Benedetto XVI in moschea

“Un papa che ha il coraggio morale di fare e parlare secondo la propria coscienza” di Ghazi Bin Muhammad Bin Talal “Pax Vobis”.
In occasione di questa storica visita alla moschea Re Hussein Bin Talal, qui ad Amman, le porgo, Santità, papa Benedetto XVI, il benvenuto in quattro modi.
Innanzitutto come musulmano.
Le porgo il benvenuto oggi, Santità, perché so che questa visita è gesto deliberato di buona volontà e di rispetto reciproco da parte del supremo capo spirituale e pontefice della più ampia denominazione della più grande religione del mondo verso la seconda più grande religione del mondo.
Infatti, cristiani e musulmani sono il 55 per cento della popolazione mondiale e, dunque, è particolarmente significativo il fatto che questa sia solo la terza volta nella storia che un papa visita una moschea.
La prima visita è stata compiuta nel 2001 dal suo amatissimo predecessore papa Giovanni Paolo II, presso un monumento della storia, la storica moschea Umayyade di Damasco, che contiene le reliquie di san Giovanni Battista.
La seconda visita l’ha svolta lei, Santità, presso la magnifica Moschea Blu di Istanbul nel 2006.
La bella moschea Re Hussein di Amman è la moschea di Stato della Giordania ed è stata costruita e personalmente supervisionata dal grande re Hussein di Giordania.
Che Dio abbia misericordia della sua anima! Quindi, è la prima volta nella storia che un papa visita questa nuova moschea.
In questa visita vediamo un chiaro messaggio della necessità di armonia interreligiosa e mutuo rispetto nel mondo contemporaneo, e anche la prova visibile della sua volontà, Santità, di assumere personalmente un ruolo guida a questo proposito.
Questo gesto è ancor più degno di nota perché questa sua visita in Giordania è in primo luogo un pellegrinaggio spirituale alla Terra Santa cristiana, e in particolare al sito del battesimo di Gesù Cristo per mano di Giovanni Battista a Betania, sull’altra sponda del fiume Giordano (Giovanni 1, 28 e 3, 26).
Tuttavia, lei, Santità, ha dedicato del tempo, nel suo programma intenso e faticoso, stancante per un uomo di qualunque età, per compiere questa visita alla moschea Re Hussein e onorare così i musulmani.
Devo anche ringraziarla, Santità, per il rincrescimento che ha espresso dopo il discorso di Ratisbona del 13 settembre 2006, per il danno causato ai musulmani.
Di certo, i musulmani sanno che nulla di ciò che si può dire o fare in questo mondo può danneggiare il Profeta, che è, come hanno attestato le sue ultime parole, in Paradiso con il più alto compagno, Dio stesso.
Ciononostante i musulmani si sono offesi per l’amore che provano per il profeta, che è, come Dio dice nel Sacro Corano, più vicino ai credenti di essi stessi.
Quindi, i musulmani hanno anche particolarmente apprezzato il chiarimento del Vaticano secondo il quale quanto detto a Ratisbona non rifletteva la sua opinione, Santità, ma era semplicemente una citazione in una lezione accademica.
È quasi superfluo dire che, fra l’altro, il profeta Maometto – che i musulmani amano, emulano e conoscono come realtà viva e presenza spirituale – è completamente e interamente differente da come lo si descrive storicamente in Occidente, a partire da san Giovanni Damasceno.
Questi ritratti distorti, fatti da chi non conosce né la lingua araba, né il Sacro Corano oppure non comprende i contesti storici e culturali della vita del Profeta e quindi fraintende e interpreta male i motivi e le intenzioni spirituali che sottendono molte sue azioni e parole, sono purtroppo responsabili di tanta tensione storica e culturale fra cristiani e musulmani.
È dunque urgente che i musulmani illustrino l’esempio del profeta, soprattutto, con opere virtuose, carità, pietà e buona volontà, ricordando che il Profeta stesso aveva una natura elevata.
Infatti, nel Corano Dio afferma: “Veramente avete nel messaggero di Dio un esempio di comportamento, per chiunque spera in Dio e nell’ultimo giorno”.
Infine, devo ringraziarla, Santità, per i numerosi suoi altri gesti di amicizia e di cordialità verso i musulmani, fin dalla sua elezione nel 2005, incluse le udienze concesse nel 2005 a Sua Maestà il re Abdullah II Bin Al-Hussein di Giordania e nel 2008 a Sua Maestà il re Abdullah Bin Ad-Al-Haziz dell’Arabia Saudita, il custode dei due luoghi sacri.
La ringrazio anche per l’affettuosa ricezione della storica “parola comune fra noi e voi”, la lettera aperta del 13 ottobre 2007 da parte di 138 esimi studiosi musulmani di tutto il mondo, il cui numero continua ad aumentare.
È stato proprio come risultato di quell’iniziativa, che basandosi sul Sacro Corano e sulla Sacra Bibbia ha riconosciuto il primato dell’amore di Dio e dell’amore del prossimo sia nel cristianesimo sia nell’islam, che il Vaticano sotto la sua guida personale, Santità, ha svolto il primo seminario del forum internazionale cattolico-musulmano, dal 4 al 6 novembre 2008.
Fra poco verificheremo con il competente cardinale Tauran l’opera avviata da quell’incontro, ma per ora desidero citare e ripetere le sue parole, Santità, tratte dal suo discorso in occasione della chiusura di quel primo seminario: “Il tema che avete scelto per l’incontro – amore di Dio e amore del prossimo: la dignità della persona umana e il rispetto reciproco – è particolarmente significativo.
È stato tratto dalla lettera aperta, che presenta l’amore di Dio e l’amore del prossimo come centro sia dell’Islam sia del Cristianesimo.
Questo tema evidenzia in maniera ancora più chiara le fondamenta teologiche e spirituali di un insegnamento centrale delle nostre rispettive religioni.
[…] Sono ben consapevole che musulmani e cristiani hanno approcci diversi nelle questioni riguardanti Dio.
Tuttavia, possiamo e dobbiamo essere adoratori dell’unico Dio che ci ha creato e che si preoccupa di ogni persona in ogni parte del mondo.
[…] Vi è un grande e vasto campo in cui possiamo agire insieme per difendere e promuovere i valori morali che fanno parte del nostro retaggio comune”.
Ora, non posso non ricordare le parole di Dio nel Sacro Corano: “Non sono tutti uguali”.
Alcune persone delle Scritture formano una comunità giusta, recitano i versetti la notte, prostrandosi.
