La testimonianza della povertà

L’ultima giornata umbra del Capitolo – che da mercoledì 15 ha portato ad Assisi circa duemila tra religiose e religiosi in rappresentanza della Famiglia francescana – è trascorsa nel segno del digiuno, della penitenza e del rinnovo della fedeltà al mandato di san Francesco.
Nella mattinata i partecipanti al Capitolo hanno letteralmente invaso Assisi per un silenzioso pellegrinaggio individuale nei diversi luoghi del santo.
Successivamente, nel pomeriggio, è partita dal piazzale della Porziuncola di Santa Maria degli Angeli la processione penitenziale che ha raggiunto la tomba di san Francesco, nella Basilica Inferiore.
Qui i ministri generali dei quattro ordini francescani – frati minori, minori conventuali, minori cappuccini, terz’Ordine regolare – hanno consegnato a tutti i frati una copia della Regola di san Francesco.
Il Capitolo internazionale delle stuoie è stato convocato infatti proprio a ricordo degli ottocento anni dell’approvazione “orale”, da parte di Papa Innocenzo iii, della prima regola del santo d’Assisi.
L’importanza e l’attualità della regola francescana sono state ribadite dal cardinale Hummes nel corso della messa celebrata nel piazzale della Basilica Inferiore.
Il porporato ha indicato e riassunto i punti essenziali del carisma francescano: “il rinnovamento, l’apostolica missionarietà, l’amore alla povertà e ai poveri, la fraternità francescana e la comunione con la Chiesa”.
Binari lungo i quali oggi, come ai tempi di Francesco, deve snodarsi la presenza francescana.
“Il Papa ripete sempre – ha osservato il cardinale – che bisogna riprendere con urgenza e determinazione il lavoro missionario, nel senso stretto della parola, non soltanto ad gentes, che continua a essere importantissimo, ma anche all’interno dello stesso gregge già costituito della Chiesa, ossia tra i battezzati che si sono allontanati per tanti motivi o mai sono stati veramente evangelizzati, perché nessuno li ha portati a fare un vero incontro con il Signore risorto”.
Hummes si è poi soffermato soprattutto sul valore della povertà.
“Vivere la povertà evangelica – ha affermato – in una società sempre più affascinata e schiavizzata dal denaro, e vivere l’amore e la solidarietà verso i poveri, verso ogni singolo povero, dev’essere una delle principali e più significative contribuzioni dei frati francescani alla testimonianza della Chiesa nel mondo attuale.
La povertà e l’esclusione sociale di centinaia di milioni di persone, di interi popoli, sono piaghe crescenti oggi e cresceranno ancora di più nell’attuale crisi economica, con la crescita angosciante della disoccupazione nel mondo del lavoro”.
Quello della testimonianza è stato il tema centrale anche degli interventi proposti nel corso del Capitolo da tre francescani che in passato hanno ricoperto l’incarico di ministro generale.
Per padre Giacomi Bini, dei frati minori, “è tempo di risvegliare una nuova coscienza missionaria ancorata in una fede più vissuta e una vocazione evangelica più autentica, più appassionata.
E più i valori sono chiari e forti più si creano e s’inventano nuove forme d’evangelizzazione e d’incontro”.
Per l’arcivescovo Agostino Gardin, ex ministro generale dei minori conventuali e oggi segretario della Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica, “probabilmente vi è ancora qualcosa da riscoprire e di cui riappropriarci nella nostra ricerca di come essere francescani oggi, proprio in relazione alla minorità.
Perché oggi, in particolare, ho l’impressione che uno stile mite, non arrogante, discreto, paziente, capace di ascolto e di riflessione, propositivo, privo di facili giudizi, remissivo farebbe bene non solo alla vita interna delle nostre comunità, ma alla stessa Chiesa e al suo porsi nel mondo”.
Il vescovo di Nelson, in Canada, monsignor John Corriveau, già ministro generale dei cappuccini, ha aggiunto che “il mondo secolarizzato nel quale viviamo crede che la propria tecnologia contenga in sé tutto ciò che è necessario per il progresso e la liberazione dell’umanità”, ma “la tecnologia fallisce di fronte all’avarizia e alla prepotenza dell’uomo”.
(©L’Osservatore Romano – 19 aprile 2009) La scelta della povertà resta uno dei principali contributi che il mondo francescano può offrire alla testimonianza della Chiesa nel mondo d’oggi.
Con questa sottolineatura del cardinale Cláudio Hummes, o.f.m., prefetto della Congregazione per il Clero, si sono concluse ieri le giornate umbre del Capitolo internazionale delle stuoie.
Raduno che ha vissuto nella mattina di sabato 18 il suo alto momento e conclusivo con il trasferimento nella capitale e l’udienza a Castel Gandolfo con Benedetto XVI (di cui riferiamo in altra parte del giornale, ndr).
Nel pomeriggio poi, a Castel Porziano, una delegazione di venticinque responsabili mondiali dei diversi ordini francescani ha incontrato il capo dello Stato, Giorgio Napolitano, al quale è stata consegnata una copia della lettera che, otto secoli fa, Francesco d’Assisi, indirizzò ai “Reggitori dei popoli”.

Lavorare con il film

Tutti hanno esperienza di che cosa sia un film.
Ci sono però modi diversi per guardare un’opera cinematografica: una modalità percettiva affidata alle emozioni, una modalità estetica attenta alla natura e alla forma del linguaggio, una modalità contenutistica che prescinde dalla qualità linguistica, una modalità infine che tiene conto di tutti gli elementi in gioco.
 Allo stesso modo si danno approcci soggettivi che lasciano il destinatario interprete autonomo dell’atto di comunicazione che il film costituisce; approcci oggettivi attenti al testo e all’intenzione dell’autore, e approcci che vedono in esso una molteplicità di processi comunicativi, che variano a seconda del destinatario e del contesto culturale e sociale, oltre che del tempo in cui viene fruita l’opera.
Ciascuno adotterà l’approccio più congeniale e utilizzerà il film nella sua interezza oppure per frammenti; ciò che importa è non prescindere – come troppo spesso accade– dalla natura specifica del linguaggio cinematografico, a meno che non si intenda fare un uso pretestuale dell’opera filmica.
L’aspetto più importante è usare il film per parlare del film e non per parlare sul fim.
Ma in classe come si può usare un film ( o parte di esso ) e attraverso quale metodologia lo si può animare? Cercando di rispondere a questa domanda ho pensato di fissare alcuni criteri molto operativi, precisamente: 1.
di distinguere i punti di vista a partire dai quali accostarsi ad un film; 2.
di precisare i tre livelli a cui è possibile focalizzare l’attenzione dello studente -spettatore; 3.
di indicare alcune strategie di intervento ed animazione Mutuando parzialmente la terminologia della analisi della narrazione mi sembra che tre siano i rilievi metodologicamente significativi: essi riguardano il punto di vista, la focalizzazione e le strategie operative mediante cui strutturare il nostro intervento.
Vediamoli nello specifico.
Il punto di vista: parlare del film, parlare sul film Il parlare sul film traduce il punto di vista che Umberto Eco, definisce della lettura pretestuale: in quest’ottica il film è selezionato in funzione illustrativa e diviene un pretesto per introdurre una problematica o trovarne conferma nella concretezza delle immagini.
Confortata dalla consuetudine dei cinedibattiti televisivi, in cui il film funge semplicemente da input alla discussione in studio di un determinato argomento questa scelta autorizza di solito impressioni superficiali, soggettive ed estemporanee e rischia di configurarsi come prassi di dialogo che per nulla contribuisce alla educazione dello sguardo spettatoriale.
Il parlare del film, invece, da corpo ad un punto di vista sostanzialmente differente, un punto di vista di tipo testuale, in ordine al quale, superata l’ottica contenutistica ed illustrativa, il film diviene un campo metodologico da attraversare – come suggerisce R Barthes – un oggetto culturale da smontare e rimontare non per autorizzare percorsi di lettura arbitrari e soggettivi, ma per elaborarne di critici, sebbene personali, sempre e comunque autorizzati dalla materialità significante del testo (i limiti dell’interpretazione, come precisa U.
Eco, sono nel testo stesso).
La focalizzazione: vedere, sapere, credere (vedere) un primo livello di focalizzazione è quello che si appunta sul vedere.
Il cinema è uno sguardo sul mondo articolato in modo sempre più personale in rapporto all’evolvere del linguaggio oltre la camera fissa, grazie a panora­miche, carrèlli, montaggio…
Registrare questo sguardo, coglierne le diverse declinazioni, è sicuramente un primo grande campo di lavoro : è l’approccio del cinefilo, inteso come colui che fa pratica empirica di conoscenza e consumo di autori, di movimenti di tendenze estetiche ed ideologiche.
(sapere) ma un film non è soltanto il luogo entro cui si organizza un vedere.
Esso, proprio attra­verso questo vedere, contribuisce al prodursi di un sapere.
Verificare come questo sapere ven­ga realizzato, ricondurlo alle logiche culturali ed alle problematiche storiche del momento in cui è stato prodotto è il compito dell”approccio filmologico, applicazione di metodologie e ca­tegorie critiche spesso proprie di altre discipline ed ambiti comunicativi (psicologia, sociologia, letteratura); (credere) quando, infine, ad essere messo a fuoco è il credere che il film induce, mediante il vedere ed in virtù del sapere che lo caratterizzano, dall’ approccio cinefilo e filmologico, siamo passati a quello valoriale, attento alle strategie comu­nicative mediante le quali il film costruisce sistemi di credenze nel pubblico (ed in questo senso si espone alla valutazione etica) o alle modalità secondo cui affronta il proprio tema.
il nodo linguistico-espressivo.
È l’aspetto grammaticale e sintattico, che comprende l’ana­lisi dei seguenti elementi: la fotografia (illuminazione, contrasto, composizione, uso della pellicola), il colore (naturale, equilibrato, valore sim­bolico delle dominanti, effetti), i campi ed i piani (tipologie, utilizzo) angolazione ed inclinazione, uso della macchina (presente, nascosta), il montaggio ed il sonoro.
La competenza attivata è quella del saper vedere; 2.
il nodo narrativo-tematìco.
E l’aspetto con­tenutistico del film, il suo dire qualcosa raccon­tando qualcosa.
Comprende i rilievi relativi a: struttura narrativa del film (prima e ultima scena, momenti topici, evoluzione), personaggi (caratteristiche, rapporti reciproci, funzioni nel racconto), contenuto (temi ricorrenti, problemati­che, funzionamento simbolico).
La competenza attivata è quella del saper comprendere; 3.
il nodo etico-valoriale.
È l’aspetto “ideologico” del film, il suo dire qualcosa in un certo modo.
Esso implica tre interventi valutativi su: dignità estetica del film (qualità artistica, com­piutezza di sviluppo, ecc.), problematiche in gioco (valutazione sul tema e su come il film ha trattato il tema), impatto sul pubblico (impegno morale del regista, ecc.).
La competenza attivata è quella del saper valutare.
Leggere il frammento A volte, quando i ragazzi non sono abituati a uno sguardo attento e a un lavoro d’analisi esteso all’intero testo filmico, può essere didatticamente più efficace lavorare sul frammento: la sequenza o la singola scena.
Spesso sono gli inizi del fim (incipit ) a prestarsi al lavoro di analisi, perché anticipano a livello strutturale – nella messa in scena, in quadro, in serie, nell’uso del sonoro – i temi e i motivi che il film svilupperà.
Analizzare il frammento prima della visione integrale del film consente ai ragazzi di realizzare per intero il percorso di analisi senza demotivarsi; permette loro di formulare ipotesi circa il testo completo e di guardare questo, in seguito, con maggiore interesse, in una prospettiva di verifica delle ipotesi formulate.
La strategia vale evidentemente per i film impegnativi, che affidano il racconto al piano della rappresentazione, piuttosto che a quello della narrazione.
Ma lavorare sul frammento ha senso anche con film che fanno leva sull’azione e su una dimensione spettacolare.
In questo caso, al percorso d’analisi che evidenzierebbe solo la povertà del testo filmico si preferirà un lavoro pretestuale a partire da una scena, un dialogo, una situazione, che permettano di portare l’attenzione sul tema che si intende affrontare al di là del film.

Numeri e fede/10: Le cifre sono deboli

Aveva ragione Socrate, il filo­sofo impertinente, ammo­nendo gli scienziati con il suo «so di non sapere», che stupiva e irritava l’establishment ateniese.
Gli scienziati (e in particolare i ma­tematici) di oggi se ne stanno ren­dendo conto, con una meraviglia crescente.
Il «so di non sapere» rap­presenta per difetto il paradossale stato che oggi caratterizza la cono­scenza scientifica.
«Man mano che andiamo avanti, scopriamo sempre più cose, ma quello che scopriamo veramente è quanto aumenti, di continuo, tutto ciò che non cono­sciamo » dice Mario Girardi, ordina­rio di Analisi matematica all’Uni­versità Roma Tre, dove è stato per 13 anni, fino a due mesi fa, preside di Facoltà (e da 40 anni pratica uno sport, il volo in aliante, che sembra una metafora della conoscenza).
Co­me se non bastasse l’ansia socrati­ca, i ricercatori non riescono proprio a capire come mai la madre di tutte le scienze, la matematica, possa fun­zionare in modo rigoroso anche se non può dimostrare, con puri me­todi logici o con metodi elementari, la propria coerenza scientifica (vedi Kurt Godel e il suo «teorema di in­completezza »).
 L’intervista a Mario Girardi Professore, si può dire che più co­nosciamo e più diventa difficile rag­giungere la verità scientifica, data la sua galoppante complessità? «La scienza moderna s’imbatte in un’infinità di problemi, ha una vi­sione molto più ampia della com­plessità.
Appena conosciamo un pezzettino in più, ci si apre uno ster­minato orizzonte di questioni che neanche immaginavamo.
Lo può notare qualsiasi scienziato.
Faccia­mo un esempio.
Prima che venisse studiato il genoma umano, nem­meno si sospettava l’enorme vastità dei problemi che avrebbe dischiu­so.
Scoprire dove sono collocati i ge­ni non vuol dire avere scoperto la fit­ta rete di interrelazioni tra i geni.
Nel­la matematica poi esistono questio­ni classiche, a volte molto semplici nella formulazione, la cui soluzione, quando si raggiunge, è molto com­plessa (si pensi al Teorema di Fer­mat).
Tutta questa complessità che ci circonda suscita meraviglia e va in parallelo con la profonda sorpre­sa che provano i matematici».
Ma perché alla matematica manca la solidità dei fondamenti? «Abbiamo una scienza matematica così bella, rigorosa sul piano forma­le, ma i suoi fondamenti non sono affatto solidi.
E tutto questo, secon­do me, da un certo punto di vista è un’indicazione molto precisa della nostra insufficienza, cioè della ne­cessità che ci sia un qualche altro substrato».
E quali sono i fondamenti? «Le regole della logica formale che garantiscono tutto, e la struttura di base dei numeri naturali.
Ora non c’è una dimostrazione logica o una dimostrazione matematica elemen­tare che la teoria dei numeri naturali sia ‘coerente’.
Questo è un termine tecnico.
Si dice che una teoria è coe­rente quando non può dimostrare che sia vera un’affermazione e anche il suo contrario.
Viceversa una teo­ria incoerente vìola le leggi fonda­mentali della logica.
Accade se io posso dimostrare come vera sia la proposizione ‘A’ sia la negazione della proposizione ‘A’.
Si ha cioè in­coerenza quando una teoria sostie­ne che una proposizione è vera ed è falsa.
Noi dovremmo riuscire a di­mostrare, con la sola logica o con metodi matematici elementari, che la teoria dei numeri naturali, quelli che usiamo tutti i giorni, è coeren- te.
Ma, in virtù del teorema di Go­del, non lo possiamo fare».
Eppure i numeri salvano vite, fan­no correre i treni e volare gli aerei.
«Non è possibile dimostrare la coe­renza della matematica, ma questa “funziona”, ha successo.
E la cosa è quasi incredibile, è una caratteristi­ca straordinaria».
Ma è vero che, per essere bravi ma­tematici, bisogna essere atei? «Ovviamente no.
La domanda è pri­va di senso (in termini più precisi, dovrei dire che è mal posta).
Chi ab­bina matematica e ateismo cerca di confondere i piani.
Non si limita ad affermare “So di non sapere”.
Fa u­na professione di fede a rovescio.
In proposito vorrei invece sottolineare che, a mio avviso, chiunque faccia scienza non può che rimanere sor­preso e stupefatto di fronte alla realtà da conoscere.
Nonostante le difficoltà e i pro­blemi sui fonda­menti, esistono tutta una serie di segnali, che non possiamo igno­rare.
C’è da do­mandarsi: può essere soltanto un caso che tut­to funzioni in questa maniera? Esi­stono una serie di indicazioni mol­to precise – segni, segnali e “punta­tori” – sparse dovunque, che danno un altro significato a tutto quello che troviamo e vediamo.
Non ci danno certezze scientifiche: siamo stati la­sciati liberi di poter interpretare, op­pure no, questi segnali che ci cir­condano.
Ma basta sapersi guarda­re intorno».
I mass media attribuiscono grande valore scientifico all’esperimento in corso al Cern di Ginevra con il Lar­ge Hadron Collider.
L’obiettivo è tro­vare il bosone di Higgs, che il Nobel Leon Max Lederman ha definito «la particella di Dio».
Porterà a scopri­re l’intima struttura della materia? «Direi che ormai abbiamo perso completamente l’idea che sia pos­sibile conoscere l’intima struttura della realtà che ci circonda.
L’obiet­tivo dell’esperimento è la validazio­ne di un modello che comprenda tutto quello che sappiamo, che ab­biamo scoperto con un lungo per­corso nell’ambito delle particelle e­lementari, che parte dalla fisica clas­sica per proseguire con la relativi­stica e con quella quantistica.
Se verrà trovata questa particella fino­ra mai osservata, si darà una siste­mazione a tutto ciò che è noto fino ad ora sulla struttura della materia».
Non ci si spinge più in là? «Si unifica quello che si sa, ma poi si farà qualche altro passo avanti nel­la conoscenza e si scopriranno un abisso di cose in più che sono sco­nosciute.
Se nel super-acceleratore si riesce a dimostrare che quella par­ticella esiste, allora vorrà dire che il modello standard (che mette insie­me tutto ciò che si è appreso finora ) è un modello coerente.
Se non si scopre, siamo al punto di prima.
Stephen Hawking ha detto: “Come tutti gli scienziati, spero che si trovi il bosone di Higgs; Luigi Dell’Aglio

