preoccupa subito di «interpretarla»: Gesù sa già perché è venuto nel mondo, mentre chi lo circonda non si rende conto del valore e della sostanza della sua missione.
In realtà, il compimento del mistero pasquale si caratterizza per il giudizio che esprime sul principe di questo mondo, ossia su Satana e su tutto il complesso della sua negatività.
Dal desiderio espresso dai Greci di incontrarlo, dunque, emerge la prontezza di Gesù nel dichiararsi disponibile, nonostante la sofferenza che ne seguirà, a morire, perché quel desiderio è segno di un’umanità che ha sete della salvezza e della conoscenza della verità.
Meditazione «Vogliamo vedere Gesù!» (Gv 12,21).
La domanda rivolta a Filippo da alcuni greci simpatizzanti dell’ebraismo, venuti a Gerusalemme per la Pasqua, può realmente esprimere il desiderio profondo con cui i testi della Scrittura (e in particolare i brani del quarto evangelo) hanno ritmato il nostro percorso quaresimale.
Siamo stati guidati a una progressiva scoperta del volto di Gesù e man mano il nostro cammino di fede è stato purificato e reso autentico attraverso la comprensione profonda del segno per eccellenza: la Croce.
Il vedere esprime un’attesa che trova compimento in un incontro faccia a faccia da cui scaturisce, attraverso un dialogo, una conoscenza progressiva dell’altro.
Ma per l’evangelista Giovanni, vedere è anche il verbo che indica il cammino della fede: un andare oltre le apparenze per raggiungere il mistero che esse nascondono; vedere Gesù vuol dire conoscerlo e credere in lui.
Allora diventa significativo porre questa domanda proprio alla fine del cammino quaresimale.
Si sente in questa richiesta tutto il desiderio contenuto nell’annuncio della nuova alleanza del profeta Geremia: «tutti mi conosceranno, dal più piccolo al più grande…
poiché io perdonerò le loro iniquità e non ricorderò più il loro peccato» (Ger 31,34).
Riconoscere il Dio dell’alleanza, quel Dio che perdona e dimentica il peccato, nel volto di Gesù: questa è la meta del cammino quaresimale.
Ma ancora una volta ritorna l’interrogativo: quale volto di Gesù? Potremmo rispondere con le parole della lettera agli Ebrei: il volto di colui che «pur essendo Figlio imparò l’obbedienza da ciò che patì e, reso perfetto, divenne causa di salvezza eterna per tutti coloro che gli obbediscono» (Eb 5,8-9).
Alla contemplazione di questo volto ci apre proprio la risposta data da Gesù a quei greci e riportata in Gv 12,23-33.
In questo testo di Giovanni ritornano alcuni termini caratteristici utilizzati dal quarto vangelo per esprimere l’unico mistero di umiliazione e di gloria: l’ora (vv.
23.27-28), la glorificazione (vv.
23.28), l’essere innalzato (v.
31).
Essi orientano, in prospettiva chiaramente pasquale, il vedere Gesù e offrono un progressivo cammino di comprensione del mistero di Cristo.
E possiamo cogliere la rivelazione che Gesù fa di sé stesso e del suo destino in tre momenti.
Essi ci guidano alla comprensione di quella parola con cui Gesù inizia il suo discorso: «è venuta l’ora che il Figlio dell’uomo sia glorificato» (12,23).
E il primo momento ci lascia disorientati.
La risposta di Gesù sembra a prima vista sconcertante; sembra ignorare la domanda.
Ma in realtà va al cuore di ciò che i greci chiedono a Gesù e, rivelando anche la strada per giungere a comprendere la sua realtà più profonda, indica l’unico cammino possibile per poterlo vedere: lo vedranno quando sarà innalzato.
E Gesù esprime questa via da percorrere anzitutto con una parabola in cui chiaramente è rivelato il paradosso di questo cammino: «se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto» (12,24).
Per vedere chi è Gesù, bisogna nascondersi come lui; scendere sotto terra e ripercorrere la parabola del chicco di grano, la parabola di una vita abbondante che passa attraverso la morte, attraverso il dono di sé (quel perdere per conservare in vista di una pienezza: cfr.
12,25).
Nella parabola del chicco la morte è la condizione perché si sprigioni tutta l’energia vitale che il seme contiene; la vita che è racchiusa nel piccolo chicco si manifesta così in una forma nuova.
E proprio l’abbondanza del frutto (produce molto frutto) diventa immagine della glorificazione, di una vita senza fine.
La seconda tappa di questa rivelazione del Volto è espressa da Giovanni attraverso la rilettura teologica di due esperienze di Gesù, narrate dai sinottici distintamente: il Getsèmani (12,27: «adesso l’anima mia è turbata…
Padre salvami da quest’ora?») e la Trasfigurazione (12,28: «venne allora una voce dal cielo: “L’ho glorificato e ancora lo glorificherò”»).
Queste due esperienze, all’apparenza paradossalmente opposte, sono la duplice rivelazione dell’unico volto di Cristo umiliato e glorioso, calato nell’esperienza delle tenebre dell’angoscia (l’umanità del Figlio dell’uomo) e inondato dalla luce divina (la gloria del Figlio di Dio).
Ma per Giovanni le due esperienze si sovrappongono: non c’è un prima e un dopo, ma l’Umiliato è il Glorioso.
Nel volto dell’uomo angosciato di fronte alla sua ora, traspare tutta la luce del Figlio prediletto perché obbediente, di colui che «nei giorni della sua vita terrena offrì preghiere e suppliche, con forti grida e lacrime a Dio…
e per il suo pieno abbandono a lui, venne esaudito» (Eb 5,7).
In continuità con la voce del Padre che proclama la glorificazione del Figlio e in parallelo con la caduta del seme nella terra, si inserisce il terzo momento della rivelazione: «io, quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me» (12,32).
È la vittoria di Cristo che genera la salvezza «di tutti coloro che gli obbediscono» (Eb 5,9).
L’essere innalzato è il movimento dal basso verso l’alto: è appunto la Croce (12,33) che dà inizio a un movimento ascensionale che va oltre la Croce stessa e giunge fino al Padre (è il senso già presente in Gv 3,14).
In questo movimento verso l’alto, viene trascinata tutta l’umanità, tutti coloro che fissano lo sguardo sul trafitto.
Attirerò tutti a me: indica una comunione profonda di destino, un cammino verso il Padre che Gesù vuole fare con il discepolo, con ogni uomo, una condivisione di vita che passa oltre la morte.
È la riconciliazione, la salvezza piena, quella possibilità che l’uomo riacquista, in Cristo, di guardare verso Dio, non nella paura, ma nella libertà dei figli.
Quei greci volevano vedere Gesù.
Ecco loro indicato il cammino e lo sguardo.
Ora il vedere per credere deve trasformarsi in un conoscere che è comunione di vita e condivisione del cammino di Gesù: «se uno mi vuol servire mi segua, e dove sono io, là sarà anche il mio servitore» (12,26).
Dov’è Gesù? È certamente presso il Padre, e questa è anche la meta del discepolo.
Ma Gesù è anche nascosto sotto terra, come chicco che muore per portare frutto: e questo è anche il luogo e il cammino del discepolo perché «chi ama la propria vita la perde e chi odia la propria vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna» (12,25).
Quei greci rappresentano tutti quegli uomini e quelle donne che «crederanno senza aver veduto» (Gv 20,29) perché il loro vedere sarà un «volgere lo sguardo a colui che hanno trafitto».
E così nella domanda di questi greci si apre l’orizzonte del tempo della Chiesa, dove risuona senza sosta, sulle labbra di tanti uomini e donne, lo stesso desiderio: «Vogliamo vedere Gesù».
Per l’elaborazione della «lectio» di questa domenica – oltre al nostro materiale di archivio, ci siamo serviti di: – Temi di predicazione, Napoli, Editrice Domenicana Italiana, 2002-2003; 2005-2006.
– Comunità monastica Ss.
Trinità di Dumenza, La voce, il volto, la casa e le strade.
Quaresima e tempo di Pasqua, Milano, Vita e Pensiero, 2008-2009, pp.
71.
– La Bibbia per la famiglia, a cura di G.
Ravasi, Milano, San Paolo, 1998.
– J.M.
NOUWEN, Un ricordo che guida, in ID., Mostrami il cammino.
Meditazioni per il tempo di Quaresima, Brescia, Queriniana, 2003.
La potatura «D’inverno le vigne appaiono desolate, solo ceppi che con le loro torsioni sembrano ribellarsi all’ordine severo dei filari: le diresti morte, soprattutto quando lo scuro del vitigno si staglia sul bianco della neve, assecondando quel silenzio muto dell’inverno in cui persino il sole fatica a imporsi tra le nebbie del mattino.
Eppure, anche in questa stagione morta, i contadini non cessano di visitare la vigna e si dedicano a quel lavoro sapiente di potatura che richiede un affinato discernimento.
Si tratta, infatti, di mondarla, tagliando alcuni tralci e lasciando quelli che promettono maggiore fecondità: sacrificarne alcuni, che magari tanto hanno già dato, per il bene della pianta intera, rinunciare a un tutto ipotetico per avere il meglio possibile.
Bisogna osservarli i vignaioli quando potano, mentre il freddo arrossa il naso e le guance; bisogna vedere come prendono in mano il tralcio, come i loro occhi scrutano e contano le gemme, come con le pinze danno un colpo secco che recide il tralcio con un suono che echeggia in tutta la vigna: un taglio che sembra un colpo di grazia spietato al culmine di una sentenza e che invece è colpo di grazia perché apre un futuro fecondo.
E lí, dove la ferita vitale ha colpito la vigna, proprio lí, ai primi tepori, la vite «piange», versando lacrime da quel tralcio potato per un bene più grande.
Curare la vigna è come curare la vita, la propria vita, attraverso potature e anche pianti, in attesa della stagione della pienezza: per questo la potatura è un’operazione che il contadino fa quasi parlando alla vite, come se le chiedesse di capire quel gesto che capire ancora non può».
(Enzo BIANCHI, Il pane di ieri, Torino, Einaudi, 2008, 53-54).
Grande albero e piccolissimo grano «[Nella Chiesa esiste] La tentazione di cercare subito il grande successo, di cercare i grandi numeri.
E questo non è il metodo di Dio.
Per il regno di Dio vale sempre la parabola del grano di senape (cf.
Mc 4,31-32).
Il Regno di Dio ricomincia sempre di nuovo sotto questo segno.
Noi o viviamo troppo nella sicurezza del grande albero già esistente o nell’impazienza di avere un albero più grande, più vitale.
Dobbiamo invece accettare il mistero che la Chiesa è nello stesso tempo grande albero e piccolissimo grano».
(J.
RATZINGER, La nuova evangelizzazione in Divinarum Rerum Notitia.
Studi in onore del Card.
Walter Kasper, Roma, Studium, 2001, 506).
II seme delle domande Dio mio, sono venuto con il seme delle domande! Le seminai e non fiorirono.
Dio mio, sono arrivato con le corolle delle risposte, ma il vento non le sfoglia! Dio mio, sono Lazzaro! Piena d’aurora, la mia tomba dà al mio carro neri puledri.
Dio mio, resterò senza domanda e con risposta vedendo i rami muoversi! (F.
Garcia Lorca).
Il seme e il frutto Prendi un seme di girasole e piantalo nella terra nel grembo materno e aspetta devotamente: esso comincia a lottare, un piccolo stelo si drizza allo splendore del sole cresce, diventa grande e forte abbraccia con la corona verde delle sue foglie finché tutto intero splende al sole diventa gemma e fiorisce un fiore.
E nella fioritura, seme dopo seme, c’è, mille volte tanto, l’essenza futura.
E tu pianti nuovamente i mille semi, e sarà lo stesso spettacolo, la stessa parabola.
Affonda l’anima nelle mille fioriture dei mille e mille germogli abbracciando tutto, e poi guardando all’indietro guida verso casa i pensieri e pensa: tutto ciò era nel primo seme.
(Christian Morgenstern).
La croce “La croce -scriveva Simone Weil- è la nostra patria…nessuna foresta porta un tale albero, con questo fiore, con queste foglie e questo seme… Se noi acconsentiamo, Dio getta in noi un piccolo seme e se ne va.
In quel momento Dio non ha più niente da fare e neppure noi, se non attendere.
Dobbiamo soltanto non pentirci del consenso nuziale, che gli abbiamo accordato”.
Chi mi vuoi servire mi segua «Chi mi vuoi servire mi segua» (Gv 12,26).
Che cosa significa «mi segua», se non mi imiti? «Cristo, infatti, patì per noi», dice l’apostolo Pietro, «lasciandoci un esempio, affinché seguiamo le sue orme» (1Pt 2,21).
Questo è il senso delle parole: «Chi mi vuoi servire mi segua».
E con quale frutto? con quale ricompensa? con quale premio? «E dove sono io, dice, là sarà anche il mio servo».
Amiamolo disinteressatamente e la ricompensa del nostro servizio sarà quella di essere con lui.
Come si può star bene senza di lui, o male con lui? Ascolta ciò che vien detto in maniera più chiara.
«Se uno mi serve, il Padre mio lo onorerà» (Gv 12,26).
Con quale onore, se non con quello di poter essere suo figlio? Ciò che ha detto sopra: «Dove sono io, là sarà anche il mio servo» è la spiegazione delle parole: «II Padre mio lo onorerà».
Quale maggior onore può ricevere il figlio adottivo che quello di essere là dove è il Figlio unico, non fatto uguale a lui nella divinità, ma associato a lui nell’eternità? Dobbiamo chiederci che cosa si intenda per servire Cristo, servizio al quale viene riservata una così grande ricompensa.
[…] Servono Gesù Cristo coloro che non cercano i propri interessi, ma quelli di Gesù Cristo.
«Mi segua» vuol dire: segua le mie vie, non le sue, così come altrove sta scritto: «Chi dice di essere in Cristo, deve camminare come egli ha camminato» (1Gv 2,6).
Così, ad esempio, se uno porge il pane a chi ha fame, deve farlo animato dalla misericordia, non per vanità, non deve cercare in quel gesto nient’altro che l’opera buona, senza che la sinistra sappia ciò che fa la destra (cfr.
Mt 6,3), in modo che l’opera di carità non debba essere sciupata da secondi fini.
Chi opera in questo modo, serve Cristo e giustamente sarà detto di lui: «Ogni volta che avete fatto questo a uno dei miei più piccoli, l’avete fatto a me» (Mt 25,40).
Chi compie per Cristo non solamente opere di misericordia corporali, ma qualsiasi opera buona – e qualsiasi opera è buona quando obbedisce alle parole «il fine di tutta la Legge è Cristo, a giustizia di ognuno che crede» (Rm 10,4) — egli è servo di Cristo e giungerà fino a quella grande opera di carità che consiste nel dare la propria vita per i fratelli, che equivale a darla a Cristo.
(AGOSTINO DI IPPONA, Commento al vangelo di Giovanni 51,11,12, NBA XXIV, pp.
1022-1024).
Io pure sarò vigna Vorrei che poteste vivere della fragranza della terra, e che la luce vi nutrisse in libertà come una pianta.
Quando uccidete un animale, ditegli nel vostro cuore: « Dallo stesso potere che ti abbatte io pure sarò colpito e distrutto, poiché la legge che ti consegna nelle mie mani, consegnerà me in mani più potenti.
Il tuo sangue e il mio sangue non sono che la linfa che nutre l’albero del cielo ».
E quando addentate una mela, ditele nel vostro cuore: « I tuoi semi vivranno nel mio corpo, e i tuoi germogli futuri sbocceranno nel mio cuore, la loro fragranza sarà il mio respiro, e insieme gioiremo in tutte le stagioni ».
E quando in autunno raccogliete dalle vigne l’uva per il torchio, dite nel vostro cuore: «Io pure sarò vigna, e per il torchio sarà colto il mio frutto, e come vino nuovo sarò custodito in vasi eterni ».
E quando d’inverno mescete il vino, per ogni coppa intonate un canto nel vostro cuore, e fate in modo che vi sia in questo canto il ricordo dei giorni dell’autunno, della vigna e del torchio.
(K.
GIBRAN, Il Profeta).
Piccolo seme Ho imparato che non muore chi lascia dietro di sé un seme se c’è qualcuno a custodire il piccolo seme verde e a crescerlo nel cuore sotto un dolore di neve e a lasciarlo crescere ancora nel sole senza tramonto dell’amore finché diventa un albero grande che da ombra e frutti e altri semi.
Signore, vorrei lasciargli un piccolo seme verde e vorrei, Signore, lasciargli la neve e il sole.
(Preghiere di Mamma e Papa, Gribaudi, Torino, 1989).
Preghiera Anche noi ti vogliamo vedere, Gesù, in quest’ora in cui, come seme, affondi nella terra del nostro dolore e germogli in turgida spiga, speranza di messe abbondante.
Tu sveli come è dolce morire per chi ama e si dona con gioia.
Perdere la vita con te e per te è trovarla.
Allora anche il pianto fiorisce in sorriso.
Nelle tue piaghe troviamo rifugio e in esse trova senso ogni umano patire.
Solo guardando te, troviamo la forza di un abbandono fidente nelle mani paterne di Dio.
Purifica gli occhi del nostro cuore, fino a che non come in uno specchio né in maniera confusa, ma in un eterno e amoroso faccia a faccia ti vedremo così come tu sei.
Amen.

Mine vaganti nella Chiesa.