Credono in Dio e nell’ultimo giorno, amano la decenza e proibiscono l’indecenza, competono gli uni con gli altri per compiere opere buone.
Questi sono i giusti, e qualunque azione buona compiano, non verrà loro negata perché Dio conosce chi ha timore di Lui.
E ricordo anche le seguenti parole di Dio: “E voi troverete, e voi in verità troverete, che i più vicini a quelli che credono sono quelli che dicono: veramente noi siamo cristiani.
Questo poiché alcuni di loro sono preti e monaci”.
Poi le porgo il benvenuto, Santità, come hashemita e discendente del profeta Maometto.
Inoltre, le porgo il benvenuto in questa moschea in Giordania, ricordando che il profeta accolse i suoi vicini cristiani di Nejran a Medina e li invitò a pregare nella propria moschea, cosa che fecero in armonia, senza compromettere gli uni il credo religioso degli altri.
Anche questa è una lezione di inestimabile valore che il mondo deve ricordare assolutamente.
Le porgo inoltre il benvenuto come arabo e diretto discendente di Ishmael Ali-Salaam, dal quale, secondo la Bibbia, Dio avrebbe fatto scaturire una grande nazione, rimanendogli accanto (Genesi 21, 18-20).
Una delle virtù cardinali degli arabi, che tradizionalmente sono sopravvissuti in alcuni dei climi più caldi e inospitali del mondo, è l’ospitalità.
L’ospitalità scaturisce dalla generosità, riconosce le necessità degli altri, considera quanti sono lontani o vengono da lontano come amici e di fatto questa virtù è confermata da Dio nel Sacro Corano con le parole: “E adorate Dio e associate l’uomo a lui, siate buoni con il padre, la madre, con i parenti, gli orfani, i poveri, i vostri vicini imparentati e quelli estranei, gli amici di ogni giorno e i viaggiatori”.
Ospitalità araba non significa soltanto amare, dare e aiutare, ma anche essere generosi di spirito e quindi saper apprezzare.
Nel 2000, durante la visita del compianto papa Giovanni Paolo II in Giordania, lavoravo con le tribù giordane e alcuni membri dissero di apprezzare veramente il papa.
Interrogati sul perché piacesse loro visto che lui era un cristiano mentre loro erano musulmani, risposero sorridendo: “Perché ci ha fatto visita”.
Di certo Giovanni Paolo II come lei stesso, Santo Padre, avreste potuto immediatamente andare in Palestina e in Israele, ma invece avete scelto di cominciare il pellegrinaggio con una visita a noi, in Giordania, cosa che noi apprezziamo.
Infine, le porgo il benvenuto come giordano.
In Giordania, tutti sono uguali davanti alla legge, indipendentemente dalla religione, dalla razza, dall’origine o dal genere, e chi lavora nel governo deve fare tutto il possibile per tutelare tutti nel paese, con compassione e giustizia.
È stato questo l’esempio personale e il messaggio del compianto re Hussein, che nel corso del suo regno durato 47 anni provò per tutti nel paese ciò che provava per i propri figli.
È anche il messaggio di suo figlio, Sua Maestà il re Abdullah II, che ha scelto come singolare obiettivo del suo regno e della sua vita quello di rendere la vita di ogni abitante della Giordania, e di fatto di ogni persona del mondo che può raggiungere, decorosa, degna e felice, per quanto può con le scarse risorse della Giordania.
Oggi, i cristiani in Giordania hanno diritto all’8 per cento dei seggi in parlamento e a quote simili a ogni livello di governo e società, sebbene in realtà il loro numero sia inferiore a quello previsto.
I cristiani, oltre ad avere leggi relative al proprio status e corti ecclesiali, godono della tutela dello Stato sui loro luoghi sacri, sulle loro scuole.
Lei, Santità, ha già potuto constatare questo di persona, presso la nuova università cattolica di Madaba.
A Dio piacendo presto vedrà sorgere la nuova cattedrale cattolica e la nuova chiesa melchita sul sito del battesimo.
Quindi, oggi, in Giordania, i cristiani prosperano, come del resto hanno fatto negli ultimi duecento anni, in pace e armonia, con buona volontà e relazioni autenticamente fraterne fra loro e con i musulmani.
Questo avviene, in parte, perché i cristiani in precedenza erano in percentuale più numerosi rispetto a oggi.
Con il calo demografico fra i cristiani e i più elevati livelli di istruzione e di prosperità che li hanno portati a essere molto richiesti in Occidente, il loro numero è diminuito.
Ciò avviene anche perchè i musulmani apprezzano il fatto che i cristiani erano già qui 600 anni prima di loro.
Infatti, i cristiani giordani formano forse la più antica comunità cristiana del mondo, e per la maggior parte sono sempre stati ortodossi, aderenti al patriarcato ortodosso di Gerusalemme in Terra Santa, che, come lei, Santità, sa meglio di me, è la Chiesa di san Giacomo, fondata durante la vita di Gesù.
Molti di loro discendono da antiche tribù arabe e, nel corso della storia, hanno condiviso la sorte e le lotte dei musulmani.
Infatti, nel 630, durante la vita del Profeta, entrarono a far parte del suo esercito, condotto dal figlio adottivo e da suo cugino, e combatterono contro l’esercito bizantino degli ortodossi nella battaglia di Mechtar.
È da questa battaglia che presero il loro nome tribale che significa “i rinforzi” e lo stesso patriarca latino Fouad Twal discende da queste tribù.
Poi, nel 1099, durante la caduta di Gerusalemme, furono massacrati dai crociati cattolici accanto ai loro commilitoni.
In seguito, dal 1916 al 1918, durante la grande rivolta araba, combatterono contro i musulmani turchi, accanto ai loro amici musulmani, sotto mandato coloniale protestante, e nelle guerre arabo-israeliane del 1948, del 1967 e del 1972 combatterono con i musulmani arabi contro gli ebrei.
I giordani cristiani non solo hanno sempre difeso la Giordania, ma hanno anche contribuito instancabilmente e patriotticamente alla sua edificazione, svolgendo ruoli importanti nei campi dell’educazione, della sanità, del commercio, del turismo, dell’agricoltura, della scienza, della cultura e in molti altri settori.
Tutto questo per dire che mentre Lei, Santità, li considera suoi compagni cristiani, noi li consideriamo nostri compagni giordani e fanno parte di questa terra come la terra stessa.
