VI Domenica di Pasqua Anno B

Per l’elaborazione della «lectio» di questa domenica – oltre al nostro materiale di archivio, ci siamo serviti di: – Temi di predicazione, Napoli, Editrice Domenicana Italiana, 2002-2003; 2005-2006- .
– Comunità monastica Ss.
Trinità di Dumenza, La voce, il volto, la casa e le strade.
Quaresima e tempo di Pasqua, Milano, Vita e Pensiero, 2008-2009, pp.
71.
– La Bibbia per la famiglia, a cura di G.
Ravasi, Milano, San Paolo, 1998.
– C.M.
MARTINI, Incontro al Signore risorto.
Il cuore dello spirito cristiano, Cinisello Balsamo, San Paolo, 2009.
LECTIO – ANNO B Prima lettura: Atti 4,8-12 In quei giorni, Pietro, colmato di Spirito Santo, disse loro: «Capi del popolo e anziani, visto che oggi veniamo interrogati sul beneficio recato a un uomo infermo, e cioè per mezzo di chi egli sia stato salvato, sia noto a tutti voi e a tutto il popolo d’Israele: nel nome di Gesù Cristo il Nazareno, che voi avete crocifisso e che Dio ha risusci-tato dai morti, costui vi sta innanzi risanato.
Questo Ge-sù è la pietra, che è stata scartata da voi, costruttori, e che è diventata la pietra d’angolo.
In nessun altro c’è salvezza; non vi è infatti, sotto il cielo, altro nome dato agli uomini, nel quale è stabilito che noi siamo salvati».
Il testo è il terzo discorso cristologico «di» Pietro negli Atti (cf.
2,14-36; 3,12-26).
Egli sta parlando proprio negli atri del Tempio (portico di Salomone) dopo aver ridato, «nel nome di Gesù il Nazareno» la salute a uno storpio.
Nonostante la sua fine ignominiosa sulla croce, Gesù è risuscitato dai morti.
Pietro e Giovanni si arrogavano un diritto, quello di parlare dentro il recinto sacro, che non avevano, facendo pure affermazioni false, almeno dubbie, sulla risurrezione di un condannato a morte.
Per questo le autorità intervengono: «i sacerdoti, il capitano del tem-pio, i sadducei» (4,1).
Questi ultimi fanno parte del partito dominante, ma intervengono soprattutto perché offesi nelle loro convinzioni dottrinali.
Essi non ammettevano la risur-rezione dei morti (cf.
At 23,8; Mt 22,23).
I due apostoli sono messi in prigione e il processo è rimandato al giorno dopo, debbono rispondere del loro potere taumaturgico.
In genere i prodigi si operavano in nome di Dio, ma ci si poteva avvalere anche di forze avverse a lui.
Gesù era stato accusato di compiere i miracoli in virtù di Beelzebub; potevano essere im-postori anche i suoi discepoli.
La risposta di Pietro, forse meglio la prima apologetica cristiana, è apodittica; il loro po-tere viene da Gesù.
Il «nome» è un ebraismo che sta per la persona.
«Quell’uomo» (2,22) pertanto che essi avevano crocifisso è in grado di operare ancora; vuol dire che è tuttora vivo; è uscito dal regno dei morti; è passato nel mondo della vita, ossia di Dio.
È infatti alla «sua destra» ed è «stato costituito Signore e Cristo», aveva affermato poco prima davanti al popolo (2,24,33,36).
Pietro e Giovanni sono, a detta delle stesse autorità, dei semplici «illetterati», non pos-sono conoscere segrete arti magiche, perciò la guarigione del paralitico non può non essere attribuita che a una potenza superiore che parte sempre da Dio.
Questa era quindi una ri-prova delle rivendicazioni di Gesù.
La sua sconfitta era stata solo apparente.
Egli opera ancora nella storia anche se solo tramite i suoi discepoli.
Il coraggio dei due illetterati che polemizzano con le stesse autorità giudaiche è al di sopra di ogni supposizione.
Occorre che gli interlocutori cambino il loro giudizio su Gesù di Nazaret: invece che un malfattore debbono considerarlo il loro salvatore.
Egli solo è la pietra angolare su cui grava la nuova comunità dei credenti.
Se non si accetta questo rife-rimento e questa subordinazione non si arriva a Dio.
Seconda lettura: 1 Giovanni 3,1-2 Carissimi, vedete quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente! Per questo il mondo non ci conosce: perché non ha conosciuto lui.
Carissimi, noi fin d’ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato.
Sappiamo però che quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è.
L’autore della I lettera di Giovanni richiama un aspetto essenziale dell’identità cristiana, la filiazione da Dio.
Egli non è un teologo e ancor meno un filosofo bensì una guida spiri-tuale che deduce la «filiazione divina» del cristiano dalla comunione di vita e dall’identità di comportamento che riesce ad avere con il Signore.
La «conoscenza» di Dio, è detto al cap.
2,1, quindi il rapporto intimo con lui (senso bi-blico di conoscere), non dipende dalla comprensione della sua realtà ultima, ma dall’ade-guazione dei propri comportamenti con i suoi.
È l’agire come Dio agisce — cioè con quella stessa rettitudine, santità, perfezione — che rivela la somiglianza, la «connaturalità» con lui.
«Da questo sappiamo di conoscerlo (di amarlo), se osserviamo i suoi comandamenti» (2,3).
E aggiunge: «Da ciò conosciamo di essere in lui» (2,5).
Concludendo ribadisce: «Chi dice di dimorare in lui (in Dio) deve comportarsi come lui (Gesù Cristo) si è comportato» (2,5-6).
In fondo vivere cristianamente è ripercorrere fino alla perfezione il cammino di Gesù il quale in tutto ha cercato di attuare il volere del Padre.
Ma il cristiano deve rimanere in comunione con Dio e in unione con Cristo non solo intenzionalmente ma realmente, fa-cendo propria la testimonianza di Cristo che è l’esplicitazione ultima della volontà di Dio.
«Se voi conoscete che egli è giusto anche chi opera la giustizia è da lui (Dio) generato» (2,29).
È l’agire che rivela l’intima natura dell’uomo, in questo caso del cristiano.
Se ci si com-porta come Dio che sa compiere solo il bene a tutti anche a quelli che non lo meritano, si da non solo a vedere ma realmente si dimostra che si hanno i suoi stessi sentimenti, la sua stessa bontà e santità.
«Figlio di Dio» è un appellativo onorifico ma anche oneroso, poiché comporta una scelta operativa che deve mantenersi sulla stessa linea di quella di Dio.
La filiazione è un dono di Dio ma è anche risposta dell’uomo che ha saputo accogliere le mo-zioni dello Spirito e si è lasciato guidare da esse nella sua vita.
Il cristiano che sa fare il bene a chi ne ha bisogno, sino ad amare pure chi lo odia, è vero figlio di Dio perché compie ciò che Dio stesso realizza nel corso del tempo e della storia.
Vangelo: Giovanni 10,11-18 In quel tempo, Gesù disse: «Io sono il buon pastore.
Il buon pastore dà la propria vita per le pecore.
Il mercena-rio – che non è pastore e al quale le pecore non apparten-gono – vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge, e il lupo le rapisce e le disperde; perché è un mercenario e non gli importa delle pecore.
Io sono il buon pastore, co-nosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, così come il Padre conosce me e io conosco il Padre, e do la mia vita per le pecore.
E ho altre pecore che non provengono da que-sto recinto: anche quelle io devo guidare.
Ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge, un solo pastore.
Per questo il Padre mi ama: perché io do la mia vita, per poi riprenderla di nuovo.
Nessuno me la toglie: io la do da me stesso.
Ho il potere di darla e il potere di riprenderla di nuovo.
Questo è il comando che ho ricevuto dal Padre mio».
Esegesi La pericope (Gv 10,11-18) illustra il comportamento di Gesù verso gli uomini.
Esso si contrappone a quello delle guide giudaiche, ma l’evangelista pensa anche a quelle di certe comunità cristiane.
Il confronto che compare altre volte nel libro (cf.
2,13ss; 8,31 ss) inizia al termine del capitolo IX.
Gesù sta parlando con un gruppo di farisei definiti ciechi non per nascita, ma volontari, perché, pur vedendo le opere che il Cristo compie, rifiutano di comprenderne la portata, come dimostra la reazione davanti al miracolo dell’uomo a cui è stata ridonata la vista (9,14).
Non solo non vogliono vedere ma pretendono di imporre come verità la loro men-zogna.
Ritorna il detto: gli uomini hanno preferito le tenebre alla luce (3,19).
I dirigenti d’Israele sono guide cieche, ma più ancora sono «briganti e ladri» (10,1).
Essi si sono introdotti nell’«atrio», (aulè), il recinto sacro, il tempio, non attraverso la porta, le-gittimamente quindi, ma fraudolentemente, peggio, rubando e uccidendo le persone giu-ste e innocenti che vi si frapponevano.
I ladri sono chiamati tali perché saltano i muri; il vero pastore passa attraverso la porta: è noto al portiere e alle pecore, può chiamarle e condurle al pascolo.
Affinché non ci siano equivoci, l’evangelista scopre l’identità del pastore: «Io sono», proclama solennemente Gesù; ma non uno qualunque, bensì «il pastore per eccellenza» (ho kalòs).
L’espressione dice di più di «buon pastore».
Egli solo realizza l’oracolo di Ez 34,23 («Susciterò per loro un pastore che li pascerà, David mio servo; egli li condurrà al pascolo; sarà il loro pastore»).
Il re-pastore che Israele attende è, nonostante le apparenze e la sua provenienza da un oscuro villaggio della Galilea (Gv 1,42), Gesù il nazareno.
Nella storia d’Israele si sono susseguiti molti pastori, forse anche buoni, ma nessuno merita tale appellativo quanto Gesù, perché nessuno ha svolto compiti pari ai suoi e so-prattutto con la dedizione eguale alla sua.
La specificità del vero pastore è vivere e operare per il bene del gregge, non per la propria esaltazione o per interesse.
In realtà il vero pa-store è a servizio delle pecore e non permette che queste siano a servizio della sua persona (cf.
Ez 34,10).
Il suo contrario è il mandriano che lavora per la mercede, senza affezione e nemmeno tanta attenzione alla sicurezza delle pecore, che pure ha in custodia.
Quelli che prima erano «guide cieche», «briganti e ladri», sono ora designati come «mercenari».
Essi che uccidevano e distruggevano ora lasciano sbranare le pecore dai «lu-pi» che sono in fondo i loro alleati poiché compiono le loro stesse operazioni, disperdere le pecore invece che proteggerle.
Il ragionamento giovanneo avanza, com’è risaputo, per «circoli concentrici».
L’evangeli-sta ha detto il suo pensiero fin dall’inizio del capitolo, ne ha enunciato il tema al v.
11 ; ma vi torna sopra ripetutamente aggiungendovi ulteriori precisazioni.
Gesù è il pastore vero, ideale, perché assolve il suo mandato non tanto per dovere, quanto con dedizione e amore.
Egli infatti ama le pecore che gli sono state affidate.
Il verbo «conoscere» nel linguaggio biblico non è semplice percezione mentale, ma relazione affettiva e fattiva.
È sinonimo di volontà di bene; è amare.
«Nessuno conosce il padre se non il figlio», afferma Gesù nel comma giovanneo di Mt 11,27; nessuno cioè lo ama quanto lui ed è da lui riamato.
Allo stesso modo Gesù dedica le sue energie, e alla fine la sua stessa vita, per le persone alle quali è stato inviato.
Il rapporto che lo lega a Dio è lo stesso che lo porta agli uomini, per questo si tratta di un riferimento autentico, sincero, vero.
«Quel giorno conoscerete, cioè sperimenterete, che io sono nel padre mio; voi in me ed io in voi», affermerà più avanti e-gli stesso (Gv 14,20).
Con Dio non si può fingere quindi non ci può essere inganno nell’a-more di Gesù per l’uomo.
Esso è senza limiti, senza restrizioni, totale, poiché non si arresta neanche davanti al pericolo della vita.
Gesù infatti ha sostenuto la causa dei suoi «fratelli» (cf.
Gv 20,17) contro il potere delle guide cieche, affrontando ladri e banditi con il rischio di rimanere vittima delle loro aggressioni.
Non solo.
Il pericolo né l’ha fatto recedere dai suoi compiti, né ha ristretto l’ambito delle sue operazioni.
Egli più che fermarsi alle pecore perdute della casa d’Israele (Mt 10,6), ri-volge i suoi messaggi e le sue attenzioni a tutti coloro che incontra nel suo cammino, den-tro e fuori i confini della Palestina.
La sua luce si irradia su «ogni uomo» (Gv 1,6), non solo sugli israeliti.
La comunità cristiana è senza frontiere, universale.
I privilegi d’Israele sono caduti una volta per sempre.
Il velo del tempio, direbbe Matteo, è stato strappato da capo a fondo e non può essere più ricucito (27,51).
I seguaci di Gesù, i nuovi credenti, provengono dalle fila del giudaismo, dall’interno del recinto sacro (atrio), ma anche dalle nazioni, poiché pure ad esse appartiene la salvezza.
L’unità di tutti i credenti non sarà più fondata sulla dipendenza a istituti o istituzioni sa-cre, ma dalla comunione che gli uomini avranno tra di loro e con Cristo.
La «voce» di Gesù che tutti egualmente ascolteranno si identifica innanzitutto con le sue proposte, ma anche con il calore con cui le comunica, l’amore con cui le accompagna.
Coloro che l’ascoltano ne rimarranno per questo conquistati e coinvolti, diventando suoi discepoli.
L’ultima ripresa del discorso, il «circolo» conclusivo, allarga ancora una volta il tema i-niziale.
Gesù è stato investito dallo Spirito di Dio per una missione tra gli uomini (Gv 1,32), in concreto ha avvertito in sé i riflessi che l’amore di Dio ha per le sue creature predi-lette e gli ha dato piena accoglienza, non tanto per la sua realizzazione o glorificazione, quanto per il loro bene.
Il dare se stesso è perdere la propria vita, ma non è perdersi, poi-ché la vita data per amore diventa un guadagno (cf.
Fil 1,21; 3,7), un ricupero centuplicato di quanto si è dato (Mt 19,29).
L’amore è libera donazione.
Per questo ciò che Gesù ha compiuto è frutto di una sua personale decisione; nessuno l’ha obbligato, tanto meno costretto; ha fatto solo quello che lo Spirito gli ha suggerito e quello che lui ha «liberamente» voluto.
L’amore di Dio è stato liberamente accolto e liberamente sono state accettate le sue richieste.
Per questo l’opera di Gesù è stata una risposta di amore.
 Solo in Dio e solo a partire da Dio si conosce veramente l’uomo «Ascoltiamo ancora una volta la frase decisiva: «Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, come il Padre conosce me e io conosco il Padre; e of-fro la vita per le pecore» (10,14s).
In questa frase c’è ancora una seconda interrelazione di cui dobbiamo tenere conto.
La conoscenza reciproca tra il Padre e il Figlio si intreccia con la conoscenza reciproca tra il pastore e le pecore.
La conoscenza che lega Gesù ai suoi si trova all’interno della sua unione conoscitiva con il Padre.
I suoi sono intessuti nel dialogo trinitario; lo vedremo di nuovo riflettendo sulla preghiera sacerdotale di Gesù.
Allora po-tremo capire che la Chiesa e la Trinità sono intrecciate tra loro.