Narrare la fede… coi gialli /2

“Ridere ci avvicina alla grazia di Dio” (Karl Barth) I Simpson fanno ridere, sono sarcastici, spesso irriverenti, talvolta cinici: si potrebbe quindi avere il dubbio che sia un rischio proporli nel nostro gruppo in parrocchia.
Certo, il buonsenso ci fa sottolineare una doverosa verità: i Simpson non sono un cartone animato per bambini, in quanto i vari tipi di comicità presenti potrebbero risultare per lo più incomprensibili o addirittura urtare la sensibilità dei più piccoli.
Ma un giovane delle superiori possiede già diverse chiavi con cui poter affrontare una rilettura di certe battute e, forte della comicità –spesso contorta– di altri programmi che già segue, possiede gli strumenti per cogliere le sfumature più sottili e ha l’esperienza per carpire certi riferimenti e allusioni, andando oltre la semplice gag.
Inoltre, al di là di quello che comunemente si pensa, la volgarità non è così frequente in questa serie animata e anche per quanto concerne il turpiloquio, solamente in alcune (pochissime) puntate c’è qualche parola che va oltre le righe.
Nei Simpson c’è una satira molto stratificata: si va dalla semplice scenetta con “botta e risposta”, alle parodie di altre serie tv o programmi (alcune a dire il vero per noi incomprensibili, in quanto riferite al palinsesto statunitense), ci sono le allusioni alla cultura alta come a quella popolare e poi doppi sensi, umorismo autoreferenziale, battute che più che ridere fanno sorridere e pensare…
 tutte comicità che accendono la mente degli spettatori e che riescono a sintonizzarsi molto bene col linguaggio dei giovani (anch’esso oggi fatto di riferimenti, battute, allusioni…).
E poi spesso una battuta resta molto più impressa nella mente di qualsiasi discorso “serio”: se si ride si sta bene e si sta bene e più facile ascoltare, dialogare, aprirsi.
  Allora simpsonizziamoci e parliamo di fede In realtà l’idea di utilizzare questo cartone animato come strumento per parlare di Dio non è nuova: su internet –e non solo– se ne sta discutendo già da diverso tempo e vi sono accreditati sostenitori della tesi che dietro i Simpson ci sia una vera e propria teologia, ossia un modo di condurre l’argomento “Dio e gli uomini” con una serie di tecniche e linguaggi propri del pubblico che li sta osservando.
Questo cartoon ha una valida struttura portante che merita di essere ripresa per qualche riflessione: a riprova di questo fatto abbiamo diversi testi usciti in questi ultimi anni nelle librerie, come “Da Bart a Barth: per una teologia all’altezza dei Simpson” di Brunetto Salvarani, ma anche “I Simpson e la filosofia”, traduzione di un testo pubblicato negli States.
                                          Qualche consiglio su come poter utilizzare questo strumento:     Guardiamoci innanzitutto la puntata (20 minuti) per conto nostro: non da subito con gli occhi dell’educatore che deve riproporla ai ragazzi; inizialmente godiamocela per quello che è…
poi ne trarremo le conclusioni e penseremo a come proporla, come giocarla per poi ricavarne eventualmente un’attività.
  Ci sono delle affinità di pensiero/comportamento tra alcuni dei personaggi della puntata e i nostri giovani?   Un’attività semplice e lineare è quella di proporre la puntata (o lo stralcio di puntata) e, al termine, avviare una discussione nel gruppo.
  Ma si potrebbe anche partire dal brano del Vangelo o da una “situazione tipo” e chiedersi come avrebbero commentato la scena i vari Simpson se si fossero trovati a passare di là.
(Un Homer come avrebbe reagito all’invito di Gesù di gettare le reti e seguirlo)? Questo naturalmente richiede una buona conoscenza della serie tv da parte dei ragazzi e degli animatori.
  Tutti i “d’oh!” che ci frullano in testa.
Pensiamo al nostro rapporto con Dio, al cammino di fede, alle incoerenze, alle cadute di un Pietro che rinnega il maestro dopo averlo tanto osannato…
Diamo ai ragazzi una serie di fumetti con la scritta “d’oh!” e chiediamo loro di scrivere sul retro situazioni di contraddizione che hanno sperimentato su sé stessi nel contesto della fede.
  Affrontiamo i temi e gli stati d’animo che emergono da un brano del Vangelo chiedendo ai ragazzi se trovano dei riscontri in una puntata del cartone animato.
            Bibliografia:   –          Irwin William H., Conard Mark T.
e Skoble Aeon J.
, “I Simpson e la filosofia”, Isbn Edizioni, 2005.
  –          Salvarani Brunetto, “Da Bart a Barth.
Per una teologia all’altezza dei Simpson”, Claudiana (collana “Nostro tempo”), 2008.
  –          Salvarani Brunetto, “Dio, Homer e la ciambella”, rivista Jesus, Anno XXX, num.
2, febbraio 2008.
  –          www.thesimpson.it       Qualche consiglio su come poter utilizzare questo strumento:   Guardiamoci innanzitutto la puntata (20 minuti) per conto nostro: non da subito con gli occhi dell’educatore che deve riproporla ai ragazzi; inizialmente godiamocela per quello che è…
poi ne trarremo le conclusioni e penseremo a come proporla, come giocarla per poi ricavarne eventualmente un’attività.
    Ci sono delle affinità di pensiero/comportamento tra alcuni dei personaggi della puntata e i nostri giovani?     Un’attività semplice e lineare è quella di proporre la puntata (o lo stralcio di puntata) e, al termine, avviare una discussione nel gruppo.
    Ma si potrebbe anche partire dal brano del Vangelo o da una “situazione tipo” e chiedersi come avrebbero commentato la scena i vari Simpson se si fossero trovati a passare di là.
(Un Homer come avrebbe reagito all’invito di Gesù di gettare le reti e seguirlo)? Questo naturalmente richiede una buona conoscenza della serie tv da parte dei ragazzi e degli animatori.
    Tutti i “d’oh!” che ci frullano in testa.
Pensiamo al nostro rapporto con Dio, al cammino di fede, alle incoerenze, alle cadute di un Pietro che rinnega il maestro dopo averlo tanto osannato…
Diamo ai ragazzi una serie di fumetti con la scritta “d’oh!” e chiediamo loro di scrivere sul retro situazioni di contraddizione che hanno sperimentato su sé stessi nel contesto della fede.
    Affrontiamo i temi e gli stati d’animo che emergono da un brano del Vangelo chiedendo ai ragazzi se trovano dei riscontri in una puntata del cartone animato.
      Allora simpsonizziamoci e parliamo di fede In realtà l’idea di utilizzare questo cartone animato come strumento per parlare di Dio non è nuova: su internet –e non solo– se ne sta discutendo già da diverso tempo e vi sono accreditati sostenitori della tesi che dietro i Simpson ci sia una vera e propria teologia, ossia un modo di condurre l’argomento “Dio e gli uomini” con una serie di tecniche e linguaggi propri del pubblico che li sta osservando.
Questo cartoon ha una valida struttura portante che merita di essere ripresa per qualche riflessione: a riprova di questo fatto abbiamo diversi testi usciti in questi ultimi anni nelle librerie, come “Da Bart a Barth: per una teologia all’altezza dei Simpson” di Brunetto Salvarani, ma anche “I Simpson e la filosofia”, traduzione di un testo pubblicato negli States.
    Bibliografia:   –          Irwin William H., Conard Mark T.
e Skoble Aeon J.
, “I Simpson e la filosofia”, Isbn Edizioni, 2005.
  –          Salvarani Brunetto, “Da Bart a Barth.
Per una teologia all’altezza dei Simpson”, Claudiana (collana “Nostro tempo”), 2008.
  –          Salvarani Brunetto, “Dio, Homer e la ciambella”, rivista Jesus, Anno XXX, num.
2, febbraio 2008.
  –          www.thesimpson.it

La vocazione nel suo «stato nascente»