Spero che questo spirito unitario giordano di armonia interreligiosa, benevolenza e rispetto reciproco, sarà da esempio a tutto il mondo e che Lei, Santità, lo porti in luoghi come Mindanao e alcune parti dell’Africa sub-sahariana, in cui le minoranze musulmane subiscono forti pressioni da parte di maggioranze cristiane, e anche in altri luoghi dove accade l’opposto.
Oggi, proprio come la ho accolta in quattro modi, la ricevo in quattro modi, Santità.
La ricevo come leader spirituale, supremo pontefice e successore di Pietro per l’1,1 miliardi di cattolici che vivono accanto ai musulmani ovunque, e che saluto, ricevendola.
La ricevo come papa Benedetto XVI, il cui pontificato è caratterizzato dal coraggio morale di fare e parlare secondo la propria coscienza, indipendentemente dalle mode del momento, e che è anche un maestro teologo cristiano, autore di encicliche storiche sulle belle virtù cardinali dell’amore e della speranza, che ha reintrodotto la tradizionale messa in latino per chi la sceglie, e ha contemporaneamente fatto del dialogo interreligioso e intrareligioso la priorità del suo pontificato, per diffondere buona volontà e comprensione fra tutte le popolazioni della terra.
La ricevo come capo di Stato, che è anche un leader mondiale e globale su questioni vitali di morale, etica, ambiente, pace, dignità umana, alleviamento della povertà e della sofferenza e persino crisi finanziaria globale.
La ricevo, infine, come un semplice pellegrino di pace che giunge con umiltà e gentilezza a pregare laddove Gesù Cristo, il Messia – la pace sia con lui! – è stato battezzato e ha cominciato la sua missione 2000 anni fa.
Quindi, benvenuto in Giordania, Santo Padre, papa Benedetto XVI! Dio dice nel Sacro Corano al profeta Maometto: “Sia gloria al tuo Signore, il Signore della potenza…
E la pace sia con i messaggeri, e si renda lode a Dio, il Signore dei mondi”.
Il programma, i discorsi, le omelie del viaggio di Benedetto XVI: > Pellegrinaggio in Terra Santa, 8-15 maggio 2009 Benedetto XVI ha dedicato alla Giordania i primi tre giorni del suo viaggio in Terra Santa.
Nei precedenti viaggi papali la sosta in questo regno musulmano era stata più fuggevole, e così i riferimenti all’islam.
Con papa Joseph Ratzinger, invece, si è registrata questa novità.
Il rapporto con l’islam è stato visibilmente al centro della prima parte del suo viaggio.
E avrà ulteriore visibilità a Gerusalemme con la visita alla Cupola della Roccia, riconosciuta dai musulmani come il luogo da cui Maometto salì al cielo.
Naturalmente, l’impronta complessiva che Benedetto XVI ha dato fin dall’inizio al suo viaggio è stata quella del pellegrinaggio cristiano, attentissimo alle radici ebraiche.
In Giordania, ha cominciato salendo sul Monte Nebo e da lì, come Mosé, guardando alla Terra Promessa.
Lì ha ricordato “l’inseparabile vincolo che unisce la Chiesa al popolo ebreo”.
E ha terminato recandosi a Betania “oltre il Giordano” nel luogo dove l’ultimo dei profeti, Giovanni il Battista, battezzò Gesù.
In ogni tappa ha incontrato e rincuorato i cristiani che vivono in quella terra, piccole comunità molto minoritarie, dalla vita non facile.
Con essi ha celebrato ad Amman la prima messa pubblica del viaggio, domenica 10 maggio.
Nell’omelia, ha subito ribadito loro ciò che era stato proclamato poco prima: che cioè veramente, all’infuori di Gesù, “non vi è sotto il cielo altro nome dato agli uomini, nel quale è stabilito che noi siamo salvati” (Atti 4, 12).
Li ha esortati a testimoniare il riconoscimento della piena dignità della donna e a “sacrificare” la propria vita nel servizio agli altri, all’opposto di “modi di pensare che giustificano lo ‘stroncare’ vite innocenti”.
Ma è in rapporto all’islam che Benedetto XVI ha detto in Giordania le cose più argomentate, soprattutto in due momenti: quando ha benedetto la prima pietra di una nuova università cattolica a Madaba per studenti che saranno in gran parte musulmani, e quando ha visitato la moschea Al-Hussein Bin Talal di Amman.
A Madaba, sabato 9 maggio, il papa ha detto tra l’altro: “La fede in Dio non sopprime la ricerca della verità; al contrario l’incoraggia.
San Paolo esortava i primi cristiani ad aprire le proprie menti a tutto ‘quello che è vero, quello che è nobile, quello che è giusto, quello che è puro, quello che è amabile, quello che è onorato, ciò che è virtù e ciò che merita lode’ (Filippesi 4, 8).
Ovviamente la religione, come la scienza e la tecnologia, come la filosofia ed ogni espressione della nostra ricerca della verità, possono corrompersi.
La religione viene sfigurata quando viene costretta a servire l’ignoranza e il pregiudizio, il disprezzo, la violenza e l’abuso.
Qui non vediamo soltanto la perversione della religione, ma anche la corruzione della libertà umana, il restringersi e l’obnubilarsi della mente.
Evidentemente, un simile risultato non è inevitabile.
Senza dubbio, quando promuoviamo l’educazione proclamiamo la nostra fiducia nel dono della libertà.
Il cuore umano può essere indurito da un ambiente ristretto, da interessi e da passioni.
Ma ogni persona è anche chiamata alla saggezza e all’integrità, alla scelta basilare e più importante di tutte del bene sul male, della verità sulla disonestà, e può essere sostenuta in tale compito.
“La chiamata all’integrità morale viene percepita dalla persona genuinamente religiosa dato che il Dio della verità, dell’amore e della bellezza non può essere servito in alcun altro modo.
La fede matura in Dio serve grandemente per guidare l’acquisizione e la giusta applicazione della conoscenza.
La scienza e la tecnologia offrono benefici straordinari alla società ed hanno migliorato grandemente la qualità della vita di molti esseri umani.
Senza dubbio questa è una delle speranze di quanti promuovono questa università, il cui motto è ‘Sapientia et Scientia’.
Allo stesso tempo, la scienza ha i suoi limiti.
Non può dar risposta a tutte le questioni riguardanti l’uomo e la sua esistenza.
In realtà, la persona umana, il suo posto e il suo scopo nell’universo non può essere contenuto all’interno dei confini della scienza.
‘La natura intellettuale della persona umana si completa e deve completarsi per mezzo della sapienza, che attira dolcemente la mente dell’uomo a cercare ed amare le cose vere e buone’ (cfr.