Questa compenetrazione di due livelli del conoscere è molto importante per capire la natura della «conoscenza» di cui parla il Vangelo di Giovanni.
Applicando tutto al nostro orizzonte di vita, possiamo dire: solo in Dio e solo a partire da Dio si conosce veramente l’uomo.
Un conoscersi che limita l’uomo alla dimensione em-pirica e afferrabile non raggiunge affatto la vera profondità dell’uomo.
L’uomo conosce se stesso soltanto se impara a capirsi partendo da Dio, e conosce l’altro soltanto se scorge in lui il mistero di Dio.
Per il pastore al servizio di Gesù ciò significa che egli non deve legare gli uomini a sé, al suo piccolo io.
La conoscenza reciproca che lo lega alle «pecore» a lui affidate deve mirare a introdursi a vicenda in Dio, a dirigersi verso di Lui; deve pertanto essere un ritrovarsi nella comu-nione della conoscenza e dell’amore di Dio.
Il pastore al servizio di Gesù deve sempre condurre al di là di se stesso affinché l’altro trovi tutta la sua libertà; per questo anche egli stesso deve sempre andare al di là di se stesso verso l’unione con Gesù e con il Dio trinita-rio.
L’Io proprio di Gesù è sempre aperto al Padre, in intima comunione con Lui; Egli non è mai solo, ma esiste nel riceversi e ridonarsi al Padre.
«La mia dottrina non è mia», il suo Io è l’Io aperto verso la Trinità.
Chi lo conosce «vede» il Padre, entra in questa sua comunione con il Padre.
Proprio questo superamento dialogico presente nell’incontro con Gesù ci mostra di nuovo il vero pastore, che non si impossessa di noi, bensì ci conduce verso la libertà del nostro essere portandoci dentro la comunione con Dio e dando Egli stesso la sua vita».
(Joseph RATZINGER/BENEDETTO XVI, Gesù di Nazaret, Città del Vaticano/Milano, Libreria Editrice Vaticana/Rizzoli, 2007, 326-328).
Gesù, il buon pastore Chi è Gesù? Gesù è il buon pastore.
Siamo invitati dallo stesso Signore a pensarlo così: una figura estremamente amabile, dolce, vicina.
E noi possiamo attribuire soltanto al Si-gnore l’esprimersi con bontà infinita.
Presentandosi in tale aspetto, egli ripete l’invito del pastore: disegna cioè un rapporto che sa di tenerezza e di prodigio.
Conosce le sue peco-relle, e le chiama per nome.
Poiché noi siamo del suo gregge, è agevole la possibilità di corrispondenza che antecede il nostro stesso ricorso a lui.
Egli ci conosce e ci nomina; si avvicina a ciascuno di noi e desidera farci pervenire a una relazione affettuosa, filiale con lui.
La bontà del Signore si palesa qui in maniera su-blime, ineffabile […].
Il Cristo che portiamo all’umanità è il «Figlio dell’uomo», come lui stesso si è chiamato.
È il primogenito, il prototipo della nuova umanità, è il Fratello, il Compagno, l’Amico per eccellenza.
Solo di lui si può dire con piena verità che «conosceva tutto quanto c’è nell’uo-mo» (Gv 2,25).
È l’inviato da Dio, non per condannare il mondo, ma per salvarlo.
È il buon pastore dell’umanità.
Non c’è valore umano che non abbia rispettato, innalzato e riscattato.
Non c’è sofferenza umana che non abbia compresa, condivisa e valorizzata.
Non c’è biso-gno umano – fatta eccezione delle imperfezioni umane – che non abbia assunto e provato lui stesso e proposto alla inventiva e alla generosità degli altri uomini come oggetto della loro sollecitudine e del loro amore, per così dire come condizione della loro salvezza.
(PAOLO VI, Discorso del 28 aprile 1968).
Il Pastore ucciso come pecora Volgiamo gli occhi al nostro pastore, il Cristo.
Vediamo il suo amore che con la sua mi-tezza vince l’indolenza delle pecore.
Gioisce delle pecore che lo circondano, cerca quelle che si smarriscono.
Non rifiuta di percorrere monti e foreste, attraversa precipizi, è accanto a quella che vagabonda e se la trova affaticata, non la odia a motivo del suo comportamen-to, ma è mosso a compassione dal suo patire e, presala sulle spalle, cura la fatica della pe-cora con la propria fatica.
E gioisce della propria fatica, perché ha trovato le pecore e gua-risce le loro fatiche.
«Chi se ha cento pecore e ne ha perduta una, non lascia le novantano-ve nel deserto e non va a cercare la perduta finché la trova?» (Lc 15,4).
La perdita di una sola pecora turba la gioia di quelle al sicuro, e la tristezza di una sola minaccia la gioia di tutte.
[…] Ma se il pastore «la trova, la prende sulle sue spalle con gioia» (Gv 10,11) «ed, en-trato nella casa, chiama gli amici e i vicini dicendo: “Rallegratevi con me, perché ho trovato la mia pecora che era perduta” (Lc 15,6)».
[…] «Io sono il buon pastore.
Il buon pastore depone la propria vita per le pecore» (Gv 10,11).
Pilato ha visto questo pastore, gli ebrei lo hanno visto, condotto alla croce per il suo gregge, come annunciava il coro dei profeti: «Come un agnello è condotto al macello, co-me pecora muta davanti ai tosatori, non ha aperto la sua bocca» (Is 53,7).
Il Pastore è ucciso come pecora per le pecore, non oppone resistenza al patire, non fugge il giudizio, non re-spinge quelli che lo mettono in croce.
Non ha subito la passione, ma volontariamente ha accolto la morte per le pecore.
«Ho il potere di dare la mia vita e di riprenderla di nuovo» (Gv 10,18).
Distrugge la passione con la sua passione, la morte con la sua morte; con la sua tomba apre le tombe, smuove i chiavistelli degli inferi.
La morte ha potere fino a quando Cristo ha accolto la morte; fino ad allora i sepolcri sono chiusi pesantemente e la prigionia non ha soluzione, fino a quando il Pastore scende e annuncia alle pecore in potere della morte la liberazione.
Appare agli inferi e dà l’ordine di uscire.
Appare e rinnova l’appello alla vita.
«Il buon pastore dà la vita per le pecore»; così cerca di essere amato dalle pecore.
Ama Cristo chi ascolta attentamente la sua voce.
(BASILIO DI SELEUCIA, Omelia 26, PG 85,304A-308A).
Il prete piccolo e grande Un prete dev’essere contemporaneamente piccolo e grande, nobile di spirito come di sangue reale, semplice e naturale come di ceppo contadino, una sorgente di santificazione, un peccatore che Dio ha perdonato, un servitore per i timidi e i deboli, che non s’abbassa davanti ai potenti ma si curva davanti ai poveri, discepolo del suo Signore, capo del suo gregge, un mendicante dalle mani largamente aperte, una madre per confortare i malati, con la saggezza dell’età e la fiducia d’un bambino, teso verso l’alto, i piedi sulla terra, fatto per la gioia, esperto del soffrire, lontano da ogni invidia, lungimirante, che parla con franchezza, un amico della pace, un nemico dell’inerzia, fedele per sempre…
Così differente da me! (Anonimo).
Salmo 23 O Dio, che hai regalato al mondo e alle chiese tanti buoni pastori, tante donne e tanti uomini che vivono la loro funzione come servizio di amore, noi Ti ringraziamo per la testimonian-za che ci hai dato mediante Gesù, il buon pastore.
Ma, soprattutto, noi ci rivolgiamo a Te sapendo che le Scritture fanno di Te non solo il pastore buono ed amorevole, ma l’unico pastore a cui possiamo affidare le nostre esisten-ze.
Così ti preghiamo: Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla; su pascoli erbosi mi fa riposare ad acque tranquille mi conduce.
Mi rinfranca, mi guida per il giusto cammino, per amore del suo nome.
Se dovessi camminare in una valle oscura, non temerei alcun male, perché tu sei con me.
Il tuo bastone e il tuo vincastro mi danno sicurezza.
Davanti a me tu prepari una mensa sotto gli occhi dei miei nemici; cospargi di olio il mio capo.
Il mio calice trabocca.
Felicità e grazia mi saranno compagne tutti i giorni della mia vita, e abiterò nella casa del Signore per lunghissimi anni.
Grande è il tuo amore, o Dio! Tu vuoi aver bisogno di uomini per farti conoscere agli uomini, e così leghi la tua azione e la tua parola divine all’agire e al parlare di persone né perfette né migliori degli altri.
Grande è il tuo amore, o Dio! Non hai timore della nostra fragilità e neppure del nostro peccato: l’hai fatto tuo, perché fosse nostra la tua vita che guarisce ogni male.
Grande è il tuo amore, o Dio! Ancora rinnovi la tua alleanza grazie a chi tra noi spezza il Pane di vita, a chi pronuncia le parole del perdono, a chi fa risuonare annunci di vangelo, a chi si fa servo dei fratelli, testimoni del tuo amore infinito che rendono visibile il Regno.
Ti preghiamo, o Dio: fa’ che queste persone non vengano mai meno!  Tra le similitudini presenti nel quarto vangelo e attraverso le quali ci viene rivelato il mistero di Cristo, certamente quella del pastore buono (alla lettera o kalòs, «quello bello») comunica una ricchezza di sfumature sorprendenti.
È una immagine che si radica su di una lunga tradizione biblica e, nello stesso tempo, si muove all’interno di un contesto fa-miliare, quotidiano, almeno per una società nomade come era quella ebraica.
Collocata nel periodo pasquale (la quarta domenica è detta appunto del Buon Pastore), la pericope di Gv 10,1-18 ci offre una sintesi illuminante del mistero di morte e resurrezione di Cristo: Gesù è il pastore buono perché «da la propria vita per le pecore» (10,11); lui «ha il potere di dar-la e il potere di riprenderla di nuovo» (10,18).
Concludendo il suo scritto, l’autore della let-tera agli Ebrei riprende questa immagine in prospettiva pasquale: «il Dio della pace, che ha ricondotto dai morti il Pastore grande delle pecore, in virtù del sangue di una alleanza eterna, il Signore nostro Gesù, vi renda perfetti in ogni bene» (Eb 13,20).
Anzitutto, ciò che desta stupore nella modalità con cui Gesù si autopresenta attraverso l’immagine del pastore, è l’esclusività di questo ruolo: io sono (espressione che introduce altre immagini giovannee).
Gesù è l’unico pastore veramente buono, anzi è il pastore, colui che annunciavano i profeti.
Infatti nei testi di Is 40,11, Ez 34,1-18, Ger 23,1-4, il Pastore è il Dio provvidente che guida la storia umana, che è attento alle sorti dell’uomo per trarlo fuori da un regno di tenebre e condurlo in un luogo di luce e di pace (cfr.
anche il Sal23); è il Dio che guida il suo popolo, che non sopporta pastori che pascono se stessi, non si cu-rano del gregge e lo disperdono; è il Dio che raduna con il suo braccio il gregge e che «por-ta gli agnellini sul petto e conduce dolcemente le pecore madri» (Is 40,11).
Queste stupen-de immagini usate dai profeti per esprimere la grandezza e la tenerezza dell’amore di Dio, la conoscenza reciproca e la comunione di vita tra Dio e il suo popolo, trovano il loro com-pimento in colui che si definisce il pastore bello.
Parlando davanti al sinedrio, Pietro, defi-nendo Gesù la pietra d’angolo, potrà dire: «in nessun altro c’è salvezza; non vi è infatti, sotto il cielo, altro nome dato agli uomini nel quale è stabilito che noi siamo salvati» (At 4,12).
Notiamo inoltre che l’aggettivo kalòs, «bello», esprime proprio la qualità di questo pastore, qualità che risponde pienamente alla sua funzione.
E dove sta la bellezza di questo pasto-re? Dove sta la sua bontà? Potremmo dire, semplicemente, nel dono di sé.
Giovanni svi-luppa questa caratteristica del pastore attraverso varie sfumature e tutte mettono il pastore in relazione con le pecore: la comunione di vita e la conoscenza reciproca, il dono della vi-ta, l’unità del gregge.
Anzitutto Gesù è il pastore che «dona la vita per le pecore» (10,11; alla lettera: pone la vita, la mette a repentaglio per qualcun altro).
E questo l’impegno radicale del pastore buono, il gesto della sua dedizione incondizionata, potremmo quasi dire il livello dell’agape di Dio.
«Gesù – come nota Léon-Dufour – non si aggrappa alla sua propria vita, egli non la riduce a una cosa posseduta, ma se ne espropria incessantemente.
La morte non è soltanto di fronte a lui, essa è dentro, è familiare».
Ed è un dono che è insieme libertà e obbedienza: «io la do da me stesso…
questo comando l’ho ricevuto dal Padre mio» (10,18).
Apparente-mente paradossale, questo rapporto tra libertà e obbedienza esprime in profondità la per-fetta unità di azione tra il Padre e il Figlio, la piena comunione (è la stessa prospettiva che domina l’intero racconto della passione, sino al «tutto è compiuto» pronunciato sulla cro-ce).
Ma Gesù è il pastore che «conosce le sue pecore e le sue pecore conoscono lui» (10,14).
Il dono di sé del pastore bello esprime e attua quella profonda relazione di conoscenza che esiste tra lui e le sue pecore.
È una conoscenza di amore, personale, irrepetibile; essa permette di penetrare il mistero di ognuno (cfr.
10,3), di riconoscersi reciprocamente attraverso il tim-bro della voce (cfr.
10,4).
Ma questa conoscenza ha un modello e una fonte: è la comunione di vita, quel rapporto di totale appartenenza tra Gesù e il Padre (cfr.
10,19).
E infine Gesù è il pastore buono perché il suo amore non è selettivo e discriminante.
Anzi è sen-za confini: «ho altre pecore che non provengono da questo recinto; anche quelle io devo guidare» (10,16).
Il gregge che il pastore buono guida non ha un numero chiuso: è aperto, in esso non ci sono distinzioni.
Nel cuore di questo pastore buono abita un’unica preoccu-pazione: salvare ogni pecora, ricondurla all’unità dal luogo della dispersione.
Il dono della vita di Gesù ha dunque come obbiettivo e risultato effettivo la raccolta nell’unità dei di-spersi (cfr.
Gv 11,52): «diventeranno un solo gregge e un solo pastore» (10,16).
Contemplando questa icona giovannea, viene quasi spontaneo reagire con le parole di 1Gv 3,1: «vedete quale grande amore ci ha dato il Padre per esser chiamati figli di Dio e lo siamo realmente».
Questa intima relazione tra il pastore bello – Gesù, il Figlio – e le pecore – noi, i discepoli – è la via che ci conduce nel cuore stesso di Dio: ci rende figli nel Figlio.
Ora sta a noi seguire questo pastore buono, accorgersi, nei momenti di smarrimento, del suo sguardo pieno di compassione che ci raccoglie nell’unità; sta a noi imparare a ricono-scere la sua voce, ascoltando ogni giorno la sua parola che chiama alla vita; sta a noi la-sciarci docilmente condurre per il giusto cammino (cfr.
Sal 23) lì dove è preparata una mensa, lì dove c’è il pane e il vino della condivisione.
La sua voce chiama alla vita, cioè ci chiama a uscire da ogni luogo di morte.
Colui che «ci guida per il giusto cammino» ci con-duce fuori, cioè ci fa crescere, ci educa, ci apre orizzonti sempre nuovi; ci strappa a ogni si-tuazione che rischia di chiuderci in noi stessi, in un luogo infecondo e sterile; ci porta al luogo della vita e di una vita data in abbondanza.