A proposito dell’AIDS, l’accusa che è stata lanciata per l’ennesima volta contro la Chiesa è stata quella di favorirne la diffusione, vietando il preservativo.
I fatti dicono però che in Africa quasi un terzo delle iniziative di contrasto al dilagare dell’AIDS sono opera di cattolici.
I preservativi sono oggetto di diffusione massiccia da parte di governi, enti internazionali ed ONG, e non risulta che i cattolici ne ostacolino la distribuzione e l’uso, specie tra coniugi uno dei quali sia portatore di contagio.
Ma ogni operatore avveduto sa che essi non bastano, come prova la diffusione dell’AIDS nei paesi ricchi del nord dove i preservativi sono a disposizione di tutti.
Il giudizio della Chiesa, confermato dall’esperienza sul campo, è che da soli i preservativi non frenano la promiscuità sessuale, vera causa del dilagare del flagello, anzi talora la incoraggiano accendendo una ingannevole sicurezza.
Di conseguenza la Chiesa cattolica, sul fronte dell’AIDS, si prodiga soprattutto in due modi, che Benedetto XVI ha ricordato nella risposta che ha dato esca alla polemica: con una “umanizzazione della sessualità”, incoraggiandone l’esercizio solo entro l’amore coniugale fedele, e con la cura dei malati.
Le indagini provano che dove all’uso del preservativo si antepongono una guida al controllo della sessualità e cure adeguate e gratuite, i risultati sono confortanti.
Nell’incontrare a Yaoundé degli operatori contro l’AIDS e poi dei malati sottoposti a cura, Benedetto XVI ha paragonato l’azione della Chiesa a quella del Cireneo, il contadino africano che aiutò Gesù a portare la croce.
Questa immagine di prossimità al sofferente porta dritto al secondo conflitto scoppiato nei giorni scorsi, sull’aborto di una fanciulla.
*** “Dalla parte della bambina brasiliana”: così ha titolato “L’Osservatore Romano” del 15 marzo una nota di prima pagina firmata dall’arcivescovo Rino Fisichella, presidente della pontificia accademia per la vita, oltre che rettore della Pontificia Università Lateranense.
Per il ruolo dell’autore, per la collocazione e più ancora per i contenuti, sicuramente l’articolo era tra quelli controllati e autorizzati dalla segreteria di stato vaticana.
L’articolo partiva dal caso di una bambina brasiliana in età fertile già a nove anni, violentata più volte dal giovane patrigno, rimasta incinta di due gemelli e poi fatta abortire al quarto mese di gestazione.
Il suo caso, scriveva Fisichella, “ha guadagnato le pagine dei giornali solo perché l’arcivescovo di Olinda e Recife si è affrettato a dichiarare la scomunica per i medici che l’hanno aiutata a interrompere la gravidanza”.
Quando invece, “prima di pensare alla scomunica”, la fanciulla “doveva essere in primo luogo difesa, abbracciata, accarezzata” con quella “umanità di cui noi uomini di Chiesa dovremmo essere esperti annunciatori e maestri”.
Ma “così non è stato”.
L’attacco all’arcivescovo di Olinda e Recife – la diocesi che fu di Helder Camara – non poteva essere più duro.
In effetti, le dichiarazioni dell’arcivescovo sulla scomunica degli operatori del duplice aborto avevano occasionato l’inasprirsi del conflitto già in corso da tempo in Brasile tra la Chiesa e il governo, la prima impegnata in una grande campagna in difesa della vita nascente, il secondo orientato a liberalizzare l’aborto più di quanto già sia.
Da Roma, il cardinale Giovanni Battista Re, prefetto della congregazione vaticana per i vescovi, in un’intervista a “La Stampa” aveva preso le difese dell’arcivescovo di Olinda e Recife.
Altrettanto aveva fatto, in Brasile, la conferenza episcopale, con una nota diffusa il 13 marzo e con dichiarazioni del suo presidente, l’arcivescovo Geraldo Lyrio Rocha, e del suo segretario, Dimas Lara.
Anche il nuovo arcivescovo di Rio de Janeiro, Orani João Tempesta, si era espresso nello stesso senso, rimarcando tra l’altro che la madre della fanciulla aveva testimoniato che “l’unico luogo in cui non si era sentita maltrattata ma rispettata era stato l’ufficio della Caritas”.
Persino dalla Francia era giunto un autorevole sostegno all’operato della Chiesa brasiliana.
Il vescovo di Tolone, Dominique Rey, in visita in quel paese, aveva dichiarato d’aver visto con i suoi occhi “le molteplici testimonianze di misericordia vissute dalle comunità cristiane che avevano avvicinato e accompagnato la fanciulla e sua madre”.
La Santa Sede si è però mossa diversamente.
Pubblicando l’articolo di Fisichella su “L’Osservatore Romano” ha mostrato di anteporre alla difesa della Chiesa brasiliana e della sua campagna “pro vita” l’obiettivo di appianare il dissidio con l’opinione laica, il presidente Luiz Inácio Lula da Silva e il suo governo.
Col risultato di portare il conflitto tutto all’interno della gerarchia.
Per di più aprendo una controversia sul giudizio da dare all’aborto in casi come quello in oggetto.
L’articolo di Fisichella, infatti, così proseguiva: “A causa della giovanissima età e delle condizioni di salute precarie, la vita [della fanciulla] era in serio pericolo per la gravidanza in atto.
Come agire in questi casi? Decisione ardua per il medico e per la stessa legge morale.
Scelte come questa […] si ripetono quotidianamente […] e la coscienza del medico si ritrova sola con se stessa nell’atto di dovere decidere cosa sia meglio fare”.
Nel finale dell’articolo Fisichella plaudiva a coloro che alla fanciulla “hanno permesso di vivere”.
È vero che, in un altro passaggio, il presidente della pontifica accademia per la vita ribadiva che “l’aborto provocato è sempre stato condannato dalla legge morale come un atto intrinsecamente cattivo e questo insegnamento permane immutato ai nostri giorni”.
Ma i dubbi prima affacciati restavano.
E davano l’impronta all’intero articolo.
Dubbi visibilmente in contrasto con la solidità granitica di questo passaggio del paragrafo 62 dell’enciclica di Giovanni Paolo II “Evangelium vitae”: “Nessuna circostanza, nessuna finalità, nessuna legge al mondo potrà mai rendere lecito un atto che è intrinsecamente illecito, perché contrario alla legge di Dio, scritta nel cuore di ogni uomo, riconoscibile dalla ragione stessa, e proclamata dalla Chiesa”.
*** All’articolo di Fisichella su “L’Osservatore Romano” l’arcidiocesi di Olinda e Recife ha replicato il 16 marzo con delle “Chiarificazioni” ufficiali, pubblicate con grande evidenza sulla home page del suo sito web.
Da parte di Roma nessun cenno di ricevuta.
Neppure quando, il 21 marzo, è intervenuto nuovamente sulla vicenda il direttore della sala stampa della Santa Sede, padre Federico Lombardi.
Padre Lombardi era quel giorno a Luanda, al seguito del viaggio di Benedetto XVI in Camerun e in Angola.
Il giorno precedente, parlando al corpo diplomatico e facendo riferimento all’articolo 14 del Protocollo di Maputo sulla “salute materna e riproduttiva”, il papa aveva polemicamente esclamato: “Quanto amara è l’ironia di coloro che promuovono l’aborto tra le cure della salute materna! Quanto sconcertante la tesi di coloro secondo i quali la soppressione della vita sarebbe una questione di salute riproduttiva!”.
Padre Lombardi, incontrando i giornalisti, ha escluso qualsiasi collegamento tra le parole del papa e la vicenda della fanciulla brasiliana.
E ha così proseguito: “In proposito valgono le considerazioni di monsignor Rino Fisichella, che su ‘L’Osservatore Romano’ ha lamentato la scomunica dichiarata con troppa fretta dall’arcivescovo di Recife.
Nessun caso limite deve oscurare il vero senso del discorso del Santo Padre, che si riferiva a una cosa estremamente diversa.
[…] Il papa non ha parlato assolutamente di aborto terapeutico e non ha detto che deve essere sempre rifiutato”.
Ha sorpreso che, a distanza di quasi una settimana dalla diffusione delle “Chiarificazioni” dell’arcidiocesi brasiliana, il portavoce ufficiale della Santa Sede abbia mostrato di ignorarle del tutto, sia nella opposta ricostruzione dei fatti, sia nelle obiezioni di carattere dottrinale e morale.
Il sito web del giornale della Santa Sede: > L’Osservatore Romano __________ Il testo originale, in portoghese, della dichiarazione dell’arcidiocesi di Olinda e Recife: > Esclaricimentos sobre o artigo publicado no “L’Osservatore Romano”… __________ Il commento del vescovo di Frejus-Tolone, Dominique Rey: > À propos de l’affaire de la petite fille brésilienne __________ Per una valutazione sul rischio di vita di bambine gravide e sulla liceità morale dell’aborto in questi casi, una nota di Renzo Puccetti, medico e segretario dell’associazione “Scienza & Vita” di Pisa e Livorno, in “Zenit” del 22 marzo 2009: > Valutazione bioetica del caso della bambina brasiliana __________ Tutti i discorsi e le omelie del viaggio in Africa di Benedetto XVI, nel sito del Vaticano: > Viaggio apostolico in Camerun e Angola, 17-23 marzo 2009 __________ Sull’Africa, l’AIDS e altri nodi polemici, una nota di Pietro De Marco ne “l’Occidentale”: > Il piacere di aggredire il papa senza capirne il messaggio __________ Sulla Chiesa cattolica e l’AIDS, in www.chiesa: > Preservativo sì o no: “La Civiltà Cattolica” sbarra la strada (22.5.2006) __________ Per altre notizie e commenti vedi il blog SETTIMO CIELO che Sandro Magister cura per i lettori italiani.
Ultimi titoli: Bagnasco su Eluana: “Più la gente è sembrata farsi cauta, pensosa…” Sacro romano disordine.
Un’istantanea della curia vaticana In Camerun Benedetto XVI dialoga con l’islam.
A modo suo L’articolo uscito su “L’Osservatore Romano” del 15 marzo 2009, oggetto della dichiarazione dell’arcidiocesi di Olinda e Recife: Dalla parte della bambina brasiliana di Rino Fisichella Il dibattito su alcune questioni si fa spesso serrato e le differenti prospettive non sempre permettono di considerare quanto la posta in gioco sia veramente grande.
È questo il momento in cui si deve guardare all’essenziale e, per un attimo, lasciare in disparte ciò che non tocca direttamente il problema.
Il caso nella sua drammaticità è semplice.
C’è una bambina di soli nove anni – la chiameremo Carmen – che dobbiamo guardare fisso negli occhi senza distrarre lo sguardo neppure un attimo, per farle capire quanto le si vuole bene.
Carmen, a Recife, in Brasile, viene violentata ripetutamente dal giovane patrigno, rimane incinta di due gemellini e non avrà più una vita facile.
La ferita è profonda perché la violenza del tutto gratuita l’ha distrutta dentro e difficilmente le permetterà in futuro di guardare agli altri con amore.
Carmen rappresenta una storia di quotidiana violenza e ha guadagnato le pagine dei giornali solo perché l’arcivescovo di Olinda e Recife si è affrettato a dichiarare la scomunica per i medici che l’hanno aiutata a interrompere la gravidanza.
Una storia di violenza che, purtroppo, sarebbe passata inosservata, tanto si è abituati a subire ogni giorno fatti di una gravità ineguagliabile, se non fosse stato per lo scalpore e le reazioni suscitate dall’intervento del vescovo.
La violenza su una donna, già grave di per sé, assume una valenza ancora più deprecabile quando a subirla è una bambina, con l’aggravante della povertà e del degrado sociale in cui vive.
Non c’è linguaggio corrispondente per condannare tali episodi, e i sentimenti che ne derivano sono spesso una miscela di rabbia e di rancore che si assopiscono solo quando viene fatta realmente giustizia e la pena inflitta al delinquente di turno ha certezza di essere scontata.
Carmen doveva essere in primo luogo difesa, abbracciata, accarezzata con dolcezza per farle sentire che eravamo tutti con lei; tutti, senza distinzione alcuna.
Prima di pensare alla scomunica era necessario e urgente salvaguardare la sua vita innocente e riportarla a un livello di umanità di cui noi uomini di Chiesa dovremmo essere esperti annunciatori e maestri.
Così non è stato e, purtroppo, ne risente la credibilità del nostro insegnamento che appare agli occhi di tanti come insensibile, incomprensibile e privo di misericordia.
È vero, Carmen portava dentro di sé altre vite innocenti come la sua, anche se frutto della violenza, e sono state soppresse; ciò, tuttavia, non basta per dare un giudizio che pesa come una mannaia.
Nel caso di Carmen si sono scontrate la vita e la morte.
A causa della giovanissima età e delle condizioni di salute precarie la sua vita era in serio pericolo per la gravidanza in atto.
Come agire in questi casi? Decisione ardua per il medico e per la stessa legge morale.
Scelte come questa, anche se con una casistica differente, si ripetono quotidianamente nelle sale di rianimazione e la coscienza del medico si ritrova sola con se stessa nell’atto di dovere decidere cosa sia meglio fare.
Nessuno, comunque, arriva a una decisione di questo genere con disinvoltura; è ingiusto e offensivo il solo pensarlo.
Il rispetto dovuto alla professionalità del medico è una regola che deve coinvolgere tutti e non può consentire di giungere a un giudizio negativo senza prima aver considerato il conflitto che si è creato nel suo intimo.
Il medico porta con sé la sua storia e la sua esperienza; una scelta come quella di dover salvare una vita, sapendo che ne mette a serio rischio una seconda, non viene mai vissuta con facilità.
Certo, alcuni si abituano alle situazioni così da non provare più neppure l’emozione; in questi casi, però, la scelta di essere medico viene degradata a solo mestiere vissuto senza entusiasmo e subito passivamente.
Fare di tutta un’erba un fascio, tuttavia, oltre che scorretto sarebbe ingiusto.
Carmen ha riproposto un caso morale tra i più delicati; trattarlo sbrigativamente non renderebbe giustizia né alla sua fragile persona né a quanti sono coinvolti a diverso titolo nella vicenda.
Come ogni caso singolo e concreto, comunque, merita di essere analizzato nella sua peculiarità, senza generalizzazioni.
La morale cattolica ha principi da cui non può prescindere, anche se lo volesse.
La difesa della vita umana fin dal suo concepimento appartiene a uno di questi e si giustifica per la sacralità dell’esistenza.
Ogni essere umano, infatti, fin dal primo istante porta impressa in sé l’immagine del Creatore, e per questo siamo convinti che debbano essergli riconosciuti la dignità e i diritti di ogni persona, primo fra tutti quello della sua intangibilità e inviolabilità.
L’aborto provocato è sempre stato condannato dalla legge morale come un atto intrinsecamente cattivo e questo insegnamento permane immutato ai nostri giorni fin dai primordi della Chiesa.
Il concilio Vaticano II nella “Gaudium et spes” – documento di grande apertura e accortezza in riferimento al mondo contemporaneo – usa in maniera inaspettata parole inequivocabili e durissime contro l’aborto diretto.
La stessa collaborazione formale costituisce una colpa grave che, quando è realizzata, porta automaticamente al di fuori della comunità cristiana.
Tecnicamente, il codice di diritto canonico usa l’espressione “latae sententiae” per indicare che la scomunica si attua appunto nel momento stesso in cui il fatto avviene.
Non c’era bisogno, riteniamo, di tanta urgenza e pubblicità nel dichiarare un fatto che si attua in maniera automatica.
Ciò di cui si sente maggiormente il bisogno in questo momento è il segno di una testimonianza di vicinanza con chi soffre, un atto di misericordia che, pur mantenendo fermo il principio, è capace di guardare oltre la sfera giuridica per raggiungere ciò che il diritto stesso prevede come scopo della sua esistenza: il bene e la salvezza di quanti credono nell’amore del Padre e di quanti accolgono il vangelo di Cristo come i bambini, che Gesù chiamava accanto a sé e stringeva tra le sue braccia dicendo che il regno dei cieli appartiene a chi è come loro.
Carmen, stiamo dalla tua parte.
Condividiamo con te la sofferenza che hai provato, vorremmo fare di tutto per restituirti la dignità di cui sei stata privata e l’amore di cui avrai ancora più bisogno.
Sono altri che meritano la scomunica e il nostro perdono, non quanti ti hanno permesso di vivere e ti aiuteranno a recuperare la speranza e la fiducia.
Nonostante la presenza del male e la cattiveria di molti.
__________ Sui media d’Europa e d’America, il viaggio di Benedetto XVI in Camerun e in Angola, che si conclude oggi, è stato largamente oscurato dalle polemiche scoppiate per una frase da lui detta in partenza, sull’aereo che lo portava a Yaoundé, in risposta alla domanda di un giornalista: “Non si può risolvere il flagello dell’AIDS con la distribuzione di preservativi: al contrario, il rischio è di aumentare il problema”.
Contemporaneamente, una seconda polemica è deflagrata a partire da un altro paese del sud del mondo, il Brasile, a motivo dell’aborto di una giovanissima.
Contraccettivi ed aborto sono due questioni tra le più controverse nel rapporto tra Chiesa e modernità.
Sui contraccettivi la Chiesa cattolica si è pronunciata in particolare con l’enciclica “Humanae vitae” di Paolo VI.
Sull’aborto con l’enciclica “Evangelium vitae” di Giovanni Paolo II.
Sulla prima questione, la polemica dei giorni scorsi è stata ingigantita soprattutto dalle stizzite reazioni alle parole del papa dei governi di Francia, Germania, Belgio, Spagna, della Commissione Europea, di dirigenti dell’Organizzazione delle Nazioni Unite e del Fondo Monetario Internazionale.
Nel caso dell’aborto della fanciulla brasiliana, invece, alla polemica tra stato e Chiesa si è sovrapposto un conflitto dentro la stessa gerarchia cattolica, ai livelli più alti.
*** A proposito dell’AIDS, l’accusa che è stata lanciata per l’ennesima volta contro la Chiesa è stata quella di favorirne la diffusione, vietando il preservativo.
I fatti dicono però che in Africa quasi un terzo delle iniziative di contrasto al dilagare dell’AIDS sono opera di cattolici.
I preservativi sono oggetto di diffusione massiccia da parte di governi, enti internazionali ed ONG, e non risulta che i cattolici ne ostacolino la distribuzione e l’uso, specie tra coniugi uno dei quali sia portatore di contagio.
Ma ogni operatore avveduto sa che essi non bastano, come prova la diffusione dell’AIDS nei paesi ricchi del nord dove i preservativi sono a disposizione di tutti.
Il giudizio della Chiesa, confermato dall’esperienza sul campo, è che da soli i preservativi non frenano la promiscuità sessuale, vera causa del dilagare del flagello, anzi talora la incoraggiano accendendo una ingannevole sicurezza.
Di conseguenza la Chiesa cattolica, sul fronte dell’AIDS, si prodiga soprattutto in due modi, che Benedetto XVI ha ricordato nella risposta che ha dato esca alla polemica: con una “umanizzazione della sessualità”, incoraggiandone l’esercizio solo entro l’amore coniugale fedele, e con la cura dei malati.
Le indagini provano che dove all’uso del preservativo si antepongono una guida al controllo della sessualità e cure adeguate e gratuite, i risultati sono confortanti.
Nell’incontrare a Yaoundé degli operatori contro l’AIDS e poi dei malati sottoposti a cura, Benedetto XVI ha paragonato l’azione della Chiesa a quella del Cireneo, il contadino africano che aiutò Gesù a portare la croce.
Questa immagine di prossimità al sofferente porta dritto al secondo conflitto scoppiato nei giorni scorsi, sull’aborto di una fanciulla.
*** “Dalla parte della bambina brasiliana”: così ha titolato “L’Osservatore Romano” del 15 marzo una nota di prima pagina firmata dall’arcivescovo Rino Fisichella, presidente della pontificia accademia per la vita, oltre che rettore della Pontificia Università Lateranense.
Per il ruolo dell’autore, per la collocazione e più ancora per i contenuti, sicuramente l’articolo era tra quelli controllati e autorizzati dalla segreteria di stato vaticana.
L’articolo partiva dal caso di una bambina brasiliana in età fertile già a nove anni, violentata più volte dal giovane patrigno, rimasta incinta di due gemelli e poi fatta abortire al quarto mese di gestazione.
Il suo caso, scriveva Fisichella, “ha guadagnato le pagine dei giornali solo perché l’arcivescovo di Olinda e Recife si è affrettato a dichiarare la scomunica per i medici che l’hanno aiutata a interrompere la gravidanza”.
Quando invece, “prima di pensare alla scomunica”, la fanciulla “doveva essere in primo luogo difesa, abbracciata, accarezzata” con quella “umanità di cui noi uomini di Chiesa dovremmo essere esperti annunciatori e maestri”.
Ma “così non è stato”.
L’attacco all’arcivescovo di Olinda e Recife – la diocesi che fu di Helder Camara – non poteva essere più duro.
In effetti, le dichiarazioni dell’arcivescovo sulla scomunica degli operatori del duplice aborto avevano occasionato l’inasprirsi del conflitto già in corso da tempo in Brasile tra la Chiesa e il governo, la prima impegnata in una grande campagna in difesa della vita nascente, il secondo orientato a liberalizzare l’aborto più di quanto già sia.
Da Roma, il cardinale Giovanni Battista Re, prefetto della congregazione vaticana per i vescovi, in un’intervista a “La Stampa” aveva preso le difese dell’arcivescovo di Olinda e Recife.
Altrettanto aveva fatto, in Brasile, la conferenza episcopale, con una nota diffusa il 13 marzo e con dichiarazioni del suo presidente, l’arcivescovo Geraldo Lyrio Rocha, e del suo segretario, Dimas Lara.
Anche il nuovo arcivescovo di Rio de Janeiro, Orani João Tempesta, si era espresso nello stesso senso, rimarcando tra l’altro che la madre della fanciulla aveva testimoniato che “l’unico luogo in cui non si era sentita maltrattata ma rispettata era stato l’ufficio della Caritas”.
Persino dalla Francia era giunto un autorevole sostegno all’operato della Chiesa brasiliana.
Il vescovo di Tolone, Dominique Rey, in visita in quel paese, aveva dichiarato d’aver visto con i suoi occhi “le molteplici testimonianze di misericordia vissute dalle comunità cristiane che avevano avvicinato e accompagnato la fanciulla e sua madre”.
La Santa Sede si è però mossa diversamente.
Pubblicando l’articolo di Fisichella su “L’Osservatore Romano” ha mostrato di anteporre alla difesa della Chiesa brasiliana e della sua campagna “pro vita” l’obiettivo di appianare il dissidio con l’opinione laica, il presidente Luiz Inácio Lula da Silva e il suo governo.
Col risultato di portare il conflitto tutto all’interno della gerarchia.
Per di più aprendo una controversia sul giudizio da dare all’aborto in casi come quello in oggetto.
L’articolo di Fisichella, infatti, così proseguiva: “A causa della giovanissima età e delle condizioni di salute precarie, la vita [della fanciulla] era in serio pericolo per la gravidanza in atto.
Come agire in questi casi? Decisione ardua per il medico e per la stessa legge morale.
Scelte come questa […] si ripetono quotidianamente […] e la coscienza del medico si ritrova sola con se stessa nell’atto di dovere decidere cosa sia meglio fare”.
Nel finale dell’articolo Fisichella plaudiva a coloro che alla fanciulla “hanno permesso di vivere”.
È vero che, in un altro passaggio, il presidente della pontifica accademia per la vita ribadiva che “l’aborto provocato è sempre stato condannato dalla legge morale come un atto intrinsecamente cattivo e questo insegnamento permane immutato ai nostri giorni”.
Ma i dubbi prima affacciati restavano.
E davano l’impronta all’intero articolo.
Dubbi visibilmente in contrasto con la solidità granitica di questo passaggio del paragrafo 62 dell’enciclica di Giovanni Paolo II “Evangelium vitae”: “Nessuna circostanza, nessuna finalità, nessuna legge al mondo potrà mai rendere lecito un atto che è intrinsecamente illecito, perché contrario alla legge di Dio, scritta nel cuore di ogni uomo, riconoscibile dalla ragione stessa, e proclamata dalla Chiesa”.
*** All’articolo di Fisichella su “L’Osservatore Romano” l’arcidiocesi di Olinda e Recife ha replicato il 16 marzo con delle “Chiarificazioni” ufficiali, pubblicate con grande evidenza sulla home page del suo sito web.
Da parte di Roma nessun cenno di ricevuta.
Neppure quando, il 21 marzo, è intervenuto nuovamente sulla vicenda il direttore della sala stampa della Santa Sede, padre Federico Lombardi.
Padre Lombardi era quel giorno a Luanda, al seguito del viaggio di Benedetto XVI in Camerun e in Angola.
Il giorno precedente, parlando al corpo diplomatico e facendo riferimento all’articolo 14 del Protocollo di Maputo sulla “salute materna e riproduttiva”, il papa aveva polemicamente esclamato: “Quanto amara è l’ironia di coloro che promuovono l’aborto tra le cure della salute materna! Quanto sconcertante la tesi di coloro secondo i quali la soppressione della vita sarebbe una questione di salute riproduttiva!”.
Padre Lombardi, incontrando i giornalisti, ha escluso qualsiasi collegamento tra le parole del papa e la vicenda della fanciulla brasiliana.
E ha così proseguito: “In proposito valgono le considerazioni di monsignor Rino Fisichella, che su ‘L’Osservatore Romano’ ha lamentato la scomunica dichiarata con troppa fretta dall’arcivescovo di Recife.
Nessun caso limite deve oscurare il vero senso del discorso del Santo Padre, che si riferiva a una cosa estremamente diversa.
[…] Il papa non ha parlato assolutamente di aborto terapeutico e non ha detto che deve essere sempre rifiutato”.
Ha sorpreso che, a distanza di quasi una settimana dalla diffusione delle “Chiarificazioni” dell’arcidiocesi brasiliana, il portavoce ufficiale della Santa Sede abbia mostrato di ignorarle del tutto, sia nella opposta ricostruzione dei fatti, sia nelle obiezioni di carattere dottrinale e morale.
Ecco qui di seguito, integrale, il documento dell’arcidiocesi brasiliana: Chiarificazioni dell’arcidiocesi di Olinda e Recife Riguardo all’articolo “Dalla parte della bambina brasiliana”, pubblicato su “L’Osservatore Romano” il giorno 15 marzo, noi sottoscritti dichiariamo: 1.
Il fatto dello stupro non è avvenuto a Recife, come dice l’articolo, ma nella città di Alagoinha, diocesi di Pesqueira.
Mentre l’aborto è stato praticato a Recife.
2.
Tutti noi – a cominciare dal parroco di Alagoinha, che è tra i firmatari – siamo stati vicini alla fanciulla incinta e alla sua famiglia con grande carità e affetto.
Il parroco, mettendo in opera la sua sollecitudine pastorale, raggiunto dalla notizia quand’era a casa, si recò immediatamente a casa della famiglia, dove incontrò la fanciulla per darle sostegno e accompagnamento, posta la grave e difficile situazione nella quale la fanciulla si era trovata.
Questa attitudine è stata mantenuta in tutti i giorni successivi, ad Alagoinha come a Recife, dove si è avuto il triste finale dell’aborto di due innocenti.
Pertanto, fu evidente e inequivocabile che nessuno pensò in primo luogo alla “scomunica”.
Abbiamo fatto ricorso a tutti i mezzi a nostra disposizione per evitare l’aborto e salvare le tre vite.
Il parroco affiancò di persona il Consiglio tutelare della città in tutte le iniziative finalizzate al bene della fanciulla e dei suoi figli.
Sia nell’ospedale che nelle visite quotidiane diede prova di un affetto e di un’attenzione che fecero capire, tanto alla fanciulla come a sua madre, che entrambe non erano sole, ma che la Chiesa, lì rappresentata dal parroco del luogo, assicurava loro l’assistenza necessaria e la certezza che tutto si sarebbe fatto per il bene della fanciulla e per salvare i suoi due figli.
3.
Dopo che la fanciulla fu trasferita in un ospedale della città di Recife, abbiamo fatto ricorso a tutti i mezzi legali per evitare l’aborto.
In nessun momento la Chiesa fu assente dall’ospedale.
Il parroco della fanciulla si recava in ospedale ogni giorno, partendo dalla sua città che dista 230 chilometri da Recife, senza risparmiare alcuno sforzo, affinché tanto la fanciulla come sua madre sentissero la presenza di Gesù, il Buon Pastore che va incontro alle pecorelle che hanno più bisogno del suo aiuto.
In questo modo la vicenda fu trattata con tutta l’attenzione dovuta da parte della Chiesa e non “sbrigativamente” come dice l’articolo.
4.
Non siamo d’accordo con l’affermazione che “la decisione è ardua…
per la stessa legge morale”.
La nostra santa Chiesa non cessa di proclamare che la legge morale è chiarissima: mai è lecito sopprimere la vita di un innocente per salvare un’altra vita.
I fatti oggettivi sono questi: vi sono medici che dichiarano esplicitamente di aver praticato e voler continuare a praticare aborti, mentre ve ne sono altri che dichiarano con altrettanta fermezza che un aborto non lo praticheranno mai.
Questa è la dichiarazione scritta e firmata di un medico cattolico brasiliano: “Come medico ostetrico da 50 anni, formato alla facoltà nazionale di medicina della Università del Brasile, e come ex primario della clinica ostetrica dell’ospedale di Andarai, nel quale ho operato per 35 anni fino al mio pensionamento, per dedicarmi al diaconato, e avendo praticato 4524 parti, molti in età minorile, mai ho avuto la necessità di ricorrere all’aborto per ‘salvare vite’, al pari di tutti i miei colleghi retti ed onesti nella loro professione, fedeli al giuramento di Ippocrate”.
5.
È falsa l’affermazione che il fatto fu divulgato nei giornali solo perché l’arcivescovo di Olinda e Recife si affrettò a dichiarare la scomunica.
Basta osservare che il caso divenne di dominio pubblico ad Alagoinha mercoledì 25 febbraio, l’arcivescovo fece le sue dichiarazioni alla stampa il 3 marzo e l’aborto fu effettuato il 4 marzo.
Era impensabile che la stampa brasiliana, di fronte a un fatto di tale gravità, lo tenesse sotto silenzio per sei giorni.
La realtà dei fatti è che la notizia della fanciulla – “Carmen” – incinta fu divulgata nei giorni precedenti l’attuazione dell’aborto.
Solo allora, martedì 3 marzo, interrogato dai giornalisti, l’arcivescovo menzionò il canone 1398 [del codice di diritto canonico].
Siamo convinti che la divulgazione di questa pena medicinale, la scomunica, faccia bene a molti cattolici, per indurli ad evitare questo peccato gravissimo.
Il silenzio della Chiesa sarebbe molto equivocato, soprattutto di fronte alla constatazione che nel mondo si compiono cinquanta milioni di aborti ogni anno e solo nel Brasile si sopprimono un milione di vite innocenti.
Il silenzio può essere interpretato come connivenza o complicità.
Se qualche medico avesse una “coscienza dubbiosa” prima di praticare un aborto (cosa che ci sembra estremamente improbabile), egli, se cattolico e tenuto ad osservare la legge di Dio, dovrebbe consultare un direttore spirituale.
6.
In altre parole, l’articolo è un affronto diretto alla difesa della vita delle tre creature, fatta col massimo della forza dall’arcivescovo José Cardoso Sobrinho, e mostra che l’autore non possiede le basi e le informazioni necessarie per parlare della vicenda, a motivo della sua totale ignoranza dei particolari del fatto.
L’ospedale che ha effettuato l’aborto sulla fanciulla è uno di quelli che compiono sistematicamente questa pratica nel nostro Stato, sotto il manto della “legalità”.
I medici che hanno praticato l’aborto dei due gemelli hanno dichiarato e continuano a dichiarare sui media nazionali d’aver compiuto un atto che sono soliti compiere “con molto orgoglio”.
Uno di essi ha aggiunto: “Già sono stato in passato scomunicato più volte”.
7.
L’autore si è arrogato il diritto di parlare di ciò che non conosceva, senza fare lo sforzo di conversare previamente in modo fraterno ed evangelico con l’arcivescovo, e per questo atto imprudente sta causando una grande confusione tra i fedeli cattolici del Brasile.
Invece di consultare il suo fratello nell’episcopato, ha preferito dar credito alla nostra stampa molto spesso anticlericale.
Recife, 16 marzo 2009 Edvaldo Bezerra da Silva Vicario generale dell’arcidiocesi di Olinda e Recife Cicero Ferreira de Paula Cancelliere dell’arcidiocesi di Olinda e Recife Moisés Ferreira de Lima Rettore del seminario arcidiocesano Márcio Miranda Avvocato dell’arcidiocesi di Olinda e Recife Edson Rodrigues Parroco di Alagoinha, diocesi di Pesqueira __________ L’articolo uscito su “L’Osservatore Romano” del 15 marzo 2009, oggetto della dichiarazione dell’arcidiocesi di Olinda e Recife: Dalla parte della bambina brasiliana di Rino Fisichella Il dibattito su alcune questioni si fa spesso serrato e le differenti prospettive non sempre permettono di considerare quanto la posta in gioco sia veramente grande.
È questo il momento in cui si deve guardare all’essenziale e, per un attimo, lasciare in disparte ciò che non tocca direttamente il problema.
Il caso nella sua drammaticità è semplice.
C’è una bambina di soli nove anni – la chiameremo Carmen – che dobbiamo guardare fisso negli occhi senza distrarre lo sguardo neppure un attimo, per farle capire quanto le si vuole bene.
Carmen, a Recife, in Brasile, viene violentata ripetutamente dal giovane patrigno, rimane incinta di due gemellini e non avrà più una vita facile.
La ferita è profonda perché la violenza del tutto gratuita l’ha distrutta dentro e difficilmente le permetterà in futuro di guardare agli altri con amore.
Carmen rappresenta una storia di quotidiana violenza e ha guadagnato le pagine dei giornali solo perché l’arcivescovo di Olinda e Recife si è affrettato a dichiarare la scomunica per i medici che l’hanno aiutata a interrompere la gravidanza.
Una storia di violenza che, purtroppo, sarebbe passata inosservata, tanto si è abituati a subire ogni giorno fatti di una gravità ineguagliabile, se non fosse stato per lo scalpore e le reazioni suscitate dall’intervento del vescovo.
La violenza su una donna, già grave di per sé, assume una valenza ancora più deprecabile quando a subirla è una bambina, con l’aggravante della povertà e del degrado sociale in cui vive.
Non c’è linguaggio corrispondente per condannare tali episodi, e i sentimenti che ne derivano sono spesso una miscela di rabbia e di rancore che si assopiscono solo quando viene fatta realmente giustizia e la pena inflitta al delinquente di turno ha certezza di essere scontata.
Carmen doveva essere in primo luogo difesa, abbracciata, accarezzata con dolcezza per farle sentire che eravamo tutti con lei; tutti, senza distinzione alcuna.
Prima di pensare alla scomunica era necessario e urgente salvaguardare la sua vita innocente e riportarla a un livello di umanità di cui noi uomini di Chiesa dovremmo essere esperti annunciatori e maestri.
Così non è stato e, purtroppo, ne risente la credibilità del nostro insegnamento che appare agli occhi di tanti come insensibile, incomprensibile e privo di misericordia.
È vero, Carmen portava dentro di sé altre vite innocenti come la sua, anche se frutto della violenza, e sono state soppresse; ciò, tuttavia, non basta per dare un giudizio che pesa come una mannaia.
Nel caso di Carmen si sono scontrate la vita e la morte.
A causa della giovanissima età e delle condizioni di salute precarie la sua vita era in serio pericolo per la gravidanza in atto.
Come agire in questi casi? Decisione ardua per il medico e per la stessa legge morale.
Scelte come questa, anche se con una casistica differente, si ripetono quotidianamente nelle sale di rianimazione e la coscienza del medico si ritrova sola con se stessa nell’atto di dovere decidere cosa sia meglio fare.
Nessuno, comunque, arriva a una decisione di questo genere con disinvoltura; è ingiusto e offensivo il solo pensarlo.
Il rispetto dovuto alla professionalità del medico è una regola che deve coinvolgere tutti e non può consentire di giungere a un giudizio negativo senza prima aver considerato il conflitto che si è creato nel suo intimo.
Il medico porta con sé la sua storia e la sua esperienza; una scelta come quella di dover salvare una vita, sapendo che ne mette a serio rischio una seconda, non viene mai vissuta con facilità.
Certo, alcuni si abituano alle situazioni così da non provare più neppure l’emozione; in questi casi, però, la scelta di essere medico viene degradata a solo mestiere vissuto senza entusiasmo e subito passivamente.
Fare di tutta un’erba un fascio, tuttavia, oltre che scorretto sarebbe ingiusto.
Carmen ha riproposto un caso morale tra i più delicati; trattarlo sbrigativamente non renderebbe giustizia né alla sua fragile persona né a quanti sono coinvolti a diverso titolo nella vicenda.
Come ogni caso singolo e concreto, comunque, merita di essere analizzato nella sua peculiarità, senza generalizzazioni.
La morale cattolica ha principi da cui non può prescindere, anche se lo volesse.
La difesa della vita umana fin dal suo concepimento appartiene a uno di questi e si giustifica per la sacralità dell’esistenza.
Ogni essere umano, infatti, fin dal primo istante porta impressa in sé l’immagine del Creatore, e per questo siamo convinti che debbano essergli riconosciuti la dignità e i diritti di ogni persona, primo fra tutti quello della sua intangibilità e inviolabilità.
L’aborto provocato è sempre stato condannato dalla legge morale come un atto intrinsecamente cattivo e questo insegnamento permane immutato ai nostri giorni fin dai primordi della Chiesa.
Il concilio Vaticano II nella “Gaudium et spes” – documento di grande apertura e accortezza in riferimento al mondo contemporaneo – usa in maniera inaspettata parole inequivocabili e durissime contro l’aborto diretto.
La stessa collaborazione formale costituisce una colpa grave che, quando è realizzata, porta automaticamente al di fuori della comunità cristiana.
Tecnicamente, il codice di diritto canonico usa l’espressione “latae sententiae” per indicare che la scomunica si attua appunto nel momento stesso in cui il fatto avviene.
Non c’era bisogno, riteniamo, di tanta urgenza e pubblicità nel dichiarare un fatto che si attua in maniera automatica.
Ciò di cui si sente maggiormente il bisogno in questo momento è il segno di una testimonianza di vicinanza con chi soffre, un atto di misericordia che, pur mantenendo fermo il principio, è capace di guardare oltre la sfera giuridica per raggiungere ciò che il diritto stesso prevede come scopo della sua esistenza: il bene e la salvezza di quanti credono nell’amore del Padre e di quanti accolgono il vangelo di Cristo come i bambini, che Gesù chiamava accanto a sé e stringeva tra le sue braccia dicendo che il regno dei cieli appartiene a chi è come loro.
Carmen, stiamo dalla tua parte.
Condividiamo con te la sofferenza che hai provato, vorremmo fare di tutto per restituirti la dignità di cui sei stata privata e l’amore di cui avrai ancora più bisogno.
Sono altri che meritano la scomunica e il nostro perdono, non quanti ti hanno permesso di vivere e ti aiuteranno a recuperare la speranza e la fiducia.
Nonostante la presenza del male e la cattiveria di molti.
Chiarificazioni dell’arcidiocesi di Olinda e Recife Riguardo all’articolo “Dalla parte della bambina brasiliana”, pubblicato su “L’Osservatore Romano” il giorno 15 marzo, noi sottoscritti dichiariamo: 1.
Il fatto dello stupro non è avvenuto a Recife, come dice l’articolo, ma nella città di Alagoinha, diocesi di Pesqueira.
Mentre l’aborto è stato praticato a Recife.
2.
Tutti noi – a cominciare dal parroco di Alagoinha, che è tra i firmatari – siamo stati vicini alla fanciulla incinta e alla sua famiglia con grande carità e affetto.
Il parroco, mettendo in opera la sua sollecitudine pastorale, raggiunto dalla notizia quand’era a casa, si recò immediatamente a casa della famiglia, dove incontrò la fanciulla per darle sostegno e accompagnamento, posta la grave e difficile situazione nella quale la fanciulla si era trovata.
Questa attitudine è stata mantenuta in tutti i giorni successivi, ad Alagoinha come a Recife, dove si è avuto il triste finale dell’aborto di due innocenti.
Pertanto, fu evidente e inequivocabile che nessuno pensò in primo luogo alla “scomunica”.
Abbiamo fatto ricorso a tutti i mezzi a nostra disposizione per evitare l’aborto e salvare le tre vite.
Il parroco affiancò di persona il Consiglio tutelare della città in tutte le iniziative finalizzate al bene della fanciulla e dei suoi figli.
Sia nell’ospedale che nelle visite quotidiane diede prova di un affetto e di un’attenzione che fecero capire, tanto alla fanciulla come a sua madre, che entrambe non erano sole, ma che la Chiesa, lì rappresentata dal parroco del luogo, assicurava loro l’assistenza necessaria e la certezza che tutto si sarebbe fatto per il bene della fanciulla e per salvare i suoi due figli.
3.
Dopo che la fanciulla fu trasferita in un ospedale della città di Recife, abbiamo fatto ricorso a tutti i mezzi legali per evitare l’aborto.
In nessun momento la Chiesa fu assente dall’ospedale.
Il parroco della fanciulla si recava in ospedale ogni giorno, partendo dalla sua città che dista 230 chilometri da Recife, senza risparmiare alcuno sforzo, affinché tanto la fanciulla come sua madre sentissero la presenza di Gesù, il Buon Pastore che va incontro alle pecorelle che hanno più bisogno del suo aiuto.
In questo modo la vicenda fu trattata con tutta l’attenzione dovuta da parte della Chiesa e non “sbrigativamente” come dice l’articolo.
4.
Non siamo d’accordo con l’affermazione che “la decisione è ardua…
per la stessa legge morale”.
La nostra santa Chiesa non cessa di proclamare che la legge morale è chiarissima: mai è lecito sopprimere la vita di un innocente per salvare un’altra vita.
I fatti oggettivi sono questi: vi sono medici che dichiarano esplicitamente di aver praticato e voler continuare a praticare aborti, mentre ve ne sono altri che dichiarano con altrettanta fermezza che un aborto non lo praticheranno mai.
Questa è la dichiarazione scritta e firmata di un medico cattolico brasiliano: “Come medico ostetrico da 50 anni, formato alla facoltà nazionale di medicina della Università del Brasile, e come ex primario della clinica ostetrica dell’ospedale di Andarai, nel quale ho operato per 35 anni fino al mio pensionamento, per dedicarmi al diaconato, e avendo praticato 4524 parti, molti in età minorile, mai ho avuto la necessità di ricorrere all’aborto per ‘salvare vite’, al pari di tutti i miei colleghi retti ed onesti nella loro professione, fedeli al giuramento di Ippocrate”.
5.
È falsa l’affermazione che il fatto fu divulgato nei giornali solo perché l’arcivescovo di Olinda e Recife si affrettò a dichiarare la scomunica.
Basta osservare che il caso divenne di dominio pubblico ad Alagoinha mercoledì 25 febbraio, l’arcivescovo fece le sue dichiarazioni alla stampa il 3 marzo e l’aborto fu effettuato il 4 marzo.
Era impensabile che la stampa brasiliana, di fronte a un fatto di tale gravità, lo tenesse sotto silenzio per sei giorni.
La realtà dei fatti è che la notizia della fanciulla – “Carmen” – incinta fu divulgata nei giorni precedenti l’attuazione dell’aborto.
Solo allora, martedì 3 marzo, interrogato dai giornalisti, l’arcivescovo menzionò il canone 1398 [del codice di diritto canonico].
Siamo convinti che la divulgazione di questa pena medicinale, la scomunica, faccia bene a molti cattolici, per indurli ad evitare questo peccato gravissimo.
Il silenzio della Chiesa sarebbe molto equivocato, soprattutto di fronte alla constatazione che nel mondo si compiono cinquanta milioni di aborti ogni anno e solo nel Brasile si sopprimono un milione di vite innocenti.
Il silenzio può essere interpretato come connivenza o complicità.
Se qualche medico avesse una “coscienza dubbiosa” prima di praticare un aborto (cosa che ci sembra estremamente improbabile), egli, se cattolico e tenuto ad osservare la legge di Dio, dovrebbe consultare un direttore spirituale.
6.
In altre parole, l’articolo è un affronto diretto alla difesa della vita delle tre creature, fatta col massimo della forza dall’arcivescovo José Cardoso Sobrinho, e mostra che l’autore non possiede le basi e le informazioni necessarie per parlare della vicenda, a motivo della sua totale ignoranza dei particolari del fatto.
L’ospedale che ha effettuato l’aborto sulla fanciulla è uno di quelli che compiono sistematicamente questa pratica nel nostro Stato, sotto il manto della “legalità”.
I medici che hanno praticato l’aborto dei due gemelli hanno dichiarato e continuano a dichiarare sui media nazionali d’aver compiuto un atto che sono soliti compiere “con molto orgoglio”.
Uno di essi ha aggiunto: “Già sono stato in passato scomunicato più volte”.
7.
L’autore si è arrogato il diritto di parlare di ciò che non conosceva, senza fare lo sforzo di conversare previamente in modo fraterno ed evangelico con l’arcivescovo, e per questo atto imprudente sta causando una grande confusione tra i fedeli cattolici del Brasile.
Invece di consultare il suo fratello nell’episcopato, ha preferito dar credito alla nostra stampa molto spesso anticlericale.
Recife, 16 marzo 2009 Edvaldo Bezerra da Silva Vicario generale dell’arcidiocesi di Olinda e Recife Cicero Ferreira de Paula Cancelliere dell’arcidiocesi di Olinda e Recife Moisés Ferreira de Lima Rettore del seminario arcidiocesano Márcio Miranda Avvocato dell’arcidiocesi di Olinda e Recife Edson Rodrigues Parroco di Alagoinha, diocesi di Pesqueira