Gaudium et spes, 15).
L’uso della conoscenza scientifica abbisogna della luce orientatrice della sapienza etica.
Tale sapienza ha ispirato il giuramento di Ippocrate, la dichiarazione universale dei diritti dell’uomo del 1948, la convenzione di Ginevra ed altri lodevoli codici internazionali di comportamento.
Pertanto, la sapienza religiosa ed etica, rispondendo alle questioni sul senso e sul valore, giocano un ruolo centrale nella formazione professionale.
Conseguentemente, quelle università dove la ricerca della verità va di pari passo con la ricerca di quanto è buono e nobile offrono un servizio indispensabile alla società”.
Ma è stato ad Amman, visitando la moschea Al-Hussein Bin Talal, che Benedetto XVI è entrato più direttamente nel cuore della questione.
Il luogo e gli interlocutori erano ricchi di implicazioni.
A far gli onori di casa al papa è stato il principe Ghazi Bin Muhammad Bin Talal, 42 anni, cugino dell’attuale re di Giordania Abdullah II, a sua volta figlio del defunto re Hussein al quale è intitolata la moschea.
Il principe Ghazi è il più autorevole ispiratore della lettera aperta “Una parola comune tra noi e voi”, indirizzata al papa e ai capi delle altre confessioni cristiane nell’ottobre del 2007 da 138 esponenti musulmani di numerosi paesi.
Quella lettera è stato il seguito più importante, in campo musulmano, dell’apertura di dialogo compiuta da Benedetto XVI con la sua memorabile lezione all’università di Ratisbona dell’11 settembre 2006.
Dalla lettera dei 138 ha preso origine un forum permanente di dialogo cattolico-musulmano la cui prima sessione si è svolta a Roma dal 4 al 6 novembre 2008, conclusa da un incontro col papa.
Ad Amman, sabato 9 maggio, il principe Ghazi ha prima accompagnato Benedetto XVI nella visita alla moschea – dove entrambi hanno avuto un “momento di raccoglimento” – e poi, all’esterno dell’edificio, ha rivolto a lui un ampio discorso, al quale è seguito l’intervento del papa.
Qui di seguito sono riportati i testi integrali dei due discorsi.
Quello del principe Ghazi, pronunciato in inglese e fin qui inedito, è stato trascritto a cura de “L’Osservatore Romano”, che però ne ha pubblicato solo un breve riassunto.
Il discorso del papa riprende temi e argomenti da lui già sviluppati in precedenti interventi, mentre più inusuale appare quello del principe Ghazi, specie in un mondo musulmano che nella sua quasi totalità è stato fin qui all’oscuro dei passi di dialogo in corso con la Chiesa cattolica.
Anche sotto questo profilo, infatti, la tappa di Benedetto XVI in Giordania ha segnato una novità.
Grazie all’impatto pubblico mondiale del viaggio e allo scambio di discorsi tra il papa e il principe Ghazi, una “comune parola” di dialogo tra la Chiesa cattolica e l’islam ha raggiunto per la prima volta anche una parte dell’opinione pubblica musulmana, in una misura che non ha precedenti.
__________ ”Insieme, cristiani e musulmani sono sospinti a cercare tutto ciò che è giusto e retto” di Benedetto XVI Altezza Reale, eccellenze, illustri signore e signori, è motivo per me di grande gioia incontrarvi questa mattina in questo splendido ambiente.
Desidero ringraziare il principe Ghazi Bin Muhammed Bin Talal per le sue gentili parole di benvenuto.
Le numerose iniziative di Vostra Altezza Reale per promuovere il dialogo e lo scambio interreligioso ed interculturale sono apprezzate dai cittadini del regno hashemita ed ampiamente rispettate dalla comunità internazionale.
Sono al corrente che tali sforzi ricevono il sostegno attivo di altri membri della famiglia reale come pure del governo della nazione e trovano vasta risonanza nelle molte iniziative di collaborazione fra i giordani.
Per tutto questo desidero manifestare la mia sincera ammirazione.
Luoghi di culto, come questa stupenda moschea di Al-Hussein Bin Talal intitolata al venerato re defunto, si innalzano come gioielli sulla superficie della terra.
Dall’antico al moderno, dallo splendido all’umile, tutti rimandano al divino, all’Unico trascendente, all’Onnipotente.
Ed attraverso i secoli questi santuari hanno attirato uomini e donne all’interno del loro spazio sacro per fare una pausa, per pregare e prender atto della presenza dell’Onnipotente, come pure per riconoscere che noi tutti siamo sue creature.
Per questa ragione non possiamo non essere preoccupati per il fatto che oggi, con insistenza crescente, alcuni ritengono che la religione fallisca nella sua pretesa di essere, per sua natura, costruttrice di unità e di armonia, un’espressione di comunione fra persone e con Dio.
Di fatto, alcuni asseriscono che la religione è necessariamente una causa di divisione nel nostro mondo; e per tale ragione affermano che quanto minor attenzione vien data alla religione nella sfera pubblica, tanto meglio è.
Certamente, il contrasto di tensioni e divisioni fra seguaci di differenti tradizioni religiose, purtroppo, non può essere negato.
Tuttavia, non si dà anche il caso che spesso sia la manipolazione ideologica della religione, talvolta a scopi politici, il catalizzatore reale delle tensioni e delle divisioni e non di rado anche delle violenze nella società? A fronte di tale situazione, in cui gli oppositori della religione cercano non semplicemente di tacitarne la voce ma di sostituirla con la loro, il bisogno che i credenti siano fedeli ai loro principi e alle loro credenze è sentito in modo quanto mai acuto.
Musulmani e cristiani, proprio a causa del peso della nostra storia comune così spesso segnata da incomprensioni, devono oggi impegnarsi per essere individuati e riconosciuti come adoratori di Dio fedeli alla preghiera, desiderosi di comportarsi e vivere secondo le disposizioni dell’Onnipotente, misericordiosi e compassionevoli, coerenti nel dare testimonianza di tutto ciò che è giusto e buono, sempre memori della comune origine e dignità di ogni persona umana, che resta al vertice del disegno creatore di Dio per il mondo e per la storia.
La decisione degli educatori giordani come pure dei leader religiosi e civili di far sì che il volto pubblico della religione rifletta la sua vera natura è degna di plauso.
L’esempio di individui e comunità, insieme con la provvista di corsi e programmi, manifestano il contributo costruttivo della religione ai settori educativo, culturale, sociale e ad altri settori caritativi della vostra società civile.