Storia della Mariologia: Dal modello biblico al modello letterario.

Pubblichiamo uno stralcio dell’introduzione del preside della Pontificia Facoltà Teologica Marianum, direttore generale dell’opera.
Se è vero che una Storia della mariologia deve contribuire anche allo studio mariologico e mariano, il progresso e gli approfondimenti epistemologici e metodologici che questo studio ha registrato prima e soprattutto dopo l’evento del concilio Vaticano ii, hanno indubbiamente qualificato l’orizzonte dei criteri guida per fare una storia della mariologia, per orientare e delineare le sue caratteristiche, per porre quelle domande di fondo che pur soggettivizzando il fare storia, siano tali da non relativizzare una “oggettività” del passato.
Continuo è stato il confronto con quelle testimonianze, quelle fonti in nostro possesso che significano e costituiscono il tramite basilare della nostra conoscenza di una realtà in sé non più percepibile, ma per molti aspetti comunicabile e interpretabile.
Un primo orientamento è suggerito dal riconosciuto intrinseco legame che la Madre di Gesù ha con la storia della salvezza, tanto che alcuni teologi ritengono la figura della Vergine “chiave del mistero cristiano”, “icona del Mistero”, “microstoria della salvezza”, “modello rivelatore”.
Il riferimento costitutivo a Cristo di Maria di Nazaret, rinvia il raccontare e l’interpretare di come di lei si è raccontato e vissuto, alle fonti della rivelazione attestata nelle Scritture e alla crescente comprensione della relativa Tradizione, “tanto delle cose quanto delle parole trasmesse, sia con la riflessione e lo studio dei credenti, i quali le meditano in cuor loro (cfr.
Luca, 2, 19-51), sia con l’esperienza data da una più profonda intelligenza delle cose spirituali, sia per la predicazione di coloro i quali con la successione episcopale hanno ricevuto un carisma sicuro di verità” (Dei Verbum, 8).
Un secondo orientamento, consequenziale al primo, si fonda sulla consapevolezza di dover considerare il “detto” su Maria e il vissuto che a lei si riferisce, nella contestualità del mistero di Cristo e della Chiesa, cosicché il fare storia mariologica non sia un ripiegamento a-temporale e disincarnato sulla figura di Maria, ma una lettura interpretativa calata nelle varie epoche e nei singoli momenti storici in cui maturano e si esplicitano, a opera degli autori, i contenuti mariologici e più ampiamente le forme e le pratiche della pietà mariana.
Senza tralasciare sia le concezioni antropologiche soggiacenti, sia gli schemi rappresentativi, sia il sistema dei valori e dei significati, a cui si fa riferimento.
L’approccio culturale è approccio necessario e disincantato.
Necessario perché facilita la comprensione di quanto Maria e la sua immagine sia riconducibile alla invariabilità dei contenuti di fede e quanto sia frutto di una elaborazione teologica influenzata da tempi e contesti di variabili culturali.
Disincantato, perché non teme, oltre la fede e le pratiche della fede in atto, di componenti o aspetti compositi di arcaicità culturale, di influenza espressiva non pertinente, non esclusi aspetti fantasiosi.
La stessa Esortazione apostolica Marialis cultus (2-2-1994) di Papa Paolo VI indirizza efficacemente all’approccio culturale per comprendere la figura e la missione di Maria anche per superare quelle difficoltà di comprensione dovute a trasmissioni letterarie o popolari segnate da categorie e raffigurazioni troppo condizionate dalla cultura in cui sono emerse.
In essa si afferma che: “La Chiesa, quando considera la lunga storia della pietà mariana, si rallegra constatando la continuità del fatto culturale, ma non si lega agli schemi rappresentativi delle varie epoche culturali né alle particolari concezioni antropologiche che stanno alla loro base, e comprende come talune espressioni di culto, perfettamente valide in se stesse, siano meno adatte a uomini che appartengono a epoche e civiltà diverse” (n.
36).
Alla luce di questi orientamenti si comprendono i consequenziali criteri che emergono dalla organicità dei contributi dei volumi.
Se Maria è comprensibile come luogo in cui il nexus mysteriorum si evidenzia peculiarmente e se a questo concorrono molteplici e vari fattori culturali, soltanto col dare ampi orizzonti, anche geograficamente intesi, alla raccolta e descrizione e interpretazione del “teologare” su Maria, è possibile offrire una visione di comprensione plausibile.
Così si transita dall’Oriente all’Occidente, con particolare attenzione all’Occidente europeo; dai luoghi segnati dalla presenza della Chiesa cattolica a quelli della Chiesa ortodossa, della Comunione anglicana e della Riforma; ai vari continenti dove è possibile mettere insieme fonti e documentazione pertinenti.
Il transitare geografico, edotti dall’approfondimento dello studio sulle mentalità che si sviluppano in quei luoghi, ha impegnato a rapportarsi in modo appropriato alla storia della Chiesa, alla storia della politica e degli Stati, anche se, non sempre i risultati acquisiti sono di spessore o esaurienti.
La lettura spazio-temporale impegna o coinvolge anche quelle discipline che concorrono a configurare una riflessione teologica, non soltanto basata sulla reperibilità delle fonti classiche del teologare.
Da qui risulta necessario ricorrere alla teologia liturgica e alla storia della liturgia e della pietà, ma anche alla spiritualità propria dei movimenti spirituali che qualificano più luoghi e più epoche, alla letteratura, all’iconografia e all’arte nelle sue manifestazioni più diverse.
La Storia della mariologia è opera interdisciplinare che ha voluto correre il rischio della frammentazione e della parcellizzazione dei saperi.
D’altra parte la compresenza di diversi livelli nella realtà spazio-temporale obbliga a tenere dialetticamente la lettura dinamica e quella sincronica, una storia quantitativa e quella qualitativa, una macro-storia e una micro-storia pur intese in senso lato.
di Silvano M.
Maggiani (©L’Osservatore Romano – 23 gennaio 2009) E.
DAL COVOLO – A.
SERRA, Storia della Mariologia 1.
Dal modello biblico al modello letterario.  Città Nuova, Roma, 2009, pp. 1032, EAN : 9788831192934, Euro 90 È appena uscito il primo volume di Storia della Mariologia (Roma, Città Nuova, 2008, pagine 1032, euro 90) curato da Enrico dal Covolo e Aristide Serra che ha come titolo Dal modello biblico al modello letterario.
Seguiranno il secondo: Dal modello letterario europe0 al modello manualistico a cura di Emanuele Boaga e Luigi Gambero; e il terzo: Dal modello neo-ortodosso al modello africano a cura di Stefano De Fiores e Fabrizio M.
Bosin.
Il primo volume si caratterizza per l’amplissimo materiale documentaristico e interpretativo che spazia geograficamente dal Medio Oriente ai Paesi di più antica cristianità orientale e occidentale, dalle origini al xv secolo.
Storia della mariologia intende offrire una panoramica storica della riflessione fondamentalmente teologica sulla missione e la persona di Maria di Nazaret.
Si tratta di una prospettiva teologica profondamente calata nelle varie epoche e nei singoli momenti storici.
L’intento, infatti, è quello di descrivere e interpretare la mariologia e la pietà mariana delle varie epoche e dei vari autori illustrandone sia le concezioni antropologiche sia gli schemi rappresentativi sia il sistema di valori e significati a cui fanno riferimento.
A tal fine l’approccio dell’opera è interdisciplinare, per cui, pur essendo di natura essenzialmente teologica, si arricchisce del contributo di altre discipline quali l’iconografia, lo studio dei movimenti spirituali, la letteratura, la liturgia, la pastorale… Un’opera di ampi orizzonti, che tiene conto cioè del “teologare” su Maria in Oriente e in Occidente; nella Chiesa cattolica, nella Chiesa ortodossa, nella Comunione anglicana, nelle Chiese della Riforma, nei vari continenti.
Elaborata prevalentemente da studiosi italiani, la Storia della mariologia si avvale del contributo di studiosi di altre aree geografiche e linguistiche.

La martire Perpetua

Il primo elemento che colpisce è il fatto che l’autrice sia una donna, una giovane donna di 22 anni, sposata e con un bambino ancora lattante: si tratta di un elemento che non ha paralleli nelle letterature greca e romana e che trova solo analogie parziali con esempi moderni – Perpetua è stata accostata ad Anna Frank e a Sophie Scholl.
Si è talora dubitato che il testo sia stato effettivamente scritto da lei e che non abbia subito interventi redazionali, ma è difficile negare credito alle ripetute e solenni affermazioni del redattore, il quale sottolinea come avesse narrato lei le vicende del suo martirio nel documento che aveva lasciato – dice – “scritto di suo pugno e secondo il suo modo di sentire” (2, 3; cfr.
14).
L’autenticità viene confermata dalle differenze linguistiche e stilistiche delle sezioni autobiografiche rispetto alla parte redazionale nel testo latino della Passio, che secondo l’opinione comune è quello originale (esiste anche una versione greca).
Del resto la martire aveva tutte le capacità di elaborare uno scritto, avendo ricevuto una buona istruzione in conformità con le condizioni elevate della famiglia.
Un altro elemento che rende singolare questo scritto è il contenuto stesso: come nota Auerbach, nel racconto di Perpetua “vengono rappresentate cose che nella letteratura antica non si trovano”, e che raramente sono state descritte in prima persona: le sensazioni di orrore e disagio provate nell’ambiente del carcere, le emozioni contrastanti, di tormento oppure di sollievo e gioia, prodotte dagli incontri con i famigliari, in particolare il rapporto travagliato con il padre rimasto pagano, la pena per il bambino, le confidenze con il fratello.
Osserva ancora Auerbach: “nella letteratura antica c’era Antigone; ma qualche cosa di simile non c’era e non ci poteva essere; non c’era un genus letterario per questa realtà in tanta dignità e sublimità”.
Perpetua non solo racconta di ambienti e circostanze umili e quotidiane, di esperienze personali intime e concrete, ma lo fa con grande semplicità di linguaggio e di stile e insieme con eccezionale capacità espressiva, che raggiunge toni elevati, talora tragici, e non è affatto priva di effetti retorici.
Guardato nel suo complesso, lo scritto di Perpetua non si riesce a classificare in modo soddisfacente.
È stato definito dagli studiosi “memoria” o “autobiografia spirituale” o “diario”.
Ma solo impropriamente si può parlare di “diario” (così come si può parlare di diario di Anna Frank): nella forma in cui ci è pervenuto, non appare compilato giorno per giorno e l’autrice si mostra pienamente consapevole della sorte che la attende, avendone ricevuta una sorta di rivelazione attraverso un sogno, o visione notturna, già nei primi tempi della carcerazione (4, 10).
Inoltre, non scrive soltanto per se stessa, ma per lasciare un messaggio di fede ai fratelli della comunità cristiana.
Indizi di una composizione elaborata e intenzionale sono l’accurata alternanza e i nessi tra i fatti e le visioni, la struttura speculare e concentrica delle visioni, lo sviluppo progressivo della narrazione, che è di segno negativo per quanto riguarda i rapporti col padre e le prospettive della propria esistenza terrena, di segno positivo per quanto riguarda la comprensione del proprio destino sul piano della salvezza spirituale.
Si potrebbe supporre che Perpetua abbia, in una fase di revisione finale, selezionato e ordinato i materiali del suo diario avendo in mente una sorta di progetto.
In particolare hanno un rilievo strategico le visioni, o sogni, che costituiscono la componente più rilevante del testo e sono state oggetto di molta attenzione, ma sono anche state e sono tuttora molto discusse a proposito del loro carattere e del loro significato.
Si tratta di esperienze reali o di artifici letterari? Sono manifestazioni oniriche da interpretare coi metodi della psicologia dell’inconscio o sono costruzioni narrative i cui simboli vanno compresi sulla base del patrimonio religioso di Perpetua? E quale? La tradizione pagana ancora radicata nel profondo o l’immaginario biblico assimilato nella catechesi? Una soluzione equilibrata può essere quella di ammettere che alla base ci siano stati fenomeni effettivi (si possono notare riferimenti alle concrete vicende vissute) e che alcuni particolari apparentemente assurdi si spieghino come tratti onirici, e non va neppure negata a priori la possibilità di una plurivalenza delle immagini.
Ma i sogni, o visioni, che conosciamo sono frutto di una trascrizione effettuata in stato di veglia, in base a un ripensamento intervenuto a posteriori che ne ha colto un significato: non a caso ogni volta i racconti delle visioni si concludono con la formula “e compresi” (intellexi o cognovi) o “comprendemmo” (intelleximus).
Inoltre la volontà di lasciare il documento alla comunità indica un intento comunicativo che non può non aver influenzato la scrittura.
L’ambito di riferimento più chiaro e significativo sono la Bibbia e la fede cristiana.
È evidente un buon numero di allusioni bibliche, che rinviano in particolare alla Genesi, all’Apocalisse, a Paolo; in alcuni casi si tratta di vere e proprie citazioni, come è la frase “gli calcai il capo”, che rinvia a Genesi, 3, 15 e ricorre sia nella prima sia nella quarta visione e viene applicata al dragone (4, 7) e all’avversario egizio (10, 11), entrambi immagini del diavolo.
Ma sono anche riconoscibili in tutte le visioni allusioni di tipo sacramentale.
Anche da questo punto di vista si coglie una progressione, una sorta di via perfectionis.
Del resto anche i racconti di episodi fanno trapelare allusioni simboliche, spesso bibliche, e riferimenti metafisici: ad esempio, nella descrizione del primo incontro col padre, Perpetua assimilando se stessa, come cristiana, a un recipiente che si trova nella cella (3, 1-2) verosimilmente riutilizza un’immagine paolina e alla fine dell’incontro associa i ragionamenti del padre a quelli del diavolo (3, 3).
Si può dire che il diario, nella pluralità e nell’intreccio degli elementi che lo compongono, assolva a diversi obiettivi, personali e comunitari: mira al superamento delle disarmonie e delle ansie dolorose del vissuto presente per ricomporle su di un livello della realtà altro e più vero; addita a sé e agli altri un progetto divino del tutto positivo, già rivelato nella Sacra Scrittura, mostrando che si realizza pienamente al di fuori della storia ma già trova occasioni di compimento nella vita cristiana e nella comunione coi fratelli di fede.
(©L’Osservatore Romano – 1 maggio 2009) Il diario di Perpetua testimonia, insieme a un buon numero di altri scritti, antecedenti e posteriori, quanto il cristianesimo abbia favorito il parlare e raccontare di sé, in misura maggiore e in modalità originali rispetto alla tradizione classica.
Per lo più questo fenomeno è stato riconosciuto a partire dalle Confessioni di Agostino, che si collocano alla fine del iv secolo e sono state considerate il vero inizio dell’autobiografia in senso moderno.
In realtà una produzione di tipo autobiografico compare fin dall’inizio della letteratura cristiana in varie forme e contesti: pensiamo a molte pagine dell’apostolo Paolo, ma anche, per limitarci ad autori del ii secolo precedenti a Perpetua, a Ignazio di Antiochia, a Erma, a Giustino.
Però il suo diario mostra caratteri del tutto eccezionali e si può dire unici per il mondo antico.

nasce la biblioteca digitale online

Le ricchezze culturali del mondo raccolte in un solo sito, alla portata di tutti.
È questo l’obiettivo principale che ha portato alla nascita della World Digital Library.
La neonata biblioteca digitale online è un progetto portato avanti dalla statunitense Library of Congress con il supporto dell’Unesco.
Raccoglie contributi da tutto il mondo, significativi per ricchezza e varietà culturale.
Il materiale disponibile comprende manoscritti, mappe, libri rari, registrazioni, film, stampe, fotografie e disegni architettonici.
I documenti sono disponibili gratuitamente e possono essere ricercati a partire da riferimenti di luogo o tempo, per argomento e tipologia di contributo o inserendo l’istituzione che ha reso il singolo apporto disponibile online.
Gli strumenti di navigazione e le descrizioni dei contenuti presenti possono essere visualizzati nelle lingue dell’Unesco (arabo, cinese, inglese, francese, russo, spagnolo) e in portoghese, dato il grande contributo del Brasile nella fase di realizzazione del progetto.
È stata presa in considerazione la possibilità di fornire anche altre lingue, ma, quanto meno per il momento, non è tra le priorità del progetto.
I singoli contenuti, invece, non sono stati tradotti e sono quindi accessibili solo nella lingua originale.
Per rendere possibile la digitalizzazione di materiale proveniente da tutto il mondo, sono stati creati dei centri appositi dotati delle tecnologie necessarie a disposizione delle istituzioni, come nel caso di Brasile, Egitto, Iraq e Russia.
L’inaugurazione del sito web è un passo importante, ma non segna la conclusione del progetto.
Ci si sta infatti muovendo per continuare ad estendere la quantità di materiale digitalizzato e disponibile online, in modo da comprendere un giorno materiali di tutti i paesi in tutte le lingue.
World Digital Library http://www.wdl.org/en/