L’ordinanza sulla mobilità degli insegnanti di religione

È stata appena pubblicata l’OM 36 del 23 marzo 2009 sulla mobilità degli Idr di ruolo (vedi il pdf allegato) che regola trasferimenti e passaggi di ruolo per il prossimo anno scolastico 2009-10.
L’ordinanza relativa alla mobilità degli altri insegnanti era uscita il 13 febbraio scorso, dopo che il relativo Contratto Nazionale Integrativo era stato sottoscritto il giorno prima, in sensibile ritardo rispetto all’anno precedente, come era peraltro prevedibile per le novità organizzative e ordinamentali introdotte dal ministro Gelmini che hanno determinato lo slittamento di molte altre operazioni, a cominciare dalle iscrizioni degli alunni.
Rispetto al testo dell’anno scorso, che costituiva il primo esperimento di una procedura di mobilità applicata agli Idr, le novità sono minime, segno che la prima esperienza è andata bene e si sono potute confermare le istruzioni precedenti, integrando nel testo dell’OM solo alcuni chiarimenti che lo scorso anno erano stati forniti in successive note.
Si può quindi sperare che stavolta tutto possa procedere con maggiore tranquillità, visto che si tratta di procedure che vanno a stabilizzarsi.
Ricordiamo che l’OM 36/09 riguarda solo la mobilità interdiocesana e quella professionale, dato che i trasferimenti all’interno della stessa diocesi (che sono certamente la maggior parte) sono regolati dalla distinta ordinanza sulle utilizzazioni e assegnazioni provvisorie che esce di solito nel mese di giugno.
Coloro che intendono spostarsi in un’altra diocesi devono ovviamente possedere il riconoscimento di idoneità da parte del vescovo della/e diocesi di destinazione e possono solo indicare sinteticamente la/le diocesi desiderata/e, poiché l’assegnazione alla singola scuola o ad un comune del territorio diocesano è oggetto della specifica intesa che gli ordinari diocesani dovranno raggiungere con il direttore dell’Ufficio scolastico regionale al termine di tutta la procedura.
Anche gli Idr che intendono far valere i titoli derivanti dall’applicazione della legge 104/92 per la tutela e l’assistenza di invalidi e disabili possono solo scegliere la diocesi e rimettersi poi alla discrezionalità del vescovo per ottenere una sistemazione adeguata alle loro necessità, confidando nella sensibilità e nel discernimento degli ordinari diocesani.
Questo aspetto suscita probabilmente il malumore di qualche Idr, che si attendeva dalla conquista del ruolo maggiore oggettività e automatismo nella gestione del personale, ma non si può dimenticare che la “nomina d’intesa” è requisito concordatario che deve presiedere alla gestione degli Idr per tutta la durata della loro attività scolastica, quindi deve accompagnare anche tutte le operazioni di mobilità oltre all’assunzione iniziale.
Diversamente l’autorità ecclesiastica perderebbe con l’andare del tempo una delle sue specifiche prerogative.
Il caso della mobilità professionale, cioè il passaggio da un ruolo all’altro dell’Irc (dalla primaria alla secondaria o viceversa), è piuttosto limitato poiché gli aspiranti devono: 1) essere in possesso dei titoli per insegnare religione anche nel settore formativo richiesto, 2) essere in possesso dell’idoneità ecclesiastica anche per il settore formativo richiesto, 3) aver superato a suo tempo entrambi i concorsi.
Soprattutto quest’ultima condizione (limitata a pochi casi in Italia) dovrebbe ridurre di molto le richieste di mobilità professionale.
Le principali scadenze delle operazioni di mobilità, nonostante la recente emanazione della legge 14/09 (decreto milleproroghe) che ha spostato al 31 agosto la nomina del personale di ruolo e supplente annuale, ricalcano quelle dello scorso anno e sono riassumibili come segue: –          presentazione delle domande               dal 30 marzo al 28 aprile –          invio delle domande all’USR                  entro l’8 maggio –          attribuzione e notifica del punteggio     entro il 4 giugno –          revoca delle domande                         entro il 15 giugno –          pubblicazione della graduatoria              entro il 22 giugno –          pubblicazione dei movimenti                 entro il 30 giugno –          intesa per l’utilizzazione                        entro il 31 luglio Le scadenze sono diverse da quelle del restante personale docente in quanto le domande degli Idr non partecipano ai movimenti ordinari degli altri insegnanti e sono gestite manualmente dalle singole scuole e dagli Uffici scolastici regionali; il loro numero è infatti piuttosto ridotto e consente una gestione separata in tempi ragionevolmente brevi.
Il tempo a disposizione per la presentazione delle domande è sempre di trenta giorni, ma la decorrenza non coincide con la pubblicazione dell’ordinanza.
Lo scorso anno l’ordinanza era stata pubblicata molto prima dell’inizio dei termini di presentazione per concedere un po’ di tempo in più agli Idr che devono procurarsi l’idoneità presso una diocesi diversa da quella in cui prestano servizio.
Quest’anno l’OM 36 è stata pubblicata quasi a ridosso delle scadenze previste, ma si presume che le procedure si vadano stabilizzando e quindi gli interessati dovrebbero aver avviato con anticipo le operazioni connesse al proprio trasferimento.
Vedremo se nei prossimi anni sarà possibile superare il trattamento separato degli Idr in una distinta ordinanza sulla loro mobilità e si riuscirà ad integrare la loro gestione in un’unica ordinanza comune, così come comune è il Contratto Integrativo che prevede solo un articolo specifico per gli Idr.
Ma le peculiarità di cui tenere conto sono forse troppe.