Ho avuto anch’io la possibilità di constatare personalmente qualcosa di questo spirito.
Ieri ho potuto prender contatto con la rinomata opera educativa e di riabilitazione presso il centro Nostra Signora della Pace, dove cristiani e musulmani stanno trasformando le vite di intere famiglie, assistendole al fine di far sì che i loro figli disabili possano avere il posto che loro spetta nella società.
All’inizio dell’odierna mattinata ho benedetto la prima pietra dell’università di Madaba, dove giovani musulmani e cristiani, gli uni accanto agli altri, riceveranno i benefici di un’educazione superiore, che li abiliterà a contribuire validamente allo sviluppo sociale ed economico della loro nazione.
Di gran merito sono pure le numerose iniziative di dialogo interreligioso sostenute dalla famiglia reale e dalla comunità diplomatica, talvolta intraprese in collegamento col pontificio consiglio per il dialogo interreligioso.
Queste comprendono il continuo lavoro degli Istituti Reali per gli Studi Interreligiosi e per il Pensiero Islamico, l’Amman Message del 2004, l’Amman Interfaith Message del 2005, e la più recente lettera “Common Word”, che faceva eco ad un tema simile a quello da me trattato nella mia prima enciclica: il vincolo indistruttibile fra l’amore di Dio e l’amore del prossimo, come pure la contraddizione fondamentale del ricorrere, nel nome di Dio, alla violenza o all’esclusione (cfr.
Deus caritas est, 16).
Chiaramente queste iniziative conducono ad una maggiore conoscenza reciproca e promuovono un crescente rispetto sia per quanto abbiamo in comune sia per ciò che comprendiamo in maniera differente.
Pertanto, esse dovrebbero indurre cristiani e musulmani a sondare ancor più profondamente l’essenziale rapporto fra Dio ed il suo mondo, così che insieme possiamo darci da fare perché la società si accordi armoniosamente con l’ordine divino.
A tale riguardo, la collaborazione realizzata qui in Giordania costituisce un esempio incoraggiante e persuasivo per la regione, in realtà anzi per il mondo, del contributo positivo e creativo che la religione può e deve dare alla società civile.
Distinti amici, oggi desidero far menzione di un compito che ho indicato in diverse occasioni e che credo fermamente cristiani e musulmani possano assumersi, in particolare attraverso il loro contributo all’insegnamento e alla ricerca scientifica, come pure al servizio alla società.
Tale compito costituisce la sfida a coltivare per il bene, nel contesto della fede e della verità, il vasto potenziale della ragione umana.
I cristiani in effetti descrivono Dio, fra gli altri modi, come Ragione creatrice, che ordina e guida il mondo.
E Dio ci dota della capacità a partecipare a questa Ragione e così ad agire in accordo con ciò che è bene.
I musulmani adorano Dio, Creatore del cielo e della terra, che ha parlato all’umanità.
E quali credenti nell’unico Dio, sappiamo che la ragione umana è in se stessa dono di Dio, e si eleva al piano più alto quando viene illuminata dalla luce della verità di Dio.
In realtà, quando la ragione umana umilmente consente ad essere purificata dalla fede non è per nulla indebolita; anzi, è rafforzata nel resistere alla presunzione di andare oltre ai propri limiti.
In tal modo, la ragione umana viene rinvigorita nell’impegno di perseguire il suo nobile scopo di servire l’umanità, dando espressione alle nostre comuni aspirazioni più intime, ampliando, piuttosto che manipolarlo o restringerlo, il pubblico dibattito.
Pertanto l’adesione genuina alla religione – lungi dal restringere le nostre menti – amplia gli orizzonti della comprensione umana.
Ciò protegge la società civile dagli eccessi di un ego ingovernabile, che tende ad assolutizzare il finito e ad eclissare l’infinito; fa sì che la libertà sia esercitata in sinergia con la verità, ed arricchisce la cultura con la conoscenza di ciò che riguarda tutto ciò che è vero, buono e bello.
Una simile comprensione della ragione, che spinge continuamente la mente umana oltre se stessa nella ricerca dell’Assoluto, pone una sfida: contiene un senso sia di speranza sia di prudenza.
Insieme, cristiani e musulmani sono sospinti a cercare tutto ciò che è giusto e retto.
Siamo impegnati ad oltrepassare i nostri interessi particolari e ad incoraggiare gli altri, particolarmente gli amministratori e i leader sociali, a fare lo stesso al fine di assaporare la soddisfazione profonda di servire il bene comune, anche a spese personali.
Ci viene ricordato che proprio perché è la nostra dignità umana che dà origine ai diritti umani universali, essi valgono ugualmente per ogni uomo e donna, senza distinzione di gruppi religiosi, sociali o etnici ai quali appartengano.
Sotto tale aspetto, dobbiamo notare che il diritto di libertà religiosa va oltre la questione del culto ed include il diritto – specie per le minoranze – di equo accesso al mercato dell’impiego e alle altre sfere della vita civile.
Questa mattina prima di lasciarvi, vorrei in special modo sottolineare la presenza tra noi di Sua Beatitudine Emmanuel III Delly, patriarca di Baghdad, che io saluto molto calorosamente.
La sua presenza richiama alla mente i cittadini del vicino Iraq, molti dei quali hanno trovato cordiale accoglienza qui in Giordania.
Gli sforzi della comunità internazionale nel promuovere la pace e la riconciliazione, insieme con quelli dei leader locali, devono continuare in vista di portare frutto nella vita degli iracheni.
Esprimo il mio apprezzamento per tutti coloro che sostengono gli sforzi volti ad approfondire la fiducia e a ricostruire le istituzioni e le infrastrutture essenziali al benessere di quella società.
Ancora una volta, chiedo con insistenza ai diplomatici ed alla comunità internazionale da essi rappresentata, come anche ai leader politici e religiosi locali, di compiere tutto ciò che è possibile per assicurare all’antica comunità cristiana di quella nobile terra il fondamentale diritto di pacifica coesistenza con i propri concittadini.
Distinti amici, confido che i sentimenti da me espressi oggi ci lascino con una rinnovata speranza per il futuro.
L’amore e il dovere davanti all’Onnipotente non si manifestano soltanto nel culto ma anche nell’amore e nella preoccupazione per i bambini e i giovani – le vostre famiglie – e per tutti i cittadini della Giordania.
È per loro che faticate e sono loro che vi motivano a porre al cuore delle istituzioni, delle leggi e delle funzioni della società il bene di ogni persona umana.