State of Play

L’intervista a Kevin Macdonald La paura:  dell’imprevedibilità, del nemico, della follia, della violenza, dell’inganno, del potere, della falsità, della corruzione, della morte.
Nei suoi film la paura, in queste diverse declinazioni, è una protagonista non secondaria. C’è qualche ragione particolare? Sarebbe facile rispondere confessando di essere una persona che spesso ha paura.
Ma credo di essere anche un classico storyteller, ossia mi piacciono le storie – leggerle, immaginarle, raccontarle – e la paura ne fa sempre parte.
Oggi il cinema si è dimenticato di quanto è importante e piacevole raccontare storie e raccontarle bene.
Sempre, in ogni buona storia, l’eroe – in tutti i miei documentari e film c’è sempre un eroe, il più delle volte personaggio ambiguo e complesso – deve confrontarsi con alcune difficoltà reali e con fatti che lo terrorizzano.
Accade anche a noi di avere spesso paura, pur se non siamo eroi.
La paura fa parte della vita e può essere dovuta all’inganno, al tradimento, all’abbandono.
Le storie che ho raccontato nei miei film preparano ad affrontare queste brutte esperienze, spesso inevitabili.
L’Uganda di Idi Amin, come molti altri Paesi del continente africano, nasce dalle ceneri, ancora calde, degli imperi coloniali.
Nell’Ultimo re di Scozia desiderava anche ricordare come in quelle ceneri covano, forse ancora oggi, mostri imprevedibili? Quello che ho cercato di raccontare in quel film è una versione originale del mito di Faust.
Infatti, la storia è quella di un giovane dottore, innocente e ingenuo, trasportato soltanto dal suo interesse egoistico, che tenta di farsi amico il dittatore ugandese, un vero maniaco dell’egoismo, soltanto perché questo lo fa sentire più vicino al potere, dunque più importante e degno di attenzione.
Ma, nel momento in cui si accorge che per essere qualcuno, sta vendendo la sua anima, capisce di essere in trappola, di non poter più scappare.
È ciò che accade oggi a molti giovani dell’Occidente, che vanno nel cosiddetto Terzo mondo, in India o Thailandia o in Africa, usando quei Paesi come un campo giochi per i loro abusi di potere, per le loro nefandezze, per un egocentrismo che non pensa alle conseguenze, su se stessi e sugli altri, delle azioni che si compiono.
Sembra quasi affascinato dalla figura di questo odioso dittatore, come del resto lo è stato di altri mostri della storia, come Klaus Barbie, il feroce nazista francese raccontato nel documentario Il nemico del mio nemico – Cia, nazisti e guerra fredda.
È difficile spiegare perché ci affascinano certi personaggi.
Io ho cercato razionalmente di esaminarlo perché volevo capire bene le motivazioni che mi hanno portato a scrivere e dirigere questi film.
Penso di essere interessato a umanizzare quei personaggi che sono stati interpretati soltanto in modo unidimensionale, etichettandoli facilmente come dei mostri.
Idi Amin e Klaus Barbie sono stati elevati a personificazione del male, ma, come è accaduto con il bellissimo film tedesco La caduta sugli ultimi giorni di Hitler nel bunker di Berlino, la gente si sente offesa e sconvolta da questa umanizzazione.
È un grande errore:  le persone diaboliche e maligne non sono state, all’inizio della loro vita, diverse da noi.
Sono stati bambini come tutti noi, hanno giocato come bambini, hanno amato.
Mi sembra importante vedere il lato umano anche nelle peggiori persone dell’umanità, per conoscerle meglio, identificarle ed evitare, per quanto possibile, che ne nascano ancora nel futuro.  Il gioco tra impegno della verità e potere nella falsità sembra predominante in State of Play, ove tutti, nel bene o nel male, sono responsabili di una società che sembra non funzionare a pieno regime, che soltanto a parole si dice la migliore possibile, ma poi nei fatti…
Tutti abbiamo in testa un’utopia, l’idea di una società perfetta, il desiderio di circondarci soltanto di persone buone.
Ma nessuno, ed è la condizione umana, è soltanto buono o soltanto cattivo.
I personaggi per me più interessanti, nella letteratura e nel cinema, sono quelli più ambigui, che hanno una moralità incerta e spesso devono lottare contro il male che alberga dentro di loro, fare guerra ai propri impulsi cattivi.
In State of Play abbiamo a che fare con due personaggi centrali, quello del giornalista interpretato da Russell Crowe e quello del politico da Ben Affleck, ambedue ambivalenti.
Il primo impersona un giornalista che va ben al di là di quelli che sono i limiti imposti dall’etica professionale:  lui minaccia molti dei suoi interlocutori, registra conversazioni illegalmente, ricatta per avere la storia che insegue a tutti i costi.
Ma, cosa più importante, vuole aiutare il suo amico politico e, facendolo, questa amicizia si scontra con la sua integrità giornalistica.
Penso che questa battaglia tra i propri interessi personali e ciò che, invece, dovremmo fare e scegliere nella nostra carriera, sia un’esperienza abbastanza comune a tutti.
Anche Ben Affleck è un personaggio interessante:  mi è sempre piaciuta l’idea di una persona cattiva, responsabile di alcuni delitti, ma politicamente mossa da una causa giusta, avendo deciso di bloccare la privatizzazione, avviata per questione di soldi e guadagni, dei sistemi di difesa americani, appaltati a gruppi di mercenari reduci dalla guerra in Iraq.
I suoi propositi sono giusti, ma il suo ragionamento è totalmente sbagliato quando afferma che vale la pena uccidere tre o quattro persone, ossia scegliere il male minore, per non permettere che accada qualche cosa di molto peggio.
Alla fine pagherà per queste sue scelte immorali.
Oggi i giornali possono ancora essere lo specchio del declino etico e culturale che attanaglia e svuota di valori molte delle società e fungere, con le loro denunce, a diga per questo declino? Io amo i giornali, ma questo amore è frutto di nostalgia.
L’idea di un giornale di cultura è ancora molto attraente, ma è un rimpianto.
Il problema non è tanto dei giornali che lentamente scompaiono.
Ciò che veramente importa è che non muoia il giornalismo.
Se la carta stampata è sostituita da internet – ed è uno scontro che viviamo nel film con il personaggio della giovane apprendista interpretata da Rachel McAdams, che puntualmente dimentica la penna perché abituata ormai alla tastiera – la cosa mi preoccupa fino a un certo punto, anche se stiamo vivendo un progressivo cambiamento del sistema dell’informazione.
Quello che mi preoccupa veramente è che la gente legge sempre meno, anzi alcuni non leggono più.
Vogliono la notizia scritta in due righe perché non hanno più tempo e pazienza per arrivare alla terza.
Seriamente ritengo che i giornalisti svolgano una funzione importantissima nelle società democratiche, quando fanno domande difficili a coloro che sono al potere.
C’è un vecchio motto che dice:  “La notizia vera è quello che non vogliono esca e sia stampata, tutto il resto è operazione cosmetica”.
Il suo prossimo impegno cinematografico la fa tornare indietro nel tempo, al ii secolo dell’era cristiana, anche questa volta per una lontana e remota storia di colonialismo e di eroi.
Il libro da cui è tratto il film che comincerò a girare in settembre in Ungheria e poi, per i due mesi successivi, nel nord della Scozia, è tratto dal romanzo The Eagle of the Ninth scritto nel 1954 da Rosemary Sutcliff.
È stato il mio libro preferito quando avevo tredici anni e lo ricordo vividamente perché la storia ha avuto un potere “mitico” su di me.
Narra del giovane soldato Marcus Aquila, che vive soltanto dei sogni e degli ideali dettati dalla sua condizione di legionario romano.
Ma il nome della sua famiglia è stato infangato quando quindici anni prima il padre, a capo della nona legione, sparì con tutti i suoi soldati nella Britannia appena conquistata.
Vuole rivendicare l’onore perduto.
Parte alla ricerca dell’aquila d’oro della legione scomparsa per riportarla a Roma.
Gli capita, però, un terribile incidente che lo rende invalido all’esercito e così tutti i suoi sogni si infrangono, perché servire l’Impero nella legione era tutto ciò che desiderava.
Cresciuto e educato in modo monolitico ai valori della romanità, è un uomo disperato.
Si fa amico lo schiavo celtico Esca, comincia a crescere e a capire che ci sono altre culture, comincia a guardare al di là dei confini.
Oltrepassa il Vallo di Adriano, si addentra in un mondo sconosciuto, come accadeva in Vietnam ai soldati americani di Apocalypse Now.
È un film sullo scontro delle culture, sulla occupazione di nazioni da parte di altre e sulle ragioni della fine di un impero, che per me inizia quando si comincia a dubitare della certezza assoluta della propria superiorità culturale.
Trama del film State of Play – scopri la verità: Crowe interpreta il reporter Cal McCaffrey che, grazie alla sua scaltrezza, si ritrova a risolvere un mistero di delitti e collusione nel quale sono coinvolti alcuni dei politici e degli uomini d’affari più promettenti del paese.
Il membro del congresso degli Stati Uniti Stephen Collins (Ben Affleck), bello e imperturbabile, è il futuro del suo partito politico: onorevole eletto, è il presidente di un comitato che supervisiona la spesa della difesa.
Tutti gli occhi sono puntati su questo astro nascente che dovrebbe rappresentare il suo partito nella prossima corsa alla Casa Bianca.
Tutto questo finché la sua assistente/addetta alle ricerche ed amante viene brutalmente assassinata e segreti seppelliti da tempo cominciano a tornare alla luce.
State of Play – la recensione State of Play è uno di quei film che riescono a mediare al meglio le esigenze della spettacolarità e dell’intrattenimento legate a certo tipo di cinema con la necessità di raccontare qualcosa di un po’ più spesso e sensato della storiellina che si guarda e passa di troppi titoli hollywoodiani e non solo.
Ci riesce grazie alla solidità del suo impianto e alla mancanza di ogni forma di pedanteria nell’affrontare le tematiche che propone.
Kevin Macdonald aveva già fatto vedere di che pasta fosse fatto, e questa volta si può appoggiare ad una sceneggiatura – basata su un serial omonimo della BBC – sulla quale hanno messo le mani gente come Matthew Michael Carnahan, Tony Gilroy e Billy Ray.
Che poi Brad Pitt, inizialmente scelto per il ruolo del protagonista, abbia abbandonato il progetto e sia stato sostituito da Russell Crowe è stata solo una fortuna (altro discorso è quel Ben Affleck finito al posto che era di Ed Norton): ché l’australiano è in gran forma – attorialmente parlando – ed è perfetto nella sua indolente ed energica gigioneria sovrappeso nei panni del reporter Cal McCaffrey.
E lo stile recitativo e la fisicità di Crowe, specchio di quanto il suo personaggio è deputato a simboleggiare,sono fondamentali in un film che – tolti gli intelligenti richiami a certi conspiracy thriller degli anni Settanta o quelli, più contemporanei, al neonato filone dei finance thriller – è fondamentalmente e principalmente un affettuoso e nostalgico canto del cigno della carta stampata e del giornalismo “di una volta”.
Perché è evidente che al di la della trama gialla, della lotta interiore di McCaffrey tra il rispetto per il ruolo di amico e quello di giornalismo, del rapporto sfumato e complesso tra il giornalista e la moglie del politico, della ricostruizone dei meccanismi occulti e non di Washington (tutti elementi tratteggiati comunque con grande attenzione ed efficacia), il cuore di State of Play sta tutto nel (non) dualismo tra il personaggio di Crowe e quello di Rachel McAdams, una blogger dell’edizione online del quotidiano per il quale entrambi lavorano, il Washington Globe.
McCaffrey è una vecchia volpe della carta stampata, di quelli che sanno trattare e mettere al loro posto tanto le fonti quanto i direttori, ruvido, sporco, ma affascinante proprio come la carta di un giornale fresco di stampa.
Della Frye è invece apparentemente asettica e pulitina, ma in realtà pungente e agguerrita, come certe pagine da leggere online.
Certo, le manca forse un po’ d’esperienza e di malizia, ed è per questo che diventerà l’ombra di un Cal destinato a diventare mentore.
In un film che esce in un periodo come questo, dove realmente i quotidiani chiudono per mancanza di fondi, dove sono i blogger ufficiali e non a fare soldi e informazione, dove la stampa pare sempre di più aver abdicato al ruolo di watchdog dei poteri forti per appiattirsi su un velinismo più o meno mascherato, State of Play è un film a suo modo importante.
Cal e Della sono le incarnazioni di due culture solo apparentemente antitetiche, poiché solo nella reciproca accettazione e nel loro imbastardirsi costruttivo e propositivo, quel mondo comune alle quale entrambe appartengono potrà continuare a ribadire ruolo e importanza.
Per questo, nonostante in apparenza le posizioni del film riguardo il giornalismo e la sua evoluzione possono sembrare eccessivamente conservatrici e nostalgiche, è evidente che Macdonald non vuole restaurare né accusare: vuole solo rendere omaggio a quello che è stato, invitare a non dimenticarlo, a perpetrarlo, anche se in forme nuove, non analogiche ma digitali.
E il simbolico passaggio di consegne del finale, seguito da titoli di coda quasi commoventi nella loro nostalgica sincerità, sta lì a dimostrarlo.
Federico Gironi State of Play – scopri la verità Regia: Kevin Macdonald Sceneggiatura: Matthew Michael Carnahan, Tony Gilroy, Billy Ray Attori: Russell Crowe, Ben Affleck, Robin Wright Penn, Helen Mirren, Rachel McAdams, Wendy Makkena, Katy Mixon, Jeff Daniels, Maria Thayer, Viola Davis, Jason Bateman Ruoli ed Interpreti Fotografia: Rodrigo Prieto Montaggio: Justine Wright Produzione: Andell Entertainment, Universal Pictures, Working Title Films Distribuzione: Universal Pictures Paese: USA 2008 Uscita Cinema: 30/04/2009 Genere: Drammatico, Thriller Durata: 127 Min Formato: Colore 35MM – 2.35 : 1 Sito Italiano  Raccontare fa parte dei cromosomi di famiglia.
Il nonno, Emmerich Pressburger, di origini ebraiche, nato nell’impero austro-ungarico all’inizio del secolo, errabondo in Europa e rifugiatosi nella campagna inglese allo scoppiare della guerra, scrittore divenuto poi sceneggiatore – vinse un Oscar nel 1943 per 49° parallelo – infine regista, rilasciava negli anni Ottanta questa confessione:  “Credo che un film debba avere una buona storia, una storia chiara e debba anche avere, se possibile, qualche cosa, forse la più difficile di tutte, un poco di magia…
Proprio perché è intoccabile, perché è molto difficile affidarle una parte, la magia non è qualche cosa con cui trattare.
Puoi soltanto tentare di preparare alcuni nidi, sperando che un pochino di quella magia possa scivolarvi dentro”.
Il nipote, oggi regista, l’ha raccolta assai bene, questa bella eredità di famiglia:  Kevin Macdonald ha 41 anni, è nato a Glasgow e vive a Londra.
È un serio documentarista – anche lui ha conquistato il suo Oscar, vincendolo nel 2000 con A day in September, in cui ricostruiva l’attacco terroristico agli atleti israeliani durante le tragiche Olimpiadi di Monaco del 1972 – e un abile, scrupoloso regista, che è riuscito a intessere, con le sue preziose pellicole, alcuni “nidi” assolutamente non trascurabili nella storia del cinema.
Nel 2003, con La morte sospesa, racconta un’altra drammatica vicenda, anch’essa realmente accaduta:  due scalatori sulle Ande peruviane alle prese con il sacrificio, la morte e la sopravvivenza; nel 2006 ancora morte e paura (e premi) nell’Uganda marchiata a sangue dalla follia del dittatore Idi Amin, L’ultimo re di Scozia, film cui arride un nuovo successo internazionale; infine, in questi giorni sugli schermi europei e nord-americani e a fine settimana su quelli italiani, State of Play, versione aggiornata, intrigante e molto ben diretta, delle tradizionali, poco pulite e pericolose connessioni e interdipendenze tra giornalismo e potere politico, tra il dovere della verità che dovrebbe sottostare al primo e quello dell’onestà che dovrebbe orientare il secondo.
Fiction e documentario sono, per Kevin Macdonald, due mondi complementari.
Realtà e finzione, per il regista, sembrano inseparabili.
“Nei miei documentari per il grande schermo ho sempre cercato di inserire alcune caratteristiche del cinema di fiction, ad esempio il modo col quale raccontare una storia anche realmente accaduta, oppure come creare la suspence.
Quando poi ho affrontato film di fiction, ho semplicemente cercato di fare il contrario, ossia portare alcune istanze del documentario, come l’esattezza e la verità, in una storia inventata.
Nel caso dell’Ultimo re di Scozia, ad esempio, ho voluto girare nelle località ugandesi che sono state realmente teatro delle follie di Idi Amin, rimanendo aderente al massimo alla realtà dei posti, degli edifici, delle facce.
Anche per State of Play una delle mie preoccupazioni è stata come essere originale:  ci sono tantissimi film ambientati a Washington D.C., ma io volevo rendere la mia storia di giornalismo e corruzione il più possibile vera, dandole una prospettiva realistica sia negli interni dove lavorano i giornalisti e i politici sia negli esterni dove si svolgono le scene di azione.
Allora sono andato a cercare la versione della città che viene vissuta ogni giorno, più che creare il palcoscenico del potere e dell’informazione normalmente allestito per questo genere di film”.