Dio diviene uomo per rendere Adamo Dio

La festa dell’Annunciazione della santissima Madre di Dio e sempre vergine Maria è una delle poche feste che troviamo in quaresima nella tradizione bizantina.
Della festa abbiamo testimonianze precise a Costantinopoli attorno al 530, e anche Romano il Melode le dedica nel vi secolo un kontàkion.
Allo sviluppo della festa contribuirono le omelie antiariane che sottolineano, accanto all’umanità di Cristo, anche la sua divinità eternamente sussistente in Dio, e l’omiletica siriana, che sottolinea con forza il parallelo tra Eva e Maria.
A Roma la festa fu introdotta da Papa Sergio i (687-701), di origine siriaca, con una celebrazione liturgica a Santa Maria Maggiore e una processione.
Sin dall’inizio la festa fu celebrata il 25 marzo, sempre nel periodo quaresimale, un tempo dunque che esclude qualsiasi solennità.
Nel 692 il quarto concilio di Costantinopoli prescrisse però di celebrare con tutta solennità la festa, e così nelle Chiese bizantine si sviluppò un sistema di rubriche liturgiche che cercano di combinare l’Annunciazione con le ufficiature quaresimali e con quelle della Settimana santa.
La festa del 25 marzo ha una vigilia il 24 e un dopo-festa il 26, giorno in cui si celebra la memoria dell’arcangelo Gabriele.
Infatti, molto spesso le grandi feste nella tradizione bizantina hanno, il giorno successivo alla festa, la celebrazione del personaggio di cui Dio si serve per portare a termine il suo mistero di salvezza.
La festa ha come tema portante l’annuncio dell’Incarnazione del Verbo di Dio e la gioia che ne scaturisce.
In molti dei tropari ricorre quasi come un ritornello l’esortazione “gioisci”: si tratta di una gioia che non ha niente di superficiale, bensì nasce dalla consapevolezza della salvezza che ci viene data in Cristo, in una festa che cerca di coinvolgere tutta la creazione nella lode e nella contemplazione del mistero celebrato.
I tropari sono un intreccio di citazioni bibliche, soprattutto veterotestamentarie, profezie che annunciano il Cristo e che la tradizione patristica ha letto sempre in chiave cristologica.
Questa stessa accentuazione cristologica è già in tutti i titoli dati a Maria, legati al mistero dell’Incarnazione del Verbo di Dio e della divina maternità di Maria: “Gioisci, terra non seminata; gioisci, roveto incombusto; gioisci abisso imperscrutabile; gioisci, ponte che fa passare ai cieli e scala elevata contemplata da Giacobbe; gioisci, divina urna della manna; gioisci, liberazione dalla maledizione; gioisci, ritorno di Adamo dall’esilio: il Signore è con te”.
Un altro tema che torna nei testi liturgici è l’accostamento di meraviglia e dubbio in Maria; meraviglia di fronte a quello che le viene annunciato, dubbio non tanto di fronte a quello che dovrà avverarsi, bensì di non essere di nuovo ingannata come Eva da qualcuno che annuncia grandi cose (“sarete come Dio”).
Un altro accostamento di meraviglia e stupore è applicato dalla liturgia anche all’arcangelo di fronte al contenuto dell’annuncio, con una serie di affermazioni cristologicamente contrastanti, molto simili ai temi degli Inni di sant’Efrem il Siro: “L’inafferrabile che è nel più alto dei cieli, nasce da una vergine! Colui che ha il cielo per trono e la terra come sgabello si rinchiude nel grembo di una donna! Colui che i serafini dalle sei ali non possono fissare, si compiace di incarnarsi da lei.
Colui che qui è presente è il Verbo di Dio”.
Le letture del vespro sono prese dall’Antico Testamento, pericopi che già tutta la tradizione patristica di oriente e occidente legge in chiave cristologica: la scala di Giacobbe (Genesi, 28, 10-17); la porta chiusa da dove passa soltanto il Signore (Ezechiele, 43, 27 – 44, 4); la casa costruita dalla sapienza di Dio (Proverbi, 9, 1-11).
Il tropario della festa riassume in modo breve e chiaro il tema di fondo della celebrazione: “Oggi è il principio della nostra salvezza e la manifestazione del mistero nascosto da secoli: il Figlio di Dio diviene Figlio della Vergine, e Gabriele porta la buona novella della grazia.
Con lui dunque acclamiamo alla Vergine: Gioisci, piena di grazia, il Signore è con te”.
Nell’ufficiatura del mattutino uno dei suoi testi è di un autore bizantino, Teodoro Graptos (778-845), vissuto in piena controversia iconoclasta.
L’opera è un acrostico, e si svolge servendosi di un genere letterario che già Efrem usa spesso, cioè quello del dialogo o disputa tra due personaggi – qui tra l’arcangelo e la Madre di Dio – a strofe alterne.
L’autore riprende il tema accennato già al vespro, la meraviglia dello stesso arcangelo per quello che deve annunciare, e lo stupore e la paura della Vergine, paura di essere ingannata di nuovo come Eva.
L’ultimo dei tropari del mattutino riassume il mistero della nostra salvezza, già manifestato nei vangeli e nella tradizione patristica: “Il mistero che è dall’eternità è oggi rivelato, e il Figlio di Dio diviene figlio dell’uomo, affinché, assumendo ciò che è inferiore, possa comunicarmi ciò che è superiore; Dio diviene uomo per rendere Adamo Dio”.
Nella Divina liturgia del giorno 25 si leggono due brani, dalla lettera agli Ebrei (2, 11-18) e dal vangelo di Luca (1, 24-38).
“E l’angelo andò via da lei”.
Questo versetto che chiude la pericope dell’Annunciazione mi fa sempre impressione.
Il Signore ci annuncia la sua buona novella e poi ci lascia? No, non è l’abbandono né la solitudine che dobbiamo leggere nel vangelo di Luca, ma il fatto che nella nostra vita cristiana siamo chiamati a dare una risposta, con la nostra responsabilità e maturità, umana e cristiana.
(©L’Osservatore Romano – 25 marzo 2009)

Islam: Consigli a un discepolo

La fede è affermazione della lingua, accettazione del cuore, operare se¬condo i principi.
E le prove dell’im¬portanza delle opere sono innumere¬voli.
Certo, l’uomo ottiene il Paradiso dalla grazia dell’Altissimo e dalla sua generosità, senonché lo ottiene dopo esservisi preparato mediante l’obbedienza e la devozione, perché «la mi¬sericordia di Dio è vicina a quelli che fanno il bene».
E se qualcuno dicesse: «Il Paradiso si ottiene unicamente con la fede», risponderemmo: «Sì, ma quando si ottiene? E quanti duri osta¬coli bisogna superare per arrivarci? La prima di tali difficoltà viene appunto dalla fede: il credente scamperà alla perdita della fede o no? E quando ar¬riva in Paradiso, non vi giungerà forse spoglio e sprovvisto?».
Dice al-Hasan di Bàssora: «L’Altissimo dirà ai suoi servi, nel Giorno del Giudizio: “Servi miei, entrate in Paradiso, per mia mi¬sericordia, e spartitevelo secondo le vostre opere”».
O giovane, finché non operi, non tro¬verai premio.
Si racconta di un certo israelita che aveva adorato l’Altissimo per lo spazio di settant’anni; Dio volle farlo conoscere agli angeli, e mandò un angelo a portargli la notizia che, malgrado quella sua adorazione, non meritava di entrare in Paradiso.
A que¬sto annuncio il devoto esclamò: «Sia¬mo stati creati per l’adorazione e biso¬gna che Lo adoriamo!».
L’angelo tornò indietro e disse: «Mio Dio, tu sai bene che cosa ha risposto».
Dichiarò allora Iddio: «Se lui non cessa di ado¬rarci, noi, con la nostra generosità, non lo abbandoneremo.
Siate testi¬moni, o angeli, che gli ho perdonato».
E ha detto l’Inviato di Dio: «Fate i con¬ti con la vostra coscienza, prima che al¬tri vi chiami alla resa dei conti, e pesa¬te le vostre condizioni prima che altri ve le pesi».
E diceva Ali: «Chi crede di arrivare in Paradiso senza sforzo è un illuso, e chi crede di arrivarci soltanto con lo sforzo è un presuntuoso».
E di¬ceva al-Hasan di Bàssora: «Ricercare il Paradiso senza opere è un peccato», e diceva: «Contrassegno della verità: prescindere dalla ricompensa delle opere, ma non rinunciare alle opere».
Sappi che chi segue la strada di Dio ha bisogno di uno sheikh, educatore e guida, che con la sua disciplina espella da lui le cattive inclinazioni, ponendo al loro posto quelle buone.
L’educa¬zione è simile al lavoro del contadino, che sradica le spine e toglie le erbe estranee dal seminato, perché vegeti bene e raggiunga uno sviluppo perfet¬to.
E chi segue la strada di Dio non può fare a meno di uno slteikh che lo edu¬chi e lo guidi su quella strada, perché Dio mandò ai suoi servi un Inviato, per guidarli sulla sua via, e costui morendo lasciò i califfi al suo posto, perché gui¬dassero (i musulmani) a Dio.
O giovane, l’essenziale della scienza è che tu conosca che cosa sono l’obbe¬dienza e la devozione.
Sappi che obbe¬dienza e devozione consistono nel se¬guire il Legislatore, nei comandamen¬ti e nei divieti, con le parole e con le azioni.
Vale a dire: tutto quel che fai, e dici, e ometti, sia conforme alla legge.
Così, se tu digiuni il giorno della Festa o i tre giorni successivi, sei un ribelle.
O se tu eseguissi la preghiera indossan¬do un vestito rubato, peccheresti pur avendo l’apparenza della devozione.
O giovane, bisogna che le tue parole e i tuoi atti siano conformi alla legge, perché la scienza e le opere, senza la guida della legge, sono un errore.
Ed è necessario che tu non ti lasci inganna¬re dagli aspetti emotivi dell’ascetico-¬mistica.
La via mistica è quella del com¬battimento spirituale; è necessario troncare le passioni dell’anima carna¬le, uccidere le sue brame con la spada dell’ascesi, non con le frenesie e le fu¬tilità.
Sappi anche che alcune delle do¬mande che mi hai rivolto non comportano risposta, né scritta né a parole: chi raggiunge gli stati mistici sa che cosa sono, non è possibile conoscerli altri¬menti, perché sono dati di esperienza immediata, e queste esperienze tutte sono indescrivibili, come la dolcezza del dolce e l’amarezza dell’amaro, che puoi conoscere soltanto sperimentan¬dole…
Si racconta che ash-Shibli, dopo aver studiato con quaranta maestri, di¬ceva: – Ho letto quattromila hadìth, poi ne ho prescelto uno solo e l’ho messo in pratica, ad esclusione di tutti gli altri, perché meditandolo vi ho tro¬vato la mia liberazione e la mia salvez¬za.
La scienza degli antichi e dei mo¬derni c’è dentro tutta, e mi è stato suf¬ficiente.
Eccolo: «Un giorno l’Inviato di Dio disse ad uno dei suoi compagni: Opera per la tua vita mondana nella misura del tempo che dimorerai in questo mondo, opera per la tua vita fu¬tura nella misura della sua durata.
Opera per Dio nella misura del bisogno che hai di Lui, ed opera per il Fuo¬co nella misura in cui sarai capace di sopportarlo».
Famoso insegnante di scienze religiose a Naysàbu re o Baghdad prima di praticare una sorta di vita monastica in accordo con la tradizione sufica, il persiano Abu-Hamid Muhammad al-Ghazàli (1058 ca.- 1111), considerato il maggior teologo islamico, ha lasciato un gran numero di opere.
I passi che riportiamo di seguito sono tratti da: O giovane!, un breve scritto in cui al-Ghazali ha sin¬tetizzato le sue convinzioni religiose, morali e mi¬stiche per consegnarle a un suo discepolo che ne aveva fatto richiesta (trad.
da Le più belle pagine della letteratura araba, Milano 1957, pp.
235¬-38).

Homo religiosus nella storia/6

Bibliografia: R.
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Bilancio e prospettive (a cura di R.
Latourelle), Citta­della, Assisi 1987, pp.
923-938.
 L’uomo religioso assume nel mondo un modo specifico di esistenza, che si esprime nelle numerose forme religiose, che la storia ci mostra.
Egli si riconosce dal suo stile di vita; «crede sempre all’esistenza di una realtà assoluta, il sacro, che trascende questo mondo ma che in esso si manifesta e che quindi lo santifica e lo rende reale» (Eliade, Le sacré et le profane, 171).
L’uomo religioso vive un’esperienza religiosa; si trova in una serie di situazioni esistenziali che lo mettono il rapporto con il Trascendente.
Attraverso le diverse situazioni che egli assume, riu­sciamo a penetrare nel suo universo spiri­tuale.
Queste situazioni hanno lasciato delle tracce.
In definitiva, la storia delle religioni è la storia dell’homo religiosus colto nella realtà esistenziale delle sue credenze, delle sue esperienze e del suo comportamento.
Quest’uomo crede all’origine sacra della vita e al senso dell’esi­stenza umana come partecipazione a una Realtà che va al di là di questa esistenza.
Così, l’homo religiosus è l’uomo che «prende coscienza del sacro, perché que­sto si mostra, si manifesta come qualcosa di totalmente differente dal profano» (Le sacré…, 14).
Il sacro si manifesta come una potenza di un ordine completamente diverso da quello delle forze naturali.
Per designare questa manifestazione del sacro percepita dall’homo religiosus, Eliade usa un termine: ierofania.
Dal punto di vista della struttura, l’atto di manifestazione del sacro è sempre identico: un atto miste­rioso, la manifestazione di qualcosa «totalmente altra».
Questa manifestazione è l’elemento misterioso che costituisce la natura sui generis di ogni ierofania.
La storia delle religioni ci mostra che la strut­tura e la dialettica della ierofania sono sempre identiche.
Ciò è di importanza fondamentale: nella vita religiosa non ci sono rotture, l’esperienza religiosa ha la stessa specificità in tempi e luoghi diversi.
Essa è l’esperienza esistenziale dell’homo religiosus.
Anche se tutte le ierofanie hanno la stessa struttura e si presentano, quindi, come omogenee, esse sono, tuttavia, eterogenee dal punto di vista della forma: riti, miti, forme divine, oggetti, simboli, animali, piante, uomini.
Il sacro si manifesta, dun­que, per l’homo religiosus a livelli diversi, il che spiega la grande varietà dell’espe­rienza religiosa, da una ierofania che ha luogo in una pietra fino alla teofania su­prema, l’Incarnazione di Dio in Gesù Cristo.
L’homo religiosus è insieme.
testi­mone e messaggero.
Il fenomenologo vede il testimone, l’ermeneuta cerca di comprendere il messaggero e il suo mes­saggio.
Si può affermare che attraverso lo studio dell’homo religiosus la storia delle religioni identifica il trascendente nell’e­sperienza religiosa.
Nella vita dell’uomo religioso il linguag­gio delle ierofanie è costituito dal sim­bolo, attraverso il quale il mondo parla e rivela le modalità del reale che non sono evidenti di per sé stesse.
I simboli religiosi che toccano le strutture della vita mettono in rilievo una dimensione che trascende la dimensione umana, e rendono possibile una comprensione diretta della Realtà ul­tima.
II pensiero simbolico precede il lin­guaggio e costituisce la sostanza della vita religiosa.
L’homo religiosus è un homo symbolicus.
L’esperienza del mito è an­ch’essa un’esperienza del sacro poiché mette l’uomo in contatto con il mondo soprannaturale.
Il mito si presenta come una storia vera, sacra ed esemplare, che fornisce all’uomo religioso dei modelli di condotta.
I miti cosmogonici, i miti d’ori­gine, i miti di rinnovamento, i miti escato­logici orientano l’attività dell’homo reli­giosus dandogli un messaggio normativo.
II mito, andando a sfociare nell’imita­zione di un modello trascendente, sulla ripetizione di una storia esemplare, man­tiene nell’uomo la coscienza del divino: grazie al mito il mondo diviene traspa­rente.
Nel mito è presente il riferimento a un archetipo che conferisce potenza ed efficacia all’azione umana.
L’archetipo si presenta come un modello primordiale che ha origine nel mondo soprannaturale.
L’uomo religioso realizza questo modello sulla terra.
Per far questo egli ha bisogno di un rituale che dia forza ed efficacia alla sua realizzazione, mettendola in perfetto accordo con l’archetipo.
L’effetto del ri­tuale consiste nel conferire una dimen­sione di realtà all’azione dell’uomo religioso.
I riti di passaggio rappresentano il passaggio dalla condizione profana a un’esistenza nuova segnata dal sacro.
L’ i­niziazione equivale a una mutazione onto­logica del regime esistenziale.
È dunque per mezzo dei simboli, dei miti e dei riti che il sacro esercita la sua funzione di Mediazione nella vita dell’homo religio­so, al quale dà la possibilità di entrare in contatto con la fonte stessa del sacro, cioè sacro in quanto Realtà trascendente.
homo religiosus è in definitiva un lettore e un messaggero del sacro.
Se l’uomo religioso appare nello specchio della storia delle religioni come homo in­sieme storico e transtorico, in quanto uomo nella totalità delle sue dimensioni, cosa significa quell’altro tipo umano che è l’uomo areligioso? Per Eliade è l’uomo che «rifiuta la trascendenza, accetta la re­latività della “realtà” e arriva fino a dubi­tare del senso dell’esistenza» (Le sacré et le profane, 172).
Questo tipo d’uomo è andato fiorendo soprattutto nelle società moderne occidentali.
Costruisce se stesso desacralizzando il mondo.
«Il sacro è l’o­stacolo per eccellenza alla sua libertà» (op.
cit., 172).
Egli discende dall’homo religiosus per via di un processo di desa­cralizzazione, ma conserva numerose tracce del comportamento dell’uomo reli­gioso di cui è l’erede.
È portatore di una mitologia camuffata e di ritualismi dete­riorati.
Il processo di desacralizzazione ha portato inoltre alla nascita delle ideolo­gie, delle mistiche politiche, di certi mo­vimenti laici che fanno gran caso al sog­getto iniziatico e alla nostalgia delle origini.­     Julien Ries

«La Chiesa sta dalla parte delle persone reali»