Possa la ragione, nobilitata e resa umile dalla grandezza della verità di Dio, continuare a plasmare le vita e le istituzioni di questa Nazione, così che le famiglie possano fiorire e tutti possano vivere in pace, contribuendo e al tempo stesso attingendo alla cultura che unifica questo grande regno! __________

Papa e Islam: un dialogo senza ambiguità

Sul Monte Nebo, in Giordania, Benedetto XVI ha colto l’occasione per ri­badire con solennità quanto ha peraltro già detto e scritto in molte oc­casioni.
Ha affermato con enfasi quanto speciale sia il rapporto fra cristianesi­mo e ebraismo, quanto «inseparabile» sia il vin­colo che li unisce.
Forse non tutte le incompren­sioni spariranno di colpo ma sono state poste le ba­si per un loro superamen­to.
Benedetto XVI ha par­lato così agli ebrei ma an­che, contestualmente, ai cristiani.
Ha voluto dire agli uni e agli altri che an­che gli ultimi detriti so­pravvissuti dell’antico an­tigiudaismo cristiano de­vono essere spazzati via senza indugio dalle co­scienze.
Inoltre, la sua presenza in Israele oggi, nella condizione presen­te, vale più di mille rico­noscimenti diplomatici.
E’ un’implicita affermazio­ne del diritto all’esistenza dello Stato di Israele con­tro coloro che vorrebbero cancellarlo.
Altrettanto delicato, e forse anche più delicato, è il rapporto con l’islam.
E non solo a causa degli eventi che seguirono il di­scorso di Ratisbona.
E’ più delicato anche per­ché il Papa è impegnato in una assai difficile e complessa operazione che investe, al tempo stes­so, la sfera religiosa e quella mondana.
Una ope­razione complessa che na­sce dal riconoscimento, più volte ribadito da Bene­detto XVI, che il rapporto fra il cristianesimo e l’islam è di natura diversa da quello che lega il cri­stianesimo e l’ebraismo.
Quella relazione speciale che c’è, e va riconosciuta, fra cristianesimo ed ebrai­smo, non c’è, non ci può essere, fra cristianesimo e islam.
Ciò che il Papa sta cercando di fare (un aspetto che era rimasto non chiarito, irrisolto, al­l’epoca del pontificato di Giovanni Paolo II, e an­che in occasione del viag­gio che quel Papa fece in Terra santa) è di togliere ogni ambiguità al dialogo con il mondo musulma­no, in modo da renderlo davvero proficuo sgom­brando il campo dai ma­lintesi.
Ciò che il Papa vuol fare è di chiarire che fra cristianesimo e islam non ci può essere dialogo religioso (le due fedi sono, su questo terreno, inconciliabili) ma ci deve essere invece, fra cristiani e musulmani, un incontro inter-culturale e civile (un dialogo che potremmo anche definire laico).
Anche per ribadire questo il Pontefice è rimasto in meditazione ma non ha pregato durante la sua visita alla moschea Hussein.
E’ un mo­do, l’unico modo, per spazzare via equivoci e ipocrisie rendendo possibile il rispetto reciproco e un dialogo forse foriero di buone conseguenze per le persone, cristiani e musulmani, coinvolte.
In Giordania, per lo meno, il senso della presenza del Papa sembra essere stato compre­so dagli islamici che lo hanno accolto.
Così come sono state comprese le parole che il Papa ha dedicato alla condanna della violenza ammantata di motivi religiosi.
Benedet­to XVI, naturalmente, è stato attento a non mettere a carico del solo mondo islamico (oltre a tutto, ciò non sarebbe stato nemmeno veritiero) la tentazione e la pratica della violenza.
Ma è certo che le sue parole sulla violenza (così come quelle rivolte ai cristia­ni del Medio Oriente sul ruolo delle donne) rappresentano una sponda che il capo della cristianità ha offerto a quella parte del mondo islamico che patisce la violenza dei fondamentalisti ancor più di quanto la patiscano gli occidentali.
La presenza del Papa, e i suoi atti e le sue parole, sono assai dispiaciute ai fondamentalisti, nonché a quei personaggi ambigui, di confine (il più celebre dei quali è Tariq Ramadan), che circola­no e predicano in Occidente.
Ed è un bene che sia così.
Il viaggio del Papa può aiutare l’azione degli uomini, musulmani, ebrei o cristiani, alla ricerca di una pacifica convi­venza proprio perché ricorda a tutti quanta mistificazione ci sia nell’uso a scopi politici della religione e nella violenza che quell’uso porta sempre con sé.
Angelo Panebianco 11 maggio 2009 Non è la religione all’origine della divisione nel mondo, ma la sua “manipolazione ideologica, talvolta a scopi politici”.
Il Papa lo denuncia chiaramente durante l’incontro di sabato mattina, 9 maggio, all’esterno della moschea Al-Hussein Bin Talal di Amman, invitando tutti i credenti a “essere fedeli ai loro principi” per dare pubblica “testimonianza di tutto ciò che è giusto e buono”.
Benedetto XVI si rivolge in particolare a cristiani e musulmani: li esorta a liberarsi dal peso delle incomprensioni che hanno segnato secoli di “storia comune” e a riconoscere “la comune origine e dignità di ogni persona umana”.
Ma ricorda anche “l’inseparabile vincolo che unisce la Chiesa al popolo ebreo”.
E manifesta – durante il pellegrinaggio sul monte Nebo col quale si apre la seconda giornata della sua visita in Terra Santa – “il desiderio di superare ogni ostacolo che si frappone alla riconciliazione fra cristiani ed ebrei, nel rispetto reciproco e nella cooperazione al servizio della pace”.
Nelle parole del Pontefice si delinea così quel “dialogo trilaterale” tra le grandi religione monoteiste evocato venerdì mattina durante la conferenza stampa in volo verso Amman.
Un dialogo – aveva puntualizzato il Papa – che “deve andare avanti”, perché “è importantissimo per la pace e anche per vivere bene ciascuno la propria religione”.
Benedetto XVI loda perciò gli sforzi del regno hascemita per far sì che “il volto pubblico della religione rifletta la sua vera natura”, dando “un contributo positivo e creativo” a settori cruciali della vita civile, culturale, sociale.
E chiama cristiani e musulmani a promuovere “una maggiore conoscenza reciproca” e “un crescente rispetto sia per quanto abbiamo in comune sia per ciò che comprendiamo in maniera differente”.
Solo andando all'”essenziale del rapporto fra Dio e il suo mondo”, infatti, è possibile rispondere alla sfida di “coltivare il vasto potenziale della ragione” per il bene dell’intera umanità.