1.
La vocazione La vocazione è un fatto di natura teandrica, cioè divino-umano.
Agisce Dio e agisce l’uomo singolo e anche la comunità.
L’agire di Dio coincide con l’iniziativa fondamentale, mentre l’agire dell’uomo coincide con la risposta del singolo e la verifica della comunità.
Quindi, è un fatto anche umano e umanizzante, una dinamica attuata dall’uomo ma capace di condurlo verso orizzonti di umanità decisamente irraggiungibili nella sua coscienza all’inizio del cammino.
La vocazione si verifica nel momento in cui conduce l’uomo o la donna alla loro più grande intimità, quando si prendono le decisioni della vita, ma allo stesso tempo porta alla più grande estroversione della loro storia, quando le decisioni si manifestano e si compiono.
Con la vocazione l’interiorità si apre all’Altro e a tutti gli altri in modo nuovo.
È una novità che potrebbe paragonarsi all’aurora nella vita umana.
Un chiarore, un bagliore, che poi diventa luce illuminante che consente di realizzare assolutamente tutti gli altri compiti della vita.
La vocazione, dunque, non è un fatto solo esterno all’uomo o solo divino.
Paolo VI aveva identificato bene la realtà della vocazione.
Nella Populorum Progressio egli scrisse: «Ogni vita è vocazione» (n.
2).
«La vocazione si identifica con la stessa realtà della persona: la persona semplicemente è una vocazione».
La vita di ogni uomo è una vocazione, è frutto di una chiamata.
E cogliere la vita come vocazione sarà il compito più grande dell’essere umano.
La vocazione quindi, manifesta il duplice carattere di trascendenza e di immanenza.
Dal punto di vista della trascendenza, la chiamata di Dio, la vocazione, viene dall’Alto e/o dall’esterno attraverso le persone e gli avvenimenti della propria vita, ma scaturisce contemporaneamente dal più profondo di noi stessi, e si manifesta come chiamata e sviluppo, come appello e risveglio.
Sentirsi «chiamati» significa provare un’attrattiva profonda verso particolari valori perché corrispondono ad aspirazioni profonde del proprio essere.
In fondo, la vocazione è stata seminata dentro di noi ed è promossa fuori di noi dal Signore che chiama.
La risposta è personale e irripetibile, sfumata in mille tonalità spirituali diverse, nonostante le numerose somiglianze.
Dal punto di vista dell’immanenza, la vocazione prende forma dentro la propria storia, nella scoperta delle ricchezze, dei limiti e delle potenzialità, nella lettura dei propri sentimenti, desideri, paure, sogni e delusioni, nelle aspettative e nostalgie che tutti ci portiamo dentro, nei distacchi che ci sono richiesti e negli incontri che ci viene donato di vivere.
Spesso, la vocazione, come una speciale forma d’innamoramento, sembra un fenomeno spontaneo, rapido, dovuto ad affinità esteriori, superficiali, secondarie… Mentre per arrivare alla verità completa dell’amore contenuta nell’interiorità, si parte dalle affinità esteriori.
L’amore vero poi poggia su affinità interiori profonde preannunciate e preparate da quelle più esterne.
2.
Lo «stato nascente» Il momento originante della vocazione è quasi magico.
Esso lascia nel cuore una traccia indelebile, un ricordo vivo, una luminosità travolgente, tutto cambia di senso, tutto si riorienta e tutto si ripropone alla luce di una voce soave e mite, ma forte e ferma che non tace, anzi, urla nell’intimo dell’essere umano.
La voce di colui che chiama è una voce d’amore, è un «chi-che-ama»; la vocazione allo stato nascente è la percezione di un amore grande che non lascia ombra di dubbio: Egli mi ha scelto, Egli mi chiama, Egli mi invia, Egli sarà con me! Quando ci sentiamo chiamati, sentiamo di entrare serenamente e saldamente in un oceano d’amore, o come dicono gli inglesi di «fall in love» (cadere nell’amore) o anche di essere rapiti, sedotti, di essere letteralmente «innamorati» in un atto d’amore infinito e puro.
Sentire quell’amore e sentirsi molto piccoli è la stessa cosa… Tutte le vocazioni, sia quella laicale matrimoniale, sia quella sacerdotale ministeriale, sia quella consacrata, hanno alla base una forte carica emotiva e spirituale.
La fenomenologia di questo momento iniziale cambia secondo le varie età psicologiche e cronologiche.
Comunque, quando la vocazione visita un cuore giovanile capace di dire di sì con tutto se stesso, lo stato nascente diventa travolgente e simile al sorgere dell’amore.
Infatti, ognuno di noi è sessuato (da «sexus», che in latino significa tagliato in due, sdoppiato) cioè bisognoso di completamento.
Ognuno di noi scopre gradualmente il senso della propria incompletezza e asimmetria.
Ciò che si manifesta a livello sessuale, si estende anche a livello dell’interiorità dell’amore.
La vocazione all’amore umano o all’amore di Dio costituisce l’irruzione del ricongiungimento dell’unità nella nostra radicale incompiutezza.
La vocazione fa sorgere l’amore, sia per unirsi a un altro essere umano, sia per unirsi all’amore infinito di Dio, e con ciò riporta nel proprio cuore la simmetria interna mancante nella natura umana.
La vocazione nel suo stato nascente, l’innamoramento vocazionale, quindi, è rottura di un equilibrio e di un modo di essere e suppone un esodo da sé verso l’A-altro (con maiuscole e minuscole), verso la comunione.
È un momento di uscita da sé e di entrata nell’A-altro, di apparente perdita di noi stessi e di acquisizione della ricchezza e bellezza dell’A-altro.
L’innamoramento fa uscire l’io dal guscio, lo decentra, aprendolo alla relazione interpersonale, lo libera dalla propria autosufficienza, lo costituisce come «essere in rapporto» con il «T-tu» (con maiuscole e minuscole) che lo trascende e lo attira nel suo mistero.
La vocazione, il momento dell’innamoramento, ci impone di migrare, di «lasciare la propria casa», le proprie sicurezze e le ceneri della solitudine e dell’egoismo.
Nella solitudine l’uomo avverte la sua insufficienza per essere felice «da solo», e percepisce che non saranno tanto le cose o gli avvenimenti a dare un volto nuovo alla sua vita, bensì l’incontro con una persona, con l’«A-altro» che è la fonte della propria gioia.
La vocazione è una chiamata che fa sorgere la vita in una forma mai provata prima.
Con la vocazione la tua vita è in mano a qualcun A-altro a cui senti di appartenere in modo preferenziale ed emozionante.
Cadono le barriere dell’estraneità di Dio o della persona amata.
Essi diventano familiari, vicini «di casa»; è un’esperienza di improvvisa intimità col M-mistero (con maiuscole e minuscole), S-suo e mio.
L’inizio della vocazione si concentra in un momento particolare, in un’ora («le quattro del pomeriggio», Gv 1,39), in un luogo, in una circostanza, in un ambiente, con elementi che agiscono sul conscio, ma anche sull’inconscio, ma poi si identifica con tutta la vita.
Lo stato nascente della vocazione è un momento in cui la ragione lascia partire il cuore… un momento in cui il cuore ha delle ragioni che la ragione non comprende (Pascal), e l’A-amore diventa ideale, diventa polo e calamita che attira, che trasforma e illumina tutta la realtà.
Alcuni dicono che il primo innamoramento non lascia vedere la verità – l’amore è cieco! –.
È vero che il primo innamoramento non è ancora la verità completa.
Essa è compito dello Spirito Santo.
Infatti l’innamoramento, soprattutto quello provocato dalla vocazione, ha qualcosa di religioso, di sacro.
Non per niente l’innamoramento era rappresentato da cupidi che lanciavano delle frecce al cuore degli uomini o delle donne.
L’amore è stato spesso collegato all’intervento divino nelle diverse culture (Cupido: latini; Eros: greci; Xochipilli: aztechi; Maris: etruschi).
La conclusione della fede cristiana, che ha sperimentato l’amore di Cristo, è che «l’amore viene da Dio» perché «Diò è amore» (1Gv 4,7-8).
Nell’innamoramento vero, come nella vocazione, vi è un processo di destrutturazione-ristrutturazione (lo «stato nascente») per il quale la condizione precedente perde senso e si ricostruisce nella prospettiva dell’A-amato.
Si tratta di un processo simile alla conversione religiosa, di un cambiamento grande, forte, dinamico, che spinge a modificarsi, a formarsi, a farsi degni dell’amore provato e a dare maggiore verità all’amore dichiarato.
La scoperta della vocazione provoca una forte discontinuità con la vita passata e diventa il motore della conversione, del proprio migliorare per Lui e per la missione.
La vocazione – come l’innamoramento – ci rende migliori, più buoni, più bravi, più belli.
Si tratta di un passaggio, di un cambiamento di stato.
Con la vocazione ci rendiamo conto che la nostra vita precedente era sbagliata e incompleta, che il mondo è differente da come lo vedevamo e che è necessario cambiarlo con lo sguardo e la Volontà di Dio.
Questo si percepisce nelle storie vocazionali dei profeti, dei discepoli biblici, dei santi… Nel momento della loro vocazione essi si sono resi conto che dovevano cambiare perché ciò che facevano e ricercavano nella vita era privo di senso, che il mondo doveva essere mutato e che il Signore lo voleva.
Lo stato nascente della vocazione conduce la persona ad abbandonare ciò che è noto e sicuro e a gettarsi in ciò che è ignoto, ma che la riempie di tantissimo entusiasmo e novità al punto da darle la certezza degli innamorati: «è roba da pazzi, ma io lo voglio!» La vocazione non è un ragionamento, lo include; è un fatto emotivo e intuitivo, ma non per questo folle o assurdo.
La vocazione ha un po’ il sapore della Pasqua, è un’esperienza di morte e di rinascita che genera un nuovo tipo di azione sociale, una nuova solidarietà, perciò normalmente la vocazione spinge la persona verso il prossimo, verso il bisognoso, verso colui che non ha avuto la tua fortuna, verso colui che non conosce Colui che tu conosci… I chiamati nello stato nascente cambiano, si modificano, migliorano; peccato che non sempre l’innamoramento e/o il primo colpo vocazionale perdurino con questa forma trasformante e rimanga la tendenza a non crescere, a rinunciare alla perfezione di sé, a sedersi nel cammino.
Se non si cresce nell’amore, il sorgere di altri amori o il divorzio sono una conseguenza triste, ma più che logica.
Sarà la coscienza rinnovata giorno dopo giorno, quella che renderà dinamico e crescente l’amore.
La cultura «moderna», edonistica e soggettivistica, che pretende di ridurre l’uomo a un fascio di bisogni da soddisfare, sembra aver abolito, di fatto, l’amore e la vocazione come cammino di crescita e di responsabilità.
Si pensa che la vocazione dell’uomo sia quella di star bene, ma la vocazione non ha come fine principale quello di «stare bene», poiché questo snatura la gradualità di un necessario processo formativo verso l’amore responsabile.
La vocazione ha come fine il bene dell’altro che diventa anche il mio bene, in forma superabbondante… è il 100 x 1 per cui poi «si trova più gioia nel dare che nel ricevere» (At 20,35).
Per la consultazione dell’intero contributo La vocazione nel suo «stato nascente»Mario Oscar Llanos Da Orientamenti pedagogici n.ro 1 del 2009.
La vocazione è l’esperienza più intima e sconvolgente del vissuto di qualsiasi uomo o donna di questo mondo.
Le età e le circostanze in cui la si sente variano da persona a persona, ma viene sperimentata come un «dono», come una «luce», come una «voce interiore», come un «brivido» che trasforma lo spirito, l’anima e il corpo.
La vocazione viene generalmente accompagnata dalla sensazione dello scarto tra ciò che ci viene proposto e ciò che noi siamo.
Si tratta di un dono asimmetrico nei confronti della nostra capacità di risposta, ma simmetrico nella sua capacità di elevare il nostro cuore fino a renderlo capace di amare l’A-altro (con maiuscole e minuscole) in un modo assolutamente nuovo.
Alla scoperta devono seguire poi varie azioni affinché il dono percepito non cada nel nulla.

Francesco oggi è ancora “Il giullare di Dio”?