«La Chiesa sta con le persone reali» Angelo Card.
Bagnasco Venerati e cari Confratelli, ci ritroviamo come Consiglio Permanente della Conferenza Episcopale italiana a distanza di due mesi appena dal precedente incontro, mentre perdura la maggior parte delle grandi questioni già allora aperte.
Così questa prolusione, avvio del consueto discernimento comunitario che sappiamo fecondo in ordine al lavoro apostolico, ha quasi la fisionomia di uno sviluppo, o meglio di un aggiornamento, della riflessione allora effettuata.
1.
Di certo si è prolungato, oltre ogni buon senso, un pesante lavorio di critica − dall’Italia e soprattutto dall’estero − nei riguardi del nostro amatissimo Papa, a proposito dapprima della remissione della scomunica ai quattro Vescovi consacrati da Monsignor Lefebvre nel 1988, e al caso Williamson che imponderabilmente vi si è come sovrapposto.
Sul merito di queste due vicende, quello che di importante c’era da dire l’abbiamo sollecitamente detto appunto in occasione della precedente prolusione.
Nessuno tuttavia poteva aspettarsi che le polemiche sarebbero proseguite, e in maniera tanto pretestuosa, fino a configurare un vero e proprio disagio, cui ha inteso porre un punto fermo lo stesso Pontefice con l’ammirevole Lettera del 10 marzo 2009, indirizzata ai Vescovi della Chiesa Cattolica.
Di proposito non vogliamo tornare sulle accuse maldestre rivolte con troppa noncuranza al Santo Padre.
Merita molto di più invece concentrarci sulla citata Lettera che, come atto autenticamente nuovo, ha subito attirato un vasto consenso.
La grande impressione che essa ha suscitato è per buona parte dovuta alla forza interiore che emerge dall’intero testo e da ciascuna delle sue parole, anche le più amare.
La sua disamina, per certi versi conturbante, degli ultimi episodi − ma, per analogia, anche di certe discutibili e ricorrenti prassi ecclesiali − ha fatto emergere come per contrasto il candore di chi non ha nulla da nascondere circa le proprie reali intenzioni, le motivazioni concrete delle proprie scelte, la coerenza di una vita vissuta unicamente all’insegna del servizio più trasparente alla Chiesa di Cristo.
Per questo non stentiamo affatto a riconoscere nell’iniziativa papale l’azione di quello Spirito di Dio che svela i disegni dei cuori e sa trarre il massimo bene anche dalle situazioni più irte e penose.
Il che non significa naturalmente attenuare la severità di un giudizio che nella carità va pur dato circa atteggiamenti e parole che hanno portato a una situazione cui non si sarebbe dovuti arrivare, alimentando interpretazioni sistematicamente allarmistiche e comportamenti diffidenti nei riguardi della Gerarchia.
Con ferma e concreta convinzione facciamo nostro l’appello alla riconciliazione più genuina e disarmata cui la Lettera papale sollecita l’intera Chiesa.
E questo naturalmente esclude che si perpetuino letture volte a far dire al Papa ciò che egli con tutta evidenza non dice.
Che è un modo discutibilissimo, persino un po’ insolente, per costruirsi una posizione distinta dal corretto agire ecclesiale.
Molto meglio identificarsi in quella che è la migliore tradizione del nostro cattolicesimo: stare con il Papa, sempre e incondizionatamente.
Il che da una parte comporta il nostro sintonizzarci sulle ancor più evidenti priorità del suo ministero: «Condurre gli uomini verso Dio, verso il Dio che parla nella Bibbia» e «avere a cuore l’unità dei credenti», priorità che coinvolgono tutti, ciascuno per la propria responsabilità.
E, dall’altra, esige di pregare intensamente per lui e con lui, ossia con le sue stesse intenzioni: e questo aiuta a purificare il nostro sguardo sulla Chiesa, mistero di salvezza per il mondo.
2.
In queste ore peraltro il Santo Padre sta portando a termine un’importante visita apostolica nel Camerun e in Angola.
Nelle sue intenzioni essa aveva «per orizzonte» l’intero continente africano (cfr Benedetto XVI, Saluto all’arrivo a Luanda, 20 marzo 2009).
Si è trattato di un viaggio impegnativo e ad un tempo ricco di speranza.
Ciò che lì è avvenuto e il magistero che vi si è esplicato hanno avuto localmente una grande eco, come in noi hanno suscitato un profondo coinvolgimento e una viva commozione: per questo non mancheremo di ritornare sul significato di codesto pellegrinaggio, che fin dall’inizio è stato sovrastato nell’attenzione degli occidentali da una polemica – sui preservativi − che francamente non aveva ragione d’essere.
Non a caso, sui media africani non si è riscontrato alcun autonomo interesse, se non fosse stato per l’insistenza pregiudiziale delle agenzie internazionali, e per le dichiarazioni di alcuni esponenti politici europei o di organismi sovranazionali, cioè di quella classe che per ruolo e responsabilità non dovrebbe essere superficiale nelle analisi né precipitosa nei giudizi.
Si è avuta come la sensazione che si intendesse non lasciarsi disturbare dalle problematiche concrete che un simile viaggio avrebbe suscitato, specie in una fase di acutissima crisi economica che richiede ai rappresentanti delle istituzioni più influenti una mentalità aperta e una visione inclusiva.
Non ci sfugge tuttavia che nella circostanza non ci si è limitati ad un libero dissenso, ma si è arrivati ad un ostracismo che esula dagli stessi canoni laici.
L’irrisione e la volgarità tuttavia non potranno far mai parte del linguaggio civile, e fatalmente ricadono su chi li pratica.
Infatti, la conferma più significativa circa la pertinenza delle parole del Papa sull’argomento è venuta da quanti – professionisti, politici e volontari – operano nel campo della salute e dell’istruzione.
C’è da promuovere un’opera di educazione ad ampio raggio, che va inquadrata nella mentalità degli africani e si concretizza in particolare nella promozione effettiva della donna; soprattutto bisogna alimentare le esperienze di cura e di assistenza, finanziando la distribuzione di medicinali accessibili a tutti.
Com’è noto la Chiesa, compresa quella italiana, è coinvolta con persone e mezzi in questa linea di sviluppo.
Ma chiediamo anche ai governi di mantenere i propri impegni, al di là della demagogia e di logiche di controllo neo-colonialista.
E mentre invitiamo i diversi interlocutori a non abbandonare mai il linguaggio di quel rispetto che è indice di civiltà, vorremmo anche dire – sommessamente ma con energia − che non accetteremo che il Papa, sui media o altrove, venga irriso o offeso.
Per tutti egli rappresenta un’autorità morale che questo viaggio ha semmai fatto ancor più apprezzare.
Per i cattolici è Pietro che, con le reti del pescatore e nel nome del Signore Gesù, continua a raggiungere i lidi del mondo.
Noi, che con trepidazione e preghiera l’abbiamo accompagnato in questo pellegrinaggio, ci apprestiamo ora a salutare con affetto il suo felice ritorno.
3.
La dinamica contestativa di cui dicevamo, per le forme subdole che talora assume ma anche per gli appoggi clamorosi di cui gode, è una delle tracce che ci portano a identificare la cifra più marcata del nostro tempo qual è il secolarismo.
È su questo che vorrei dire oggi una parola.
Sembra a me infatti che vari segnali ci rendano vieppiù avvertiti che il trapasso culturale dentro al quale ci troviamo vada assumendo il carattere di un vero e proprio spartiacque.
Chi, tempo addietro, paventava uno scontro di civiltà, facendolo magari derivare in parte da divaricanti matrici religiose, oggi si trova dinanzi agli occhi una situazione alquanto diversa, e non necessariamente più complessa da descrivere: si fronteggiano sostanzialmente due culture riferibili all’uso della ragione.
Al centro di entrambe c’è – come sempre – una specifica risposta alla domanda sull’uomo.
Da cui discendono due diverse, per molti aspetti antitetiche, visioni antropologiche.
Su un versante c’è la cultura che considera l’uomo come una realtà che si differenzia dal resto della natura in forza di qualcosa di irriducibile rispetto alla materia.
Qualcosa che è qualitativamente diverso e che costituisce la radice del suo valore e il fondamento della sua dignità.
In altri termini, l’uomo − prima di metter mano a se stesso – si accoglie come dono che ha un’identità e una consistenza iscritte nella struttura del suo essere.
Dono che non dipende da lui, che precede ogni sua autodeterminazione, e che ne fa quello che egli è: persona, appunto.
È a partire da questo dato ontologico, e tenendolo fermo quale fatto oggettivo, che il soggetto cresce e si compie nello sviluppo della vita.
In questa prospettiva, la natura umana, dentro lo scorrere della storia, è un perno fermo e insieme bussola per l’esercizio della libertà personale.
Nel gioco stesso dell’uomo, la libertà trova così i riferimenti oggettivi per le scelte e i comportamenti coerenti alla sua autentica umanità.
Nell’altro versante, invece, si esplica una cultura per la quale il soggetto umano è un mero prodotto dell’evoluzione del cosmo, ivi inclusa la sua autocoscienza.
In quanto risultato di un processo evolutivo mai concluso, l’uomo sarebbe solamente un segmento di storia, sganciato cioè da qualunque fondamento ontologico permanente e comune a tutti gli uomini, privo quindi di riferimenti etici certi e universali.
Essendo semplicemente uno sghiribizzo culturale fluttuante nella storia, l’individuo si trova sostanzialmente prigioniero di sé ma anche solo con se stesso.
E se è ovvio che non sia questa la sede per richiamare, neppure nelle sue coordinate generali, la questione dell’evoluzionismo, di cui s’è infatti parlato recentemente in sedi autorevoli (cfr la Conferenza internazionale svoltasi alla Pontificia Università Gregoriana su «Evoluzione biologica: fatti e teorie», Roma 3-7 marzo 2009), dobbiamo tuttavia segnalare come si annidi, proprio nella posizione che prima evocavamo, un’interpretazione esasperata e unilaterale del paradigma evoluzionistico.
Nel contempo, collegata alle due citate visioni antropologiche, e alla dialettica che le contrassegna, c’è una diversa concezione della libertà.
Da una parte si ritiene – in base ad una riflessione millenaria e all’esperienza universale – che la libertà umana sia uno dei valori più grandi (per i cristiani essa è addirittura dono di Dio creatore), non però un valore assoluto né solitario.
La libertà infatti deve fare i conti con altri valori − come la vita, la pace, la giustizia, la solidarietà… − che in qualche modo vengono prima e le danno come sostanza, anzi la rendono vera in quanto sono per il bene dell’uomo, e lo realizzano secondo quella linea di appartenenza che si identifica nella natura umana e con i vettori che dall’interno le danno sviluppo pieno.
Il tipo di società che ne deriva è chiaramente aperto e solidale: in essa il farsi carico degli altri – specialmente dei più deboli, dei meno dotati ed efficienti – è congenito e vitale.
Dall’altra parte, invece, si afferma una libertà individuale non solo come valore, ma come valore assolutamente primo, sciolto da qualsiasi altro vincolo che lo possa misurare, con il pretesto che la libertà non può negare se stessa, andando con ciò − se occorre − anche contro la persona.
In questa prospettiva, la libertà sembra priva di relazione, è legge a se stessa, al di fuori di ogni contesto relazionale.
L’individuo, paradossalmente, finisce schiacciato dalla propria libertà, e ritenendo di essere pieno e assoluto padrone di se stesso arriva a disporre di sé a prescindere da ciò che egli è fin dal principio del suo esistere.
E concepisce ogni suo desiderio, magari confuso in qualche caso anche con l’istinto, quale diritto che la società dovrebbe riconoscere come elemento costitutivo di se stessa.
In questa direzione, si scivola inevitabilmente verso un nichilismo di senso e di valori che induce alla disgregazione dell’uomo e ad una società individualista fino all’ingiustizia ed alla violenza.
Anzi, verso un nichilismo gaio e trionfante, in quanto illuso di aver liberato la libertà, mentre semplicemente la inganna rispetto ad una necessaria e impegnativa educazione della stessa.
La divina Provvidenza ci dona quest’ora da amare con fede e intelligenza: e quest’ora vogliamo servire con tutto noi stessi.
La comunità cristiana deve però lasciar da parte improvvisazione e autoreferenzialità, ingenuità ed empirismo – lo dico anche alle nostre associazioni, e ai nostri movimenti e gruppi – per investirci tutti della responsabilità credente, dell’«esserci» con simpatia e competenza, e con larga capacità di dialogo e di sensata interlocuzione rispetto alle più diverse situazioni di vita.
Tra l’altro, ci sono alcuni nostri strumenti culturali e mediatici che proprio a questo mirano: a servircene saremmo semplicemente utili a noi stessi.
4.
E siamo al caso che più ha colpito il nostro Paese nell’ultimo periodo, quello di Eluana Englaro, la ragazza lecchese che per 17 anni è vissuta in stato vegetativo persistente e che è stata fatta morire a Udine il 9 febbraio scorso.
Benché non fosse attaccata ad alcuna macchina – dato che l’opinione pubblica ha scoperto solo con grande fatica – e benché sia da tempo invalso nei vari ambiti della nostra vita sociale quel saggio «principio di precauzione» per il quale nulla di irripristinabile va compiuto se i dati scientifici non consentono una valutazione obiettiva del rischio, s’è voluto decretare che a certe condizioni poteva morire.
Un procedimento che, in un solo atto, avrebbe voluto ribaltare tutta una cultura giuridica minuziosamente costruita sul favor vitae, contraddicendo un’intera civiltà basata sul rispetto incondizionato della vita umana, e smentendo un lungo processo storico che ci aveva portato ad affermare l’indisponibilità di qualunque esistenza, non solo a fronte di soprusi o violenze, ma anche di condanne penali quale la pena di morte.
Tutto, per certe intenzioni, messo a repentaglio, attraverso una operazione tesa ad affermare un «diritto» di libertà inedito quanto raccapricciante, il diritto a morire, cioè a darsi e a dare la morte in talune situazioni da definire.
Come se la vita potesse, in alcuni frangenti − i più critici −, cessare di essere un «bene relazionale».
E come se la vita a ciascuno di noi così cara, e così salvaguardata ed educata a caro prezzo anche dalla collettività, di colpo divenisse un bene «inerme», anzi un non-bene.
E non fosse vero piuttosto che, proprio quando è più fragile, l’esistenza di ciascuno di noi diventa allora più moralmente preziosa, nel senso che è più direttamente protesa a cementare il bene comune suscitando in ciascuno e nella società ulteriori energie di altruismo e di dedizione.
L’ammanto di pietà attraverso cui, con grande sforzo, si cerca di far passare questo ulteriore improbabile «diritto», non può non indurre la persona equipaggiata di intelligenza a porsi una serie di interrogativi consequenziali, il primo dei quali è: non stiamo attribuendo al «sistema» un diritto all’eliminazione dei soggetti inabili, quasi che costoro possano configurarsi come cittadini di serie B? E questo «diritto», che per ora si affaccia appena, una volta immesso nel corpus giuridico e nel costume pubblico, non è forse destinato a diventare col tempo più incalzante e spietato? E tale meccanismo non riguarderà anzitutto coloro che sono più deboli, bisognosi di assistenza e di premura da parte della collettività, perché segnati dalla vecchiaia o dalla malattia o dalla fragilità mentale? E se la “qualità della vita” è fatta dipendere principalmente dalle relazioni consapevoli, quanti altri sono i soggetti che di tali relazioni non hanno coscienza, pur non vivendo in stato di coma vegetativo persistente? Che cosa ci autorizza ad escludere che, al di là delle nostre più ravvicinate determinazioni, potremmo un giorno restarne in un modo o nell’altro coinvolti? E un’autorizzazione legalizzata di questo segno, cosa potrà produrre in termini di cultura, e dunque di gestione delle cure, nelle più diverse strutture sanitarie come nell’intero sistema socio-assistenziale, fino alle compatibilità ultime di budget? Qualunque deriva eutanasica, per quanto tecnicamente circoscritta o concettualmente edulcorata, è in realtà per gli uomini d’oggi, se ci si pensa bene, «una falsa soluzione» (cfr.
Benedetto XVI, Discorso all’Angelus, 1° febbraio 2009).
Falsa soluzione rispetto agli stessi disagi personali gravi, che richiedono non la soppressione della vita ma la vicinanza e l’accompagnamento delle persone.
La prima cura, per qualsiasi forma di malattia, è non far sentire solo il malato, solo con il suo male, e abbandonato a se stesso.
Garantirgli una presenza competente, amorevole e quotidiana, è per la società una responsabilità più ardua e impegnativa rispetto ad altre “scorciatoie” apparentemente pietose.
Ma è qui, non nei proclami astratti e ripetuti, che una società getta come la maschera e rivela il suo vero volto, manifestando il proprio livello di umanità o, al contrario, di inciviltà.
Nelle moderne democrazie, la vita va difesa perché è indispensabile limitare il potere «biopolitico» sia della scienza sia dello Stato, il che trova sostanza nel fermo «sì» alla tutela dei diritti umani di tutti, di chi economicamente è in grado di difendersi come di chi non può farlo, e in un altrettanto netto «no» alla pena di morte, al commercio degli organi, alle mutilazioni sessuali, alle alterazioni fecondative, a qualsiasi manipolazione non terapeutica del corpo umano, pur se liberamente volute da persone adulte, informate e consenzienti.
5.
Ha peraltro qualche componente grottesca il fatto che si sia tentato di far passare la tribolata vicenda − con profili in realtà civilmente tanto rilevanti e potenzialmente tanto intrusivi rispetto al vissuto di ciascuno − come mera conseguenza di un altolà della Chiesa, ossia come un’iniziativa di polemica ideologica, quando di ideologia qui non c’era nulla, ma solo concretezza palpitante di vita e pertinenza all’umano dell’uomo.
Allorché un cuore batte in autonomia, il corpo è caldo, i polmoni respirano, gli occhi si aprono alla luce del giorno e poi si chiudono, come si può parlare di morte? E cosa c’entrano i guelfi e i ghibellini? Qui c’entra anzitutto il vero, c’entra il reale-concreto, non perché sia alienante il riferimento al progetto di Dio sulle proprie creature, anzi, ma perché nessuno può darsi impunemente degli alibi allorché si tratta di constatare che si va verso l’alterazione del principio di eguaglianza tra tutti i cittadini.
Per questo motivo ci ha causato una grande tristezza la storia dolorosa eppure umanissima di Eluana, con l’obnubilamento in cui si è caduti circa i limiti che sono intrinseci all’esistenza terrena, quasi che essa potesse esistere solo nei termini in cui la desideriamo noi, priva di imperfezioni e asperità, di imprevisti o evenienze, che comunque fanno parte del suo impasto.
Non essere all’altezza dello standard vigente non può equivalere a una squalifica.
Il rifiuto anche solo dell’idea di malattia, di vecchiaia, di sofferenza fisica e morale è qualcosa che merita una riflessione rigorosa su se stessi, e ha a che fare con un’autocoscienza bonificata dal risentimento verso un destino percepito amaro o ingiusto.
So bene che qui si entra nel sacrario dei pensieri e dei sentimenti che ogni persona custodisce gelosamente dentro di sé.
Ma in una cultura in cui giustamente si vuol far valere il criterio della ragione e della ragionevolezza, questo non può avvenire solo fino ad un certo punto.
Bisogna piuttosto vigilare sui meccanismi nascosti dell’auto-indulgenza, ed essere moralmente forti, ossia interiormente attrezzati, nell’accettare la vita per quello che è, e partendo da questo dato operare per migliorarne le condizioni.
Con tutti gli avanzamenti, i progressi, le innovazioni che essa offre, ma anche con le sue sospensioni, le sue incompletezze, le sue incongruità, le sue aporie.
Alla fine è sulla nostra maturità che siamo sfidati, e sull’effettiva disponibilità a solidarizzare con il più debole: non a parole o a tratti, ma con la vita vissuta, che non per questo cesserà di rivelare panorami di bellezza indicibile.
Quando il dolore bussa, e non può essere neutralizzato del tutto, quando chiede ascolto, quando ci domanda di essere introdotto come un nuovo parametro di ordinarietà e dedizione, non bisogna fuggire.
E serve a poco imprecare, fino a isterilirsi.
Domanda: come pensiamo di cavarcela con i nostri giovani rispetto a quella innegabile componente della vita che, in un modo o nell’altro, si presenta ed è rappresentata dal dolore, dalla sofferenza, dalla fatica magari ingrata, dalla possibilità di far fronte all’insuccesso e all’ineluttabile? Non stiamo qui, per caso e involontariamente, ponendo le basi verso un’infelicità strutturale delle nuove generazioni, con i presupposti di una loro fatale inadeguatezza e i criteri non dichiarati, eppure meschini, di un nuovo tipo di selezione alla vita? 6.
Un fatto tuttavia ci ha confortato, e cioè che più si palesava l’azione mossa nei confronti della vita di Eluana, più la gente è sembrata farsi cauta, quasi pensosa, come intuisse in maniera un po’ più nitida l’effettiva posta in gioco.
Al momento della morte – evento che avremmo voluto scongiurare – si è percepito un sentimento di diffuso dolore, come di una sorella comune che non si era riusciti a salvare.
Ebbene, è opportuno ora che questa tensione non evapori dentro il turbinio mediatico.
Oltre a pregare per la sua anima, per i suoi parenti e i suoi amici, oltre a pregare per quanti si trovano nelle sue condizioni, dobbiamo immaginare una reazione morale e culturale capace di trasformare lo sgomento in un riscatto: se è possibile, in una crescita di consapevolezza e di iniziativa.
Su un versante molto importante spetta alla politica agire nell’approntare e varare, senza lungaggini o strumentali tentennamenti, un inequivoco dispositivo di legge che – in seguito al pronunciamento della Cassazione − preservi il Paese da altre analoghe avventure, ponendo attenzione a coordinarlo con l’altro sospirato provvedimento relativo alla cure palliative, e mettendo mano insieme alle Regioni ad un sistema efficace di hospice, che le famiglie attendono non per sgravarsi di un peso ma per essere aiutate a portarlo.
Sull’altro versante tocca alla società civile mobilitarsi per acquisire in prima persona una coscienza più matura della posta in gioco in termini antropologici e culturali, così da evitare nel futuro ingorghi concettuali e tentazioni di delega.
In questo ambito, c’è in campo l’iniziativa appena annunciata dai tre organismi di collegamento laicale − Scienza & Vita, il Forum delle Associazioni familiari e RetinOpera – che, nel tessuto vivo delle parrocchie, delle aggregazioni laicali, come degli ambienti e dei mezzi di comunicazione, merita di essere da noi incoraggiata e sostenuta.
Come Vescovi non possiamo non avere a cuore il superamento di qualunque rassegnazione culturale, mentre occorre portare conforto e far sentire una concreta vicinanza a tutte quelle famiglie che fanno fronte con sacrifici e dignità alle prove della vita.
Ma c’è un grazie speciale che noi Vescovi vogliamo oggi dire, ed è alla Suore Misericordine della clinica Beato Talamone di Lecco e alla loro splendida, ineffabile testimonianza.
Sappiamo che a loro non piace stare in alcun modo sulla ribalta, che rifuggono da quella notorietà che fare il bene talora procura, che sono disposte a subire anche l’ingiustizia piuttosto che protestare dinanzi a ingiurie e falsità.