I santi e la pratica eroica delle virtù

Se è alta la qualità teologica della canonizzazione, altrettanto esigente è l’invito all’adesione di fede del credente, il quale è tenuto a prestare il suo assenso fermo e saldo, fondato sulla fede nell’assistenza dello Spirito Santo al magistero della Chiesa e sulla dottrina cattolica dell’infallibilità del magistero in questo campo.
La canonizzazione, quindi, non è un semplice atto di devozione o di pietà popolare, ma l’attestazione formale e solenne della santità di alcuni fedeli, proposti come modelli a tutta Chiesa per l’esaltazione della fede cattolica e l’incremento della vita cristiana (…) Rispondendo ora al titolo della nostra relazione – sul significato cioè della santità nella vita della Chiesa oggi – si può affermare con il concilio Vaticano ii che tutti i fedeli sono chiamati alla santità.
La santità è la vocazione di ogni battezzato.
Di conseguenza ancora oggi la santità fa parte dell’identità della Chiesa, Una Sancta, e del battezzato.
Di qui la sua perenne attualità (…) La fonte originaria della santità della Chiesa e nella Chiesa è Dio Trinità:  “Siate dunque perfetti – dice Gesù – come è perfetto il vostro Padre celeste” (Matteo, 5, 48) (…) La pienezza della vita cristiana e la perfezione della carità sono il traguardo di tutti i cristiani, la cui santità non è solo un ornamento spirituale della Chiesa ma anche un dono alla promozione e all’affermazione di una società umana pacificata e giusta.
Affermando che “tale santità promuove nella stessa società terrena un tenore di vita più umano”, il concilio riconosce le implicanze sociali della santità cristiana.
Per questo spesso i santi sono anche chiamati benefattori dell’umanità, perché, come Gesù, anch’essi sono passati su questa terra “beneficando” (Atti degli apostoli, 10, 38), operando il bene.
Come nei primi secoli il sangue dei martiri fu la linfa della santità della Chiesa, così oggi non solo i santi martiri ma anche i santi confessori della fede, continuano a essere i testimoni straordinari del Vangelo di Cristo, illustrando la Chiesa, madre dei santi (…) È interessante notare che nell’apologetica post-tridentina alcuni teologi evidenziavano un significato non comune della santità della Chiesa.
La qualifica sancta deriverebbe – a loro dire – da “sancire”-“stabilire” ed etimologicamente indicherebbe stabilità, indefettibilità, inviolabilità.
La Chiesa è santa perché è la roccia sulla quale si infrangono le onde dei suoi nemici.
La sua santità indicherebbe la sua indefettibilità, la sua stabilità.
In tutto ciò in primo piano non è tanto la santità dei membri quanto la santità fontale della Chiesa, dal momento che essa è santa perché mediante i suoi sacramenti santifica continuamente i suoi figli, perdonandoli e fortificandoli con la grazia.
Insomma, la Chiesa è santa perché santificatrice.
E la santità dei suoi figli, in subordine a quella di Cristo, la difende dal nemico e la fa splendere di grazia.
Ma questa santità soggettiva è il riflesso della santità oggettiva, costitutiva della Chiesa; ne è espansione e visibilizzazione.
La Chiesa ieri come oggi è stata sempre edificata dalla presenza dei martiri e dei santi.
Nei processi di canonizzazione la domanda di fondo è la seguente:  il servo o la serva di Dio ha praticato in modo eroico le virtù teologali e cardinali? Il santo, infatti, non è un prodotto della cieca evoluzione cosmica, ma un dono della grazia divina (…) Ma cosa significa, in concreto, la pratica eroica della virtù? Sembra che sia stato Aristotele a parlare di virtù eroica, nella sua Etica Nicomachea.
Lo Stagirita cita un brano dell’Iliade in cui Priamo piange la morte di Ettore, suo figlio prediletto, che era stato “tanto virtuoso che non crederesti che egli sia stato generato da padre mortale, ma che sia stato piuttosto della stessa natura degli dei” (…) Nel suo Commentario all’Etica Nicomachea, san Tommaso d’Aquino considera la virtù eroica come la straordinaria perfezione della parte ragionevole dell’anima.
Lo stesso Tommaso, nella stesura della sua Summa, illustra il rapporto tra doni dello Spirito Santo e virtù.
I doni sono indispensabili perché il battezzato raggiunga il suo traguardo soprannaturale.
In questo contesto egli parla di abito eroico o divino, che indica una disposizione verso il bene più alta del comune.
La virtù eroica è l’esercizio in grado eminente della virtù.
Nella virtù eroica il livello morale in essa presente si eleva al di sopra del livello morale di quasi tutti gli uomini.
E ciò suscita ammirazione, che costituisce anche un elemento della definizione della virtù eroica.
Per il benedettino José Saenz de Aguirre (+ 1699) i segni distintivi della virtù eroica sono l’osservanza fedele dei comandamenti e l’adempimento dei consigli evangelici anche in circostanze avverse; l’ammirazione da parte degli altri uomini; qualche miracolo perpetrato da Dio per confermare l’eroismo delle virtù di una persona ritenuta santa.
Per il francescano Lorenzo Brancati la persona che possiede l’abito della virtù eroica deve agire e fare il bene expedite, prompte et delectabiliter, sotto l’influenza e la guida dei doni dello Spirito Santo.
La virtù eroica supera l’esercizio ordinario della virtù dal momento che suscita una più sublime maniera di fare il bene con frequenza, facilità e disinvoltura.
In ogni caso, essa è sempre un grado particolarmente elevato di ogni singola virtù sia teologica sia morale.
Alla domanda su come siano riconoscibili le virtù eroiche, si risponde che il grado eroico è riconoscibile, in primo luogo dalla frequenza, dalla grande prontezza e dal carattere gioioso dell’attività virtuosa; in secondo luogo dal fatto che anche ostacoli difficili, costituiti da circostanze esterne o da intralci interni, vengono superati in modo tale che l’eroe virtuoso può essere considerato capace di grandi sacrifici per il Vangelo nella totale abnegazione di se stesso.
Anche per Prospero Lambertini, poi Benedetto xiv, la virtù eroica implica speditezza, prontezza e letizia in un modo superiore al comune, nell’abnegazione e nel controllo delle passioni.
La virtù eroica è l’elevazione delle virtù fino all’apice della loro perfezione per l’influsso efficace dei doni dello Spirito Santo (…) Tuttavia, come non ogni terreno produce tutto, ma viene raccomandato soprattutto per un prodotto particolare, così i santi per lo più sono nobilitati dallo splendore singolare di una sola virtù. Nonostante la connessione di tutte le virtù, una sola è la virtù che in essi è eminente e prevalente.
Ed è proprio l’eroismo virtuoso che suscita stupore e meraviglia, ma anche sequela e imitazione.
Il Vaticano ii – Lumen gentium, n.
50 – insegna al riguardo:  “Il contemplare la vita di coloro che hanno seguito fedelmente Cristo, è un motivo in più per sentirsi spinti a ricercare la città futura (cfr.
Lettera agli Ebrei, 13, 14 e 11, 10); nello stesso tempo impariamo la via sicurissima per la quale, tra le mutevoli cose del mondo e secondo lo stato e la condizione propria di ciascuno, potremo arrivare alla perfetta unione con Cristo, cioè alla santità.
Nella vita di quelli che, sebbene partecipi della nostra natura umana, sono tuttavia più perfettamente trasformati nell’immagine di Cristo (cfr.
Seconda Lettera ai Corinzi, 3,18), Dio manifesta agli uomini in una viva luce la sua presenza e il suo volto.
In loro è egli stesso che ci parla e ci dà un segno del suo Regno verso il quale, avendo intorno a noi un tal nugolo di testimoni (cfr.
Lettera agli Ebrei, 12, 1) e una tale affermazione della verità del Vangelo, siamo potentemente attirati”.
Nella nota 155, il testo conciliare richiama un decreto di Benedetto xv il quale sottolinea che la virtù eroica può consistere anche nelle piccole cose e, più precisamente, nel fedele, continuo e costante adempimento dei compiti e degli uffici del proprio stato.
Dal canto suo, Pio XII, a chi affermava che i santi sono piuttosto da ammirare che da imitare, rispondeva che la perfezione della santità e la sua eroicità si potevano raggiungere anche nella quotidiana e costante osservanza della legge divina e nella intensissima carità verso Dio e il prossimo.
E ogni santo ha espresso la sua virtù in modo del tutto originale:  alcuni con l’ardore dell’apostolato, altri con la fortezza del martirio, altri con lo splendore della loro verginità o con la soavità della loro umiltà.
Nella virtù eroica Cristo si fa di nuovo visibile in mezzo a noi e il santo diventa lo specchio di Cristo (…) I santi, inoltre, sono i veri operatori dell’inculturazione del Vangelo, non mediante teorie elaborate a tavolino, ma vivendo e manifestando la sequela Christi nella propria cultura.
I santi mostrano la verità evangelica con la loro esistenza.
In essi si realizza la metamorfosi cristiana di una cultura, dal momento che rivelano come le beatitudini evangeliche tocchino e convertano al bene i cuori e le menti delle persone di ogni cultura.
Nei santi l’inculturazione non avviene principalmente ab externo, nello stile delle chiese, negli atteggiamenti del corpo, nel rivestimento linguistico, ma soprattutto, ab interno, nella loro persona.
Sono loro in persona il Vangelo vivente per quella cultura.
Come agli inizi della Chiesa furono i santi pastori, i santi teologi e i santi martiri a evangelizzare le culture della terra, così oggi la Chiesa ha bisogno dei santi per la riuscita di ogni inculturazione.
Il Vangelo infatti non è riservato a una cultura determinata, ma a tutte le culture:  “Andate in tutto il mondo e predicate il Vangelo a ogni creatura” (Marco, 16, 15).
Ieri come oggi, questo compito è affidato soprattutto ai santi (…) In ciò consiste anche la dimensione missionaria dei santi, che costituiscono un’incarnazione personale del Vangelo.
La loro esistenza è la più efficace opera di convinzione della bontà della Parola di Dio, della sua verità per l’esistenza gioiosa dell’umanità.
Solo così si spiegano le conversioni al Vangelo operate dai santi missionari a cominciare dagli apostoli, che si sparsero in tutto il mondo annunciando la buona notizia della salvezza in Cristo, convertendo e battezzando (…) In conclusione, i santi sono segni concreti di speranza per un futuro di fraternità, di gioia e di pace.
Talvolta ci si lamenta per il grande numero di santi che vengono canonizzati.
Ma la Chiesa santa non può non generare figli santi.
Sarebbe come se ci lamentassimo della grande quantità, varietà e bellezza dei fiori in primavera.
(©L’Osservatore Romano – 30 aprile 2009 Prima di rispondere alla domanda sull’attualità della santità nella Chiesa e nel mondo, conviene premettere alcune considerazioni sul significato e sul valore della santità riconosciuta come tale dalla Chiesa e proposta ai fedeli come esempio d’imitazione di Cristo.
Diciamo subito che la solenne proclamazione della santità dei fedeli mediante la canonizzazione è un atto del Magistero pontificio di altissima qualità teologica.
Infatti, se al primo grado della Professio Fidei appartengono quelle dottrine di fede divina e cattolica che la Chiesa propone come divinamente e formalmente rivelate e, come tali, irreformabili, al secondo grado appartengono tutte quelle dottrine che riguardano la fede o i costumi proposte dalla Chiesa in modo definitivo.
Si tratta di verità che sono infallibilmente insegnate dal magistero ordinario e universale della Chiesa con sententia definitive tenenda.
La canonizzazione appartiene a questo secondo grado di verità proposte in modo definitivo, in quanto fa parte di quelle dottrine necessarie per custodire ed esporre fedelmente il deposito della fede.
I santi, sono quindi, pagine viventi della santità della Chiesa nei secoli.  )