Nel suo “Testamento” scritto poco prima di morire, Francesco annotò: “Nessuno mi insegnava quel che io dovevo fare; ma lo stesso Altissimo mi rivelò che dovevo vivere secondo il Santo Vangelo”.
Per questo è considerato il più grande santo della fine del Medioevo; egli fu una figura sbocciata completamente dalla grazia e dalla sua interiorità, non spiegabile per niente con l’ambiente spirituale da cui proveniva.
Ma proprio a lui toccò in un modo provvidenziale, di dare la risposta agli interrogativi più profondi del suo tempo.
Avendo messo in luce con la sua vita i principi universali del Vangelo, con una semplicità e amabilità stupefacenti, senza imporre mai nulla a nessuno, ebbe un influsso straordinario, che dura tuttora, non solo nel mondo cristiano ma anche al di fuori di esso.
Origini e gioventù Francesco, l’apostolo della povertà, in effetti era figlio di ricchi, nacque ad Assisi nei primi del 1182 da Pietro di Bernardone, agiato mercante di panni e dalla nobile Giovanna detta “la Pica”, di origine provenzale.
In omaggio alla nascita di Gesù, la religiosissima madonna Pica, volle partorire il bambino in una stalla improvvisata al pianterreno della casa paterna, in seguito detta “la stalletta” o “Oratorio di s.
Francesco piccolino”, ubicata presso la piazza principale della città umbra.
La madre in assenza del marito Pietro, impegnato in un viaggio di affari in Provenza, lo battezzò con il nome di Giovanni, in onore del Battista; ma ritornato il padre, questi volle aggiungergli il nome di Francesco che prevarrà poi sul primo.
Questo nome era l’equivalente medioevale di ‘francese’ e fu posto in omaggio alla Francia, meta dei suoi frequenti viaggi e occasioni di mercato; disse s.
Bonaventura suo biografo: “per destinarlo a continuare il suo commercio di panni franceschi”; ma forse anche in omaggio alla moglie francese, ciò spiega la familiarità con questa lingua da parte di Francesco, che l’aveva imparata dalla madre.
Crebbe tra gli agi della sua famiglia, che come tutti i ricchi del luogo, godeva dei tanti privilegi imperiali, concessi loro dal governatore della città, il duca di Spoleto Corrado di Lützen.
Come istruzione aveva appreso le nozioni essenziali presso la scuola parrocchiale di San Giorgio e le sue cognizioni letterarie erano limitate; ad ogni modo conosceva il provenzale ed era abile nel mercanteggiare le stoffe dietro gli insegnamenti del padre, che vedeva in lui un valido collaboratore e l’erede dell’attività di famiglia.
Non alto di statura, magrolino, i capelli e la barbetta scura, Francesco era estroso ed elegante, primeggiava fra i giovani, amava le allegre brigate, spendendo con una certa prodigalità il denaro paterno, tanto da essere acclamato “rex iuvenum” (re dei conviti) che lo poneva alla direzione delle feste.
Soldato e sua conversione Con la morte dell’imperatore di Germania Enrico IV (1165-1197) e l’elezione a papa del card.
Lotario di Segni, che prese il nome di Innocenzo III (1198-1216), gli scenari politici cambiarono; il nuovo papa sostenitore del potere universale della Chiesa, prese sotto la sua sovranità il ducato di Spoleto compresa Assisi, togliendolo al duca Corrado di Lützen.
Ciò portò ad una rivolta del popolo contro i nobili della città, asserviti all’imperatore e sfruttatori dei loro concittadini, essi furono cacciati dalla rocca di Assisi e si rifugiarono a Perugia; poi con l’aiuto dei perugini mossero guerra ad Assisi (1202-1203).
Francesco, con lo spirito dell’avventura che l’aveva sempre infiammato, si buttò nella lotta fra le due città così vicine e così nemiche.
Dopo la disfatta subita dai suoi concittadini a Ponte San Giovanni, egli fu fatto prigioniero dai perugini a fine 1203 e restò in carcere per un lungo terribile anno; dopo che i suoi familiari ebbero pagato un consistente riscatto, egli ritornò in famiglia con la salute ormai compromessa.
La madre lo curò amorevolmente durante la lunga malattia; ma una volta guarito egli non era più quello di prima, la sofferenza aveva scavato nel suo animo un’indelebile solco, non sentiva più nessuna attrattiva per la vita spensierata e i suoi antichi amici non potevano più stimolarlo.
Come ogni animo nobile del suo tempo, pensò di arruolarsi nella cavalleria del conte Gualtiero di Brenne, che in Puglia combatteva per il papa; ma giunto a Spoleto cadde in preda ad uno strano malessere e la notte ebbe un sogno rivelatore con una voce misteriosa che lo invitava a “servire il padrone invece che il servo” e quindi di ritornare ad Assisi.
Colpito dalla rivelazione, tornò alla sua città, accolto con preoccupazione dal padre e con una certa disapprovazione di buona parte dei concittadini.
Lasciò definitivamente le allegre brigate per dedicarsi ad una vita d’intensa meditazione e pietà, avvertendo nel suo cuore il desiderio di servire il gran Re, ma non sapendo come; andò anche in pellegrinaggio a San Pietro in Roma con la speranza di trovare chiarezza.
Ritornato deluso ad Assisi, continuò nelle opere di carità verso i poveri ed i lebbrosi, ma fu solo nell’autunno 1205 che Dio gli parlò; era assorto in preghiera nella chiesetta campestre di San Damiano e mentre fissava un crocifisso bizantino, udì per tre volte questo invito: “Francesco va’ e ripara la mia chiesa, che come vedi, cade tutta in rovina”.
Pieno di stupore, Francesco interpretò il comando come riferendosi alla cadente chiesetta di San Damiano, pertanto si mise a ripararla con il lavoro delle sue mani, utilizzando anche il denaro paterno.
A questo punto il padre, considerandolo ormai irrecuperabile, anzi pericoloso per sé e per gli altri, lo denunziò al tribunale del vescovo come dilapidatore dei beni di famiglia; notissima è la scena in cui Francesco denudatosi dai vestiti, li restituì al padre mentre il vescovo di Assisi Guido II, lo copriva con il mantello, a significare la sua protezione.
Il giovane fu affidato ai benedettini con la speranza che potesse trovare nel monastero la soddisfazione alle sue esigenze spirituali; i rapporti con i monaci furono buoni, ma non era quella la sua strada e ben presto riprese la sua vita di “araldo di Gesù re”, indossò i panni del penitente e prese a girare per le strade di Assisi e dei paesi vicini, pregando, servendo i più poveri, consolando i lebbrosi e ricostruendo oltre San Damiano, le chiesette diroccate di San Pietro alla Spira e della Porziuncola.
La vocazione alla povertà e l’inizio della sua missione Nell’aprile del 1208, durante la celebrazione della Messa alla Porziuncola, ascoltando dal celebrante la lettura del Vangelo sulla missione degli Apostoli, Francesco comprese che le parole di Gesù riportate da Matteo (10, 9-10) si riferivano a lui: “Non procuratevi oro, né argento, né moneta di rame nelle vostre cinture, né bisaccia da viaggio, né due tuniche, né sandali, né bastone, perché l’operaio ha diritto al suo nutrimento.
E in qualunque città o villaggio entriate, fatevi indicare se ci sia qualche persona degna, e lì rimanete fino alla vostra partenza”.
Era la risposta alle sue preghiere e domande che da tempo attendeva; comprese allora che le parole del Crocifisso a San Damiano non si riferivano alla ricostruzione del piccolo tempio, ma al rinnovamento della Chiesa nei suoi membri; depose allora i panni del penitente e prese la veste “da povero”, cingendosi i fianchi con una rude corda e coprendosi il capo con il cappuccio in uso presso i contadini del tempo e camminando a piedi scalzi.
Iniziò così la vita e missione apostolica, sposando “madonna Povertà” tanto da essere poi definito “il Poverello di Assisi”, predicando con l’esempio e la parola il Vangelo come i primi apostoli.
Francesco apparve in un momento particolarmente difficile per la vita della Chiesa, travagliata da continue crisi provocate dal sorgere di movimenti di riforma ereticali e lotte di natura politica, in cui il papato era allora uno dei principali protagonisti.
In un ambiente corrotto da ecclesiastici indegni e dalle violenze della società feudale, egli non prese alcuna posizione critica, né aspirò al ruolo di riformatore dei costumi morali della Chiesa, ma ad essa si rivolse sempre con animo di figlio devoto e obbediente.
Rendendosi interprete di sentimenti diffusi nel suo tempo, prese a predicare la pace, l’uguaglianza fra gli uomini, il distacco dalle ricchezze e la dignità della povertà, l’amore per le creature di Dio e al disopra di ogni cosa, la venuta del regno di Dio.
I primi seguaci dell’Ordine dei Frati Minori Ben presto attirati dalla sua predicazione, si affiancarono a Francesco, quelli che sarebbero diventati suoi inseparabili compagni nella nuova vita: Bernardo di Quintavalle un ricco mercante, Pietro Cattani dottore in legge, Egidio contadino e poco dopo anche Leone, Rufino, Elia, Ginepro ed altri fino al numero di dodici, proprio come gli Apostoli, formanti una specie di ‘fraternità’ di chierici e laici, che vivevano alla luce di un semplice proposito di ispirazione evangelica.
Il loro era un vivere alla lettera il Vangelo, senza preoccupazioni teologiche e senza ambizioni riformatrici o contestazioni morali, indicando così una nuova vita a chi voleva vivere in carità e povertà all’interno della Chiesa; per la loro obbedienza alla gerarchia ecclesiastica, il vescovo di Assisi Guido prese a proteggerli, seguendoli con interesse e permettendo loro di predicare.
Ai primi del 1209 il gruppo si riuniva in una capanna nella località di Rivotorto, nella pianura sottostante la città di Assisi, presso la Porziuncola, iniziando così la “prima scuola” di formazione, dove durante un intero anno Francesco trasmise ai compagni il suo carisma, alternando alla preghiera, l’assistenza ai lebbrosi, la questua per sostenersi e per riparare le chiese danneggiate.
Giacché ormai essi sconfinavano fuori dalla competenza della diocesi, e ciò poteva procurare problemi, il vescovo Guido consigliò Francesco e il suo gruppo di recarsi a Roma dal papa Innocenzo III per farsi approvare la prima breve Proto-Regola del nuovo Ordine dei Frati Minori.
Regola che fu approvata oralmente dal papa, dopo un suggestivo incontro con il gruppetto, vestito dalla rozza tunica e scalzo, colpito fra l’altro da “quel giovane piccolo dagli occhi ardenti”; nacque così ufficialmente l’Ordine dei Frati Minori, che riceveva la tonsura entrando a far parte del clero.
Chiara e le clarisse Tutta Assisi parlava delle ‘bizzarie’ del giovane Francesco, che viveva in povertà con i compagni laggiù nella pianura e che spesso saliva in città a predicare il Vangelo con il permesso del vescovo, augurando a tutti “pace e bene”; nella primavera del 1209 aveva predicato perfino nella cattedrale di S.
Rufino, dove nell’attigua piazza abitava la nobile famiglia degli Affreduccio e sicuramente in quell’occasione, fra i fedeli che ascoltavano, c’era la giovanissima figlia Chiara.
Colpita dalle sue parole, prese ad innamorarsi dei suoi ideali di povertà evangelica e cominciò a contattarlo, accompagnata dall’amica Bona di Guelfuccio e inviandogli spesso un poco di denaro.
Nella notte seguente la Domenica delle Palme del 1211, abbandonò di nascosto il suo palazzo e correndo al buio attraverso i campi, giunse fino alla Porziuncola dove chiese a Francesco di dargli Dio, quel Dio che lui aveva trovato e col quale conviveva.
Francesco, davanti all’altare della Vergine, le tagliò la bionda e lunga capigliatura (ancora oggi conservata) consacrandola al Signore.
Poi l’accompagnò al monastero delle benedettine a Bastia, per sottrarla all’ira dei parenti, i quali dopo un colloquio con Chiara che mostrò loro il capo senza capelli, si convinsero a lasciarla andare.
Successivamente Chiara e le compagne che l’avevano raggiunta, si spostò dopo alterne vicende, nel piccolo convento annesso alla chiesetta di San Damiano, dove nel 1215 a 22 anni Chiara fu nominata badessa; Francesco dettò alle “Povere donne recluse di S.
Damiano” (il nome ‘Clarisse’ fu preso dopo la morte di s.
Chiara) una prima Regola di vita, sostituita più tardi da quella della stessa santa.
Chiara con le compagne, sarà l’incarnazione al femminile dell’ideale francescano, a cui si assoceranno tante successive Congregazioni di religiose.
L’ideale missionario Francesco non desiderò solo per sé e i suoi frati, l’evangelizzazione del mondo cristiano deviato dagli originari principi evangelici, ma anche raggiungere i non credenti, specie i saraceni, come venivano chiamati allora i musulmani.
Se in quell’epoca i rapporti fra il mondo cristiano e quello musulmano erano tipicamente di lotta, Francesco volle capovolgere questa mentalità, vedendo per primo in loro dei fratelli a cui annunciare il Vangelo, non con le armi ma offrendolo con amore e se necessario subire anche il martirio.
Mandò per questo i suoi frati prima dai Mori in Spagna, dove vennero condannati a morte e poi graziati dal Sultano e dopo in Marocco, dove il gruppo di frati composti da Berardo, Pietro, Accursio, Adiuto, Ottone, mentre predicavano, furono arrestati, imprigionati, flagellati e infine decapitati il 16 gennaio 1220.
Il ritorno in Portogallo dei corpi dei protomartiri, suscitò la vocazione francescana nell’allora canonico regolare di S.
Agostino, il dotto portoghese e futuro santo, Antonio da Padova.
Francesco non si scoraggiò, nel 1219-1220 volle tentare personalmente l’impresa missionaria diretto in Marocco, ma una tempesta spinse la nave sulla costa dalmata, il secondo tentativo lo fece arrivare in Spagna, occupata dai musulmani, ma si ammalò e dovette tornare indietro, infine un terzo tentativo lo fece approdare in Palestina, dove si presentò al sultano egiziano Al-Malik al Kamil nei pressi del fiume Nilo, che lo ricevette con onore, ascoltandolo con interesse; il sultano non si convertì, ma Francesco poté dimostrare che il dialogo dell’amore poteva essere possibile fra le due religioni monoteiste, dalle comuni origini in Abramo.
La seconda Regola Verso la metà del 1220, Francesco dovette ritornare in Italia per rimettere ordine fra i suoi frati, cresciuti ormai in numero considerevole, per cui l’originaria breve Regola era diventata insufficiente con la sua rigidità.
Il Poverello non aveva inteso fondare conventi ma solo delle ‘fraternità’, piccoli gruppi di fratelli che vivessero in mezzo al mondo, mostrando che la felicità non era nel possedere le cose ma nel vivere in perfetta armonia secondo i comandamenti di Dio.
Ma la folla di frati ormai sparsi per tutta l’Italia, poneva dei problemi di organizzazione, di formazione, di studio, di adattamento alle necessità dell’apostolato in un mondo sempre in evoluzione; quindi il vivere in povertà non poteva condizionare gli altri aspetti del vivere nel mondo.
Nell’affollato “capitolo delle stuoia”, tenutosi ad Assisi nel 1221, Francesco autorizzò il dotto Antonio venuto da Lisbona, d’insegnare ai frati la sacra teologia a Bologna, specie a quelli addetti alla predicazione e alle confessioni.
La nuova Regola fu dettata da Francesco a frate Leone, accolta con soddisfazione dal cardinale protettore dell’Ordine, Ugolino de’ Conti, futuro papa Gregorio IX e da tutti i frati; venne approvata il 29 novembre 1223 da papa Onorio III.
In essa si ribadiva la povertà, il lavoro manuale, la predicazione, la missione tra gl’infedeli e l’equilibrio tra azione e contemplazione; si permetteva ai frati di avere delle Case di formazione per i novizi, si stemperò un poco il concetto di divieto della proprietà.
Il presepe vivente di Greccio La notte del 24 dicembre 1223, Francesco si sentì invadere il cuore di tenerezza e di slancio volle rivivere nella selva di Greccio, vicino Rieti, l’umile nascita di Gesù Bambino con figure viventi.
Nacque così la bella e suggestiva tradizione del Presepio nel mondo cristiano, che sarà ripresa dall’arte e dalla devozione popolare lungo i secoli successivi, con l’apporto dell’opera di grandi artisti, tale da costituire un filone dell’arte a sé stante, comprendenti orafi, scenografi, pittori, scultori, costumisti, architetti; il cui apice per magnificenza, realismo, suggestività, si ammira nel Presepe settecentesco napoletano.
Il suo Calvario personale Ormai minato nel fisico per le malattie, per le fatiche, i continui spostamenti e digiuni, Francesco fu costretto a distaccarsi dal mondo e dal governo dell’Ordine, che aveva creato pur non avendone l’intenzione.