Ma questo non significa che la comunità cristiana non sappia riconoscere in loro delle autentiche campionesse della carità secondo l’inno di san Paolo: «[…] La carità è paziente, è benigna […], non è invidiosa […], non si vanta, non si gonfia, non manca di rispetto, non gode dell’ingiustizia, ma si compiace della verità.
Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta […]».
(1Cor 13,1-13).
Quell’invocazione mansueta e quasi dolente che loro hanno rivolto − «Se c’è chi considera Eluana morta, lasciatela a noi che la sentiamo viva» − è stata per l’opinione pubblica un’autentica scossa, è stata finalmente uno scandalo buono.
In quel «sentire viva» c’era certo l’abilità professionale ma c’era, ad informare l’abilità, l’allenamento del cuore che rende capaci di riconoscere la vita e, nei limiti del possibile, farla palpitare anche nell’immobilità e nell’incoscienza.
«Lasciateci – concludevano le stesse Suore – la libertà di amare e di donarci a chi è debole».
Certo che gli uomini d’oggi ve la lasciano, Sorelle care, questa libertà benedetta, antica e nuova, mite e benefica, che al di là di ogni clamore è garanzia vera per i non garantiti di questa società.
Anzi, proprio questa vostra libertà additiamo alle giovani e ai ragazzi come il destino di una vocazione felice.
Vi ringraziamo, come ha già fatto il vostro Arcivescovo Cardinale Tettamanzi, per ogni giorno del vostro dono, e per il vostro donarvi, come ad Eluana, ad ogni altra creatura che vi è affidata.
Insieme a Voi, ringraziamo quanti Religiose e Religiosi sono sulla vostra stessa filiera di servizio, quanti si chinano ogni giorno con naturalezza e affidamento sui fratelli più piccoli e indifesi, e consumano i loro giorni e se stessi per gli altri.
La loro testimonianza commuove la Chiesa e misteriosamente la edifica nel cuore del mondo.
Ma edifica anche l’umanità intera nella sua autentica e intrinseca vocazione a non abbandonare nessuno, ma a farsi prossimo e solidale con tutti e con ciascuno nell’ora della maggiore debolezza.
7.
Mi pare giusto richiamare a questo punto il Convegno – «Chiesa nel Sud, Chiese del Sud: nel futuro da credenti responsabili» – che si è tenuto a Napoli il 12 e 13 febbraio scorso, e al quale ho avuto la gioia di partecipare almeno per la Concelebrazione eucaristica che si è svolta nella cattedrale partenopea, su invito amabile del confratello Cardinale Crescenzio Sepe.
Il loro riunirsi a vent’anni dallo storico incontro che produsse, tra l’altro, il documento Cei – «Chiesa italiana e Mezzogiorno» – è stata l’occasione per identificare le novità ma anche la persistenza di talune condizioni economiche e sociali del nostro Meridione.
Dalla ricognizione dei drammi e delle risorse di questa parte stupenda e martoriata del nostro Paese, è venuta una rinforzata consapevolezza su una serie di sfide che vanno affrontate con le armi del Vangelo, e forti della compagnia di Gesù Cristo.
In particolare su alcune denunce: un senso di abbandono da parte della collettività nazionale, un tasso di disoccupazione sproporzionato rispetto al resto del Paese, la presa tentacolare della malavita, che peraltro non si autolimita al Meridione essendo ormai presente su varie piazze del Nord come del Centro.
Tutti dobbiamo interrogarci con profonda onestà intellettuale, superando qualunque tentazione divisoria.
Dal canto loro, le Chiese del Sud, diverse ma unite, si sono dette pronte a mettere in rete energie e competenze, con l’obiettivo comune di far lievitare la vitalità ecclesiale.
Devo dire che noi tutti Vescovi d’Italia avvertiamo l’impeto che ci proviene da queste comunità radicate per storia e tradizioni, e che più di quanto forse non avvenga altrove sanno mantenere il profilo di una identità rigogliosa e popolare che è un patrimonio prezioso dell’intera Chiesa italiana.
Non mancheranno le occasioni per riprendere adeguatamente le fila dei discorsi avviati a Napoli, per tesserli in una circolarità di verifiche e di scambio, avendo a cuore il bene reciproco e la forza intrinseca della comunione che è la vera testimonianza da offrire a tutto il Paese.
Guardando più al largo, troviamo sempre qui gli elementi per uscire dalle «sabbie mobili» di una condizione di mediocrità spirituale, e per lasciarci ogni volta «prendere per mano» − che è come un’irruzione che ci cambia il cuore − lungo un cammino di conversione che è meta perenne dei discepoli di Cristo (cfr Benedetto XVI, Saluto all’Angelus, 25 gennaio 2009).
È ciò che ci siamo proposti per il tempo forte della Quaresima che è in atto nelle nostre Chiese e che amiamo considerare alla luce dei fondamentali della vita cristiana.
Il tema del digiuno su cui il Santo Padre ha inteso soffermarsi nel Messaggio di quest’anno ci pare particolarmente adatto per ricomprendere il senso di un impegno che è attuale nella misura in cui riesce ad incidere sul serio sulla nostra vita, inducendoci a prendere le distanze dalle voracità che la zavorrano, e liberarla in considerazione anche dei bisogni dei fratelli.
8.
Questo ci porta a dire una parola ancora sulla gravissima crisi economica che sta attanagliando il mondo intero, con esiti rovinosi in tutta una serie di Paesi, non esclusi alcuni europei.
L’impressione è che purtroppo non si sia ancora toccato il fondo, o quanto meno che non ci sia nessuno in grado di dire con certezza a che punto si è della perigliosa attraversata.
Ci sostiene ancora una volta la parola lucida del Santo Padre che se da una parte scorge il bisogno di «competenza» per parlare con credibilità e fuori da facili moralismi, dall’altra avverte necessaria «una grande consapevolezza etica» informata da una coscienza illuminata dal Vangelo (cfr Discorso all’Incontro con il Clero di Roma, 26 febbraio 2009).
Come già si disse nella precedente prolusione, si rivela sempre più urgente e necessario affermare in modo chiaro e forte e riscoprire a livello concreto l’anima etica della finanza e dell’economia.
Ma l’attuale congiuntura diverrà l’occasione, si chiede il Santo Padre, per capire che «esiste realmente il peccato originale?».
Diversamente non comprenderemo come, nonostante i grandi discorsi e le acute analisi, la ragione è come «oscurata da false promesse» e la «volontà curvata» sul proprio tornaconto: infatti si incappa in una «idolatria che sta contro il vero Dio» falsificandone l’immagine con quella di mammona.
Bisogna risalire alla «radice dell’avarizia», a quell’egoismo che «sta nel volere il mondo per me», quando occorre invece trovare «la strada della ragione, e della ragione vera» (ib).
Il compito che Benedetto XVI intravvede per la Chiesa è quello «di essere vigilante», così da «cercare essa stessa con le migliori forze che ha […] di farsi sentire, anche ai diversi livelli nazionali e internazionali, per aiutare e correggere», ostacolando «la dominazione dell’egoismo, che si presenta sotto pretesti di scienza e di economia».
Il Papa ci invita ad «essere realisti.
[…] La giustizia si realizza solo se ci sono i giusti».
Questo è il punto, avverte, in cui la macroeconomia coincide con la microeconomia: ma «i giusti non ci sono se non c’è il lavoro umile, quotidiano, di convertire i cuori.
[…] Perciò il lavoro dei parroci è così fondamentale, e non solo per la parrocchia, ma per l’umanità.
Perché se non ci sono i giusti, la giustizia rimane astratta.
E le strutture buone non si realizzano se si oppone l’egoismo fosse pure delle persone competenti» (ib).
Nello stesso discorso al clero di Roma, il Santo Padre aveva posto una domanda interessante: «Chi conosce gli uomini di oggi meglio del parroco?».
E aggiungeva: «Dal parroco gli uomini normalmente vanno senza maschera […].
Nessun’altra professione, mi sembra, dà questa possibilità di conoscere l’uomo com’è nella sua umanità» (ib).
Questa affermazione ci suona tra l’altro particolarmente efficace dinanzi all’iniziativa dell’«Anno sacerdotale», appena indetto dal Papa in occasione del 150° anniversario della morte del Santo Curato d’Ars, e che prenderà avvio il prossimo 19 giugno (Benedetto XVI, Discorso alla Plenaria della Congregazione per il Clero, 16.3.2009).
I sacerdoti, insieme ai religiosi e alle religiose, ma anche a moltissimi laici che partecipano direttamente alla pastorale, sono il volto quotidiano e immediato di una Chiesa tutt’altro che «rigida e fredda»; sono il volto amico di una Chiesa che cammina con la gente.
Il fatto ha una serie di applicazioni importanti e aiuta a individuare la collocazione della Chiesa anche nell’ambito di questa drammatica crisi: stare dalla parte delle persone reali, delle famiglie, dei lavoratori, degli indigenti, senza tuttavia tralasciare il quadro generale, ma essendo capace dentro a questo quadro di esprimere una preferenza ragionata, sulla quale sollecitare anche i pubblici poteri, in particolare quando sono a rischio i posti di lavoro (cfr Benedetto XVI, Saluto all’Angelus, 1 marzo 2009).
E molti sono già persi! È vero che oggi sembra di cogliere una maggiore consapevolezza circa le dimensioni reali di quel che ci attende e la necessità di fare della crisi l’occasione per riassorbire gli squilibri maggiori, ma proprio per questo va intensificata un’azione di supporto concreto e subito efficace verso i soggetti più deboli, e le famiglie che si trovano più scoperte.
A livello pastorale, è noto il fiorire in tantissime diocesi di iniziative di solidarietà concreta, cui si unisce l’importante impegno ai vari livelli della Caritas, come degli Istituti di vita consacrata.
Già è stata annunciata, in seguito all’ultimo Consiglio Permanente, l’istituzione di un fondo di garanzia per le famiglie in difficoltà, che nascerà da una colletta comune da farsi nei modi che decideremo.
La nostra gente sappia che i Vescovi le sono decisamente vicini e che la nostra Chiesa non ha altra ambizione che curvarsi sui più bisognosi, e interpretare in prima persona e senza risparmio nella situazione data la parabola del buon Samaritano (cfr Lc 10,30-37).
Vi ringrazio, venerati Confratelli, per l’attenzione che avete voluto prestare alle mie parole introduttive, ad un tempo, al dibattito che ora segue sugli stessi temi e quindi agli argomenti che sono all’ordine del giorno.
Ci aiuti il pensiero delle nostre Chiese, e la solidarietà che esse puntualmente esprimono a noi pastori.
Ci aiuti soprattutto lo Spirito a cercare e a fare la volontà del Signore Gesù.
Lo chiediamo per intercessione di Maria, che venereremo mercoledì nel mistero gaudioso dell’Annunciazione, e per intercessione di san Giuseppe e dei Santi nostri protettori.
Angelo Card.
Bagnasco Presidente Con il Papa, sempre e incondizionatamente.
“Stare con il Papa, sempre e incondizionatamente”: riferendosi a quella “che è la migliore tradizione del nostro cattolicesimo”, il card.
Angelo Bagnasco, presidente della Cei, ha scelto tale pensiero di solidarietà con Benedetto XVI per sintetizzare l’argomento posto in apertura della prolusione al Consiglio episcopale permanente che ha preso il via questo pomeriggio a Roma.
Dopo aver richiamato la “remissione della scomunica ai quattro vescovi consacrati da monsignor Lefebvre nel 1988”, e il “caso Williamson che imponderabilmente vi si è come sovrapposto”, Bagnasco ha precisato che lo stesso Pontefice ha messo “un punto fermo con l’ammirevole Lettera del 10 marzo 2009, indirizzata ai vescovi della Chiesa cattolica”.
“La sua disanima, per certi versi conturbante, degli ultimi episodi…
ha fatto emergere come per contrasto – ha aggiunto Bagnasco – il candore di chi non ha nulla da nascondere circa le proprie reali intenzioni, le motivazioni concrete delle proprie scelte, la coerenza di una vita vissuta unicamente all’insegna del servizio più trasparente alla Chiesa di Cristo”.
Pensieri analoghi sono stati poi espressi sul viaggio in Africa di Benedetto XVI e sui temi affrontati, per i quali – ha notato – “si è arrivati ad un ostracismo che esula dagli stessi canoni laici”.
Illusione di un nichilismo gaio e trionfante.
Soffermandosi sulle difficoltà vissute da vari Paesi africani, Bagnasco ha richiamato le polemiche sorte sulle dichiarazioni del Papa circa i sistemi di controllo delle nascite e ha espresso l’esigenza di continuare gli aiuti specie in campo sanitario “finanziando la distribuzione di medicinali accessibili a tutti”.
Si è occupato poi del tema del “secolarismo”, parlando del confronto in atto nella nostra società “tra due diverse, per molti aspetti antitetiche visioni antropologiche”.
Nel confronto tra la concezione trascendente e quella immanente della natura umana, Bagnasco ha evidenziato che emerge “una diversa concezione di libertà…
per i cristiani essa è addirittura dono di Dio creatore”.
Sull’altro versante, invece, “l’individuo finisce schiacciato dalla propria libertà, e ritenendo di essere pieno e assoluto padrone di se stesso, arriva a disporre di sé a prescindere da ciò che egli è fin dal principio del suo esistere”.
Il rischio insito in questa visione è di “scivolare inevitabilmente verso un nichilismo di senso e di valori che induce alla disgregazione dell’uomo e ad una società individualista fino all’ingiustizia ed alla violenza.
Anzi – ha aggiunto – verso un nichilismo gaio e trionfante, in quanto illuso di aver liberato la libertà”.
Il caso Englaro è l’eliminazione dei soggetti deboli.
Nella parte centrale della sua prolusione, il card.
Bagnasco ha poi parlato ampiamente di Eluana Englaro, “la ragazza lecchese che per 17 anni è vissuta in stato vegetativo persistente e che è stata fatta morire a Udine il 9 febbraio scorso”.
Ha così descritto il suo caso come “un’operazione tesa ad affermare un «diritto» di libertà inedito quanto raccapricciante, il diritto a morire, cioè a darsi e a dare la morte in talune situazioni da definire”.
Ha poi posto la domanda che deriva dal caso-Englaro: “Non stiamo attribuendo al «sistema» un diritto all’eliminazione dei soggetti inabili, quasi che costoro possano configurarsi come cittadini di serie B? E questo «diritto», che per ora si affaccia appena, una volta immesso nel corpus giuridico e nel costume pubblico, non è forse destinato a diventare col tempo più incalzante e spietato? E tale meccanismo non riguarderà anzitutto coloro che sono più deboli, bisognosi di assistenza e di premura da parte della collettività, perché segnati dalla vecchiaia o dalla malattia o dalla fragilità mentale?”.
Il presidente della Cei ha invece affermato che “nelle moderne democrazie la vita va difesa perché è indispensabile limitare il potere biopolitico sia della scienza sia dello Stato” difendendo “i diritti umani di tutti”.
Deriva eutanasica e compatibilità di budget.
Ancora rifacendosi al caso-Englaro e al rischio che divenga uno standard di comportamento, Bagnasco ha aggiunto: “Un’autorizzazione legalizzata di questo segno, cosa potrà produrre in termini di cultura, e dunque di gestione delle cure, nelle più diverse strutture sanitarie come nell’intero sistema socio-assistenziale, fino alle compatibilità ultime di budget?”.
Ha quindi parlato di “deriva eutanasica, (che) per quanto tecnicamente circoscritta o concettualmente edulcorata, è in realtà per gli uomini d’oggi, se ci si pensa bene, «una falsa soluzione», come ha affermato il Papa il 1 febbraio scorso”.
Di Eluana il card.
Bagnasco ha poi parlato in termini affettuosi e partecipi, rimarcando che “più si palesava l’azione mossa nei suoi confronti…
più la gente è sembrata farsi cauta, quasi pensosa, come intuisse in maniera un po’ più nitida l’effettiva posta in gioco”.
“Al momento della morte – ha poi detto – si è percepito un sentimento di diffuso dolore, come di una sorella comune che non si era riusciti a salvare”.
Insieme al ringraziamento alle Suore Misericordine della clinica lecchese che ha accolto Eluana per tanti anni, Bagnasco ha richiamato l’iniziativa di Scienza & Vita, Forum delle associazioni familiari e Retinopera, col manifesto “Liberi per Vivere.
Amare la Vita, fino alla fine”, assicurando il sostegno ideale dei vescovi italiani.
Crisi del sud e crisi economico-finanziaria.
Avviandosi verso la conclusione della prolusione, il presidente della Cei si è poi occupato del convegno “Chiesa nel Sud, Chiese del Sud: nel futuro da credenti responsabili”, svolto nel febbraio scorso.
Parlando di “questa parte stupenda e martoriata del nostro Paese – ha detto – è venuta una rinforzata consapevolezza su una serie di sfide che vanno affrontate con le armi del Vangelo”.
Ha così citato i temi della disoccupazione “sproporzionata rispetto al resto del Paese”, della malavita “che peraltro non si autolimita al Meridione, di un “senso di abbandono da parte della collettività nazionale”.
Passando poi al tema della crisi economica e finanziaria in corso, ha affermato che “l’impressione è che purtroppo non si sia ancora toccato il fondo, o quanto meno che non ci sia nessuno in grado di dire con certezza a che punto si è della perigliosa traversata”.
Ha quindi esortato, citando recenti interventi del Papa, “a riscoprire l’anima etica della finanza e dell’economia”, rinunciando “all’idolatria che sta contro il vero Dio” e invitando alla giustizia in campo economico e finanziario, che “si realizza solo se ci sono i giusti”.
Il volto amico della Chiesa.
L’ultimo argomento affrontato dal card.
Bagnasco nella prolusione è stato quello dell’“Anno Sacerdotale”, indetto dal Papa in occasione del 150° anniversario della morte del Santo Curato d’Ars, che prenderà avvio il 19 giugno.
“I sacerdoti, insieme ai religiosi e alle religiose, ma anche a moltissimi laici che partecipano direttamente alla pastorale – ha detto a questo proposito – sono il volto quotidiano e immediato di una Chiesa tutt’altro che «rigida e fredda»; sono il volto amico di una Chiesa che cammina con la gente.
Il fatto ha una serie di applicazioni importanti e aiuta a individuare la collocazione della Chiesa anche nell’ambito di questa drammatica crisi: stare dalla parte delle persone reali, delle famiglie, dei lavoratori, degli indigenti, senza tuttavia tralasciare il quadro generale, ma essendo capace dentro a questo quadro di esprimere una preferenza ragionata, sulla quale sollecitare anche i pubblici poteri, in particolare quando sono a rischio i posti di lavoro (cfr Benedetto XVI, Saluto all’Angelus, 1 marzo 2009).
E molti sono già persi!”, ha concluso.
Riferendosi a questa sensibilità e vicinanza ai problemi della gente, ha qui richiamato le tante iniziative di solidarietà avviate nelle diocesi italiane.
Avvenire, 23 Marzo 2009 La Chiesa sta «dalla parte delle persone reali, delle famiglie, dei lavoratori, degli indigenti».
Lo ha detto il cardinale Angelo Bagnasco, concludendo la sua prolusione al Consiglio permanente della Conferenza Episcopale Italiana (Cei), rivendicando una peculiarità della Chiesa, «volto amico che cammina con la gente».
Il presidente della Cei ha insistito su questo aspetto, quasi a contrapporre la realtà della vita quotidiana del popolo italiano con la visione distorta che ne danno i media, come dimostrano i casi – che il cardinal Bagnasco ha analizzato – degli attacchi al Papa, del caso Englaro e della deriva eutanasica, e della crisi economica.
Ma ecco in sintesi i principali passaggi della prolusione.
Il profluvio di critiche contro il Papa «si è prolungato oltre ogni buon senso» e «non accetteremo che il Papa, sui media o altrove, venga irriso o offeso».
Lo ha affermato il presidente della Cei, cardinale Angelo Bagnasco, nel suo discorso di apertura del Consiglio permanente della Conferenza episcopale italiana, invitando i vescovi a stringersi attorno al pontefice.
LE POLEMICHE – Una accorata difesa del Pontefice dalle critiche, spostatesi negli ultimi giorni dal fronte dei lefebvriani a quello dei preservativi, ha occupato tutta la prima parte del discorso del cardinale.
«Di certo si è prolungato, oltre ogni buon senso – ha detto – un pesante lavorio di critica, dall’Italia e soprattutto dall’estero, nei riguardi del nostro amatissimo Papa», sulla revoca della scomunica ai quattro vescovi lefebvriani e sul caso Williamson «che imponderabilmente vi si è come sovrapposto».
«Nessuno tuttavia – aggiunge il porporato – poteva aspettarsi che le polemiche sarebbero proseguite, e in maniera tanto pretestuosa, fino a configurare un vero e proprio disagio» sfociato poi nella lettera del Papa ai vescovi.
IL VIAGGIO IN AFRICA – Peggio ancora è andata con il «pellegrinaggio in Africa», un «viaggio impegnativo ed a un tempo ricco di speranza sovrastato nell’attenzione degli occidentali da una polemica, sui preservativi, che francamente non aveva ragion d’essere».
E in questa occasione «non ci si è limitati ad un libero dissenso – ha affermato con forza Bagnasco – ma si è arrivati ad un ostracismo che esula dagli stessi canoni laici».
Il presidente dei vescovi italiani parla di «irrisione» e «volgarità» giunta non solo dai media, ma anche da «alcuni esponenti politici europei» e «organismi sovranazionali».
«E mentre invitiamo i diversi interlocutori a non abbandonare mai il linguaggio di quel rispetto che è indice di civiltà, vorremmo dire, sommessamente ma con energia – ha concluso – che non accetteremo che il Papa, sui media o altrove, venga irriso o offeso».
ELUANA – Poi il cardinale ha parlato del caso di Eluana Englaro che ha rappresentato «un’operazione tesa ad affermare un diritto di libertà inedito quanto raccapricciante: il diritto a morire, darsi e dare la morte in talune situazioni da definire».
Quindi la richiesta: «Spetta alla politica agire nell’approntare e varare, senza lungaggini o strumentali tentennamenti, un inequivoco dispositivo di legge che – in seguito al pronunciamento della Cassazione – preservi il Paese da altre analoghe avventure, ponendo attenzione a coordinarlo con l’altro sospirato provvedimento relativo alla cure palliative, e mettendo mano insieme alle Regioni ad un sistema efficace di hospice, che le famiglie attendono non per sgravarsi di un peso ma per essere aiutate a portarlo».
DERIVA EUTANASICA – «Qualunque deriva eutanasica, per quanto circoscritta o edulcorata, è una falsa soluzione.
Nelle moderne democrazie, la vita va difesa perché è indispensabile limitare il potere «biopolitico» sia della scienza sia dello Stato.
Come vescovi», afferma il cardinale, «non possiamo non avere a cuore il superamento di qualunque rassegnazione culturale, che trova sostanza nel fermo sì alla tutela dei diritti umani di tutti e in un altrettanto netto no alla pena di morte, al commercio degli organi, alle mutilazioni sessuali, alle alterazioni fecondative, a qualsiasi manipolazione non terapeutica del corpo umano, pur se liberamente volute da persone adulte, informate e consenzienti».
Poi ha proseguito l’arcivescovo di Genova: «Ci ha causato una grande tristezza la storia dolorosa eppure umanissima di Eluana, quasi che essa potesse esistere solo nei termini in cui la desideriamo noi, priva di imperfezioni o asperità».
SCONTRO TRA CHI CREDE E CHI NO – Secondo Bagnasco, quindi, il vero scontro di civiltà è quello fra credenti e non credenti.
Non quindi un conflitto fra culture religiose diverse, ma tra chi fa discendere l’uomo da Dio, e da chi lo colloca nel mezzo di un’evoluzione ancora in corso «nell’esasperato paradigma evoluzionista» Corriere, 24 marzo ’09 NOTIZIE CORRELATE ·               La Ue al Papa: «Preservativi essenziali nella lotta all’Aids» ·               Lefebvriani, il Papa ai vescovi: «Colpito dalle ostilità» ·               Il Papa: dignità per la vita umana, anche quando è debole e sofferente        