La mia Chiesa

(…).
1) La comprensione incondizionata dell’uomo Più che una “dittatura del relativismo”, che potrebbe compromettere ogni ricerca della verità, oggi si avverte uno “spaesamento dei valori” (diritto, doveri, giustizia, libertà, educazione, rispetto, sicurezza sociale, pace).
L’atteggiamento della Chiesa di fronte a queste realtà è molteplice.
È la spettatrice critica di fronte ai processi della società, e magari diventa arcigna e violenta di fronte ai fenomeni giudicati degenerativi della società.
Si pensi come il “magistero” ha inteso la “modernità”.
Essa è stata pensata come una deformazione delle coscienze, quando poteva tradursi in una grande educazione di umanità.
È comprensibile la diffidenza che la Chiesa ha verso la ricerca scientifica? Forse la Chiesa non ha mai voluto ammettere il “date (rendete) a Cesare quel che è di Cesare” e il “date a Dio quel che è di Dio” (Mt.
22, 21).
(…).
Attualmente la Chiesa sembra voler essere l’“autovelox” della morale.
Sta nascosta dietro l’angolo e quando la cultura sfreccia e magari sembra violare, per eccesso di velocità, soprattutto i temi della morale, eleva sanzioni (…).
La Chiesa certamente deve condurre gli uomini alla vita vera.
Ma come fa la madre.
Ella non insegna, ma educa, costruisce, con infinita comprensione, con uno spirito di riconciliazione senza limite.
La sua non è sterile constatazione, o peggio controllo (“inquisizione”), ma sempre lievito, fermento di vita, promozione.
L’umanità è comunque sofferente e bisognosa, al di là di ogni forma di peccato, e la Chiesa, con l’unica sua verità, che è la misericordia di Cristo, ripete: “Venite a me voi tutti che siete affaticati e oppressi e io vi ristorerò” (Mt.
11, 28).
Il cap.
15 di Luca potrebbe essere il “manifesto” del comportamento della Chiesa.
Narra le parabole della pecora smarrita, della dramma perduta e del figlio prodigo.
Si capisce in questo manifesto cosa significhi comprendere e amare l’essere umano che è sempre così debole.
I primi sette versetti del capitolo sono di una emotività eccelsa ed estrema.
“Pantes oi telonai cai oi amartoloi – Tutti i pubblicani e i peccatori vanno da lui”.
L’appuntamento di “tutte” le persone sregolate è da Gesù.
È comprensibile lo scandalo delle persone rette, i farisei e gli scribi.
E Gesù, “umile di cuore” anche con loro, dice: “Chi di voi se ha cento pecore e ne perde una, non lascia le novantanove nel deserto e va dietro a quella perduta, finché non la ritrova?”.
No, nessuno userebbe questo criterio pastorale.
Ma Gesù insiste e sostiene di essere nella gioia solo quando ritrova la pecora.
E a conferma della arditezza del suo amore, senza parametri umani: “Così, vi dico, ci sarà più gioia in cielo per un peccatore che si converte che per novantanove giusti che non hanno bisogno di conversione”.
 2) La “Cattolicità” “Deus vult omnes homines salvos fieri – Dio vuole che tutti gli uomini vengano salvati” (1 Tm.
2,4).
È evidente l’afferma-zione biblica, perché, con l’“incarnazione”, Dio si fa uomo in ogni uomo.
“Non fa preferenze di persona” (At.
10, 34).
Anzi “ogni uomo a qualsiasi popolo appartenga” è bene accetto a Dio” (At.
10, 34).
La consegna agli Apostoli, dopo la risurrezione, è: “Andate in tutto il mondo e predicate il Vangelo ad ogni creatura” (Mc.
16, 15).
Probabilmente l’assicurazione: “Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Mt.
28, 20) viene fatta per garantire che la sua Chiesa “avrà le porte sempre aperte” (Ap.
21, 25), per accogliere tutte le genti.
Riservare il cristianesimo alla civiltà occidentale è tradire il Vangelo.
Rivendicare le “radici cristiane” dell’Europa rischia di compromettere l’universalità del Vangelo.
Il Vangelo è incarnazione attiva presso tutte le genti.
Le quali sono chiamate ad esprimere il loro volto cristiano (cf.
Mt.
28, 19).
Gli Apostoli non sono mandati per dare alle genti un cristianesimo occidentale, ma per affidare a tutti il Vangelo quale sorgente di originalità.
Il messaggio del Vangelo rimane genuino e originale presso tutti i popoli: “Costoro che parlano sono tutti Galilei.
E com’è che li sentiamo ciascuno parlare la nostra lingua nativa? Siamo Parti, Medi, Elamiti e abitanti della Mesopotamia, della Giudea, della Cappadocia, del Ponto, e dell’Asia, della Frigia e della Panfilia, dell’Egitto e delle parti della Libia vicino a Cirene, stranieri di Roma, Ebrei e proseliti, Cretesi e Arabi, e li udiamo annunziare nelle nostre lingue le grandi opere di Dio” (At.
2, 7-11).
(…).
  3) L’Unità L’unità di tutto il genere umano ha per fondamento il Vangelo.
Dio si è incarnato in ogni uomo, rendendo ognuno di noi uguale al fratello.
Non c’è umanità, pertanto, senza l’amore del fratello.
Il quale ha tutti i diritti al mio amore, perché “nessun uomo è profano o immondo” (At.
10, 28).
L’unità, in realtà, non si fa con la dottrina, non si fa con i principi, non si fa con una religione codificata, ma soltanto con l’amore.
Amos Oz riferisce un aneddoto: “Avevo dato all’amico un appuntamento al bar.
Assolsi ad un piccolo impegno d’urgenza e subito raggiunsi l’amico.
Con mia sorpresa vidi già seduto accanto a lui un signore dal nobile aspetto.
Con qualche gesto impercettibile chiesi all’amico chi fosse.
Quegli, con fare circospetto, mi disse: mi pare tanto che sia Dio.
Mi sedetti accanto e, parlando, anch’io ebbi l’impressione che fosse Dio.
Volli allora togliermi una curiosità.
Dissi: da noi qui ci sono tante religioni: la cristiana, l’ebraica, la musulmana.
Qual è quella vera? Rispose: non lo so; io non sono religioso.
Sono venuto sulla terra per amare gli uomini e per salvarli”.
Invece il confronto religioso diventa facilmente violenza, dalla lotta contro gli Albigesi alle “crociate”.
Francesco nella Regula non bullata (cap.
16) ha una pagina di grande significato: “I frati coraggiosi vadano presso gli infedeli e, presentandosi come cristiani, si mettano a servizio di tutti senza mai contrasti e dispute”.
Incantato dalla sua figura, il delegato papale di Damietta Jaques De Gratry riferisce che Francesco si presentò al sultano “sine armis et sine argumentis philosophicis, ma solo con l’amore di Cristo”.
Giovanni XXIII, veramente ispirato, nel discorso di apertura del Concilio, chiedeva a Dio che questo evento portasse alla costituzione dell’unica famiglia umana, “all’unità dei cristiani tra loro, all’unità dei cristiani con gli uomini di altre religioni, all’unità dei credenti con i non credenti”.
L’occasione attuale della miscelatura di tutti i popoli, occidentali e arabi, cinesi e indiani, cristiani e musulmani, offre ai discepoli di Cristo la possibilità di effondere tutto l’amore di Cristo, fino alla costruzione della “Pacem in terris”.
  4) La Carità La carità è la Chiesa: “charitas Christi urget nos”.
I tre Vangeli sinottici sono il poema della carità di Gesù.
Gesù è sempre in attività, per guarire tutti gli ammalati, per dare conforto a tutti i bisognosi.
Sta volentieri con le persone anonime, con le “folle”, che non hanno qualificazioni sociali, che “sono come pecore senza pastore”, e prova pietà per loro: “misereor super turbam”.
Le folle sono particolarmente bisognose, sono di solito affamate.
E Gesù provvede loro con la “moltiplicazione dei pani”.
(…).
La Chiesa pensa oggi alle “masse affamate” del mondo? Oggi, il dramma dei popoli, Iraq, Sudan, ha riscontro nella Chiesa? Gesù scombina anche i rigorosi precetti della legge mosaica, per andare incontro alle necessità dell’uomo: “Il sabato è per l’uomo e non l’uomo per il sabato”.
Con gli Apostoli Gesù percorre tutte le strade della Palestina, non per andare a formare cenacoli e gruppi di preghiera, né per andare a costruire chiese e sinagoghe, ma per “cercare e salvare ciò che era perduto” (Lc.
19, 10).
Sembra quasi trascurare il culto e anche la catechesi, quando raccomanda: “Se fai l’offerta all’altare e ti ricordi che il fratello ha qualcosa contro di te, lascia lì l’offerta, corri a riconciliarti con il fratello, poi torni e fai l’offerta all’altare” (Mt.
5, 23-24).
Di grande provocazione è il suo identificarsi con il “Buon Samaritano” e trascurare il sacerdote e il levita, ma anche il “dottore della legge”, al quale dice in pratica che non sono necessari né il tempio, né la Torah, quando invece indispensabile è agire come il Samaritano (Lc.
10, 25-37).
Incandescente per me è l’episodio del “battesimo”.
Egli, l’innocenza di Dio, vuole purificarsi come gli altri, apparire un peccatore tra i peccatori.
È chiaro allora che non c’è un reietto che non sia Lui, non c’è una vittima che non sia Lui, non c’è uno straniero che non sia Lui, non c’è un disperato che non sia Lui (cf.
Mt.
25).
  5) Oscuramento di Cristo È certo che credere nel Dio annunciato da Gesù, un Dio umile e nascosto, dischiude problemi nella Chiesa, alla ricerca del suo compito e della sua autorità.
Il rischio della Chiesa di cambiare l’originalità dell’istituzione è grandissimo e sempre incombente.
Da discepola e testimone del Risorto, essa si fa interprete, vicaria e sostituta di Dio.
Si pone come unica titolare e depositaria del divino sulla Terra.
Gesù aveva proclamato la “giustizia superiore” delle “beatitudini”, vincendo le tentazioni della ricchezza, del prestigio e del potere.
La Chiesa invece preferisce tenere in disparte Gesù e sacralizzare questi beni (“La leggenda del Grande Inquisitore”).
L’irrilevanza di Gesù è caratterizzata da quasi tutta la modernità.
E sembra esplicita nella Chiesa.
Nelle recenti dispute con i legislatori italiani e spagnoli e con i costituenti europei, la Chiesa fa appello alla biologia, alla natura, alla storia, alle tradizioni culturali, alla precauzione politica, non al Vangelo.
Anzi ci tiene ad affermare che la sua dottrina, la verità di cui è custode, corrispondono a una visione razionale e umana a tutti comune.
La trascuranza di Cristo sembra così evidente.
Ma “sine me nihil potestis facere” (Gv.
15, 5).
E questo oscuramento del Cristo è la ragione di tutti i nostri smarrimenti.
Per fortuna e per grazia, anche se noi trascuriamo il Signore, egli viene a noi incontro.
“Gesù in persona si accosta a me e con me cammina” (Lc.
24,15).
E mi confida: “Ecco, io sto alla tua porta e busso.
Se tu ascolti la mia voce e mi apri la porta, io vengo da te, ceno con te e tu con me” (Ap.
3, 20).
  6) Il “principio speranza” “Noi diamo ragione della speranza che palpita nel nostro cuore”, perché abbiamo il Vangelo.
E il Vangelo è tutta la speranza.
Il Vangelo è una proiezione infinita di luce, è l’apertura e la libertà della vita, è “pieno di immortalità”.
“Gesù è colui che vive e più non muore” (Ap.
1, 18).
È lui il destino dell’uomo e quindi è la sua speranza infinita.
Anche la Chiesa non ha nessuna verità da dare.
Ha unicamente l’“amore eterno” (Ger.
31, 3), da comunicare a tutti.
(…).
  Esercizi di nonviolenza – L’evangelizzazione oggi sembra asfittica.
Occorre annunziare di nuovo le Beatitudini e il Magnificat.
Se Gesù ci chiede di superare le tentazioni della ricchezza, del potere, del prestigio, il Magnificat ci assicura che lui rovescia i potenti dai troni e innalza gli umili.
– Recuperare la memoria del Concilio: non dimenticare le salutari avanguardie che hanno aperto nuovi percorsi; riconoscere, come papa Giovanni XXIII, che “Ecclesia sempre reformanda”; proclamare il valore dell’Ecumenismo ad ogni costo; credere nella scelta preferenziale dei poveri; la solidarietà della Gaudium et spes: “Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo” (n.
5.1).
– Superare la neutralità: un giovane non può rimanere neutrale tra dittatura e democrazia, tra libertà e fascismo, tra pace e guerra, tra obiezione di coscienza e militarismo, tra accoglienza degli stranieri e razzismo.
– Recuperare la memoria dei Profeti: don Mazzolari, don Milani, p.
Balducci, p.
Turoldo, p.
Dossetti, La Pira, Lazzati, Bachelet, Moro, Dorothy Day, M.L.
King, mons.
Romero, mons.
Camara…
È necessario raccontarli per poterli rivivere.
– Resistere ai “vitelli d’oro”: consumismo, telecrazia…, non rifiuto acritico, ma ragionato.
Reagire al neo-nazismo, al neo-liberismo, alla xenofobia, al nazionalismo.
Combattere l’integralismo e difendere la laicità della politica.
– La libertà.
È una parola difficile e non deve creare equivoci.
A me hanno insegnato ad amare questa parola Gandhi, Martin Luther King, Oscar Romero e Madre Teresa di Calcutta.
Libertà non è liberismo sfrenato, è liberazione dall’oppressione, dalla tirannia, difesa del pluralismo, della tolleranza, dell’ascolto, del dialogo.
Libertà è difesa delle minoranze politiche, religiose, culturali, sociali, etniche.
– Educazione alla condivisione delle risorse, alla redistribuzione delle risorse, per ridurre il fossato Nord-Sud, per affrontare la questione dei flussi migratori inarrestabili.
– Impegno di lotta senza quartiere contro le mafie e le camorre.
Rivoltarsi contro le sottoculture dell’illegalità.
Studiare catechismi di solidarietà.
– Rifondare il sindacato di tutti, non solo dei “protetti”, ma anche degli “esclusi”.
– Lotta per la libertà dell’informazione.
Impegno per la crescita delle voci non omologate, locali e nazionali.
Sostenere l’informazione libera e la comunicazione conviviale.
– Scelta di campo per i poveri.
Non solo interiore, teologica, emotiva, ma concreta sul territorio.
(…).
– Accoglienza dell’altro.
Dell’immigrato e del rom.
Questi dovrebbero essere accolti non dalle polizie, ma dalle amministrazioni locali o da istituzioni a ciò preposte.
(…).
  Amo la mia gente con le opere di Misericordia Gesù è l’uomo per gli altri.
Anch’io, suo apostolo, devo essere l’uomo per gli altri.
Sono personalmente convinto che oggi la Chiesa sia fortemente ancorata alla liturgia e alla evangelizzazione e meno sensibile alla carità, all’amore verso tutti gli uomini.
Sogno una Chiesa piena di vangelo, che rende Gesù visibile dovunque.
Gesù parla poco di questioni morali, mentre la sua condotta sembra “eccessivamente” misericordiosa.
Non insiste mai sui precetti e sulle ideologie giustificatrici.
Presentandosi come “Figlio dell’uomo”, non appare certo come il Dio dei poteri, delle istituzioni e dei sistemi, che creano le vittime e gli sfiduciati.
Ma sta con coloro che piangono e che “hanno fame e sete di giustizia”.
Non cerca i grandi templi, con lo scopo di onorare Dio, ma gli bastano “lo spirito e la verità” (Gv.
4,23).
Oggi una Chiesa autoreferenziale confonde facilmente i suoi fini con i suoi interessi.
Sembra si debba pensare che Dio è nella Chiesa e pertanto il mondo esista per servire la Chiesa e questa per difendere ad ogni costo se stessa.
Invece Dio è nel mondo e la Chiesa esiste per servire il mondo, creato da Dio e amato, e redento e perdonato da Lui.
Questo mondo è il nostro mondo, è quello che Dio ci ha dato da amare.
Non siamo qui per giudicarlo, ma per annunciargli il Vangelo, cioè la salvezza e la felicità.
Per Gesù i sabati, i templi, le filatterie, i precetti diventano totalmente secondari di fronte al dolore degli uomini.
Gesù lascia le curie del potere e va nell’“orto”, dove egli suda il sangue dei poveri.
L’opzione della Chiesa dovrebbe ancora essere il predicare un cristianesimo di sequela, piuttosto che un cristianesimo di consumo.
Non si può pensare che con più praticanti si salvano più uomini.
Se non esagero, vorrei proporre oggi una Chiesa di frontiera.
La frontiera è fuori dal tempio.
La frontiera è un luogo esposto.
È il luogo degli arrivi e delle partenze.
È il luogo dell’imprevisto, dell’inedito.
È il luogo dell’originale.
È il luogo dell’uomo sempre nuovo e sempre in attesa di una patria.
Ma è anche il luogo di Cristo.
Non si può pensare qualcosa di più urgente e di più precario della Capanna della sua nascita.
La Chiesa è artigiana della pace, non solo della pace dei cuori, ma anche della pace che passa attraverso l’azione politica.
Deve pregare per la pace, ma anche difendere l’uomo dal dominio incontrollato delle istituzioni e delle corporazioni, che rischiano di renderlo puro strumento della loro volontà di potenza.
Deve intervenire per allargare gli ordinamenti democratici, che esprimono la sovranità popolare, per rendere attiva sempre la libertà personale.
Deve difendere l’uguaglianza tra gli uomini, impedire lo sfruttamento di una sull’altra, di un popolo su un altro e combattere apertamente l’onnipotenza del capitale e del profitto, della mafia e della camorra.
Deve denunciare quelle scelte politiche che procurano la corsa agli armamenti e deve sostenere il disarmo progressivo.
Deve solidarizzare con coloro che pongono gesti di doverosa protesta: obiezione di coscienza, marce per la pace, giudizi di illegalità per le spese militari.
Deve combattere l’autoritarismo, le forme molteplici di violenza, la chiusura ideologica.
L’esaltazione dei condottieri, il disprezzo per i vinti, il culto della razza, la magnificenza della patria, l’eurocentrismo non sono certamente elementi che rendono maturo e idoneo l’uomo del villaggio globale.
La denuncia delle inadempienze radicali degli uomini e delle intollerabili povertà di certe categorie sociali non è sufficiente.
È necessario che la Chiesa difenda i diritti e le attese dei poveri e dei bisognosi, intervenendo nelle forme più attente ed efficaci.
Gesù con la “moltiplicazione dei pani” nutre le folle e le fa vivere nella speranza.
La Chiesa o è carità o è falsità.
La Chiesa è sempre e solo amare la gente.
(…).
  Responsabilità verso la Camorra La camorra, in Campania, impedisce le riforme strutturali, indispensabili per organizzare la speranza del futuro.
Procura le dimissioni di ogni imprenditoria intelligente e produttiva.
Una politica che crea progetti, stabilisca obiettivi, dia la spinta alla soluzione dei problemi è impensabile.
E le dirigenze di ogni tipo confondono facilmente il bene comune con l’interesse privato.
Il degrado, il sottosviluppo e la disoccupazione fanno sì che l’emigrazione dei giovani volenterosi sia enorme.
I talenti migliori salgono al Nord, privando le nostre terre di quella propulsività fatta di promozione e di progresso.
Ritengo che, in particolare nel meridione, la Chiesa deve esercitare la sua forza istitutrice di etica e di civiltà.
Purtroppo, l’esempio fulgido di un don Peppino Diana, che viene ucciso dopo quel documento salutare, Per amore del mio popolo non tacerò, rimane ancora controllato e isolato.
Le gerarchie ecclesiastiche sono molto preoccupate di difendersi dai nemici “ideologici”, massoni, comunisti, laicisti di ogni genere, e sottovalutano l’inquinamento morale e civile causato dai poteri illegali.
I camorristi, che pure sradicano il Vangelo dal cuore della nostra gente, negando ogni forma di amore del prossimo, diventano facilmente promotori delle iniziative della ritualità religiosa e della collettività.
Proteggono un certo ordine stabilito, e quindi vengono corteggiati dalle istituzioni.
E, per un falso amore di pace, la Chiesa tace.
(…) La storia della Campania, come la sua cronaca contemporanea, non si spiega senza tenere nel debito conto l’influenza della Chiesa.
Si osserva quindi che le espressioni religiose, soprattutto quelle enfatiche, e la camorra non sono due fenomeni indipendenti.
Fortunatamente non si arriva mai alla complicità.
Non si può tuttavia rimanere in disparte, scaricando la realtà criminale alla competenza dello Stato.
L’esercizio del potere nel mondo della camorra si prefigge l’infiltrazione nelle istituzioni per gestirle in maniera privatistica e clientelare.
E se la camorra diventa mentalità di popolo, il messaggio d’amore di Cristo non può avere vita.
Per cominciare, nelle parrocchie si devono superare supporti che possono configurarsi come camorristi: gli atteggiamenti autoritari, la violenza di un potere costituito, la precettistica morale imposta come inquisizione delle coscienze, la mancanza di democrazia nella gestione comunitaria, gli accordi unidirezionali che producono i gruppi fra loro conflittuali.
La Chiesa è di tutti ed è essenziale che si mantenga libera dal potere politico e di casta, e lasci trasparire lo stile di un servizio incondizionato all’uomo, “senza preferenze di persone” o di categorie sociali.
Insisto perché nelle parrocchie si faccia il catechismo della legalità.
  Archivio anno 2009-  Adista documenti n.
5 Adista, 12 gennaio ’09