Nell’estate del 1224 si ritirò sul Monte della Verna (Alverna) nel Casentino, insieme ad alcuni dei suoi primi compagni, per celebrare con il digiuno e intensa partecipazione alla Passione di Cristo, la “Quaresima di San Michele Arcangelo”.
La mattina del 14 settembre, festa della Esaltazione della Santa Croce, mentre pregava su un fianco del monte, vide scendere dal cielo un serafino con sei ali di fiamma e di luce, che gli si avvicinò in volo rimanendo sospeso nell’aria.
Fra le ali del serafino, Francesco vide lampeggiare la figura di un uomo con mani e piedi distesi e inchiodati ad una croce; quando la visione scomparve lasciò nel cuore di Francesco un ammirabile ardore e nella carne i segni della crocifissione; per la prima volta nella storia della santità cattolica, si era verificato il miracolo delle stimmate.
Disceso dalla Verna, visibilmente dolorante e trasformato, volle ritornare ad Assisi; era anche prostrato da varie malattie, allo stomaco, alla milza e al fegato, con frequenti emottisi, inoltre la vista lo stava lasciando, a causa di un tracoma contratto durante il suo viaggio in Oriente.
Il lungo declino fisico, il “Cantico delle creature”, la morte Dopo le ultime prediche all’inizio del 1225, Francesco si rifugiò a San Damiano, nel piccolo convento annesso alla chiesetta da lui restaurata tanti anni prima e dove viveva Chiara e le sue suore.
E in questo suggestivo e spirituale luogo di preghiera, egli compose il famoso “Cantico di frate Sole” o “Cantico delle Creature”, sublime poesia, ove si comprende quanto Francesco fosse penetrato nella più intima realtà della natura, contemplando sotto ogni creatura la presenza di Dio.
Se la fede gli aveva fatto riscoprire la fratellanza universale degli uomini, tutti figli dello stesso Padre, nel ‘Cantico’ egli coglieva il legame d’amore che lega tutte le creature, animate ed inanimate, tra loro e con l’uomo, in un abbraccio planetario di fratelli e sorelle che hanno un solo scopo, dare gloria a Dio.
In questo periodo, ospite per un certo tempo nel palazzo vescovile, dettò anche il suo famoso ‘Testamento’, l’ultimo messaggio d’amore del Poverello ai suoi figli, affinché rimanessero fedeli a madonna Povertà.
Poi per l’interessamento del cardinale Ugolino e di frate Elia, Francesco accettò di sottoporsi alle cure dei medici della corte papale a Rieti; poi ancora a Fabriano, Siena e Cortona, ma nell’estate del 1226 non solo non era migliorato, ma si fece sempre più evidente il sorgere di un’altra grave malattia, l’idropisia.
Dopo un’altra sosta a Bagnara sulle montagne vicino a Nocera Umbra, perché potesse avere un po’ di refrigerio, i frati visto l’aggravarsi delle sue condizioni, decisero di trasportarlo ad Assisi e su sua richiesta all’amata Porziuncola, dove a tarda sera del 3 ottobre 1226, Francesco morì recitando il salmo 141, adagiato sulla nuda terra: aveva circa 45 anni.
Le allodole, amanti della luce e timorose del buio, nonostante che fosse già sera, vennero a roteare sul tetto dell’infermeria, a salutare con gioia il santo, che un giorno (fra Camara e Bevagna), aveva invitato gli uccelli a cantare lodando il Signore; e in altra occasione in un campo verso Montefalco aveva tenuto loro una predica, che gli uccelli immobili ascoltarono, esplodendo poi in cinguettii e voli di gioia.
La mattina del 4 ottobre, il suo corpo fu traslato con una solenne processione dalla Porziuncola alla chiesa parrocchiale di S.
Giorgio ad Assisi, dove era stato battezzato e dove aveva cominciato nel 1208 la predicazione.
Lungo il percorso il corteo si fermò a San Damiano, dove la cassa fu aperta, affinché santa Chiara e le sue “povere donne” potessero baciargli le stimmate.
Nella chiesa di San Giorgio rimase tumulato fino al 1230, quando venne portato nella Basilica inferiore, costruita da frate Elia, diventato Ministro Generale dell’Ordine.
Intanto il 16 luglio 1228, papa Gregorio IX a meno di due anni dalla morte, proclamò santo il Poverello d’Assisi, alla presenza della madre madonna Pica, del fratello Angelo e altri parenti, del vescovo Guido di Assisi, di numerosi cardinali e vescovi e di una folla di popolo mai vista, fissandone la festa al 4 ottobre.
Il culto, le leggende, i suoi Fioretti.
Gli episodi della sua vita e dei suoi primi seguaci, furono raccolti e narrati nei “Fioretti di San Francesco”, opera di anonimo trecentesco, che contribuì nel tempo alla larga diffusione del suo culto, unitamente alla prima e seconda ‘Vita’, scritte dal suo discepolo Tommaso da Celano (1190-1260), su richiesta di papa Gregorio IX.
Alcuni episodi sono entrati nell’iconografia del santo e riprodotti dall’arte, come la predica agli uccelli, il roseto in cui si rotolò per sfuggire alla tentazione, il lupo che ammansì a Gubbio, il ricevimento delle Stimmate, ecc.
È patrono dell’Umbria e di molte città, fra le quali San Francisco negli USA che da lui prese il nome; innumerevoli sono le chiese, le parrocchie, i conventi, i luoghi pubblici che portano il suo nome; come pure tanti altri santi e beati, venuti dopo di lui, che ebbero al battesimo o adottarono nella vita religiosa il suo nome.
Il grande santo di Assisi fu riconosciuto da papa Pio XII, come il “più italiano dei santi e più santo degli italiani” e il 18 giugno 1939, lo proclamò Patrono d’Italia.
Il cammino dei suoi Frati Minori.
La Regola composta da s.
Francesco su istanza del cardinale Ugolino de’ Conti, futuro papa Gregorio IX e approvata solennemente da Onorio III nel 1223, era formata da 12 capitoli, essa prescriveva una rigida e assoluta povertà, il lavoro per procurasi il cibo e l’elemosina come mezzo sussidiario di sostentamento.
Capo dell’Ordine, che si propagò rapidamente al punto che, vivente ancora il fondatore, annoverava già 13 Province, fu un Ministro Generale.
Le costituzioni furono redatte da San Bonaventura da Bagnoregio.
Mentre ancora l’organizzazione del nuovo Movimento religioso si stava consolidando, scoppiarono i primi contrasti.
I membri dell’Ordine si divisero in due fazioni: la prima intendeva adottare forme meno severe di vita comunitaria e prescindere dall’obbligo assoluto della povertà, al fine di rendere meno difficile lo sviluppo dell’Ordine stesso; la seconda al contrario, si proponeva di uniformarsi alla lettera e allo spirito delle norme lasciate dal fondatore.
I numerosi tentativi per placare i dissensi non ebbero effetto, anzi questi si acuirono di più quando Gregorio IX con la bolla “Quo elongati” (1230), concesse ai frati, che presero in seguito il nome di ‘Conventuali’, la possibilità di ricevere beni e di amministrarli per le loro esigenze.
Nel campo opposto, correnti definite ereticali, come quelle degli spirituali e dei fraticelli, rappresentarono l’ala estrema del francescanesimo e agitarono un programma di rinnovamento religioso misto ad un’auspicabile rinascita politico-sociale, che sarebbe dovuto sfociare nell’avvento del regno dello Spirito, ma si attirarono scomuniche e persecuzioni dalle autorità ecclesiastiche e feudali.
La divisione in due Movimenti, Osservanti e Conventuali, fu sanzionata nel 1517 da papa Leone X; nel 1525 papa Clemente VII approvò il nuovo ramo dei frati Cappuccini, guidato dal frate Minore Osservante Matteo da Bascio della Marca d’Ancona, dediti ad una più austera disciplina, povertà assoluta e vita eremitica; altre famiglie francescane riformate sorsero nei secoli (Alcantarini, Riformati, Amadeiti) in seno o a fianco degli Osservanti, ma tutti obbedivano al Ministro Generale dell’Osservanza.
L’Ordine francescano comprende anche il ramo femminile, le Clarisse e il Terzo Ordine dei laici o Terziari francescani, fondati dallo stesso s.
Francesco nel 1221, per raccogliere i numerosi seguaci già sposati e di ogni ordine sociale.
L’Ordine, ai cui membri dei diversi rami, Leone XIII nel 1897, ingiunse di prendere il nome comune di Frati Minori, è tra i più notevoli della Chiesa.
Oltre alle pratiche religiose e ascetiche, essi furono e sono dediti alla predicazione, ad un apostolato di tipo sociale in luoghi di cura, e soprattutto all’opera missionaria.
La prima poesia della letteratura italiana: Il Cantico delle Creature Altissimo, onnipotente, bon Signore Tue so’ le laude, la gloria et l’honore et onne benedictione.
A te solo, Altissimo, se konfanno Et nullo homo ene digno te mentovare.
Laudato si’, mi’ Signore, cum tucte le tue creature, specialmente messer lo frate sole lo quale è iorno et allumini noi per lui, et ellu è bellu e radiante, cum grande splendore: de te, Altissimo, porta significatione.
Laudato si’, mi’ Signore, per sora luna e le stelle: in celu l’ài formate clarite et pretiose et belle.
Laudato si’, mi’ Signore, per frate vento et per aere et nubilo et sereno et onne tempo, per lo quale alle tue creature dai sostentamento.
Laudato si’, mi’ Signore, per sora acqua, la quale è molto utile et humile et pretiosa et casta.
Laudato si’, mi’ Signore, per frate focu per lo quale enallumini la nocte ed ello è bello et iocundo et robustoso et forte.
Laudato si’, mi’ Signore, per sora nostra madre terra, la quale ne sustenta et governa, et produce diversi fructi con coloriti fiori et herba.
Laudato si’, mi’ Signore, per quelli ke perdonano per lo tuo amore, et sostengo’ infirmitate et tribolatione.
Beati quelli ke le sosterranno in pace ka da te, Altissimo, sirano incoronati.
Laudato si’, mi’ Signore, per sora nostra morte corporale da la quale nullo homo vivente po’ skappare.
Guai a quelli ke morranno ne le peccata mortali; beati quelli ke trovarà ne le sue sanctissime volutati, ka la morte secunda nol farrà male.
Laudate et benedicete mi’ Signore, et rengratiate et serviteli cum grande humilitate.
(S.
Francesco d’Assisi) Francesco è ancora il santo del futuro Così ha detto la regista Liliana Cavani, che gli ha dedicato due film.
«È talmente nuovo da essere inattuale: noi non siamo ancora pronti per capirlo fino in fondo».
Infatti Francesco, il poverello d’Assisi, il giullare di Dio, la cui festa è il 4 ottobre, tra i santi è una delle figure più popolari, amate e “raccontate”.
Dalle Fonti francescane ai celeberrimi affreschi di Giotto, dai Fioretti alle innumerevoli biografie romanzate, ai film, tutti hanno provato a raccontarci il “loro” Francesco.
Tra i registi che si sono occupati della sua straordinaria vicenda, Rossellini, Zeffirelli e soprattutto Liliana Cavani, che nel 1966 girò un’essenziale Francesco d’Assisi in bianco e nero e nel 1989 Francesco con Mickey Rourke.
Sempre secondo la Cavani : «Francesco è un uomo che si prende delle responsabilità verso le persone che incontra, prova simpatia, compassione, interesse, amore.
Francesco d’Assisi era uno che viveva il Vangelo alla lettera, in modo totale e ingenuo, così come ciascuno di noi ha il suo modo di interpretare il Vangelo, di vivere questa chiamata, questo incontro.
Ognuno può ricevere da lui uno stimolo a seguire il Vangelo in modo personale.
La sua caratteristica è che non riduce il Vangelo a un arzigogolo intellettualistico, a una dimostrazione di sé e nemmeno a una notizia da comunicare al mondo: Francesco non fa il comunicatore.
Sono gli altri, i suoi discepoli che lo vanno a cercare, non lui che li insegue.
Francesco d’Assisi non ha calpestato il mondo ma lo ha appena sfiorato.
A La Verna, poi, ha esercitato, oltre alla saggezza, una grande pazienza con gli organizzatori dell’Ordine, anche se lui vedeva più in là di essi e dei loro limiti.
Per la reista Francesco è sempre moderno proprio perché inattuale.
La sua è un’attualità così poetica da essere “inafferrabile”.
Anche per noi, E- speriamo- che lo sia ancora per le sue numerose famiglie che ancora riscuotono l’amicizia e l’interesse del mondo cattolico( non solo).
Il giullare di Dio All’inizio era un vero play boy.
Si comportava come quelli di Uomini e Donne: organizzava le serate e non mancava a nessuna festa o festino che si svolgeva nel suo paese.
Un giorno un uomo povero bussò alla porta di Francesco.
Gli disse: “dimmi ciò che vuoi”.
E quello, che in realtà era il Signore, gli disse “Il tuo cuore” Quando si è convertito ed ha iniziato a predicare , San Francesco non ha mai dimenticato le sue origini.
E così, mentre gli altri continuavano a frustarsi ed a far sermoni che addormentavano la gente, lui capì che per evangelizzare i popoli bisogna anche farli divertire.
E così andava in giro a cantare ed a ballare, ed a dedicare tutte le poesie d’amore che conosceva (e ne conosceva tante, visto il suo passato) al suo vero amore: Dio.
In cambio dei suoi spettacoli, il giullare di Dio non chiedeva soldi, ma chiedeva di convertirsi e credere al Vangelo.
Del resto lui, che era ricco, divenne ancor più ricco quando amò la ragazza più bella che aveva mai incontrato: la povertà.
Amava così tanto la natura che predicava agli uccelli e parlava con i lupi.
Abbracciò ed aiutò i lebbrosi, che erano come i moderni zingari.
Lo seguono ancora in tanti, che pregano, cantano ed aiutano i poveri.
Un giorno, il Vescovo ed il Signore di Assisi fecero lite.
Ma lite forte.
Ed allora Francesco arrivò, parlò del perdono, ed entrambi fecero pubblicamente pace.
Scrisse una bellissima preghiera: “Laudato si o mi Signore”.
Morì malato, ma felice e sorridente.
Se ho raccontato la storia di San Francesco è perchè è un santo diverso.
Un santo da cui dobbiamo imparare molto.
In questo mondo che ormai dà tutto per scontato, deve donarci un pò di stupore.
Nelle difficoltà deve donarci la “perfetta letizia”, perchè deve farci capire che le difficoltà della vita servono a crescere.
Al mondo sanguinante deve insegnare la Pace, e deve insegnare a far pace.
A chi non crede ispiri la speranza.
Ed ai nostri preti ed ai nostri Vescovi insegni la povertà e l’umiltà.
E faccia capire che una predica di 20 minuti non l’ ascolta nessuno.
Come diceva lui, Il Signore ci doni la Pace.
Michele, catechista( cfr.: barlo86.spaces.live.com/blog/cns!7ACC2AE9DBE70814!448.entry – 56k -) La testimonianza di questo giovane del nostro tempo , ci introduce nel modo più adatto alla presentazione di Francesco d’Assisi, ancora oggi amato e popolarissimo per la sua scelta coraggiosa di vita connotata dalla rinuncia ad ogni avere, dalla preghiera, dal rispetto per ogni creatura, tanto che è il “santo dell’ecologia”- anche se proprio non tutte le sue “famiglie” seguono alla lettera i suoi insegnamenti.
Sicuramente è il santo più popolare della tradizione cristiana.
I suoi eremi da secoli sono meta di una devozione che non ha paragoni nella storia della fede; in ogni angolo del globo a lui sono state intitolate decine di chiese e monumenti, perfino una metropoli negli States(San Francisco) porta con orgoglio il suo nome.
Di fronte a questo successo, alimentato per secoli dalla devozione di milioni di fedeli, una domanda viene spontanea: ma come fece un mercante di nome Francesco di Bernardone, nato in una modesta città dell’Umbria alla fine del 1100, a creare così tanto entusiasmo intorno a sé al punto da raggiungere nel giro di appena dieci anni l’immortalità? Non è facile dirlo.
Possiamo solamente raccontare la sua storia, secondo fonti attendibili.
Dal 15 al 18 di aprile 2009, la famiglia francescana, si riunisce alla grande per ricordare un avvenimento che ha segnato la storia della Chiesa universale: 800 anni fa, nella primavera del 1209, il papa Innocenzo III dava la sua prima approvazione alla regola di vita che frate Francesco era andato a sottoporgli.
Il “Capitolo delle stuoie”, che si svolgerà tra Assisi e Roma, non è solo celebrazione di un evento che ha mutato il volto della cristianità, ma anche memoria di un lungo percorso, talvolta travagliato ma sempre ricco di fede, della vita religiosa che in varie forme si è ispirata all’esempio del suo fondatore.
Un percorso che non è certo terminato, che è difficile, problematico, però con uno sguardo rivolto con coraggio al domani.
Ed oggi, più di ieri, l’umanità, ovvero la cristianità ha necessità di “riscoprire” stimoli fecondi per proseguire il suo cammino, magari non proprio come il “poverello d’Assisi”, ma cogliendo i suoi semi ancora troppo nuovi per l’oggi.