La mobilità degli Insegnanti di Religione

Pubblichiamo in approfondimento il testo dell’O.M.
sulla mobilità per i docenti di religione per a.s.
2009/10, pubblicata oggi.
 Ordinanza Ministeriale n.36 Prot.
n.3812 Roma, 23 marzo 2009 MOBILITA’ DEL PERSONALE DOCENTE DI RELIGIONE CATTOLICA ANNO SCOLASTICO 2009/2010 IL MINISTRO DELL’ISTRUZIONE, DELL’UNIVERSITÀ E DELLA RICERCA Vista la legge 25-3-1985, n.
121, Visto il DPR 16-12-1985, n.
751, Visto il DPR 23-6-1990, n.
202, Vista la legge 23-10-1992, n.
421, Visto il DL 27-8-1993, n.
321, convertito dalla legge 27-10-1993, n.
423, Vista la legge 14-1-1994, n.
20, Visto il DLgs 16-4-1994, n.
297, e successive modificazioni e integrazioni, Vista la legge 23-12-1996, n.
662, Vista la legge 31-12-1996, n.
675 e successive modificazioni e integrazioni, Vista la legge 15-3-1997, n.
59, Vista la legge 15-5-1997, n.
127, e successive modificazioni, Visto il Dpr 18-6-1998, n.
233, Visto il Dpr 8-3-1999, n.
275, Vista la legge 3-5-1999, n.
124, Visto il Dpr 28-12-2000, n.
445, Visto DLgs 30-3-2001, n.
165, e successive modificazioni e integrazioni, Visto il DL 3-7-2001, n.
255, convertito, con modificazioni, dalla legge 20-8-2001, n.
333, Visto il DLgs 30-6-2003, n.
196, Vista la legge 18-7-2003, n.
186, Visto il Dpr 21-12-2007, n.
260, Visto il DM 24-3-2005, n.
42, Visto il DM 13-4-2006, n.
37, Visto il Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro del Comparto Scuola per il quadriennio giuridico 2006-09 e per il biennio economico 2006-07 sottoscritto il 29-11-2007, Visto il Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro relativo al personale del Comparto Scuola per il biennio economico 2008-2009 sottoscritto il 23-1-2009, Visto il Contratto Collettivo Nazionale Integrativo concernente la mobilità del personale docente, educativo ed a.t.a.
per l’anno scolastico 2009-10, sottoscritto il 12-2-2009, Vista l’Ordinanza Ministeriale 13-2-2009, n.
18, sulla mobilità del personale della scuola, Vista l’Ordinanza Ministeriale 21-2-2008, n.
27, sulla mobilità del personale docente di religione cattolica per l’anno scolastico 2008-09, Considerato che gli insegnanti di religione cattolica, ancorché assunti nei ruoli dello Stato, sono vincolati da specifiche norme di natura concordataria e sono assegnati, ed ivi incardinati, a circoscrizioni territoriali diocesane che non coincidono con le circoscrizioni amministrative che regolano la titolarità del restante personale della scuola, Ritenuto di non poter trattare in maniera meccanizzata la mobilità degli insegnanti di religione cat-tolica, ma di dover ricorrere, anche per quest’anno, ad una gestione manuale di detto perso-nale, Sentite le Organizzazioni Sindacali del Comparto Scuola che hanno sottoscritto il Contratto Collet-tivo Nazionale Integrativo sulla mobilità del personale della scuola per l’anno scolastico 2009-10, ORDINA Articolo 1 – Campo di applicazione dell’ordinanza e principi generali 1.
La presente Ordinanza disciplina la mobilità per l’anno scolastico 2009-10 degli insegnan-ti di religione cattolica assunti nei ruoli di cui alla legge 186/03.
Le disposizioni contenute nella presente Ordinanza determinano le modalità di applicazione delle disposizioni dell’art.
37bis del Contratto Collettivo Nazionale Integrativo sottoscritto il 12-2-2009, concernente la mobilità del per-sonale della scuola.
2.
Nel rispetto della normativa concordataria vigente, in tutte le operazioni di mobilità che li riguardano gli insegnanti di religione cattolica devono essere in possesso del riconoscimento di ido-neità rilasciato dall’ordinario della diocesi di destinazione e deve essere raggiunta una intesa sulla utilizzazione tra il medesimo ordinario diocesano e il Direttore Generale dell’Ufficio scolastico re-gionale o un suo delegato relativamente alla sede o alle sedi di servizio.
Nell’individuare un posto di insegnamento le autorità scolastica ed ecclesiastica citate possono eccezionalmente configurare cat-tedre o posti misti, articolati contemporaneamente su scuola dell’infanzia e scuola primaria o su scuola secondaria di primo e secondo grado.
3.
Gli insegnanti di religione cattolica hanno titolarità in un organico regionale articolato per diocesi e sono utilizzati nelle singole sedi scolastiche sulla base di un’intesa raggiunta, al momento della prima assunzione, tra il Direttore Generale dell’Ufficio scolastico regionale e l’ordinario dioce-sano competente.
Detta assegnazione di sede si intende confermata automaticamente di anno in an-no qualora permangano le condizioni e i requisiti prescritti dalle vigenti disposizioni di legge.
4.
Possono partecipare alle operazioni di mobilità territoriale a domanda per transitare nel contingente di diocesi diversa da quella di appartenenza, ubicata nella stessa regione di titolarità, gli insegnanti di religione cattolica che con l’anno scolastico 2008-09 abbiano almeno due anni di an-zianità giuridica di servizio in ruolo.
5.
Possono partecipare alle operazioni di mobilità territoriale a domanda per acquisire la tito-larità in altra regione, con conseguente assegnazione al contingente di altra diocesi, gli insegnanti di religione cattolica che con l’anno scolastico 2008-09 abbiano almeno tre anni di anzianità giuridica di servizio in ruolo.
6.
La mobilità professionale degli insegnanti di religione cattolica, ai sensi dell’art.
4, c.
1, della legge 186/03, è limitata al passaggio dal settore formativo corrispondente al ruolo per l’inse-gnamento della religione cattolica nella scuola dell’infanzia e primaria al settore formativo corri-spondente al ruolo per l’insegnamento della religione cattolica nella scuola secondaria di primo e secondo grado, o viceversa.
Possono partecipare a detta mobilità professionale gli insegnanti che, avendo superato il periodo di prova, siano in possesso dell’idoneità concorsuale anche per il settore formativo richiesto e dell’idoneità ecclesiastica rilasciata, per l’ordine e grado di scuola richiesto, dall’ordinario diocesano competente.
7.
Gli insegnanti di religione cattolica assunti nel ruolo della scuola dell’infanzia e primaria ma assegnati alla scuola dell’infanzia in quanto in possesso dei soli titoli di qualificazione per l’inse-gnamento nella scuola dell’infanzia possono partecipare alle operazioni di mobilità territoriale uni-camente per essere utilizzati in scuole dell’infanzia.
Ove abbiano conseguito nel frattempo una qua-lificazione che li abiliti ad insegnare anche nella scuola primaria, e siano in possesso della specifica idoneità all’insegnamento della religione cattolica anche nella scuola primaria, possono partecipare alle operazioni di mobilità, sempre d’intesa con l’autorità ecclesiastica competente, su una sede di scuola primaria o su un posto misto di scuola primaria e dell’infanzia.
8.
Le tabelle allegate al Contratto Collettivo Nazionale Integrativo concernente la mobilità del personale della scuola, sottoscritto il 12-2-2009, sono valide, con le precisazioni di cui al suc-cessivo articolo 4, anche per la mobilità degli insegnanti di religione cattolica.
9.
La presente Ordinanza è diramata a mezzo della rete Intranet e Internet ed affissa agli albi degli Uffici scolastici regionali, degli Uffici scolastici provinciali e delle Istituzioni scolastiche.
Articolo 2 – Termini per le operazioni di mobilità 1.
Le domande di mobilità devono essere presentate da tutto il personale di cui al precedente articolo dal 30 marzo al 28 aprile 2009.
Le domande sono elaborate manualmente dagli uffici indi-cati negli articoli successivi.
2.
Il termine per la pubblicazione di tutti i movimenti di detto personale, come definiti dal-l’articolo 37bis del CCNI sottoscritto il 12 febbraio 2009, è fissato al 30 giugno 2009.
3.
Il termine ultimo per la presentazione della richiesta di revoca delle domande è fissato al 15 giugno 2009.
Articolo 3 – Presentazione delle domande 1.
Gli insegnanti di religione cattolica di cui all’art.
1 devono indirizzare le domande di tra-sferimento e di passaggio, redatte in conformità agli appositi modelli riportati negli allegati alla pre-sente Ordinanza e corredate dalla relativa documentazione, all’Ufficio scolastico regionale della Regione di titolarità e presentarle al dirigente dell’Istituzione scolastica presso la quale prestano ser-vizio.
2.
Nel caso di diocesi che insistono sul territorio di più Regioni, gli insegnanti di religione cattolica, a prescindere dall’ubicazione della sede diocesana, devono indirizzare le domande di tra-sferimento e di passaggio, sempre redatte in conformità ai modelli allegati e corredate della relativa documentazione, all’Ufficio scolastico regionale della Regione in cui si trova l’Istituzione scolastica presso la quale prestano servizio e presentarla al dirigente scolastico della medesima Istituzione scolastica.
3.
Le domande dei docenti appartenenti ai ruoli della Val d’Aosta, intese ad ottenere il trasfe-rimento o il passaggio nelle scuole del rimanente territorio nazionale, devono essere inviate all’Uffi-cio scolastico regionale per il Piemonte.
4.
Le domande devono contenere le seguenti indicazioni: generalità dell’interessato , regione di titolarità, diocesi e scuola presso la quale l’insegnante presta servizio per utilizzazione nel corren-te anno scolastico.
5.
I docenti devono redigere le domande, sia di trasferimento che di passaggio, in conformità ai seguenti allegati e secondo le istruzioni riferite agli allegati medesimi: – scuole dell’infanzia e primarie Allegato TR1 (trasferimenti) e Allegato PR1 (passaggi) – scuole secondarie di I e II grado Allegato TR2 (trasferimenti) e Allegato PR2 (passaggi) 6.
I docenti che intendono chiedere contemporaneamente il trasferimento ed il passaggio de-vono presentare distintamente una domanda per il trasferimento e una domanda per il passaggio, precisando nella domanda di passaggio a quale delle due intendano dare la precedenza.
In mancanza di indicazioni chiare viene data precedenza al trasferimento.
7.
In caso di richiesta contemporanea di trasferimento e di passaggio è consentito documen-tare una sola delle domande, essendo sufficiente per l’altra il riferimento alla documentazione alle-gata alla prima.
8.
Le domande devono essere corredate dalla documentazione attestante il possesso dei titoli per l’attribuzione dei punteggi previsti dalle tabelle di valutazione allegate al Contratto Collettivo Nazionale Integrativo sottoscritto il 12-2-2009, con le specificazioni previste dal successivo articolo 4.
Le domande di trasferimento devono contenere il certificato di riconoscimento dell’idoneità ec-clesiastica rilasciato dall’ordinario della diocesi di destinazione.
Le domande di passaggio devono contenere l’indicazione relativa al possesso della specifica idoneità concorsuale, oltre all’idoneità ecclesiastica rilasciata, per l’ordine e grado di scuola richiesto, dall’ordinario diocesano competente.
Non saranno prese in considerazione le domande prive della dichiarazione di idoneità dell’ordinario diocesano competente.
9.
I titoli di servizio valutabili ai sensi della relativa tabella devono essere attestati dall’inte-ressato sotto la propria responsabilità con dichiarazione personale in carta semplice e riportati nel-l’apposita casella del modulo domanda.
10.
I titoli valutabili per esigenze di famiglia devono essere documentati secondo quanto in-dicato nell’articolo 9 del Contratto Collettivo Nazionale Integrativo sottoscritto il 12-2-2009, con-cernente la mobilità del personale della scuola.
11.
Le dichiarazioni mendaci, le falsità negli atti e l’uso di atti falsi sono puniti a norma delle disposizioni vigenti.
Articolo 4 – Documentazione delle domande 1.
Le domande sono prese in esame solo se redatte utilizzando l’apposito modulo allegato al-la presente Ordinanza, disponibile nella rete Intranet ed Internet.
Il mancato utilizzo dell’apposito modulo comporta l’annullamento delle domande.
2.
Le domande vanno corredate dalla certificazione di idoneità rilasciata dall’Ordinario Dio-cesano di destinazione, nonché dalle dichiarazioni, in carta semplice, dei servizi prestati, redatte in conformità al modello D allegato alla presente Ordinanza, ovvero dal certificato di servizio.
3.
La valutazione delle esigenze di famiglia e dei titoli deve avvenire ai sensi della tabella al-legata al Contratto Collettivo Nazionale Integrativo sottoscritto il 12-2-2009 e va effettuata esclusi-vamente in base alla documentazione, in carta semplice, da produrre da parte degli interessati uni-tamente alla domanda, nei termini previsti .
4.
In relazione alle Tabelle A) e B) per la valutazione dei titoli ai fini dei trasferimenti a do-manda e d’ufficio e ai fini della mobilità professionale si noti che nei confronti degli insegnanti di religione cattolica non trovano di fatto applicazione i punteggi previsti alle lettere B3) e C1).
Per-tanto non andranno compilate le caselle corrispondenti nel modulo domanda.
In relazione ai titoli generali (punto III), non trova inoltre applicazione il punteggio previsto alla lettera A) e quindi non sono da compilare le corrispondenti caselle dei moduli domanda.
Va invece riconosciuto il punteg-gio relativo alla lettera B), superamento di un pubblico concorso ordinario, data la natura particolare del concorso riservato cui tutti gli insegnanti di religione cattolica hanno partecipato.
Tra i titoli previsti nel medesimo punto alla lettera C) deve essere compreso anche ogni diploma di specializ-zazione di durata almeno biennale riconducibile ad una delle discipline di cui all’allegato A del DM 15-7-1987, conseguito dopo la laurea o la licenza presso facoltà teologiche o istituzioni accademi-che di diritto pontificio comprese negli elenchi forniti dalla Conferenza Episcopale Italiana.
Tra i titoli previsti alla successiva lettera D) deve essere compreso anche ogni diploma di scienze religio-se, magistero in scienze religiose ed ogni titolo di baccalaureato o equivalente, conseguito in una delle discipline di cui all’allegato A del DM 15-7-1987 presso facoltà teologiche o istituzioni acca-demiche di diritto pontificio comprese negli elenchi forniti dalla Conferenza Episcopale Italiana, in aggiunta al titolo che ha consentito l’accesso al ruolo.
Tra i titoli previsti alla lettera E) deve essere compreso anche ogni corso di perfezionamento di durata non inferiore ad un anno ed ogni master di primo o secondo livello attivati da facoltà teologiche o istituzioni accademiche di diritto pontificio comprese negli elenchi forniti dalla Conferenza Episcopale Italiana in materie riconducibili alle di-scipline di cui all’allegato A del DM 15-7-1987.
Tra i titoli previsti alla lettera F) deve essere com-preso anche ogni titolo di licenza o equivalente conseguito in una delle discipline di cui all’allegato A del DM 15-7-1987 presso facoltà teologiche o istituzioni accademiche di diritto pontificio com-prese negli elenchi forniti dalla Conferenza Episcopale Italiana, in aggiunta al titolo che ha consen-tito l’accesso al ruolo.
Tra i titoli previsti alla lettera G) deve essere compreso anche il consegui-mento del dottorato in una delle discipline di cui all’allegato A del DM 15-7-1987 presso facoltà te-ologiche o istituzioni accademiche di diritto pontificio comprese negli elenchi forniti dalla Confe-renza Episcopale Italiana, in aggiunta al titolo che ha consentito l’accesso al ruolo.
Non trova infine applicazione il punteggio previsto alla lettera I).
Pertanto non vanno compilate le corrispondenti ca-selle dei moduli domanda.
5.
Il servizio prestato, per almeno 180 giorni o alle condizioni previste dalla nota 4 dell’allegato D del Contratto Collettivo Nazionale Integrativo sottoscritto il 12-2-2009, in insegna-mento diverso da quello di religione cattolica è da valutare con lo stesso punteggio previsto per il servizio non di ruolo.
Non è riconoscibile il servizio prestato nell’insegnamento della religione cat-tolica, successivamente al 1 settembre 1990, senza il possesso del prescritto titolo di qualificazione.
Nel caso di titolo conseguito in costanza di servizio, il servizio medesimo è riconoscibile a partire dalla data di conseguimento.
6.
A tutti gli insegnanti di religione cattolica è consentito far valere come titolo di accesso al ruolo quello più conveniente tra quelli eventualmente posseduti e, di conseguenza, far valere gli al-tri come titoli aggiuntivi, a prescindere da quelli effettivamente utilizzati e valutati in occasione del concorso per l’accesso al ruolo.
Come previsto al punto 4.6.2.
del DPR 751/1985, sono in ogni caso da ritenere dotati della qualificazione necessaria per il loro insegnamento «gli insegnanti di religio-ne cattolica delle scuole secondarie e quelli incaricati di sostituire nell’insegnamento della religione cattolica l’insegnante di classe nelle scuole elementari, che con l’anno scolastico 1985-86 abbiano cinque anni di servizio».
Pertanto, i servizi prestati dai soggetti in possesso dei requisiti sopra citati sono da valutare ai fini della mobilità, ivi incluso il quinquennio utilizzato come titolo di qualifica-zione.
7.
Ai fini della validità di tale documentazione si richiamano le disposizioni contenute nelle predette tabelle di valutazione, che valgono per gli insegnanti di entrambi i ruoli.
8.
Relativamente alla lettera C) del punto II – esigenze di famiglia – della tabella di valuta-zione (Allegato D), lo stato di figlio maggiorenne che, a causa di infermità o difetto fisico o menta-le, si trovi nell’assoluta o permanente impossibilità di dedicarsi ad un proficuo lavoro, deve essere documentato con certificazione o copia autenticata della stessa rilasciata dalla A.S.L.
o dalle preesi-stenti commissioni sanitarie provinciali.
Relativamente alla lettera D) del punto II – esigenze di fa-miglia – della medesima tabella, il ricovero permanente del figlio, del coniuge o del genitore deve essere documentato con certificato rilasciato dall’istituto di cura.
Il bisogno, da parte dei medesimi, di cure continuative tali da comportare di necessità la residenza nella sede dell’istituto di cura, deve essere, invece, documentato con certificato rilasciato da ente pubblico ospedaliero o dall’azienda sanitaria locale o dall’ufficiale sanitario o da un medico militare.
L’interessato deve, altresì, comprovare con dichiarazione personale, redatta a norma delle di-sposizioni contenute nel DPR 28 dicembre 2000, n.
445, così come modificato e integrato dall’art.
15 della legge 16 gennaio 2003, n.
3, che il figlio, il coniuge, il genitore può essere assistito soltanto in un comune sito nel territorio della diocesi richiesta per trasferimento, in quanto nel territorio della diocesi di attuale titolarità non esiste un istituto di cura presso il quale il medesimo può essere assi-stito.
Per i figli tossicodipendenti l’attuazione di un programma terapeutico e socio-riabilitativo deve essere documentata con certificazione rilasciata dalla struttura pubblica o privata in cui avviene la riabilitazione stessa (artt.
114, 118 e 122 del DPR 9-10-1990, n.
309).
L’interessato deve comprovare, sempre con dichiarazione personale, che il figlio tossicodi-pendente può essere assistito soltanto nel comune sito nel territorio della diocesi richiesta per trasfe-rimento in quanto nella diocesi di attuale titolarità non esiste una struttura pubblica o privata presso la quale il medesimo può essere sottoposto a programma terapeutico e socio-riabilitativo, ovvero perché in tale comune – residenza abituale – il figlio tossicodipendente viene sottoposto a pro-gramma terapeutico con l’assistenza di un medico di fiducia come previsto dall’art.
122, c.
3, del ci-tato DPR n.
309/90.
In mancanza di detta dichiarazione, la documentazione esibita non viene presa in considerazione.
9 .
Nel caso dei trasferimenti per i quali si intendano far valere le precedenze di cui all’art.
7 del CCNI sulla mobilità sottoscritto il 12-2-2009, il comune di residenza dei familiari deve apparte-nere al territorio della diocesi per la quale si chiede il trasferimento.
L’effettiva assegnazione dell’in-segnante di religione cattolica ad una scuola situata nel comune di residenza dei familiari è tuttavia regolata dall’intesa che l’Ufficio scolastico regionale raggiunge con l’ordinario diocesano per l’uti-lizzazione dell’insegnante.
10.
A norma delle disposizioni contenute nel DPR 28 dicembre 2000, n.
445, così come mo-dificato e integrato dall’art.
15 della legge 16 gennaio 2003, n.
3, l’interessato può attestare con di-chiarazioni personali l’esistenza di figli minorenni (precisando in tal caso la data di nascita), lo stato di celibe, nubile, coniugato, vedovo o divorziato, il rapporto di parentela con le persone con cui chiede di ricongiungersi, la residenza delle medesime , l’inclusione nella graduatoria di merito in pubblico concorso per esami , i diplomi di specializzazione, i diplomi universitari, i corsi di perfe-zionamento, i diplomi di laurea, il dottorato di ricerca.
Ai fini dell’attribuzione del punteggio previ-sto dalla lettera E) del punto III – titoli generali – della tabella, nella relativa certificazione deve es-sere indicata la durata, almeno annuale, del corso con il superamento della prova finale.
Per gli in-segnanti della scuola secondaria, nel caso in cui il titolo di accesso al ruolo sia costituito da un di-ploma di laurea valido nell’ordinamento italiano, unitamente a un diploma rilasciato da un istituto di scienze religiose riconosciuto dalla Conferenza Episcopale Italiana, i titoli devono essere valutati congiuntamente e uno dei due non può essere valutato separatamente come titolo aggiuntivo.
11.
Il personale che chiede il passaggio deve dichiarare di possedere l’idoneità concorsuale relativa al ruolo richiesto e deve allegare il riconoscimento di idoneità ecclesiastica relativa all’inse-gnamento della religione cattolica nell’ordine e grado richiesto, rilasciato dall’ordinario diocesano competente per territorio.
12.
In attuazione dell’art.
7, c.
1, punto VIII) del Contratto Collettivo Nazionale Integrativo sottoscritto il 12-2-2009, concernente la mobilità del personale della scuola, il personale che a se-guito della riduzione del numero delle aspettative sindacali retribuite intenda avvalersi della prece-denza nei trasferimenti interregionali a domanda deve dichiarare di aver svolto attività sindacale e di aver avuto il domicilio negli ultimi tre anni nel territorio della diocesi richiesta; tale diritto può essere esercitato solo nell’anno successivo al venire meno del distacco sindacale.
13.
I responsabili dell’Ufficio scolastico regionale potranno procedere, ove ne ravvisino l’opportunità, ad una verifica d’ufficio della veridicità delle dichiarazioni personali rilasciate .
14.
Le dichiarazioni mendaci, la falsità negli atti e l’uso di atti falsi, nei casi previsti dal DPR 28 dicembre 2000, n.
445, così come modificato e integrato dall’art.
15 della legge 16 gennaio 2003, n.
3, sono puniti a norma delle disposizioni vigenti in materia.
Articolo 5 – Rettifiche, revoche e rinunce 1.
Successivamente alla scadenza dei termini per la presentazione delle domande di trasfe-rimento e di passaggio non è più consentito integrare o modificare (anche per quanto riguarda l’or-dine) le preferenze già espresse, né la documentazione allegata.
2.
È consentita la revoca delle domande di movimento presentate.
La richiesta di revoca de-ve essere inviata tramite la scuola di servizio o presentata all’Ufficio scolastico regionale della Re-gione di titolarità dell’interessato ed è presa in considerazione soltanto se pervenuta entro il 15 giu-gno 2009.
3.
L’aspirante, qualora abbia presentato più domande di movimento, sia di trasferimento che di passaggio, deve dichiarare esplicitamente se intende revocare tutte le domande o solo una.
In tale ultimo caso deve chiaramente indicare la domanda per la quale chiede la revoca.
In mancanza di ta-le precisazione la revoca si intende riferita a tutte le domande di movimento.
4.
Non è ammessa la rinuncia, a domanda, del trasferimento concesso, salvo che tale rinun-cia non venga richiesta per gravi sopravvenuti motivi, debitamente comprovati, e a condizione, al-tresì, che il posto di provenienza sia rimasto vacante e che la rinuncia non incida negativamente sul-le operazioni relative alla gestione dell’organico di fatto.
Il posto reso disponibile dal rinunciatario non influisce sui trasferimenti già effettuati e non comporta, quindi, il rifacimento degli stessi.
5.
Il procedimento di accettazione o diniego della richiesta di rinuncia o di revoca deve, a norma dell’art.
2 della legge 241/90, essere concluso con un provvedimento espresso.
Articolo 6 – Organi competenti a disporre i trasferimenti ed i passaggi.
Pubblicazione del movimento e adempimenti successivi 1.
I trasferimenti ed i passaggi degli insegnanti di religione cattolica sono disposti dal Diret-tore Generale dell’Ufficio scolastico regionale o da un suo delegato per ciascuna delle diocesi di competenza entro le date stabilite dal precedente articolo 2.
L’elenco graduato di coloro che hanno ottenuto il trasferimento o il passaggio viene affisso all’albo dell’Ufficio scolastico regionale, con l’indicazione, a fianco di ogni nominativo, della diocesi di destinazione, del punteggio complessivo e delle eventuali precedenze, nel rispetto delle norme di cui alla legge 675/96 e al DLgs 196/03.
2.
Agli insegnanti che hanno ottenuto il trasferimento o il passaggio viene data comunica-zione del provvedimento presso la scuola di servizio.
3.
Contemporaneamente alla pubblicazione degli elenchi e alla comunicazione del provve-dimento alle Istituzioni scolastiche, gli Uffici scolastici regionali provvedono alle relative comuni-cazioni: alla Istituzione scolastica di provenienza, alla diocesi di provenienza, alla diocesi di desti-nazione, al locale dipartimento provinciale del Tesoro.
4.
L’elenco di coloro che hanno ottenuto il trasferimento o il passaggio viene trasmesso dal-l’Ufficio scolastico regionale all’ordinario diocesano competente.
Contestualmente a detta trasmis-sione il Direttore Generale dell’Ufficio scolastico regionale o un suo delegato stabilisce gli opportu-ni contatti con le diocesi di competenza per definire l’intesa relativa alla sede di utilizzazione degli insegnanti oggetto di detti movimenti.
5.
L’intesa sulla sede di utilizzazione di ciascun insegnante deve essere raggiunta entro il 31 luglio 2009 e di essa deve essere data comunicazione ai dirigenti scolastici delle scuole di prove-nienza e di destinazione degli insegnanti interessati.
Il dirigente scolastico della scuola di destina-zione deve comunicare l’avvenuta assunzione di servizio con l’inizio del nuovo anno scolastico al-l’Ufficio scolastico regionale, alla diocesi e al competente dipartimento provinciale del Tesoro.
Articolo 7 – Fascicolo personale 1.
I dati personali dei soggetti interessati alla mobilità devono essere utilizzati solo per fini di carattere istituzionale e per l’espletamento delle procedure legate alla stessa mobilità; i dati in questione possono essere comunicati o diffusi ai soggetti pubblici alle condizioni di cui ai commi 2 e 3 dell’art.
19 del DLgs 30 giugno 2003, n.
196, “Codice in materia di protezione dei dati persona-li”.
Per quanto attiene al trattamento dei dati sensibili personali si fa riferimento ai principi generali richiamati dal citato DLgs 30-6-2003, n.
196, che ha sostituito il DLgs 11-5-1999, n.
135, recante disposizioni integrative della legge 31-12-1996, n.
675, in materia di trattamento dei dati sensibili da parte di soggetti pubblici.
2.
I fascicoli personali di coloro che risultano trasferiti sono trasmessi, a cura dell’Istituzione scolastica di provenienza all’Istituzione scolastica di destinazione con l’inizio del nuovo anno scola-stico.
Articolo 8 – Domanda di trasferimento e di passaggio 1.
Gli insegnanti di religione cattolica possono chiedere l’utilizzazione in altra sede della stessa diocesi in occasione dei movimenti di assegnazione provvisoria e utilizzazione regolati da apposito Contratto Collettivo Nazionale Integrativo.
In quella stessa occasione gli insegnanti in ser-vizio in diocesi che insistono sul territorio di più regioni possono presentare domanda di utilizza-zione in una sede scolastica appartenente alla stessa diocesi ma ad una regione diversa.
In questo caso i Direttori Generali degli Uffici scolastici regionali coinvolti stabiliscono i necessari accordi per le opportune compensazioni di organico.
2.
Le sedi assegnate per utilizzazione agli insegnanti di religione cattolica si intendono con-fermate automaticamente di anno in anno qualora permangano le condizioni e i requisiti prescritti dalle vigenti disposizioni di legge, cioè finché permanga la disponibilità oraria nell’Istituzione sco-lastica e finché non sia revocata l’idoneità rilasciata dall’ordinario diocesano competente.
In caso di utilizzazione con completamento orario esterno la conferma automatica riguarda la sede in cui l’in-segnante ha il maggior numero di ore ovvero quella che figura per prima nel decreto di utilizzazio-ne; ferma restando tale sede, in caso di variazione oraria in una delle sedi deve essere comunque raggiunta una specifica intesa con l’ordinario diocesano competente.
3.
Gli insegnanti di religione cattolica, con una stessa domanda, possono chiedere il trasfe-rimento in altre diocesi della medesima regione o in altre diocesi di diversa regione, o congiunta-mente per le une e per le altre.
4.
In materia di mobilità professionale gli insegnanti di religione cattolica, ai sensi dell’arti-colo 4, c.
1, della legge 186/03, possono chiedere solo il passaggio al ruolo del medesimo insegna-mento di religione cattolica in diverso settore formativo, qualora siano in possesso dell’idoneità concorsuale relativa all’altro settore formativo e dell’idoneità ecclesiastica rilasciata dall’ordinario diocesano competente per l’ordine e grado scolastico richiesto.
Gli insegnanti di religione cattolica, pertanto, non possono chiedere il passaggio ad altro tipo di insegnamento anche se in possesso dei titoli di qualificazione previsti per tale servizio.
5.
Gli insegnanti che intendono chiedere contemporaneamente trasferimento e passaggio de-vono precisare, nell’apposita sezione del modulo domanda di passaggio, a quale movimento (trasfe-rimento o passaggio) intendono dare precedenza.
In mancanza di indicazioni chiare viene data pre-cedenza al trasferimento.
6.
È consentito il passaggio alle scuole con lingua d’insegnamento slovena (o viceversa) a condizione che l’aspirante sia in possesso dei titoli di accesso specificamente richiesti e che sul mo-vimento si raggiunga l’intesa con l’ordinario diocesano competente.
Articolo 9 – Indicazione delle preferenze 1.
Le preferenze devono essere indicate nell’apposita sezione del modulo-domanda e sono relative agli ambiti territoriali della regione e della diocesi.
2.
Gli insegnanti di religione cattolica possono chiedere il trasferimento o il passaggio in al-tra diocesi della stessa o di diversa regione a condizione di essere in possesso di idoneità riconosciu-ta dall’ordinario della diocesi richiesta.
A tale scopo, l’attestato di riconoscimento di idoneità deve essere allegato alla domanda, con la specificazione dell’ordine e grado di scuola per il quale l’inse-gnante è riconosciuto idoneo.
In mancanza di tale ultima specificazione l’insegnante è considerato idoneo per tutti gli ordini e gradi scolastici, fermo restando che la sua destinazione su una sede spe-cifica deve essere oggetto di intesa tra il Direttore Generale dell’Ufficio scolastico regionale e l’or-dinario diocesano competente per territorio.
3.
Con una stessa domanda è possibile chiedere il trasferimento in più di una diocesi.
Per ciascuna delle diocesi richieste deve essere allegato l’attestato di riconoscimento dell’idoneità rila-sciato dall’ordinario della diocesi richiesta.
4.
Nell’assegnazione di nuova titolarità si segue l’ordine delle operazioni fissato dall’art.
37bis, c.
4, del vigente CCNI sulla mobilità.
5.
È possibile esprimere preferenze fino a un massimo di cinque diocesi situate oltre che nel-la regione di appartenenza anche in un’altra regione per entrambi i ruoli di provenienza degli aspi-ranti.
6.
Qualora una diocesi insista sul territorio di più regioni, l’insegnante deve precisare nella porzione del territorio diocesano corrispondente a quale regione intende chiedere il trasferimento.
Ciascuna porzione è trattata come se fosse una distinta diocesi.
7.
Qualsiasi richiesta formulata in difformità alle disposizioni contenute nel presente articolo è da ritenere nulla e non produttiva di effetti.
Articolo 10 – Adempimenti dei dirigenti scolastici e degli uffici amministrativi 1.
Il dirigente scolastico, dopo l’accertamento della esatta corrispondenza fra la documenta-zione allegata alla domanda e quella elencata, procede all’acquisizione della domanda.
Effettuate ta-li operazioni, il dirigente scolastico deve inviare all’Ufficio scolastico regionale competente le do-mande originali di trasferimento e di passaggio corredate della documentazione entro l’8 maggio 2009.
2.
L’Ufficio scolastico regionale, a mano a mano che riceve le domande, procede alla valuta-zione delle stesse ed all’assegnazione dei punti sulla base delle apposite tabelle allegate al Contratto sulla mobilità, nonché al riconoscimento di eventuali diritti di precedenza, comunicando entro il 4 giugno 2009 alla scuola di servizio dell’insegnante, per l’immediata notifica, il punteggio assegnato e gli eventuali diritti riconosciuti.
L’insegnante ha facoltà di far pervenire all’Ufficio scolastico re-gionale, entro 5 giorni dalla ricezione, motivato reclamo, secondo le indicazioni contenute nell’art.
12 del Contratto Collettivo Nazionale Integrativo sottoscritto il 12-2-2009, concernente la mobilità del personale della scuola.
In tale sede ed entro il termine suddetto il docente può anche richiedere, in modo esplicito, le opportune rettifiche a preferenze già espresse nel modulo domanda in modo errato, indicando l’esatta preferenza da apporre nella domanda.
L’Ufficio competente, esaminati i reclami, apporta le eventuali rettifiche.
3.
Per gli insegnanti di religione cattolica non si dà luogo alla compilazione e pubblicazione di graduatorie d’istituto, ma si procede ugualmente all’attribuzione di un punteggio sulla base delle tabelle allegate al Contratto Collettivo Nazionale Integrativo sottoscritto il 12-2-2009.
Detta docu-mentazione è inviata dalle scuole all’Ufficio scolastico regionale entro l’8 maggio 2009.
4.
L’Ufficio scolastico regionale, una volta ricevuta la documentazione di cui al comma 3, predispone, entro il 22 giugno 2009, per ciascun ruolo, una graduatoria unica regionale degli inse-gnanti di religione cattolica, suddivisa per diocesi, al solo scopo di individuare il personale even-tualmente in esubero.
Articolo 11 – Disposizioni generali sui passaggi di ruolo 1.
Gli insegnanti di religione cattolica possono chiedere unicamente il passaggio di ruolo per transitare dal ruolo per l’insegnamento della religione cattolica nella scuola dell’infanzia e primaria al ruolo per l’insegnamento della religione cattolica nella scuola secondaria di primo e secondo gra-do, o viceversa.
2.
La domanda di passaggio di ruolo è subordinata al possesso della specifica idoneità rico-nosciuta dall’ordinario diocesano competente per l’ordine e grado di scuola richiesto.
Tale certifica-zione deve essere allegata alla domanda.
Ove il certificato di idoneità ecclesiastica non specifichi l’ordine e grado di scuola per il quale l’insegnante è riconosciuto idoneo, l’insegnante medesimo è considerato idoneo per tutti gli ordini e gradi scolastici.
3.
Il passaggio dalla scuola dell’infanzia alla scuola primaria (o viceversa) ed il passaggio dalla scuola secondaria di primo grado alla scuola secondaria di secondo grado (o viceversa) non si configurano come passaggi di ruolo in quanto si tratta di movimenti effettuati all’interno del mede-simo ruolo di appartenenza e vanno quindi trattati in sede di utilizzazione, secondo le procedure stabilite nella relativa ordinanza.
4.
Con una stessa domanda è possibile chiedere il passaggio in più di una diocesi.
Per cia-scuna delle diocesi richieste deve essere allegato l’attestato di riconoscimento dell’idoneità rilasciato dall’ordinario della diocesi richiesta.
5.
Nell’assegnazione di nuova titolarità si segue l’ordine delle operazioni fissato dall’art.
37bis, c.
4, del vigente CCNI sulla mobilità.
6.
È possibile esprimere preferenze fino a un massimo di cinque diocesi situate oltre che nel-la regione di appartenenza anche in un’altra regione per entrambi i ruoli di provenienza degli aspi-ranti.
Articolo 12 – Modalità di presentazione delle domande di passaggio di ruolo 1.
Le domande, redatte in conformità agli appositi moduli, devono contenere tutte le indica-zioni ivi richieste e devono essere presentate nei termini stabiliti dall’art.
2 e secondo le disposizioni previste dal precedente articolo 11.
2.
Le domande prodotte fuori termine o in difformità a quanto stabilito nel precedente com-ma non vengono prese in considerazione.
3.
Per eventuali rettifiche, revoche o rinunce si applicano le precedenti disposizioni relative alle domande di trasferimento.
Allegati Allegato TR1 – Domanda di trasferimento per insegnanti di religione cattolica delle scuole dell’in-fanzia e primaria Allegato PR1 – Domanda di passaggio di ruolo per le scuole dell’infanzia e primaria Allegato TR2 – Domanda di trasferimento per insegnanti di religione cattolica delle scuole secon-darie di primo e secondo grado Allegato PR2 – Domanda di passaggio di ruolo per le scuole secondarie di primo e secondo grado.
Allegato C – Elenco ufficiale delle diocesi italiane.
Allegato D – Modello di dichiarazione dell’anzianità di servizio.
IL MINISTRO F.to Gelmini