Quello che la Bibbia non ha mai raccontato

La Pasqua secondo gli apocrifi.
Giuda, Pilato, Maria di Gianfranco Ravasi È paradossale, ma non è impresa difficile quella di ordinare una mostra che abbia come filo conduttore i vangeli apocrifi, come appunto è testimoniato dalla grandiosa esposizione che si è aperta il 24 aprile a Illegio in Friuli, cittadina divenuta nota per i suoi straordinari eventi artistici.
Questa letteratura ebbe, infatti, uno straordinario successo proprio nell’arte e nella tradizione popolare.
Sotto il termine di “apocrifi” – letteralmente, dal greco, i libri “nascosti” – si stende, infatti, un’immensa produzione letteraria e religiosa, anche di bassa qualità, che corre parallela ma autonoma rispetto all’Antico e al Nuovo Testamento i quali contengono invece i libri “canonici”, ossia quelli riconosciuti dall’ebraismo e dal cristianesimo come testi sacri, ispirati da Dio.
Questi documenti si distribuiscono anche nell’ultima fase dell’ebraismo anticotestamentario e costituiscono un capitolo della stessa letteratura religiosa giudaica.
Gli apocrifi giudaici sono almeno 65 testi diversi, composti a partire dal III secolo prima dell’era cristiana fino al II secolo, riconducibili ad ambiti e generi diversi.
Importanti, ad esempio, sono certi scritti apocalittici come i tre diversi libri di Enoch che offrono una testimonianza variegata ma decisiva di molte concezioni del giudaismo.
Significativi sono anche i “testamenti” messi in bocca a vari personaggi biblici come i vari patriarchi, oppure Giobbe, Mosè o Salomone.
C’è, poi, una serie di opere di taglio filosofico o sapienziale, come l’antico racconto di Achikar, di origine babilonese, adottato e trasformato dal mondo giudaico e divenuto molto popolare.
Non mancano, inoltre, preghiere, odi, salmi, alcuni venuti alla luce a Qumran, sulla costa del mar Morto, in una delle più celebri scoperte del secolo scorso.
Sono da registrare anche aggiunte o approfondimenti liberi di testi biblici come la “Vita di Adamo ed Eva” o la storia d’amore tra Giuseppe e Asenet.
La mostra di Illegio, però, mette in scena rappresentazioni artistiche legate agli apocrifi cristiani che puntano a ricreare, spesso molto liberamente, la vita di Gesù dando origine a nuovi Vangeli – non mancano però Apocalissi o Atti di vari apostoli e lettere sul modello di quelle paoline.
Si tratta di una massa rilevante di scritti cristiani, nati soprattutto dalla pietà popolare ma anche da ambiti colti: pensiamo agli scritti gnostici egiziani.
Essi furono ben presto contestati, nonostante rivendicassero il desiderio di allinearsi e di completare i libri canonici.
Questa esclusione, per altro spesso motivata a causa della loro qualità teologica discutibile e della loro fantasiosa creatività storica, non ne impedì l’ingresso nella devozione popolare, nella stessa storia della teologia, nella liturgia e soprattutto nella tradizione artistica dei secoli successivi.
Entriamo, dunque, anche noi come viandanti stupiti in questa selva di pagine, di immagini, di colpi di scena, di simboli, di fantasie.
Qui appaiono, ad esempio, le “divine malefatte” di un Gesù ragazzo che fa morire e risorgere o mutare in capretti i compagni di giuoco, che paralizza il maestro che sta per picchiarlo a causa della sua sapienza troppo saccente, ma che sa guarire dai morsi di vipera e estrae prodigiosamente bimbi caduti in forni o pozzi, che aggiusta senza fatica manuale un letto sghembo uscito dalla falegnameria di Giuseppe.
Tra le decine di percorsi che si aprono davanti a noi in tale foresta letteraria ne scegliamo uno che ci conduca all’evento della Pasqua di Cristo, il periodo liturgico che ci sta accompagnando.
Un’enorme massa di racconti segue, infatti, le ore della settimana che verrà poi chiamata “santa”.
Inseguiremo solo alcuni attori di quei giorni oscuri e gloriosi, prescindendo quindi dai vari soggetti esposti nella mostra friulana.
*** Il primo a venirci incontro è Giuda Iscariota, il traditore, un personaggio che ha continuato a generare nuovi “apocrifi” fino ai nostri giorni con vari romanzi e opere di autori diversi moderni.
Per gli apocrifi antichi la storia del traditore di Gesù ha radici remote e molto fantasiose.
Figlio del sacerdote Caifa, fin da piccolo Giuda – secondo il “Vangelo arabo dell’infanzia del Salvatore”, un apocrifo carissimo ai cristiani d’Oriente e persino ai musulmani – dava segni di possessione diabolica.
Sua moglie, stando invece a un testo copto egiziano, aveva accolto presso di sé per allattarlo il figlio neonato di Giuseppe d’Arimatea, colui che avrebbe offerto la tomba di famiglia per deporvi il cadavere di Gesù.
Ebbene, quando Giuda tornò a casa stringendo in mano i trenta denari del tradimento, quel neonato non volle più succhiare il latte.
Venne, allora, convocato suo padre Giuseppe: appena il piccolo lo vide, prodigiosamente si mise a gridare: “Vieni, padre mio, portami via dalle mani di questa donna che è una bestia selvatica.
Ieri, nell’ora nona, hanno preso il prezzo del sangue del Giusto”.
Infatti sempre secondo i testi apocrifi, era stata la moglie a spingere Giuda al tradimento per venalità: costringeva già da tempo il marito a rubare alla cassa comune dei discepoli che, come si legge nel Vangelo canonico di Giovanni (12, 6), era appunto gestita da Giuda.
Ma la scena più clamorosa è narrata dalle Memorie o Vangelo di Nicodemo, un famoso apocrifo greco, giunto a noi anche in versione copta e latina, forse dell’inizio del II secolo.
Giuda, dopo aver tradito Gesù, si ritira a casa sua, cupo e deciso al suicidio.
Sua moglie cerca di convincerlo a non impiccarsi, certa che Cristo non potrà mai risorgere.
La donna sta arrostendo un gallo per il pranzo e scommette con il marito: “Nello stesso modo in cui questo gallo arrostito può cantare, così Gesù potrà risorgere.
Ma, proprio mentre stava parlando, quel gallo allargò le ali e cantò tre volte.
Giuda, allora, del tutto convinto, con la corda fece un capestro e andò a impiccarsi”.
È evidente la ripresa in forma surreale ed esasperata del tema evangelico del gallo che canta al momento del tradimento di Pietro.
Altri apocrifi dipingeranno la morte di Giuda, invece, come un’esplosione dopo che il suo corpo si era gonfiato a dismisura – c’è un libero riferimento ad Atti degli Apostoli 1, 18 – e rappresenteranno la sua anima mentre vaga disperata nell’Amenti, cioè negli inferi.
*** Non poteva mancare una fioritura apocrifa anche attorno a un altro attore del racconto evangelico delle ultime ore terrene di Gesù: il procuratore romano Ponzio Pilato.
Lo scrittore e martire cristiano Giustino nel 155 circa chiamava “Atti di Pilato” quelle Memorie di Nicodemo a cui abbiamo appena accennato.
Esse, infatti, contengono una vivace sceneggiatura del processo romano di Cristo, nei confronti del quale vengono avanzati come capi di imputazione la nascita impura da fornicazione e la violazione della legge, soprattutto quella del riposo sabbatico.
Ma lasciamo la parola all’antico narratore che già esalta la grandezza sovrumana di Cristo.
“Pilato chiamò un messo e gli ordinò: Mi sia condotto qui Gesù, ma con gentilezza! Il messo uscì e, quando riconobbe Gesù, lo adorò, stese a terra il sudario che aveva in mano e gli disse: Signore, cammina qui sopra e vieni perché il governatore ti chiama.
[…] Quando Gesù entrò da Pilato, le immagini che i vessilliferi reggevano sulle insegne si inchinarono da sole e adorarono Gesù”.
Sfilano poi davanti a Pilato i testimoni a discarico: ciechi, paralitici, un gobbo, l’emorroissa, tutti guariti da Gesù, e Nicodemo, membro del Sinedrio giudaico.
Qui entra in scena la moglie stessa del procuratore della quale i vari apocrifi offrono anche il nome, Claudia Procula, o Procla: “Sapete che mia moglie – dice Pilato agli accusatori di Gesù – simpatizza con voi riguardo al giudaismo.
Gli ebrei risposero: Sì, lo sappiamo! Pilato: Ecco, mia moglie mi ha mandato a dire: Non ci sia nulla tra te e quest’uomo giusto! Questa notte, infatti, ho sofferto molto a causa sua.
Gli ebrei, allora, replicarono a Pilato: Non ti abbiamo forse detto che è un mago? È lui che ha inviato a tua moglie i fantasmi dei sogni”.
È evidente anche in tal caso come la base narrativa del Vangelo canonico di Matteo (27, 19) venga ampliata con aggiunte di colore.
A questo punto Pilato – stando al Vangelo di Pietro che è stato definito “il più antico racconto non canonico della Passione di Cristo” (scritto attorno al 100 e ritrovato solo nel 1887 in Alto Egitto nella tomba di un monaco) – “si alzò; nessuno degli ebrei si lavò le mani, né Erode né alcuno dei suoi giudici”.
Solo Pilato, dunque, si lava le mani dichiarando simbolicamente la sua innocenza.
Poi, sempre secondo le Memorie di Nicodemo, “ordinò che fosse tirato il velo davanti alla sedia curule e disse a Gesù: Il tuo popolo ti accusa di assumere il titolo di re.
Perciò ho decretato che, in ossequio alla legge dei pii imperatori, tu sia prima flagellato e poi appeso alla croce nel giardino dove sei stato catturato.
Disma e Gesta, entrambi malfattori, saranno crocifissi con te”.
Appaiono così anche i nomi improbabili dei due compagni di crocifissione di Gesù, anonimi secondo Luca 23, 39-43.
È, però, soprattutto sulla vita successiva di Pilato che si scatenerà la fantasia apocrifa, compresa quella moderna: pensiamo al “Procuratore di Giudea” di Anatole France, a “Il punto di vista di Ponzio Pilato” di Paul Claudel, alla “Moglie di Pilato” di Gertrud von Le Fort, al “Ponzio Pilato” di Roger Caillois, al “Pilato” di Friedrich Dürrenmatt, al “Maestro e Margherita” di Michail A.
Bulgakov e così via.
Ci è giunta dall’antichità cristiana una relazione apocrifa inviata da Pilato agli imperatori Tiberio e Claudio con i riscontri dei destinatari, una lettera di Pilato a Erode e una “Paradosi” di Pilato, cioè un’ipotetica “tradizione” storica delle sue vicende.
C’erano persino apocrifi pagani su di lui, tant’è vero che lo storico cristiano Eusebio di Cesarea lamentava che l’imperatore Massimino Daia nel 311 avesse fatto distribuire nelle scuole delle false memorie di Pilato “piene di empietà contro Cristo” e avesse ordinato che i ragazzi le imparassero a memoria per istigarli all’odio contro il cristianesimo.
Ma gli apocrifi cristiani si accaniranno in particolare sulla morte di Pilato con esiti antitetici.
Da un lato, la citata “Paradosi” descrive una fine tragica durante una partita di caccia con l’imperatore.
“Un giorno Tiberio, andando a caccia, stava inseguendo una gazzella; ma, quando questa giunse davanti alla porta di una caverna, si fermò.
Pilato si spinse a vedere.
Tiberio lanciò nel frattempo una freccia per colpire l’animale, ma essa attraversò l’ingresso della caverna e uccise Pilato”.
Più impressionante è la fine narrata da un altro testo e divenuta popolare nel Medioevo, secondo cui Pilato morì suicida a Roma con un colpo del suo prezioso pugnale.
Gettato con un peso nel Tevere, il cadavere dovette essere ripescato perché attirava gli spiriti maligni rendendo pericolosa la navigazione sul fiume.
Traslato a Vienne in Francia e immerso nel Rodano, dovette essere recuperato per la stessa ragione e sepolto a Losanna.
Ma anche qui, a causa del suo corpo infestato di demoni, lo si dovette riesumare e scaraventare in un pozzo naturale, in alta montagna.
D’altro lato, la tradizione apocrifa cristiana esalta invece la conversione di Pilato che muore come martire, decapitato per ordine di Tiberio, e viene accolto in cielo da Cristo.
Non per nulla la Chiesa etiopica venera come santo nel suo calendario liturgico il procuratore romano.
La stessa sorte toccherà a sua moglie Claudia Procula.
Ecco, infatti, un’altra versione della fine di Pilato secondo la “Paradosi” che abbiamo sopra citato.
“Il comandante Labio, incaricato dell’esecuzione capitale, troncò la testa di Pilato e un angelo del Signore la raccolse.
Sua moglie Procula, vedendo l’angelo giunto a prendere la testa del marito, ebbe un trasporto di gioia ed emise l’ultimo respiro.
Fu, così, sepolta con suo marito Pilato per volere e benevolenza del Signore nostro Gesù Cristo”.
La conversione del procuratore era avvenuta in coincidenza della risurrezione di Cristo, secondo il Vangelo di Gamaliele, opera copta del V secolo.
Infatti, “entrato nella tomba di Cristo, Pilato prese le bende mortuarie, le abbracciò e per la gran gioia scoppiò in lacrime.
Si volse poi a un suo capitano che aveva perso un occhio in guerra e rifletté: Sono sicuro che queste bende restituiranno la luce al suo occhio.
Avvicinò a lui le bende mortuarie e gli disse: Non senti, fratello, il profumo di queste bende? Non è un odore di cadavere ma di porpora regale impregnata di soavi aromi.
[…] Il capitano prese quelle bende e si mise a baciarle dicendo: Sono certo che il corpo che voi avete avvolto è risorto dai morti! Nell’istante in cui il suo volto le toccò, il suo occhio guarì e vide la gioiosa luce del sole come prima.
Fu come se Gesù avesse posto su di lui la mano, proprio come era accaduto al cieco nato”.
*** Un capitolo particolare in molti Vangeli apocrifi è riservato ai testimoni della risurrezione che si moltiplicano rispetto ai Vangeli canonici e che diventano spettatori di epifanie clamorose.
Ecco come lo stesso Pilato narra la sua esperienza secondo il citato Vangelo di Gamaliele: “Vidi Gesù al mio fianco! Il suo splendore superava quello del sole e tutta la città ne era illuminata, ad eccezione della sinagoga degli ebrei.
Egli mi disse: Pilato, piangi forse perché hai fatto flagellare Gesù? Non aver paura! Sono io il Gesù che morì sull’albero della croce e sono io il Gesù che è risorto dai morti.
Questa luce che tu vedi è la gloria della mia risurrezione che irradia di gioia il mondo intero! Corri, dunque, alla mia tomba: troverai le bende mortuarie che sono rimaste là e gli angeli che le custodiscono; gettati davanti ad esse e baciale, diventa assertore della mia risurrezione e vedrai nella mia tomba grandi miracoli: i paralitici camminare, i ciechi vedere e i morti risorgere.
Sii forte, Pilato, per essere illuminato dallo splendore della mia risurrezione che gli ebrei negheranno”.
E di fatti Pilato giunto al sepolcro di Cristo – come si è già visto – passerà di sorpresa in sorpresa, incontrando anche il ladrone risorto.
C’è, dunque, un “altro” Cristo risorto che viene incontro negli scritti apocrifi a una folla di persone, rispetto alla ben più sobria e rigorosa narrazione dei Vangeli canonici.
Un’apparizione è riservata, ad esempio, anche all’apostolo Bartolomeo nell’omonimo vangelo apocrifo: in quell’occasione Gesù svela tutti i segreti dell’Ade, ove aveva trascorso il periodo tra la sua morte e l’alba di Pasqua.
In un altro testo è Giuseppe d’Arimatea a incontrare il Signore risorto.
Arrestato dai giudei per aver offerto a Gesù il sepolcro, egli vede avanzare Gesù con il ladrone pentito nella tenebra della sua cella: “Nella camera risplendette una luce accecante, l’edificio fu sospeso ai quattro angoli verso l’alto, si aprì un passaggio e io uscii.
Ci mettemmo in viaggio per la Galilea, mentre attorno a Gesù brillava una luce insopportabile a occhio umano e dal ladrone emanava un gradito profumo che era quello del paradiso”.
Anche Pietro, al di là delle apparizioni pasquali “canoniche”, ha un incontro straordinario registrato dagli Atti di Pietro, un apocrifo composto tra il 180 e il 190, sulla via di Roma, e divenuto la sostanza del “Quo Vadis?”, il famoso romanzo che il polacco Henryk Sienkiewicz compose tra il 1894 e il 1896.
*** Particolarmente vivace è poi la tradizione apocrifa riguardante la madre di Gesù, Maria.
I Vangeli canonici tacciono sull’incontro del Risorto con lei.
Infatti, dopo la scena del Calvario (Giovanni 19, 25-27) si passa a quella degli Atti degli Apostoli secondo la quale i discepoli di Gesù “sono assidui e concordi nella preghiera” con Maria “al piano superiore della casa [di Gerusalemme] ove abitavano” (1, 13-14) e non si aggiunge nulla sull’incontro tra la Madre e il Risorto.
A questo vuoto suppliscono abbondantemente gli apocrifi.
Riprendiamo tra le mani il Vangelo di Gamaliele.
Maria, prostrata dal dolore, rimane in casa, ed è Giovanni che le riferisce le notizie sulla sepoltura del Figlio.
Essa, tuttavia, non si rassegna a restar lontana dalla tomba di Gesù e, tra le lacrime, dice a Giovanni: “Anche se la tomba di mio Figlio fosse gloriosa come l’arca di Noè, io non ne avrei nessun conforto se non la potessi vedere per versarvi le mie lacrime.
Giovanni le rispose: Come possiamo andarci? Davanti alla tomba sono di guardia quattro soldati dell’esercito del governatore! […] La Vergine, però, non si lasciò trattenere e la domenica, di buon mattino, si recò al sepolcro.
Giunta di corsa, si guardò intorno e fissò lo sguardo sulla pietra: era stata rotolata via dal sepolcro! Allora esclamò: Questo miracolo è avvenuto a favore di mio Figlio! Si sporse in avanti, ma non vide nel sepolcro il corpo del Figlio.
Quando il sole spuntò, mentre il cuore di Maria era malinconico e triste, si sentì penetrare nella tomba dall’esterno un profumo aromatico: sembrava quello dell’albero della vita! La Vergine si voltò e in piedi, presso un cespuglio di incenso, vide Dio vestito con uno splendido abito di porpora celeste”.
Maria, tuttavia, non riconosce in questa figura gloriosa suo Figlio.
Allora inizia un dialogo simile a quello che il Vangelo di Giovanni (20, 11-18) intesse tra Maria Maddalena e il Cristo risorto e alla fine si ha lo scioglimento dell’enigma: “Non smarrirti, Maria, osserva bene il mio volto e convinciti che io sono tuo Figlio”.
E Maria replicherà augurandogli una “felice risurrezione”, inginocchiandosi a adorarlo e a baciargli i piedi.
Un’altra testimonianza, ancor più fastosa, dell’apparizione del Risorto a sua madre è conservata in un frammento copto del V-VII secolo, traduzione di un testo più arcaico.
“Il Salvatore apparve sul grande carro del Padre di tutto il mondo e, nella lingua della sua divinità, esclamò: Maricha, marima, Tiath.
Che significa: Mariam, madre del Figlio di Dio! Mariam ne capiva il senso; perciò si volse e rispose: Rabbuní, Kathiath, Thamioth.
Che significa: Figlio di Dio! Il Salvatore le disse: Salve a te, che hai portato la vita a tutto il mondo! Salve, madre mia, mia santa arca, mia città, mia dimora, mio abito di gloria del quale mi sono vestito venendo al mondo! Salve, mia brocca piena di acqua santa! Tutto il paradiso gioisce per merito tuo.
Ti assicuro, Maria, mia madre: colui che ti ama, ama la vita.
Poi il Salvatore aggiunse: Va’ dai miei fratelli e di’ loro che sono risorto dai morti e che andrò al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro.
[…] Maria disse a suo Figlio: Gesù, mio Signore e mio unico Figlio, prima di andare nei cieli dal tuo Padre, benedicimi perché io sono tua madre, anche se non vuoi che io ti tocchi! E Gesù, vita di tutti noi, le rispose: Tu sarai assisa con me nel mio regno.
Allora, il Figlio di Dio s’innalzò sul suo carro di cherubini, mentre miriadi di angeli cantavano: Alleluia! Il Salvatore stese la mano destra e benedisse la Vergine”.
Ormai con questo testo ci ritroviamo in un’altra regione, quella della devozione mariana, cara soprattutto alle Chiese d’Oriente.
L’accento scivola sulla mariologia, lasciando sullo sfondo il riferimento cristologico.
*** La ricca esemplificazione che abbiamo offerto – sebbene si riferisca a una sola fase della storia di Gesù Cristo – non rende ragione del tutto riguardo alla molteplicità tematica e ai riflessi della varie situazioni ecclesiali che sono rivelati dalle pagine apocrife.
Essa, però, riesce a mostrare in modo inequivocabile la qualità radicalmente differente, sia per attendibilità storica sia per rigore teologico, degli scritti canonici neotestamentari, esempio della loro essenzialità tematica e sobrietà narrativa.
Significativa, per contrasto, è l’elaborazione della “gnosi” – secondo la quale la salvezza è offerta solo dalla conoscenza – diffusa soprattutto in Egitto.
Essa introdurrà, ad esempio, nel Vangelo di Tommaso una collezione di frasi o detti di Gesù evangelici ed extra-evangelici, alcuni di grande interesse storico, ma anche aprirà la stura a discutibili speculazioni teologiche, spesso molto elaborate e sofisticate e fin stravaganti.
In positivo potremmo dire che, però, domina un forte senso della grandezza dell’evento cristologico e una viva coscienza dell’identità cristiana.
In un apocrifo egiziano gnostico, noto come il Vangelo di Filippo, si legge: “Se dici: Sono ebreo! nessuno si commuove.
Se dici: Sono romano! nessuno trema.
Se dici: Greco, barbaro, schiavo, libero! Nessuno si agita.
Ma se dico: Sono cristiano! Il mondo trema”.
Un anno fa misero in mostra la Genesi.
L’anno prima l’Apocalisse.
Ed entrambe le volte richiamarono a Illegio, piccolo borgo di montagna sulle Alpi della Carnia, un gran numero di visitatori, incantati dai capolavori d’arte lì raccolti da importanti musei d’Italia e del mondo.
Fu tale il successo che la mostra sull’Apocalisse fu addirittura replicata a Roma, nei Musei Vaticani.
Quest’anno, dal 24 aprile al 4 ottobre, a Illegio sono in mostra gli Apocrifi.
Cioè le memorie e le leggende non scritte nei libri dell’Antico e del Nuovo Testamento ma entrate nella tradizione cristiana, riprese dall’arte e raffigurate anche in tante chiese.
A cominciare dal bue e dall’asinello accanto al neonato Gesù, sono numerosi gli episodi e i personaggi della storia sacra tramandati al di fuori dei testi canonici della Bibbia.
Ad esempio la nascita e l’infanzia di Maria con i suoi genitori Anna e Gioacchino, il suo sposalizio con Giuseppe, i nomi e le vicende dei Magi, i particolari della fuga in Egitto, la “dormizione” della Madonna e la sua assunzione al cielo.
Sono ottanta le opere raccolte ad Illegio con soggetto gli Apocrifi e con autori di prima grandezza, come Bruegel e Guercino, Dürer e Caravaggio.
Di quest’ultimo, nelle prime settimane della mostra, è esposto lo splendido “Riposo nella fuga in Egitto” conservato nella Galleria Doria Pamphili di Roma.
Con Maria e il Bambino dormienti e un angelo che accompagna al violino un mottetto con parole del Cantico dei Cantici.
Giuseppe regge lo spartito musicale e l’asino guarda ed ascolta, estasiato.
Sulla copertina del catalogo della mostra edito da Skira c’è un dipinto del Guercino del 1628 (vedi sopra) con l’incontro tra Gesù risorto e la madre: anche questo non raccontato dai Vangeli.
La scelta di dedicare la mostra agli Apocrifi non è priva di addentellati con l’uso odierno di alcuni testi extrascritturali.
Dal “Codice da Vinci” alla vicenda di Giuda è oggi tutto un pullulare di libri e di film sostanzialmente mirati a invalidare i Vangeli: libri e film che si presentano come portatori di una “verità nascosta”, occultata dagli stessi Vangeli e dalla Chiesa.
Questo della “verità nascosta” è un carattere che già apparteneva ai testi apocrifi di impronta gnostica dei primi secoli.
Non sorprende che oggi ritrovi successo, con il moderno gnosticismo anticristiano.
Le opere d’arte esposte ad Illegio mostrano invece che larga parte degli Apocrifi hanno avuto e possono continuare ad avere tutt’altra funzione: non di contrastare e invalidare i Vangeli canonici, ma di dilatarne il racconto, di arricchirne la comprensione, di nutrire la devozione, in sostanziale continuità con la trama fondante delle Sacre Scritture.
E questa è una ragione in più per esplorare il vasto insieme degli scritti extracanonici.
È ciò che fa qui di seguito in modo avvincente l’arcivescovo Gianfranco Ravasi, studioso di fama mondiale della Bibbia e della letteratura ad essa connessa, presidente del pontificio consiglio della cultura.
Ravasi è tra quelli che hanno presentato ufficialmente al pubblico la mostra di Illegio sugli Apocrifi, lo scorso 23 aprile, a Roma, nel palazzo dell’ambasciata d’Italia presso la Santa Sede.
Il suo intervento è uscito anche su “L’Osservatore Romano” del 24 aprile 2009, col titolo: “Il canto del gallo arrostito e la conversione di Ponzio Pilato”.
Ravasi si sofferma soprattutto sugli ampliamenti che gli Apocrifi hanno fatto dei racconti della Passione.
La conversione di Ponzio Pilato è uno di questi sviluppi: entrato a tal punto nella tradizione, che la Chiesa etiopica venera come santo il procuratore romano che condannò a morte Gesù.
Il sito della mostra.
con tutte le informazioni: > Apocrifi.
Memorie e leggende oltre i Vangeli
Promotore della mostra è il Comitato di San Floriano, animato da don Alessio Geretti, viceparroco della pieve e studioso dell’arte cristiana.
__________ Il servizio dedicato da www.chiesa alla precedente mostra sulla Genesi: > Miracolo a Illegio, piccolo borgo di montagna (30.5.2008)