La Risurrezione

La domenica di Pasqua, nel messaggio al mondo dalla loggia centrale della basilica vaticana, e poi il mercoledì successivo, nell’udienza generale in piazza San Pietro, Benedetto XVI ha messo al centro della sua predicazione l’evento della risurrezione di Gesù.
L’ha fatto in coerenza con il calendario liturgico.
Ma anche con quello che è il suo obiettivo dichiarato, da papa: ravvivare la fede là dove è in pericolo di spegnersi, aprire agli uomini l’accesso a Dio: “non a un qualsiasi dio, ma a quel Dio che ha parlato sul Sinai; a quel Dio il cui volto riconosciamo nell’amore spinto sino alla fine, in Gesù Cristo crocifisso e risorto”.
I due discorsi papali di Pasqua e del mercoledì “in albis” formano un dittico profondamente unitario, che esprime più che mai il senso di questo pontificato.
Si sa che papa Joseph Ratzinger sta scrivendo il secondo volume del suo libro “Gesù di Nazaret”, dedicato principalmente ai racconti evangelici della passione e della risurrezione di Gesù.
Pare che sia piuttosto avanti nella stesura.
In ogni caso, chi ne volesse un’anticipazione, la trova proprio nei due discorsi citati, riportati integralmente più sotto.
Benedetto XVI ha insistito sul fatto che la risurrezione di Gesù “non è una teoria, ma una realtà storica, non è un mito né un sogno, non è una visione né un’utopia, non è una favola, ma un evento unico ed irripetibile”.
E ancora: “Lo affermiamo con forza perché, anche in questi nostri tempi, non manca chi cerca di negarne la storicità riducendo il racconto evangelico a un mito, a una visione degli Apostoli, riprendendo e presentando vecchie e già consumate teorie come nuove e scientifiche”.
Già nel primo volume di “Gesù di Nazaret” papa Ratzinger aveva mostrato che questo era l’intento del suo libro: dire la verità intera su Gesù vero Dio e vero uomo.
Senza questa verità intera di Gesù crocifisso e risorto – ha insistito il papa nel messaggio di Pasqua – non c’è luce che illumini “le zone buie del mondo in cui viviamo” e “non c’è scampo per l’uomo”.
Nella catechesi del mercoledì “in albis” Benedetto XVI ha fatto un passo ulteriore.
Ha illustrato il senso della risurrezione di Gesù sulla traccia delle parole del “Credo”, la sintesi della fede cristiana che i fedeli di tutto il mondo recitano in ogni messa.
L’ha fatto risalendo a ritroso, a quel passaggio della prima lettera di Paolo ai Corinzi che è all’origine degli articoli centrali del “Credo”.
In particolare, il papa ha voluto spiegare il senso della formula che sia in san Paolo sia nel “Credo” accompagna l’annuncio della risurrezione di Gesù: “secondo le Scritture”.
Tale formula, ha detto, mostra che l’evento della morte e risurrezione del Figlio di Dio “porta in sé un logos, una logica”, l’unica capace di spiegare il significato dell’intera storia dell’uomo e del mondo.
Ma non una parola di più, qui.
Non c’è che da leggere per intero questi due straordinari testi di papa Benedetto: 2.  “È risorto il terzo giorno secondo le Scritture” di Benedetto XVI Cari fratelli e sorelle, la consueta udienza generale del mercoledì è oggi pervasa di gaudio spirituale, quel gaudio che nessuna sofferenza e pena possono cancellare, perché è gioia che scaturisce dalla certezza che Cristo, con la sua morte e risurrezione, ha definitivamente trionfato sul male e sulla morte.
“Cristo è risorto! Alleluia!”, canta la Chiesa in festa.
E questo clima festoso, questi sentimenti tipici della Pasqua, si prolungano non soltanto durante questa settimana – l’ottava di Pasqua – ma si estendono nei cinquanta giorni che vanno fino alla Pentecoste.
Anzi, possiamo dire: il mistero della Pasqua abbraccia l’intero arco della nostra esistenza.
In questo tempo liturgico sono davvero tanti i riferimenti biblici e gli stimoli alla meditazione che ci vengono offerti per approfondire il significato e il valore della Pasqua.
La “via crucis”, che nel triduo santo abbiamo ripercorso con Gesù sino al Calvario rivivendone la dolorosa passione, nella solenne veglia pasquale è diventata la consolante “via lucis”.
Visto dalla risurrezione, possiamo dire che tutta questa via della sofferenza è cammino di luce e di rinascita spirituale, di pace interiore e di salda speranza.
Dopo il pianto, dopo lo smarrimento del Venerdì Santo, seguito dal silenzio carico di attesa del Sabato Santo, all’alba del “primo giorno dopo il sabato” è risuonato con vigore l’annuncio della vita che ha sconfitto la morte: “Dux vitae mortuus regnat vivus”, il Signore della vita era morto; ma ora, vivo, trionfa.
La novità sconvolgente della risurrezione è così importante che la Chiesa non cessa di proclamarla, prolungandone il ricordo specialmente ogni domenica: ogni domenica, infatti, è “giorno del Signore” e Pasqua settimanale del popolo di Dio.
I nostri fratelli orientali, quasi a evidenziare questo mistero di salvezza che investe la nostra vita quotidiana, chiamano in lingua russa la domenica “voskrescénje”, giorno della risurrezione.
È pertanto fondamentale per la nostra fede e per la nostra testimonianza cristiana proclamare la risurrezione di Gesù di Nazaret come evento reale, storico, attestato da molti e autorevoli testimoni.
Lo affermiamo con forza perché, anche in questi nostri tempi, non manca chi cerca di negarne la storicità riducendo il racconto evangelico a un mito, ad una “visione” degli Apostoli, riprendendo e presentando vecchie e già consumate teorie come nuove e scientifiche.
Certamente la risurrezione non è stata per Gesù un semplice ritorno alla vita precedente.
In questo caso, infatti, sarebbe stata una cosa del passato: duemila anni fa uno è risorto, è ritornato alla sua vita precedente, come per esempio Lazzaro.
La risurrezione si pone in un’altra dimensione: é il passaggio ad una dimensione di vita profondamente nuova, che interessa anche noi, che coinvolge tutta la famiglia umana, la storia e l’universo.
Questo evento che ha introdotto una nuova dimensione di vita, un’apertura di questo nostro mondo verso la vita eterna, ha cambiato l’esistenza dei testimoni oculari come dimostrano i racconti evangelici e gli altri scritti neotestamentari; è un annuncio che intere generazioni di uomini e donne lungo i secoli hanno accolto con fede e hanno testimoniato non raramente a prezzo del loro sangue, sapendo che proprio così entravano in questa nuova dimensione della vita.
Anche quest’anno, a Pasqua risuona immutata e sempre nuova, in ogni angolo della terra, questa buona notizia: Gesù morto in croce è risuscitato, vive glorioso perché ha sconfitto il potere della morte, ha portato l’essere umano in una nuova comunione di vita con Dio e in Dio.
Questa è la vittoria della Pasqua, la nostra salvezza! E quindi possiamo con sant’Agostino cantare: “La risurrezione di Cristo è la nostra speranza”, perché ci introduce in un nuovo futuro.
È vero: la risurrezione di Gesù fonda la nostra salda speranza e illumina l’intero nostro pellegrinaggio terreno, compreso l’enigma umano del dolore e della morte.
La fede in Cristo crocifisso e risorto è il cuore dell’intero messaggio evangelico, il nucleo centrale del nostro “Credo”.
Di tale “Credo” essenziale possiamo trovare una espressione autorevole in un noto passo paolino, contenuto nella prima lettera ai Corinzi (15, 3-8) dove, l’Apostolo, per rispondere ad alcuni della comunità di Corinto che paradossalmente proclamavano la risurrezione di Gesù ma negavano quella dei morti – la nostra speranza –, trasmette fedelmente quello che egli, Paolo, aveva ricevuto dalla prima comunità apostolica circa la morte e risurrezione del Signore.
Egli inizia con una affermazione quasi perentoria: “Vi proclamo, fratelli, il Vangelo che vi ho annunciato e che voi avete ricevuto, nel quale restate saldi e dal quale siete salvati, se lo mantenete come ve l’ho annunciato.
A meno che non abbiate creduto invano!” (15, 1-2).
Aggiunge subito di aver loro trasmesso quello che lui stesso aveva ricevuto.
Segue poi la pericope che abbiamo ascoltato all’inizio di questo nostro incontro.
San Paolo presenta innanzitutto la morte di Gesù e pone, in un testo così scarno, due aggiunte alla notizia che “Cristo morì”.
La prima aggiunta è: morì “per i nostri peccati”; la seconda è: “secondo le Scritture” (15, 3).
Questa espressione “secondo le Scritture” pone l’evento della morte del Signore in relazione con la storia dell’alleanza veterotestamentaria di Dio con il suo popolo, e ci fa comprendere che la morte del Figlio di Dio appartiene al tessuto della storia della salvezza, ed anzi ci fa capire che tale storia riceve da essa la sua logica ed il suo vero significato.
Fino a quel momento la morte di Cristo era rimasta quasi un enigma, il cui esito era ancora insicuro.
Nel mistero pasquale si compiono le parole della Scrittura, cioè, questa morte realizzata “secondo le Scritture” è un avvenimento che porta in sé un “logos”, una logica: la morte di Cristo testimonia che la Parola di Dio si è fatta sino in fondo “carne”, “storia” umana.
Come e perché ciò sia avvenuto lo si comprende dall’altra aggiunta che san Paolo fa: Cristo morì “per i nostri peccati”.
Con queste parole il testo paolino pare riprendere la profezia di Isaia contenuta nel quarto canto del Servo di Dio (Isaia 53, 12).
Il Servo di Dio – così dice il canto – “ha spogliato se stesso fino alla morte”, ha portato “il peccato di molti”, ed intercedendo per i “colpevoli” ha potuto recare il dono della riconciliazione degli uomini tra loro e degli uomini con Dio: la sua è dunque una morte che mette fine alla morte; la via della Croce porta alla Risurrezione.
Nei versetti che seguono, l’Apostolo si sofferma poi sulla risurrezione del Signore.
Egli dice che Cristo “è risorto il terzo giorno secondo le Scritture”.
Di nuovo: “secondo le Scritture”! Non pochi esegeti intravedono nell’espressione: “è risorto il terzo giorno secondo le Scritture” un significativo richiamo di quanto leggiamo nel salmo 16, dove il salmista proclama: “Non abbandonerai la mia vita negli inferi, né lascerai che il tuo fedele veda la corruzione” (v.10).
È questo uno dei testi dell’Antico Testamento, citati spesso nel cristianesimo primitivo, per provare il carattere messianico di Gesù.
Poiché secondo l’interpretazione giudaica la corruzione cominciava dopo il terzo giorno, la parola della Scrittura si adempie in Gesù che risorge il terzo giorno, prima cioè che cominci la corruzione.
San Paolo, tramandando fedelmente l’insegnamento degli Apostoli, sottolinea che la vittoria di Cristo sulla morte avviene attraverso la potenza creatrice della Parola di Dio.
Questa potenza divina reca speranza e gioia: è questo in definitiva il contenuto liberatore della rivelazione pasquale.
Nella Pasqua, Dio rivela se stesso e la potenza dell’amore trinitario che annienta le forze distruttrici del male e della morte.
Cari fratelli e sorelle, lasciamoci illuminare dallo splendore del Signore risorto.
Accogliamolo con fede e aderiamo generosamente al suo Vangelo, come fecero i testimoni privilegiati della sua risurrezione; come fece, diversi anni dopo, san Paolo che incontrò il divino Maestro in modo straordinario sulla via di Damasco.
Non possiamo tenere solo per noi l’annuncio di questa verità che cambia la vita di tutti.
E con umile fiducia preghiamo: “Gesù, che risorgendo dai morti hai anticipato la nostra risurrezione, noi crediamo in Te!”.
Mi piace concludere con una esclamazione che amava ripetere Silvano del Monte Athos: “Gioisci, anima mia.
È sempre Pasqua, perché Cristo risorto è la nostra risurrezione!”.
Ci aiuti la Vergine Maria a coltivare in noi, e attorno a noi, questo clima di gioia pasquale, per essere testimoni dell’Amore divino in ogni situazione della nostra esistenza.
Ancora una volta, buona Pasqua a voi tutti! __________ Tutte le omelie pronunciate da Benedetto XVI nella settimana santa di quest’anno, nel sito del Vaticano: > Omelie 2009 1.  “La risurrezione di Cristo è la nostra speranza” di Benedetto XVI Cari fratelli e sorelle di Roma e del mondo intero! Formulo di cuore a voi tutti l’augurio pasquale con le parole di sant’Agostino: “Resurrectio Domini, spes nostra”, la risurrezione del Signore è la nostra speranza (Agostino, Sermo 261, 1).
Con questa affermazione, il grande vescovo spiegava ai suoi fedeli che Gesù è risorto perché noi, pur destinati alla morte, non disperassimo, pensando che con la morte la vita sia totalmente finita; Cristo è risorto per darci la speranza.
In effetti, una delle domande che più angustiano l’esistenza dell’uomo è proprio questa: che cosa c’è dopo la morte? A quest’enigma la solennità odierna ci permette di rispondere che la morte non ha l’ultima parola, perché a trionfare alla fine è la Vita.
E questa nostra certezza non si fonda su semplici ragionamenti umani, bensì su uno storico dato di fede: Gesù Cristo, crocifisso e sepolto, è risorto con il suo corpo glorioso.
Gesù è risorto perché anche noi, credendo in Lui, possiamo avere la vita eterna.
Questo annuncio sta nel cuore del messaggio evangelico.
Lo dichiara con vigore san Paolo: “Se Cristo non è risorto, vuota allora è la nostra predicazione, vuota anche la vostra fede”.
E aggiunge: “Se noi abbiamo avuto speranza in Cristo soltanto per questa vita, siamo da commiserare più di tutti gli uomini” (1 Corinzi 15,14.19).
Dall’alba di Pasqua una nuova primavera di speranza investe il mondo; da quel giorno la nostra risurrezione è già cominciata, perché la Pasqua non segna semplicemente un momento della storia, ma l’avvio di una nuova condizione: Gesù è risorto non perché la sua memoria resti viva nel cuore dei suoi discepoli, bensì perché Egli stesso viva in noi e in Lui possiamo già gustare la gioia della vita eterna.
La risurrezione pertanto non è una teoria, ma una realtà storica rivelata dall’Uomo Gesù Cristo mediante la sua “pasqua”, il suo “passaggio”, che ha aperto una “nuova via” tra la terra e il Cielo (cfr Ebrei 10,20).
Non è un mito né un sogno, non è una visione né un’utopia, non è una favola, ma un evento unico ed irripetibile: Gesù di Nazaret, figlio di Maria, che al tramonto del venerdì è stato deposto dalla croce e sepolto, ha lasciato vittorioso la tomba.
Infatti all’alba del primo giorno dopo il sabato, Pietro e Giovanni hanno trovato la tomba vuota.
Maddalena e le altre donne hanno incontrato Gesù risorto; lo hanno riconosciuto anche i due discepoli di Emmaus allo spezzare il pane; il Risorto è apparso agli Apostoli la sera nel cenacolo e quindi a molti altri discepoli in Galilea.
L’annuncio della risurrezione del Signore illumina le zone buie del mondo in cui viviamo.
Mi riferisco particolarmente al materialismo e al nichilismo, a quella visione del mondo che non sa trascendere ciò che è sperimentalmente constatabile, e ripiega sconsolata in un sentimento del nulla che sarebbe il definitivo approdo dell’esistenza umana.
È un fatto che se Cristo non fosse risorto, il “vuoto” sarebbe destinato ad avere il sopravvento.
Se togliamo Cristo e la sua risurrezione, non c’è scampo per l’uomo e ogni sua speranza rimane un’illusione.
Ma proprio oggi prorompe con vigore l’annuncio della risurrezione del Signore, ed è risposta alla ricorrente domanda degli scettici, riportata anche dal libro di Qoelet: “C’è forse qualcosa di cui si possa dire: Ecco, questa è una novità?” (1,10).
Sì, rispondiamo: nel mattino di Pasqua tutto si è rinnovato.
“Mors et vita duello conflixere mirando: dux vitae mortuus regnat vivus”, morte e vita si sono affrontate in un prodigioso duello; il Signore della vita era morto, ma ora, vivo, trionfa.
Questa è la novità! Una novità che cambia l’esistenza di chi l’accoglie, come avvenne nei santi.
Così, ad esempio, è accaduto per san Paolo.
Più volte, nel contesto dell’Anno Paolino, abbiamo avuto modo di meditare sull’esperienza del grande Apostolo.
Saulo di Tarso, l’accanito persecutore dei cristiani, sulla via di Damasco incontrò Cristo risorto e fu da Lui “conquistato”.
Il resto ci è noto.
Avvenne in Paolo quel che più tardi egli scriverà ai cristiani di Corinto: “Se uno è in Cristo, è una nuova creatura; le cose vecchie sono passate, ecco ne sono nate di nuove” (2 Corinzi 5, 17).
Guardiamo a questo grande evangelizzatore, che con l’entusiasmo audace della sua azione apostolica, ha recato il Vangelo a tante popolazioni del mondo di allora.
Il suo insegnamento e il suo esempio ci stimolino a ricercare il Signore Gesù.
Ci incoraggino a fidarci di Lui, perché ormai il senso del nulla, che tende ad intossicare l’umanità, è stato sopraffatto dalla luce e dalla speranza che promanano dalla risurrezione.
Ormai sono vere e reali le parole del Salmo: “Nemmeno le tenebre per te sono tenebre e la notte è luminosa come il giorno” (139[138],12).
Non è più il nulla che avvolge ogni cosa, ma la presenza amorosa di Dio.
Addirittura il regno stesso della morte è stato liberato, perché anche negli “inferi” è arrivato il Verbo della vita, sospinto dal soffio dello Spirito (v.
8).
Se è vero che la morte non ha più potere sull’uomo e sul mondo, tuttavia rimangono ancora tanti, troppi segni del suo vecchio dominio.
Se mediante la Pasqua, Cristo ha estirpato la radice del male, ha però bisogno di uomini e donne che in ogni tempo e luogo lo aiutino ad affermare la sua vittoria con le sue stesse armi: le armi della giustizia e della verità, della misericordia, del perdono e dell’amore.
È questo il messaggio che, in occasione del recente viaggio apostolico in Camerun e in Angola, ho inteso portare a tutto il Continente africano, che mi ha accolto con grande entusiasmo e disponibilità all’ascolto.
L’Africa, infatti, soffre in modo smisurato per i crudeli e interminabili conflitti – spesso dimenticati – che lacerano e insanguinano diverse sue nazioni e per il numero crescente di suoi figli e figlie che finiscono preda della fame, della povertà, della malattia.
Il medesimo messaggio ripeterò con forza in Terrasanta, ove avrò la gioia di recarmi fra qualche settimana.
La difficile ma indispensabile riconciliazione, che è premessa per un futuro di sicurezza comune e di pacifica convivenza, non potrà diventare realtà che grazie agli sforzi rinnovati, perseveranti e sinceri, per la composizione del conflitto israelo-palestinese.
Dalla Terra Santa, poi, lo sguardo si allargherà sui paesi limitrofi, sul Medio Oriente, sul mondo intero.
In un tempo di globale scarsità di cibo, di scompiglio finanziario, di povertà antiche e nuove, di cambiamenti climatici preoccupanti, di violenze e miseria che costringono molti a lasciare la propria terra in cerca di una meno incerta sopravvivenza, di terrorismo sempre minaccioso, di paure crescenti di fronte all’incertezza del domani, è urgente riscoprire prospettive capaci di ridare speranza.
Nessuno si tiri indietro in questa pacifica battaglia iniziata dalla Pasqua di Cristo, il quale – lo ripeto – cerca uomini e donne che lo aiutino ad affermare la sua vittoria con le sue stesse armi, quelle della giustizia e della verità, della misericordia, del perdono e dell’amore.
“Resurrectio Domini, spes nostra!”, la risurrezione di Cristo è la nostra speranza! Questo la Chiesa proclama oggi con gioia: annuncia la speranza, che Dio ha reso salda e invincibile risuscitando Gesù Cristo dai morti; comunica la speranza, che essa porta nel cuore e vuole condividere con tutti, in ogni luogo, specialmente là dove i cristiani soffrono persecuzione a causa della loro fede e del loro impegno per la giustizia e la pace; invoca la speranza capace di suscitare il coraggio del bene anche e soprattutto quando costa.
Oggi la Chiesa canta “il giorno che ha fatto il Signore” ed invita alla gioia.
Oggi la Chiesa prega, invoca Maria, Stella della Speranza, perché guidi l’umanità verso il porto sicuro della salvezza che è il cuore di Cristo, la Vittima pasquale, l’Agnello che “ha redento il mondo”, l’Innocente che “ha riconciliato noi peccatori col Padre”.
A Lui, Re vittorioso, a Lui crocifisso e risorto, noi gridiamo con gioia il nostro Alleluia!