Così il Papa rilancia il discorso a lui caro della possibilità di un incontro fecondo tra fede e ragione.
In realtà – assicura – la prima non indebolisce ma purifica la seconda; anzi, le consente di “resistere alla presunzione di andare oltre i propri limiti”.
In questo modo “la ragione umana viene rinvigorita nell’impegno di perseguire il suo nobile scopo di servire l’umanità”.
E gli orizzonti della comprensione si allargano, permettendo alla libertà di esprimersi in sintonia con la verità.
Tutto ciò richiede speranza e, al tempo stesso, prudenza.
Cristiani e musulmani – dice Benedetto XVI – devono impegnarsi a “oltrepassare gli interessi particolari” per “servire il bene comune, anche a spese personali”.
Il Pontefice rimette sul tappeto la questione dei diritti umani fondamentali e avverte, in particolare, che il diritto alla libertà religiosa va oltre la questione del culto e include anche quello di un “equo accesso al mercato dell’impiego e alle altre sfere della vita civile”.
Di questi temi il Papa aveva fatto cenno anche nel precedente incontro all’università del Patriarcato latino a Madaba, sottolineando in particolare che “la fede in Dio non sopprime la ricerca della verità, al contrario l’incoraggia” e rafforza “la fiducia nel dono della libertà”.
Benedetto XVI aveva messo in guardia contro la tentazione di sfigurare la religione, mettendola al servizio di ignoranza, pregiudizi, violenza o abusi.
E aveva sottolineato la centralità della “sapienza religiosa ed etica” nella formazione dei giovani.
In questo senso – aveva affermato – le università devono garantire la “giusta formazione professionale e morale” per dare una solida base ai “costruttori di una società giusta e pacifica, composta di genti di varia estrazione religiosa ed etnica”.
Al termine della mattinata il pensiero del Papa va agli abitanti del vicino Iraq, molti dei quali hanno trovato accoglienza proprio in Giordania.
L’appello alla pace e alla riconciliazione si unisce, nelle sue parole, alla richiesta del “fondamentale diritto alla pacifica convivenza” per i cristiani.
Nel Paese vanno rimesse in piedi istituzioni e infrastrutture – ricorda – ma soprattutto va ricostruita la fiducia delle persone per il bene della società irachena.
(©L’Osservatore Romano – 10 maggio 2009) Benedetto XVI è giunto oggi a Tel Aviv dopo la sua prima tappa in Giordania.
Questo lungo viaggio in Terra santa del Papa avrà certamente an­cora molti momenti sa­lienti ma un primo bilan­cio è reso possibile dal­l’accoglienza che gli è sta­ta fin qui riservata e dalle parole, forti e inequivoca­bili, che egli ha già pro­nunciato sui rapporti fra il cristianesimo, l’ebrai­smo e l’islam.
Il viaggio del Papa è di estrema delicatezza.
Non solo perché si svolge nei luoghi che sono, oggi co­me mille anni fa, il terre­no di incontro/scontro fra le tre religioni mono­teiste.
E non solo perché è proprio lì, in Medio Oriente, che si addensa­no, si sovrappongono e si intrecciano i più gravi ele­menti di conflitto che mi­naccino oggi la stabilità mondiale.
E’ di estrema delicatezza anche perché il Papa vi è giunto prece­duto da una lunga scia di polemiche e incompren­sioni che hanno fin qui se­gnato i suoi rapporti sia con l’ebraismo che con l’islam.

VI domenica di Pasqua

Per l’elaborazione della «lectio» di questa domenica – oltre al nostro materiale di archivio, ci siamo serviti di: – Temi di predicazione, Napoli, Editrice Domenicana Italiana, 2002-2003; 2005-2006- .
– Comunità monastica Ss.
Trinità di Dumenza, La voce, il volto, la casa e le strade.
Quaresima e tempo di Pasqua, Milano, Vita e Pensiero, 2008-2009, pp.
71.
– La Bibbia per la famiglia, a cura di G.
Ravasi, Milano, San Paolo, 1998.
– Enzo BIANCHI, Il pane di ieri, Torino, Einaudi, 2008, 53-54 – C.M.
MARTINI, Incontro al Signore risorto.
Il cuore dello spirito cristiano, Cinisello Balsamo, San Paolo, 2009.
LECTIO – ANNO B Prima lettura: Atti 10,25-27.34-35.44-48 Avvenne che, mentre Pietro stava per entrare [nella casa di Cornelio], questi gli andò incontro e si gettò ai suoi piedi per rendergli omaggio.
Ma Pietro lo rialzò, dicendo: «Alzati: anche io sono un uomo!».
Poi prese la parola e disse: «In verità sto rendendomi conto che Dio non fa pre-ferenze di persone, ma accoglie chi lo teme e pratica la giustizia, a qualunque nazione appartenga».
Pietro stava ancora dicendo queste cose, quando lo Spirito Santo discese sopra tutti coloro che ascoltavano la Parola.
E i fedeli circoncisi, che erano venuti con Pietro, si stupirono che anche sui pagani si fosse effuso il dono dello Spirito San-to; li sentivano infatti parlare in altre lingue e glorifi-care Dio.
Allora Pietro disse: «Chi può impedire che siano battez-zati nell’acqua questi che hanno ricevuto, come noi, lo Spirito Santo?».
E ordinò che fossero battezzati nel nome di Gesù Cristo.
Quindi lo pregarono di fermarsi alcuni giorni.
Il brano che leggiamo risulta da tre piccoli ritagli di quel grande affresco che è il cap.
10 degli Atti.
Consigliamo di rileggere tutto il cap.
10 nella sua interezza.
Siamo ad un mo-mento decisivo del cammino missionario della Chiesa primitiva: la conversione di Corne-lio assume dimensione emblematica dell’apertura della predicazione al mondo pagano.
— «Si gettò ai suoi piedi per rendergli omaggio» (v.
25).
Di fronte ai prodigi e ad un essere su-periore che si ritiene celeste, il mondo pagano reagisce con atteggiamento di adorazione.
Così capita anche a Paolo e Barnaba, a seguito di un miracolo, a Listra (At 14,11-15).
— «Alzati…» (v.
26).
La predicazione cristiana è sempre attenta ad evitare l’equivoco che si può creare sulla persona degli apostoli, chiarendo che non sono esseri celesti e superiori, ma uomini come gli altri.
Coerente con tale chiarimento, Pietro conversa con il centurione con familiarità, allargando l’incontro con le molte persone che sono in quella casa (v.