Secondo biennio – Maggio/Giugno

 IX unità di apprendimento:  ”Chi sono i missionari?”  OBIETTIVI SPECIFICI DI APPRENDIMENTO  Conoscenze  Abilità  * La Chiesa popolo di Dio nel mondo: avvenimenti, persone e strutture.
* Rendersi conto che nella comunità ecclesiale c’è una varietà di doni, che si manifesta in diverse vocazioni e ministeri.
OBIETTIVI FORMATIVI • Scoprire l’origine derlla missione • Comprendere che ogni cristiano è un “missionario” • Conoscere la vita e le attività di alcuni missionari di ieri e di oggi  Suggerimenti operativi   • Leggere il brano evangelico dell’invio degli apostoli e poi il brano della conversione di Saulo.
Attraverso la figura di Paolo avvicinarsi all’idea di missionario, l’”apostolo dei gentili”.
• Scoprire che con il sacramento del battesimo ogni cristiano diventa “missionario” nel proprio ambito di vita, anche senza percorrere migliaia di chilometri.
• Su un cartellone compilare insieme “la carta d’identità” di ogni missionario (aiutare, far conoscere Gesù, incontrare…), far riflettere i bambini prima in gruppi piccoli di 4 o 5 e poi ogni gruppetto spiegherà alla classe le proprie idee.
• Svolgere una ricerca su alcuni missionari (madre Teresa, Daniele Comboni, Giuseppe Allamano…) grazie all’aiuto di internet (a scuola o come compito a casa).
Scegliere il materiale a disposizione e costruire un libretto da lasciare in biblioteca con le informazioni raccolte.
• Se possibile, invitare a scuola un missionario per far raccontare la sua esperienza.
I bambini potrebbero preparare una vera e propria intervista.
Evidenziare le differenze/somiglianze fra la vita di un bambino di altri paesi e quella di uno italiano.
Sottolineare che si diventa missionari per seguire Gesù e per farlo conoscere agli altri, riprendere l’idea che ogni cristiano è missionario.  Raccordi con altre discipline Italiano, ed.
alla convivenza, ed.
all’immagine, informatica, storia, geografia.
Riferimento al tema “Per i diritti di tutti” “Convenzione sui diritti dell’infanzia”:  Art.
2: ogni bambino ha dei diritti, non importa il colore della pelle, chi sono i suoi genitori, la religione che professa…
Art.
3: ogni bambino ha il diritto di essere amato.
Art.
14: ogni bambino ha il diritto di seguire la propria religione.

Primo biennio – Maggio/Giugno

 IX unità di apprendimento:  ”Quante regole!”  OBIETTIVI SPECIFICI DI APPRENDIMENTO  Conoscenze  Abilità  * Gesù, il Messia, compimento delle promesse di Dio.
* La Chiesa, il suo credo e la sua missione.
* Ricostruire le principali tappe della storia della salvezza, anche attraverso figure significative.  * Cogliere, attraverso alcune pagine evangeliche, come Gesù viene incontro alle attese di perdono e di pace, di giustizia e di vita eterna.
OBIETTIVI FORMATIVI • Riconoscere che in ogni momento della vita sono necessarie delle regole • Comprendere la nuova alleanza fra Dio e il suo popolo attraverso il Decalogo • Scoprire che Gesù ha riassunto i 10 Comandamenti nel “comandamento dell’amore”  Suggerimenti operativi   • Portare in classe il tabellone di un gioco da tavolo (gioco dell’oca, cluedo, tabù…) e dire ai bambini di iniziare a giocare.
Alcuni proveranno, altri resteranno un po’ stupiti…
alla fine è importante arrivare a scoprire che senza regole condivise non è possibile giocare.
• Scoprire che le regole sono indispensabili nella vita di ogni giorno, in tutti gli ambienti di vita.
Discutere collettivamente sulle regole di un ambiente a scelta: la famiglia, la scuola, lo sport…
• Leggere il racconto di Mosè e il decalogo da una Bibbia per bambini (con un linguaggio semplificato); sottolineare che Dio con i Comandamenti stabilisce una nuova alleanza con il popolo ebraico.
Scoprire che per i cristiani non si tratta di divieti, ma di un patto di amicizia con le persone.
• Attualizzare le parole dei Comandamenti con un linguaggio più semplice, ricercare il messaggio che trasmettono ancora oggi.
• Scrivere al computer un messaggio segreto da decifrare (utilizzare l’alfabeto symbol); alla fine, risolvendo il gioco, i bambini leggeranno la frase: “ama Dio e le altre persone”.
Riflettere su questa frase e sottolineare che riassume tutto il Decalogo.
• Ricercare esempi di cristiani che si impegnano nel mettere in pratica il “comandamento dell’amore” nei vari ambiti della loro vita.   Raccordi con altre discipline Italiano, storia, ed.
alla convivenza, informatica.
Riferimento al tema “Per i diritti di tutti” “Convenzione sui diritti dell’infanzia”: Art.
14: Ogni bambino ha il diritto di seguire la propria religione.  Art.
17: Ogni bambino ha il diritto di ricevere informazioni dai libri.