Classe terza – Aprile

Quarta fase dell’attività L’insegnante propone agli allievi le seguenti attività.
a) Scegli la “frase d’autore” che ti convince maggiormente; motiva la tua scelta.
– «Niente vale quanto la preghiera: essa rende possibile ciò che è impossibile, facile ciò che è difficile» (S.
Giovanni Crisostomo) – «Meglio pregare con il cuore senza trovare le parole, che trovare belle parole senza metterci il cuore» (Gandhi) – «Coloro che pregano sono più utili al mondo di coloro che combattono; se il mondo va di male in peggio, è perché ci sono più guerre che preghiere!» (D.
Cortes) b) Dividetevi in i piccoli gruppi (due-tre persone) con un portavoce e inventate brevi racconti in cui compaiano esperienze di preghiera (di ascolto, domanda, intercessione, pentimento, adorazione …) che conducano al cambiamento positivo di persone e situazioni.
Il portavoce leggerà il racconto del gruppo alla classe, fornendo le dovute spiegazioni.
c) Descrivi in breve, con parole tue, le varie forme di preghiera presentate.
Per l’inserimento dell’argomento in Unità di Apprendimento articolate, vedere Tiziana Chiamberlando, Sentinelle del Mattino, SEI, Volume per la classe terza e Guida.
Seconda fase dell’attività L’insegnante propone agli allievi il seguente questionario, seguito da confronto e dibattito, dopo la lettura dei testi-guida della prima parte.
– Quali sono gli insegnamenti di Gesù come “Maestro di preghiera”? – In che senso il rapporto con Lui è il primo modo di pregare, per un cristiano? – Leggi la “parabola dell’amico importuno” (Lc 11,5-13) e quella della “vedova importuna” (Lc 18,2-8) – “In diretta dai Vangeli” Come deve avvenire una “preghiera di domanda”? Con quali aspettative? – Leggi “Marta e Maria” (Lc 10,38-42).
Qual è la “parte migliore” scelta da Maria? – Leggi la parabola del fariseo e del pubblicano (Lc 18,9-14).
Perché la “preghiera di ringraziamento” del fariseo non può essere gradita a Dio? Quale atteggiamento del pubblicano ottiene invece, per lui, il perdono? Che cosa può significare “esaltarsi” e “umiliarsi”? 6) Forme di preghiera – Chiedere Talvolta pare assurdo “chiedere” a Dio: non ci conosce forse, non provvede già a noi nel modo migliore? Eppure, se Gesù “chiede” al Padre, chiedere è giusto.
Chi chiede qualcosa a Dio, si mette nelle sue mani perché ciò che è “il meglio” avvenga; esprime anche la propria disponibilità a collaborare perché ciò si realizzi.
Se ciò che a noi sembra giusto chiedere non viene concesso, certamente il meglio per noi è altro…
e ci verrà dato, perché Gesù ha detto: «Bussate, e vi sarà aperto».
La risposta potrà essere diversa da quella che ci si aspetta: sarà importante cercarla con attenzione negli incontri, negli avvenimenti.
Il cristiano convinto non sta fermo a lamentarsi, se una porta si chiude: va dietro l’angolo, dove il Signore gli ha preparato un portone da aprire.
Si può chiedere a Dio per se stessi e per gli altri, con la preghiera di intercessione che è anche una personale decisione di impegno nell’aiuto.
– Adorare e ringraziare Dio dona gratuitamente e abbondantemente, secondo i cristiani: veste addirittura i gigli del campo, rinvigorisce i fili d’erba (Lc 12,13-21).
Saper ricevere i suoi doni significa riconoscere, pieni di sollievo, di essere fragili, ma anche di essere…
in buone mani! Avvicina a Dio pensare con stupore alla sua forza e alla sua bellezza, alle meraviglie della sua creazione, riconoscere la grandezza delle sue opere…
«Oggi abbiamo parlato, ascoltato, guardato, camminato con tutta naturalezza.
Ma è difficile che abbiamo detto grazie per il dono della parola, dell’udito, della vista, della salute.
Ogni cosa che toccano le nostre mani, ogni cosa che vedono i nostri occhi, ogni oggetto raggiunto dai nostri sensi, è un dono di Dio.
In ogni cosa su cui si ferma un attimo la fantasia c’è un dono di Dio.
Ogni oggetto del mio pensiero è un dono di Dio.
Ogni battito dei miei polsi, ogni respiro dei miei polmoni…» Soprattutto, si può ringraziare Dio per le persone che ci fanno crescere, per gli avvenimenti lieti o duri che ci fanno imparare, maturare…
«Ogni volta che la bontà di Dio occupa i nostri pensieri più di quanto la occupino le nostre preoccupazioni, noi sbocciamo maggiormente alla realtà della fede.
La preghiera di ringraziamento ha proprio questo ruolo: spostare il nostro centro d’interesse da noi a Dio…» (Padre Andrea Gasparino) – Pentirsi, riconoscere gli errori, rivedere la propria vita mettendocela tutta, con l’aiuto di Dio, per sconfiggere l’egoismo con le sue schiavitù, i “lati oscuri”…
7) Ascolto e Bibbia «La pretesa che Dio ci ascolti cresce con l’età; Dio deve ascoltare le nostre delusioni, i nostri tradimenti, le offese ricevute e quelle restituite, la paura di diventare grandi, l’emozione di esperienze nuove e tutto ciò che il nostro cuore è capace di contenere.
Pregare, però, non è solo rivolgersi a Gesù per affidargli tutti i nostri guai; è vero, il Signore ascolta e accoglie ogni secondo della nostra vita.
Ma chi prega è soprattutto l’amico a cui Dio vuole parlare: secondo i cristiani, Egli chiede il nostro ascolto soprattutto; non vuole solo la preghiera del “Signore, girati qui che ti devo parlare”, ma anche quella di Samuele il profeta: “Parla, Signore, il tuo servo ti ascolta” (a cura dell’Azione Cattolica Ragazzi, Marta e Maria, Ed Ave, p.
28, Collana “Il seme della Parola”) I cristiani chiedono a Dio: “Che cosa vuoi che faccia?” Essi sentono che soltanto chi ci ha voluti vivi e ci conosce perfettamente potrà svelarci il nostro mistero di persone, quali siano per ciascuno il bene e il male, quale compito portato a termine ci farà gustare il sapore dell’esistenza.
Qual è la sua volontà per ciascuno di noi? La preghiera di ascolto è il tentativo del cristiano di fare silenzio in sé…
per lasciar parlare Lui.
«Nella preghiera porto tutta la mia realtà di cattiveria e di bontà, di superficialità e di profondità e questo lo dico al Signore, lo faccio presente, lo accetto.
Allora sono “vero” di fronte a lui e divento discepolo, gli faccio spazio.
Vedo poi i fratelli in modo diverso, gli antipatici in modo diverso.
Non vuol dire che cambierò subito…
Vuol dire che comincerà a insinuarsi in me lo Spirito del Signore, che è spirito di pacificazione, amore, servizio…
Continuando e perseverando nel cammino di preghiera, le idee si fanno chiare e si agisce in modo diverso» (Padre F.
Peyron).
Ponendosi in un atteggiamento di ascolto, si potrà leggere la Sacra Scrittura mettendo da parte le proprie idee e le proprie emozioni, facendo tacere l’Io in uno spazio di silenzio che Dio possa riempire.
Dio non ci chiede di essere nuovi Mosé, ma di diventare noi stessi, affrontando il “nostro” Esodo.
Pregare con la Bibbia e in particolare con i Vangeli, per il cristiano, significa lasciarsi interpellare personalmente dalla Parola.
Guidato da Sacerdoti e da libri e “veicoli” che possano aiutare a comprendere il significato fondamentale dei testi, il cristiano cerca di comprendere il messaggio della Parola “per lui” in particolare, ponendosi di fronte a Gesù come gli Apostoli, i miracolati, il popolo che lo ascoltava e lo seguiva…
Terza fase dell’attività L’insegnante presenta i seguenti testi-guida.
8) Le conseguenze della preghiera Pregare significa dunque coltivare una “vita interiore”, mirando a un rapporto personale con Dio, mantenendo aperto un “canale interiore” di comunicazione con Lui.
Come un atleta che si allena sistematicamente, la persona che coltiva la preghiera con costanza ottiene dei risultati: – il suo “orecchio interiore” avverte la Presenza di Dio, i suoi consigli che orientano la vita, la sua tenerezza che riempie la solitudine e consola; – si abitua a essere sincera e senza maschere di fronte al Dio con cui non si può mentire; più facilmente lo sarà anche con gli altri.
– impara ad affrontare situazioni, rapporti, difficoltà ponendosi “dal punto di vista di Dio”: in quest’ottica, la vita è un’avventura sensata ed entusiasmante, inserita in un grande Progetto; – di fronte alle difficoltà, riceve forza e le affronta con coraggio; – il rapporto con Dio-Amore insegna soprattutto…
a mettere l’amore al primo posto.
5) Giovani voci tra disimpegno e nostalgia Gloria: «Studio tutto il giorno e alla sera sono stanca morta.
Non ho certo voglia di pregare…
ma poi, per pregare bisognerebbe trovare il posto giusto, il momento giusto…» Giovanna: «Al mattino sono sempre di corsa.
Faccio fatica ad alzarmi e ad arrivare puntuale a scuola…
E poi per pregare bisognerebbe ripensare tutto il mio rapporto con Dio, che oggi è il grande assente della mia vita, anche se una volta o l’altra dovrò pensarci».
«Non trovare il momento giusto» indica in realtà la tendenza a rimandare…
la propria crescita; a non prendere in mano la propria vita decidendo sulle «cose importanti» e dirigendola verso una meta.
Pino: «A volte si sente un gran bisogno di pregare.
Quasi sempre per chiedere, non tanto per lodare o ringraziare Dio.
Ma si deve pregare per conservare la fede…
Chi non prega rischia di perdere la fede.» Daniele: «Fino a qualche anno fa i miei mi trascinavano in chiesa contro voglia.
E guardavo quella gente che pregava senz’anima.
Ripeteva formule, canti, si alzava e si sedeva…
ma non vedevo nel volto di nessuno la gioia di incontrarsi con Dio.
Adesso non prego più, ma se dovessi tornare a pregare, vorrei che prendesse tutta la mia vita».
Pino e Daniele si sono «persi per strada», ma hanno nostalgia di una preghiera sincera e autentica, che trasformi realmente l’esistenza.
(Esperienze in Dossier Adolescenti «Ma perché pregare?», U.
De Vanna, Ed Elledici, pp.
2-3) Unità di Lavoro-Riflessione sull’esperienza, con approfondimenti biblici e teologici Seconda parte OSA di riferimento Conoscenze – La fede, alleanza tra Dio e l’uomo, vocazione e progetto di vita.
– Gesù, via, verità e vita per l’umanità.
Abilità – Riconoscere le dimensioni fondamentali dell’esperienza di fede.
– Individuare l’originalità della speranza cristiana.
Obiettivi Formativi ipotizzabili Conoscenze e abilità – Conoscere e saper descrivere aspetti vari della preghiera cristiana.
– Conoscere e saper descrivere l’azione trasformante della preghiera secondo i credenti.
– Conoscere e saper spiegare il significato essenziale di alcuni passi biblici riguardanti la preghiera.
– Elaborare e saper esprimere opinioni personali motivate inerenti l’importanza della preghiera nell’esperienza umana.
Competenze di riferimento dell’allievo in prospettiva triennale – Consolidare o almeno avviare percorsi di introspezione, in vista di una sempre più approfondita conoscenza di sé e dello sviluppo di opinioni personali.
– Prendere in considerazione il progetto di vita cristiano e la visione cristiana dell’esistenza.
– Possedere essenziali conoscenze bibliche e dottrinali inerenti il cristianesimo.