Una nuova teologia della fraternità per superare conflitti etnici ed egoismi

L’incontro di Benedetto XVI con i membri del Consiglio speciale per l’Africa del Sinodo dei vescovi, svoltosi giovedì pomeriggio 19 marzo nella nunziatura di Yaoundé, ha come segnato l’inizio della ii seconda assemblea sinodale speciale, che si terrà in Vaticano dal 4 al 25 ottobre.
Dopo il saluto dell’arcivescovo Nikola Eterovic, segretario generale del Sinodo dei vescovi, il Papa ha pronunciato il seguente discorso.
Signori Cardinali, cari Fratelli nell’Episcopato! È con profonda gioia che saluto tutti voi, in questa terra d’Africa.
Per essa, nel 1994, una Prima Assemblea Speciale del Sinodo dei Vescovi è stata convocata dal mio venerato Predecessore, il Servo di Dio Giovanni Paolo ii, in segno di sollecitudine pastorale per questo continente ricco sia di promesse, sia di pressanti necessità umane, culturali e spirituali.
L’ho chiamato questa mattina “il continente della speranza”.
Ricordo con gratitudine la firma dell’Esortazione apostolica post-sinodale Ecclesia in Africa, che ebbe luogo proprio qui 14 anni or sono, nella Festa dell’Esaltazione della Croce, il 14 settembre 1995.
La mia riconoscenza va a Mons.
Nikola Eterovic, Segretario Generale del Sinodo dei Vescovi, per le parole che mi ha indirizzato a nome vostro, introducendo questo incontro in terra africana con voi, e sono molto riconoscente per ciò che mi avete detto; questo mi da un’idea più realistica della situazione su cui dobbiamo parlare e pregare soprattutto in questo Sinodo, cari membri del Consiglio Speciale per l’Africa.
Tutta la Chiesa guarda con attenzione a questo incontro in vista della Seconda Assemblea Speciale per l’Africa del Sinodo dei Vescovi, che, a Dio piacendo, sarà celebrata nel prossimo ottobre.
Il tema è: “La Chiesa in Africa al servizio della riconciliazione, della giustizia e della pace.
“Voi siete il sale della terra …
Voi siete la luce del mondo” (Mt 5, 13.14)”.
Ringrazio vivamente i Cardinali, gli Arcivescovi e i Vescovi membri del Consiglio Speciale per l’Africa, per la loro esperta collaborazione alla redazione dei Lineamenta e dell’Instrumentum laboris.
Vi sono riconoscente, cari Confratelli nell’Episcopato, per avere anche presentato nei vostri contributi aspetti importanti della situazione ecclesiale e sociale attuale dei vostri Paesi d’origine e della regione.
Avete così sottolineato il grande dinamismo della Chiesa in Africa, ma al tempo stesso avete evocato le sfide, i grandi problemi dell’Africa che il Sinodo dovrà esaminare, affinché nella Chiesa in Africa la crescita non sia soltanto quantitativa ma anche qualitativa.
Cari Fratelli, in apertura della mia riflessione, mi sembra importante sottolineare che il vostro continente è stato santificato dallo stesso Signore nostro Gesù Cristo.
All’alba della sua vita terrena, alcune tristi circostanze gli hanno fatto calcare il suolo africano.
Dio ha scelto il vostro continente perché diventasse dimora del suo Figlio.
Mediante Gesù, Dio è venuto incontro ad ogni uomo, certamente, ma in modo particolare, incontro all’uomo africano.
L’Africa ha offerto al Figlio di Dio una terra che lo ha nutrito e una protezione efficace.
Mediante Gesù, duemila anni fa, Dio stesso ha portato il sale e la luce all’Africa.
Da allora, il seme della sua presenza è sepolto nelle profondità del cuore di questo amato continente ed esso germoglia a poco a poco al di là e attraverso le vicissitudini della sua storia umana.
In conseguenza della venuta di Cristo che l’ha santificata con la sua presenza fisica, l’Africa ha ricevuto una chiamata particolare a conoscere Cristo.
Che gli Africani ne siano fieri! Meditando e approfondendo spiritualmente e teologicamente questa prima tappa della kénosi, l’Africano potrà trovare le forze sufficienti per affrontare il suo quotidiano talvolta molto duro, e potrà allora scoprire immensi spazi di fede e di speranza che l’aiuteranno a crescere in Dio.
Alcuni momenti significativi della storia cristiana di questo Continente possono ricordarci il legame profondo che esiste tra l’Africa e il cristianesimo a partire dalle sue origini.
Secondo la venerabile tradizione patristica, l’evangelista san Marco, che ha “trasmesso per iscritto ciò che era stato predicato da Pietro” (Ireneo, Adversus haereses iii, i, 1), venne ad Alessandria a rianimare la semente sparsa dal Signore.
Questo Evangelista ha reso testimonianza in Africa della morte in croce del Figlio di Dio – ultimo momento della kénosi – e della sua elevazione sovrana, perché “ogni lingua proclami: Gesù Cristo è il Signore, a gloria di Dio Padre” (Fil 2, 11).
La Buona Novella della venuta del Regno di Dio si è diffusa rapidamente nel nord del vostro Continente, dove ha avuto illustri martiri e santi e ha generato insigni teologi.
Dopo essere stato messo alla prova da vicissitudini storiche, il cristianesimo, durante quasi un millennio, non è rimasto che nella parte nord-orientale del Continente.
Con l’arrivo degli Europei che cercavano la via delle Indie, nei secoli xv e XVI, le popolazioni sub-sahariane hanno incontrato Cristo.
Furono le popolazioni costiere a ricevere per prime il battesimo.
Nei secoli xix e xx, l’Africa sub-sahariana ha visto arrivare missionari, uomini e donne, provenienti da tutto l’Occidente, dall’America Latina e anche dall’Asia.
Desidero rendere omaggio alla generosità della loro risposta incondizionata alla chiamata del Signore e al loro ardente zelo apostolico.
Qui vorrei andare oltre e parlare dei catechisti africani, compagni inseparabili dei missionari nell’evangelizzazione.
Dio aveva preparato il cuore di un certo numero di laici africani, uomini e donne, persone giovani e più avanti negli anni, a ricevere i suoi doni e portare la luce della sua Parola ai loro fratelli e sorelle.
Laici con i laici, hanno saputo trovare nella lingua dei loro padri le parole di Dio che hanno toccato il cuore dei loro fratelli e sorelle.
Hanno saputo condividere il sapore del sale della Parola e far risplendere la luce dei Sacramenti che annunciavano.
Hanno accompagnato le famiglie nella loro crescita spirituale, hanno incoraggiato le vocazioni sacerdotali e religiose e sono stati il legame tra le loro comunità e i sacerdoti e i vescovi.
Con naturalezza, hanno operato un’efficace inculturazione che ha portato meravigliosi frutti (cfr Mc 4, 20).
Sono stati i catechisti a permettere che “la luce risplendesse davanti agli uomini” (Mt 5, 16), perché vedendo il bene che facevano, intere popolazioni hanno potuto rendere gloria al nostro Padre che è nei cieli.
Sono Africani che hanno evangelizzato Africani.
Evocando il loro glorioso ricordo, saluto e incoraggio i loro degni successori che lavorano oggi con la stessa abnegazione, lo stesso coraggio apostolico e la stessa fede dei loro predecessori.
Che Dio li benedica generosamente! Durante questo periodo, la terra africana è stata anche benedetta da numerosi santi.
Mi limito a nominare i gloriosi Martiri dell’Uganda, i grandi missionari Anna Maria Javouhey e Daniele Comboni, come pure Suor Anuarite Nengapeta e il catechista Isidoro Bakanja, senza dimenticare l’umile Giuseppina Bakhita.
Ci troviamo attualmente in un momento storico che coincide, dal punto di vista civile, con l’indipendenza ritrovata e, dal punto di vista ecclesiale, con l’evento del Concilio Vaticano ii.
La Chiesa in Africa ha preparato e accompagnato durante questo periodo la costruzione delle nuove identità nazionali e, parallelamente, ha cercato di tradurre l’identità di Cristo secondo vie proprie.
Mentre la Gerarchia si era a poco a poco africanizzata, a partire dall’ordinazione da parte del Papa Pio xii di Vescovi del vostro continente, la riflessione teologica cominciò a svilupparsi.
Sarebbe bene che i vostri teologi continuassero oggi ad esplorare la profondità del mistero trinitario e il suo significato per la vita quotidiana africana.
Questo secolo permetterà forse, con la grazia di Dio, la rinascita, nel vostro continente, ma certamente sotto una forma diversa e nuova, della prestigiosa Scuola di Alessandria.
Perché non sperare che essa possa fornire agli Africani di oggi e alla Chiesa universale grandi teologi e maestri spirituali che potrebbero contribuire alla santificazione degli abitanti di questo continente e della Chiesa intera? La Prima Assemblea Speciale del Sinodo dei Vescovi ha permesso di indicare le direzioni da prendere e ha messo in evidenza, tra l’altro, la necessità di approfondire e di incarnare il mistero di una Chiesa-Famiglia.
Vorrei ora suggerire qualche riflessione sul tema specifico della Seconda Assemblea Speciale per l’Africa del Sinodo dei Vescovi, relativo alla riconciliazione, alla giustizia e alla pace.
Secondo il Concilio Ecumenico Vaticano ii, “la Chiesa è in Cristo come sacramento, cioè segno e strumento dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano” (Lumen gentium, 1).
Per adempiere bene la propria missione, la Chiesa dev’essere una comunità di persone riconciliate con Dio e tra di loro.
In questo modo, essa può annunciare la Buona Novella della riconciliazione alla società attuale, che conosce purtroppo in molti luoghi conflitti, violenze, guerre e odio.
Il vostro continente non ne è stato risparmiato ed è stato ed è ancora triste teatro di gravi tragedie, che fanno appello ad una vera riconciliazione tra i popoli, le etnie, gli uomini.
Per noi cristiani, questa riconciliazione si radica nell’amore misericordioso di Dio Padre e si realizza mediante la persona di Gesù Cristo che, nello Spirito Santo, ha offerto a tutti la grazia della riconciliazione.
Le conseguenze si manifesteranno allora con la giustizia e la pace, indispensabili per costruire un mondo migliore.
In realtà, nel contesto sociopolitico ed economico attuale del continente africano, che cosa c’è di più drammatico della lotta spesso cruenta tra gruppi etnici o popoli fratelli? E se il Sinodo del 1994 ha insistito sulla Chiesa-Famiglia di Dio, quale può essere l’apporto di quello di quest’anno, alla costruzione dell’Africa, assetata di riconciliazione e alla ricerca della giustizia e della pace? I conflitti locali o regionali, i massacri e i genocidi che si sviluppano nel Continente devono interpellarci in modo tutto particolare: se è vero che in Gesù Cristo noi apparteniamo alla stessa famiglia e condividiamo la stessa vita, poiché nelle nostre vene circola lo stesso Sangue di Cristo, che fa di noi figli di Dio, membri della Famiglia di Dio, non dovrebbero dunque più esserci odio, ingiustizie, guerre tra fratelli.
Constatando lo sviluppo della violenza e l’emergere dell’egoismo in Africa, il Cardinale Bernardin Gantin, di venerata memoria, faceva appello, fin dal 1988, a una Teologia della Fraternità, come risposta al richiamo pressante dei poveri e dei più piccoli (cfr.
L’Osservatore Romano, ed.
francese, 12 aprile 1988, pp.
4-5).
Gli tornava forse alla memoria ciò che scriveva l’africano Lattanzio all’alba del iv secolo: “Il primo dovere della giustizia è riconoscere l’uomo come un fratello.
Infatti, se lo stesso Dio ci ha fatti e ci ha generati tutti nella stessa condizione, in vista della giustizia e della vita eterna, noi siamo sicuramente uniti da legami di fraternità: chi non li riconosce è ingiusto” (Epitomé des Institutions Divines, 54, 4-5: SC 335, p.
210).
La Chiesa-Famiglia di Dio che è in Africa, già dalla Prima Assemblea Speciale del Sinodo dei Vescovi ha realizzato un’opzione preferenziale per i poveri.
Essa manifesta così che la situazione di disumanizzazione e di oppressione che affligge i popoli africani non è irreversibile; al contrario, essa pone ciascuno di fronte ad una sfida, quella della conversione, della santità e dell’integrità.
Il Figlio, mediante il quale Dio ci parla, è Lui stesso Parola fatta carne.
Ciò è stato l’oggetto delle riflessioni della recente xii Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi.
Diventata carne, questa Parola è all’origine di ciò che noi siamo e facciamo; è il fondamento di ogni vita.
È dunque a partire da questa Parola che bisogna valorizzare le tradizioni africane, correggere e perfezionare la loro concezione della vita, dell’uomo e della famiglia.
Gesù Cristo, Parola di vita, è sorgente e compimento di tutte le nostre vite, perché il Signore Gesù è l’unico mediatore e redentore.
È urgente che le comunità cristiane diventino sempre più luoghi di ascolto profondo della Parola di Dio e di lettura meditativa della Sacra Scrittura.
È attraverso questa lettura meditativa e comunitaria nella Chiesa che il cristiano incontra Cristo risorto che gli parla e gli ridona speranza nella pienezza di vita che Egli offre al mondo.
Quanto all’Eucaristia, essa rende il Signore realmente presente nella storia.
Mediante la realtà del suo Corpo e del suo Sangue, il Cristo tutto intero si rende sostanzialmente presente nelle nostre vite.
È con noi tutti i giorni fino alla fine dei tempi (cfr.
Mt 28, 20) e ci rimanda alle nostre realtà quotidiane affinché possiamo riempirle della sua presenza.
Nell’Eucaristia, è messo chiaramente in evidenza che la vita è una relazione di comunione con Dio, con i nostri fratelli e le nostre sorelle, e con l’intera creazione.
L’Eucaristia è sorgente di unità riconciliata nella pace.
La Parola e il Pane di vita offrono luce e nutrimento, come antidoto e viatico nella fedeltà al Maestro e Pastore delle nostre anime, perché la Chiesa in Africa realizzi il servizio della riconciliazione, della giustizia e della pace, secondo il programma di vita dato dal Signore stesso: “Voi siete il sale della terra…
Voi siete la luce del mondo” (Mt 5, 13.14).
Per esserlo veramente, i fedeli devono convertirsi e seguire Gesù Cristo, diventare suoi discepoli, per essere testimoni del suo potere salvifico.
Durante la sua vita terrena, Gesù era “potente in opere e parole” (Lc 24, 19).
Con la sua risurrezione ha sottomesso ogni autorità e potere (cfr Col 2, 15), ogni potenza del male per rendere liberi quanti sono stati battezzati nel suo nome.
“Cristo ci ha liberati per la libertà!” (Gal 5, 1).
La vocazione cristiana consiste nel lasciarsi liberare da Gesù Cristo.
Egli ha vinto il peccato e la morte e offre a tutti la pienezza della sua vita.
Nel Signore Gesù non c’è più né giudeo né pagano, né uomo né donna (cfr Gal 3, 28).
Nella sua carne Egli ha riconciliato tutti i popoli.
Con la forza dello Spirito Santo rivolgo a tutti questo appello: “Lasciatevi riconciliare!” (2 Cor 5, 20).
Nessuna differenza etnica o culturale, di razza, di sesso o di religione deve divenire tra voi motivo di contesa.
Voi siete tutti figli dell’unico Dio, nostro Padre, che è nei cieli.
Con questa convinzione sarà finalmente possibile costruire un’Africa più giusta e pacifica, all’altezza delle legittime attese di tutti i suoi figli.
Infine, vi invito a incoraggiare la preparazione dell’evento sinodale recitando anche con i fedeli la preghiera che conclude l’Instrumentum laboris che ho consegnato stamani, e ciò per la buona riuscita dell’Assemblea Sinodale.
Preghiamo ora insieme, cari Fratelli: “Santa Maria, Madre di Dio, Protettrice dell’Africa, tu hai dato al mondo la luce vera, Gesù Cristo.
Con la tua obbedienza al Padre e con la grazia dello Spirito Santo ci hai donato la sorgente della nostra riconciliazione e della nostra giustizia, Gesù Cristo, nostra pace e nostra gioia.
Madre di tenerezza e di sapienza, mostraci Gesù, Figlio tuo e Figlio di Dio, sostieni il nostro cammino di conversione, affinché Gesù faccia brillare su di noi la sua Gloria in ogni ambito della nostra vita personale, familiare e sociale.
Madre piena di Misericordia e di Giustizia, per la tua docilità allo Spirito Consolatore, ottienici la grazia di essere testimoni del Signore Risorto, perché diventiamo sempre più il sale della terra e la luce del mondo.
Madre del Perpetuo Soccorso, alla tua materna intercessione affidiamo la preparazione e i frutti del Secondo Sinodo per l’Africa.
Regina della Pace, prega per noi! Nostra Signora dell’Africa, prega per noi!”.
(©L’Osservatore Romano – 20-21 marzo 2009)