Classe seconda – Aprile

2) Liturgia e preghiera in musica Dalle origini al gregoriano Il termine greco “leiturghia”, nella “Bibbia dei Settanta” (la più antica raccolta, in greco, di testi dell’Antico Testamento) traduce un termine ebraico che significa “culto prestato a Dio”.
La liturgia cristiana comprende tutti i mezzi della comunità per comunicare con Dio, lodarlo, lasciarsi trasformare da Lui.
È un incontro trasformante tra il Risorto, invisibile ma presente, e la sua Chiesa attraverso i Sacramenti, la preghiera comunitaria, la Messa con il rinnovarsi dell’Eucaristia.
Il Risorto dona lo Spirito, Forza di Dio per amare e vincere il male nel quotidiano…
Le origini del rapporto tra liturgia cristiana e musica risalgono all’usanza ebraica di eseguire canti durante le cerimonie religiose; tale usanza, o meglio tale esigenza di pregare con maggiore intensità e coinvolgimento popolare, venne confermata presso i primi cristiani, come già attestano alcuni passi degli “Atti degli Apostoli” e delle Lettere di San Paolo.
L’espansione del cristianesimo vide affermarsi una musica liturgica unicamente vocale, memorizzata e influenzata da tradizioni mediorientali; soprattutto l’ordine monastico benedettino avrebbe conservato gli inni più antichi, costruiti ancora in base alle teorie musicali greche secondo un sistema di otto “modi” o scale, ispirati agli antichissimi “tetracordi”.
Quando, dopo Costantino, il culto divenne più solenne, il canto non si limitò alla recitazione cantata dei Salmi biblici e ad alcuni inni che esprimevano lode e semplici sintesi della dottrina: entrò anche nelle parti delle cerimonie liturgiche dedicate alla lettura del Vangelo, per sfociare in esuberanti vocalizzi sulla parola “Alleluia” (Lodate Dio).
Così si espresse S.
Agostino ricordando momenti di musica e preghiera: «Le voci fluivano e la verità penetrava nel cuore.
Allora traboccava l’agitarsi della mia fede e scorrevano le lacrime; mi sentivo benedetto nel mio intimo».
La Chiesa, consapevole della sua missione universale, volle unificare il culto stabilendo una lingua comune, il latino; diede un vasto repertorio di libri sacri cui attingere per preghiere e meditazioni e cercò di dare a tutti i fedeli le stesse melodie con cui cantare le lodi del Signore; il canto venne delegato a cantori ben istruiti e organizzati.
Il papa S.
Gregorio Magno, monaco benedettino, fu pontefice nel 590 d.C.: fu una figura straordinaria di uomo contemporaneamente attivo e contemplativo; fondò monasteri, distribuì ai poveri i suoi beni e fu un grandissimo riformatore e coordinatore della liturgia musicale cristiana.
Nell’“Antifonarium Cento” raccolse gli inni ordinando la difficile materia della musica liturgica in forme nuove; il canto gregoriano ebbe enorme diffusione per otto secoli.
Unicamente vocale e monodico, voleva elevare l’uomo a Dio, staccandolo da ogni passione negativa; la parola era sovrana, la musica era al suo servizio per esaltarla; la leggerezza e la fusione delle voci e la solennità della melodia avevano il compito di trasportare l’uditore in una dimensione priva di spazio e tempo, che avvicinasse a Dio e lasciasse emergere la parte migliore, spirituale e interiore, della persona.
La coralità era espressione di profonda unione dei cuori, della stessa comunità Chiesa.
Nacquero i canti strofici, con variazione delle strofe del testo su una melodia sempre uguale; i canti salmodici, su testi a versi liberi in cui la prima parte di ogni frase viene ripetuta; i canti commatici, su testi liberi e i canti “a dialogo” tra celebrante e coro o fedeli (Litanie)…
Lo studio accanito dei maestri di gregoriano fece sì che si giungesse alla “musica scritta”: alla notazione “neumatica”, basata sugli accenti, si sostituì la notazione “quadrata”, che già teneva conto della durata delle note e del ritmo.
Il monaco benedettino Guido d’Arezzo (997-1050 d.C.) diffuse il primo rigo musicale (tetragramma) e sempre a lui si deve l’attribuzione dei nomi moderni alle note.
Dai tempi della prima polifonia all’epoca del Concilio Vaticano II Presso la scuola di Notre Dame di Parigi, nacquero melodie ricche e complesse…
quanto, in architettura, le cattedrali gotiche.
Le preghiere in musica invariabili della Messa rimasero nei secoli il genere più prestigioso tra le composizioni di musica sacra; la polifonia divenne sontuosa, maestosa grazie anche alla presenza di strumenti a fiato accanto all’organo, utilizzato a partire dal Medioevo come strumento liturgico per eccellenza.
In ambiente protestante luterano fiorirono i “lieder”, canti spirituali popolari in tedesco e le “cantate”, vere brevi rappresentazioni drammatiche con soli, coro e strumenti.
I grandi compositori tedeschi del periodo barocco lasciarono un patrimonio di “arte spirituale” straordinario: ricordiamo Bach! Le sue “cantate” valorizzano l’elemento narrativo attraverso brevi rappresentazioni di episodi biblici, esaltando la vocalità di solisti e coro e utilizzando un’orchestrazione molto varia.
La sua musica sacra ebbe un respiro vertiginoso, fu perfetta nell’equilibrio di ogni elemento ma quasi “popolare” nel vigore drammatico.
Egli seppe esaltare musicalmente gli elementi essenziali del cristianesimo, sintetizzandoli nel suo messaggio musicale (ricordiamo le “Passioni” secondo San Matteo e San Giovanni…).
Già dopo il Concilio di Trento (1546-63) la Chiesa cattolica aveva indicato la necessità di eliminare dalla musica liturgica un’eccessiva grandiosità che la rendeva sempre più concertistica e sempre meno spirituale; il grande Palestrina ritrovò lo spirito gregoriano utilizzando contemporaneamente le possibilità tecniche del suo tempo: ottenne melodie serene e distese, la fusione anche di cinque o sei voci, una bellezza nuovamente al servizio della preghiera.
Ancora con il “movimento ceciliano” ottocentesco della Chiesa cattolica italiana, tedesca e francese si tentò di porre un freno allo stile concertistico utilizzato in chiesa e si ebbero personalità come il direttore della Cappella Sistina, Lorenzo Perosi, sacerdote, che nelle sue “Messe” e in tutte le sue composizioni introdusse spunti “veristi” abbinati a una toccante esaltazione dei sentimenti migliori dell’uomo.
Nella tradizione della musica sacra “non liturgica” risalta l’“oratorio”, fin dai tempi del grande Haendel.
Si tratta di una specie di melodramma sacro, privo di scenografia ma estremamente coinvolgente per gli uditori.
La Costituzione del Concilio Vaticano II (grande momento di rinnovamento della Chiesa cattolica che approfondirai nel terzo anno) “Sacrosanctum Concilium” è dedicata alla musica sacra, definita “un patrimonio di inestimabile valore”; il canto sacro è “parte necessaria e integrante della liturgia” come espressione di preghiera intensa, soprattutto comunitaria, capace di far emergere ciò che, dell’animo umano, le sole parole non possono esprimere; è mezzo per arricchire di solennità i riti…
Occorrono, tuttavia, alcune condizioni: le lingue nazionali devono trovare più ampio spazio accanto al latino; è necessario il maggior coinvolgimento possibile dei fedeli nel canto, pur senza rinunciare alla ricerca di “bellezza “ nelle esecuzioni, con il supporto di maestri, cantori e strumentisti (soprattutto organisti) ben preparati.
Musica classica e nuove composizioni, opera di autori sensibili e attenti alle esigenze della liturgia, possono coesistere in momenti opportuni.
(Nella seconda parte: attività di ascolto e approfondimento inerenti specifici brani musicali) Per l’inserimento dell’argomento in Unità di Apprendimento articolate, vedere Tiziana Chiamberlando, Sentinelle del Mattino, SEI, Volume per il biennio e Guida Unità di Lavoro di approfondimento interdisciplinare (religione, educazione musicale).
Prima parte OSA di riferimento (Irc) Conoscenze – Conoscere e saper descrivere vari modi di interpretare il messaggio di Gesù nell’arte.
– Conoscere e saper descrivere dati, inerenti la storia della musica, di supporto allo studio sulla storia e l’“identità” della Chiesa (aspetti liturgici).
Obiettivi Formativi ipotizzabili (Irc, educazione musicale) – Conoscere e saper descrivere elementi basilari di storia della musica sacra e il loro significato religioso.
– Conoscere le “intenzioni espressive” di alcuni compositori di musica sacra.
– Dopo averli ascoltati, descrivere i messaggi spirituali di alcuni brani di musica sacra, cogliendo in modo personale il collegamento tra espressione musicale e sentimento religioso.
Competenze di riferimento dell’allievo in prospettiva triennale: – Comprendere e/o utilizzare espressioni artistiche in relazione all’esperienza e alla ricerca religiosa.
Prima fase dell’attività L’insegnante di religione presenta i testi-guida unitamente all’insegnante di educazione musicale; quest’ultimo potrà approfondire alcuni aspetti tecnici riguardanti la musica sacra, mentre l’insegnante di religione approfondirà gli aspetti teologico-spirituali.
1) Il linguaggio musicale e l’esperienza umana L’arte può essere definita perfezione raggiunta in un campo, compatibilmente con i limiti umani.
Tramite il linguaggio verbale (pensiamo alla poesia) e non verbale (arti figurative, musica), l’artista “produce bellezza”, porta alla luce con la sua opera la verità del suo essere – e la verità non può che essere bella – comunicando ciò che per lui è importante condividere sul senso della vita.
Egli comunica sentimenti ed emozioni – gioia, dolore –, desideri fondamentali, addirittura convinzioni sul bene e sul male.
Ascoltando un brano di musica che ci coinvolge, aggiungiamo a quelli dell’autore i nostri sentimenti, le nostre certezze, i nostri desideri…
tutto è destato in noi dal “racconto musicale” che a un certo punto sembra raccontare tutto anche di noi.
Proviamo gioia nel ritrovarci in quella melodia, nel ritrovare descritta con le note, per esempio, una nostra grande speranza, narrato “quel” nostro sogno che ci fa battere il cuore…
La musica, come le altre arti, può facilitare la ricerca di pace e fratellanza perché esprime sentimenti, speranze e intuizioni comuni a tutti gli esseri umani, in ogni tempo.
Per questo, la musica esprime anche e soprattutto il sentimento religioso, racconta l’esperienza del rapporto con Dio: la gratitudine della creatura amata da Lui, la lode, la ricerca del suo sostegno, speranza e certezze.
La musica narra comunque e sempre la sete di Bellezza, Verità e Infinito della persona umana.
In questa sete può esistere anche inconsapevolmente la ricerca di Qualcuno a cui affidarsi.

Classe prima – Aprile

Seconda fase dell’attività a) L’insegnante propone agli allievi le seguenti attività, seguite dal confronto tra loro e dalle sue conclusioni.
– Confronta le “visioni di Dio” ebraica e islamica: quali sono gli aspetti comuni e quali le divergenze? – Leggi i brani biblici della “storia dei Patriarchi” riguardanti: · la chiamata di Abramo (Gn 12,1-9) e il suo incontro con gli angeli (Gn 18,1-10); · la “ scala” e la “lotta con l’angelo” di Giacobbe (Gn 28,10-12; Gn 32,23-29); · la storia di Giuseppe (Gn 41).
Rispondi.
Quali comportamenti di Dio corrispondono a quelli evidenziati nel primo testo-guida? Per l’inserimento dell’argomento in Unità di Apprendimento articolate, vedere Tiziana Chiamberlando, Sentinelle del Mattino, SEI, Volume per il biennio e Guida.
Unità di Lavoro di approfondimento storico-biblico-teologico Prima parte OSA di riferimento Conoscenze – Ricerca umana e Rivelazione di Dio nella storia: il cristianesimo a confronto con l’ebraismo e le altre religioni.
– Il libro della Bibbia, documento storico-culturale e Parola di Dio.
Abilità – Evidenziare gli elementi specifici della dottrina, del culto e dell’etica delle altre religioni, in particolare dell’ebraismo e dell’islam.
– Individuare il messaggio centrale di alcuni testi biblici, utilizzando informazioni storico-letterarie e seguendo metodi diversi di lettura.
– Riconoscere le caratteristiche della salvezza attuata da Gesù in rapporto ai bisogni e alle attese dell’uomo.
Obiettivi Formativi ipotizzabili Conoscenze e abilità – Conoscere e saper descrivere “il volto di Dio” secondo ebrei, musulmani e cristiani, evidenziando aspetti comuni ed eventuali divergenze.
– Individuare il messaggio centrale di testi biblici inerenti l’argomento trattato.
Competenze di riferimento dell’allievo in prospettiva triennale – Possedere essenziali conoscenze bibliche, storiche e dottrinali inerenti il cristianesimo, soprattutto sulla base della tradizione cattolica.
– Sapersi esprimere nell’ambito del linguaggio specifico.
– Saper cogliere i messaggi fondamentali di passi biblici basilari.
1) Il Dio di Israele: nessuno come Lui Ai tempi dell’Antica Alleanza tra Dio e uomo narrata nell’Antico Testamento, gli ebrei, circondati da popoli politeisti e dediti alla magia, cominciarono a credere, a partire dall’epoca dei Patriarchi, in un Dio che si rivelò unico, Onnipotente, presente nella vita della comunità e degli individui…
senza paragoni presso le antiche civiltà.
In quali modi descriverlo? Gli israeliti non avrebbero potuto descrivere Dio con concetti astratti, assenti nella loro forma mentale; non pretesero di capirne la sostanza, “di cosa fosse fatto”: ne compresero i comportamenti.
Come si conosce un musicista dalle composizioni, conobbero e definirono Dio considerando soprattutto i risultati del suo agire nell’esistenza umana.
– Il Dio di Israele è invisibile: qualsiasi tentativo di raffigurarlo sarebbe per gli ebrei una “riduzione” che lo renderebbe simile agli antichi idoli del politeismo.
– È soprannaturale: al di sopra della natura, suo creatore, non parte di essa.
Dio può essere paragonato a forze naturali in modo soltanto simbolico: «Il Signore, vostro Dio, è come un fuoco che divora….» (Dt 4,24) – È il Dio dell’Alleanza e della Salvezza, un Dio-persona con un’identità precisa, con cui è possibile comunicare; si relaziona attraverso le promesse mantenute, rivela gradualmente all’uomo il proprio volto e il senso della vita attraverso parole profetiche ed eventi.
A partire dall’epoca dei Patriarchi, con Abramo, Isacco, Giacobbe, Giuseppe Dio si rivela all’uomo (Egli “parla”), si fa conoscere essenzialmente come Colui che chiama all’esistenza e al rapporto con Lui per amore, che desidera un’Alleanza in cui mette in gioco il desiderio di “salvare” l’uomo, proponendo obiettivi da raggiungere all’interno di un grande Progetto, partendo dal piccolo popolo ebraico (dono del figlio ad Abramo, della patria al popolo).
In cambio, Egli chiede la fede-fiducia totale, l’accettazione della sua volontà di bene.
Già nell’Alleanza con Adamo è simboleggiato il suo chiamare ogni singolo essere umano alla vita, alla somiglianza con Lui (Gn 2,5-7)…
Al Sinai, con Mosé, nell’Alleanza Egli mette in gioco il dono di nuove vie, quelle del Decalogo, per rivoluzionare il rapporto con se stessi, gli altri, Lui…
La Legge riflette le qualità di Dio: santità, giustizia, bontà.
– È un Dio-Provvidenza per l’intera umanità.
I termini consegnati a Mosé, “Io sono” e “Io sono Colui che è”, indicano un Dio immutabile e fedele, sempre attivo nel sostenere gli uomini (Es 9,1-15).
«Ti proteggerò dovunque andrai», dice Dio a Giacobbe.
Liberati dalla schiavitù d’Egitto, gli israeliti vengono dissetati, nutriti e continuamente salvati durante il loro peregrinare in terre selvagge…
Nonostante i loro tradimenti dell’Alleanza, Dio si comporta come un Genitore che non abbandona il figlio scapestrato, come lo sposo fedele del profeta Osea, che perdona le infedeltà…
Gli stanno a cuore le vicende e le esigenze del popolo e degli individui, uno per uno.
«Sei stato un rifugio per il debole, un sostegno per il povero nell’angoscia, un riparo contro la tempesta, un’ombra contro il calore infuocato del giorno» (Is 25,4).
Scelti da Dio per primi, gli ebrei talvolta non si accorsero dell’ampiezza del suo progetto: se ne accorsero i Profeti, che parlarono di Lui come del Dio di tutti gli uomini.
– È un Dio grande ed è la forza e la perfezione del bene e della giustizia.
All’epoca di Davide e Salomone, un nuovo senso della grandezza di Dio traspare dal tempio e dalla liturgia, soprattutto nei Salmi: Egli è “il Dio potente” e ciò viene proclamato con esultanza: «Il Signore è re! Terra, rallegrati! Gioite, o isole dei mari!» La grandezza dei re terreni è vista come un pallido riflesso della sua grandezza.
Il suo potere è inteso, nei Salmi, come un’immensa forza di bene: Egli “è” Bene, “è” Verità.
– È il Dio del cammino: conduce la storia dei singoli e delle comunità a un risultato di salvezza, proponendo un percorso.
– È un Dio che affida missioni a individui e gruppi, che “lavora con l’uomo”.
– È un Dio educatore, talvolta severo nel consentire prove e difficoltà come mezzi per maturare (per esempio, l’esilio di cinquant’anni in Babilonia…) e per scoprire i valori autentici.
Con il tempo e l’evoluzione del pensiero, gli ebrei avrebbero considerato in quest’ottica anche le punizioni e le sconfitte subite dai loro nemici, abbandonando l’idea di un Dio vendicatore alla maniera umana: pensiamo alle “dieci piaghe d’Egitto”…
Nell’attuale ebraismo, l’uomo di fede si sente…
nella stessa situazione di Abramo: è in ascolto dell’Unico Dio e vive nella speranza di un definitivo trionfo della giustizia e della pace, legato soprattutto alla venuta di un Messia: gli ebrei non hanno riconosciuto Gesù come tale e lo aspettano ancora.
Prima fase dell’attività L’insegnante presenta i “testi-guida” riguardanti l’Antico Testamento e il pensiero islamico.
2) Dio nell’islam «In nome di Allah, il Compassionevole, il Misericordioso…» La parola “Allah” è il riflesso dell’unico concetto che l’islam associ a Dio.
È un termine indeclinabile, senza plurale o genere, inapplicabile a qualsiasi altra entità.
Per un musulmano, Allah è l’Onnipotente, il Creatore e il Sostenitore dell’universo, niente è simile a Lui e nessuno è paragonabile a Lui: nei 114 capitoli del Corano, viene anche continuamente ricordata la sua misericordia.
In uno dei detti del profeta Maometto, si dice: «Dio è più misericordioso verso i suoi servitori di una madre verso l’amato figlio».
Tuttavia, Dio è anche il Giusto: nella vita dopo la morte, i peccatori devono avere la punizione che spetta loro e i virtuosi la legittima ricompensa, in seguito a un inflessibile giudizio di Allah.
– Dio è eterno, autosufficiente, Colui che “si prende cura”.
«Non c’è animale sulla terra, cui Allah non provveda il cibo: Egli riconosce la sua tana e il suo rifugio, perché tutto è scritto nel Libro chiarissimo» (Corano 11,6).
La natura del Creatore deve essere diversa da quella della creatura; nulla è simile a Lui.
Oltre a creare, Dio “conserva” ciò che crea.
– Dio vuole «la fede del cuore, dimostrata negli atti» (Maometto); vuole la gratitudine, che è la migliore forma dell’adorazione.
Abramo è un esempio perfetto di fedele che seppe abbandonarsi alla volontà di Dio.
Per quanto riguarda Gesù, i musulmani affermano, in contrasto con il cristianesimo, che Dio «non ha generato»: essi rifiutano il concetto di “Trinità”, ritenendolo in contraddizione con una visione religiosa monoteista.
Tuttavia, ritengono Gesù il più grande profeta escluso Maometto; la Vergine Maria è onorata come la Benedetta e rappresenta un modello di comportamento per le persone di fede.
L’islam accetta l’annunciazione angelica e la nascita miracolosa di Gesù; i musulmani ritengono i suoi miracoli reali e voluti da Dio e ritengono ispirata la sua predicazione; non lo accettano come Figlio di Dio, Dio e Uomo, né accettano la resurrezione: ritengono addirittura che un altro uomo sia morto sulla croce al posto di Gesù.