27).
— «Dio non fa preferenze di persone» (vv.
34-35).
È l’inizio del discorso di Pietro: non è sol-tanto citazione dell’AT (vedi Dt 10,17; Sp 6,8; Sir 35,5), ma ammirata constatazione che tro-va riscontro nei fatti che Pietro sta vivendo: il privilegio di ricevere la parola di Dio non appartiene più esclusivamente al popolo ebraico.
È l’inizio del cammino universale della predicazione cristiana, dell’annuncio della salvezza.
— «Accoglie chi lo teme e pratica la giustizia» (v.
35).
Allargata a tutti i popoli, la misericor-dia di Dio non esige che due disposizioni negli uomini ai quali si rivolge: a) timore e ri-spetto intimo di Dio riconosciuto come unico e onorato nella propria coscienza; b) pratica della giustizia, ossia di una profonda onestà nei doveri naturali.
— «Lo Spirito Santo discese sopra tutti…» (vv.
44-48).
Il racconto che segue è indicato come la «pentecoste dei pagani».
Lo stesso Pietro sottolinea che «questi che hanno ricevuto, come noi, lo Spirito Santo» (v.
47).
Questi pagani, senza seguire le usanze giudaiche, e senza alcuna particolare preparazione, ricevono lo Spirito Santo: ciò dimostra — come rileva l’apostolo Pietro — che sono già pronti per ricevere il battesimo (v.
47).
L’effetto carismatico, prodotto nei pagani dalla discesa dello Spirito Santo, è simile a quello ricevuto dagli apostoli nella prima pentecoste: consiste nel fatto di esprimersi in lingue nuove e nel lodare Dio in modo e-statico (v.
46).
In entrambi gli aspetti è da vedere la unificazione della famiglia umana nel dono delle lingue e della preghiera, questa volta anche nel mondo pagano.
Seconda lettura: 1Giovanni 4,7-10 Carissimi, amiamoci gli uni gli altri, perché l’amore è da Dio: chiunque ama è stato generato da Dio e conosce Dio.
Chi non ama non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore.
In questo si è manifestato l’amore di Dio in noi: Dio ha man-dato nel mondo il suo Figlio unigenito, perché noi avessimo la vita per mezzo di lui.
In questo sta l’amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi e ha man-dato il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati.
In uno sviluppo parenetico (cioè di carattere prevalentemente esortativo) pressocché parallelo a quello della II Lett.
di domenica scorsa, la Prima Epistola di Giovanni insiste sulla necessità, per i cristiani, di avere una fede autentica ed un vero amore (4,7;5,4), con la probabile intenzione di stigmatizzare l’insorgere di alcune eresie nella chiesa primitiva.
Senza vero amore non c’è vera fede, e viceversa.
Il brano di oggi si colloca esattamente al-l’inizio di tale sviluppo.
Tre le affermazioni fondamentali contenute nella nostra lettura: — Prima: Dio non è conoscibile se non attraverso la via dell’amore (vv.
7-8).
Perché? Dio è amore, in senso operativo, cioè ogni sua attività è mossa da amore.
Ne derivano due con-seguenze che si possono esprimere in termini positivi e negativi: solo chi ama è nato da Dio (v.
7), solo chi ama i fratelli «conosce», cioè mostra di avere un’esperienza vera e pro-fonda di Dio.
Di fatto, l’assenza di amore rende impossibile ogni comunicazione e comu-nione con Dio (v.
8).
Per S.
Agostino la conoscenza dello stesso mistero trinitario non av-viene se non attraverso un movimento di amore.
— Seconda: non c’è prova più evidente che Dio è mosso da amore, che il fatto della ve-nuta del Figlio Unigenito nel mondo, perché noi avessimo la vita per mezzo di lui (v.
9).
«Unigenito»: questo titolo attribuito al Figlio ha due valenze: a) è sinonimo di amato, dilet-to, oggetto di amore unico, e in tal caso sottolinea la grandezza del dono di Dio, mandan-dolo nel mondo; b) sottolinea l’unicità del Figlio di Dio come rivelatore del Padre; egli è l’unico che veramente possa rivelarci il volto del Padre: «Nessuno conosce il Padre se non il Figlio…» (Mt 11,27).
— Terza: caratteristica dell’amore divino è che previene l’amore dell’uomo; non aspetta di essere amato per amore.
Non siamo stati noi ad amare Dio, (v.
10) anzi noi abbiamo tradito il suo amore col peccato.
Ma egli ha preso per prima l’iniziativa e ha mandato il suo Figlio in funzione di espiare, cioè offrire il sacrificio, per i nostri peccati.
Vangelo: Giovanni 15,9-17 In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Come il Pa-dre ha amato me, anche io ho amato voi.
Rimanete nel mio amore.
Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore.
Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena.
Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli al-tri come io ho amato voi.
Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici.
Voi siete miei amici, se fate ciò che io vi comando.
Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamato amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre mio l’ho fatto conoscere a voi.
Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga; perché tutto quello che chiederete al Padre nel mio nome, ve lo conceda.
Questo vi comando: che vi amiate gli uni gli altri».
Esegesi Il brano evangelico odierno costituisce l’immediato seguito del vangelo di domenica scorsa (vv.
1-8), ed in certo senso ne è l’illustrazione in termini parenetici.
Il brano è costi-tuito grosso modo da due sezioni che fanno capo a due parole-chiave: la parola «amore» e la parola «amici».
Chiariamo il senso di queste due parole fondamentali su cui il nostro brano è costruito: «amore» e «amico»: — amore (in gr.
agapō) a differenza di altri verbi che implicano reciprocità e scambio, se si appli-ca a Dio, indica un movimento di amore assolutamente gratuito e illimitato (vedi II Lettura).
La fonte è divina e eterna: come il Padre ha amato me, anche io ho amato voi (v.
9), comunicandosi agli uomini nel tempo.
Abbiamo così una serie di anelli che costituiscono tutti essenzial-mente il senso dell’agape cristiano: Padre-Figlio-discepoli e discepoli tra loro.
La compara-zione: rimanete nel mio amore, come io rimango nell’amore del Padre (cf.
v.
10) non indica solo un rapporto esemplare o di imitazione.
Il come indica la natura e il fondamento stesso dell’amore cristiano, che sgorga ed è alimentato dall’amore trinitario.
Perciò l’espressione «nel mio amore», pur potendosi intendere nel senso dell’amore dei discepoli per Gesù, è pe-rò più coerente intenderlo come amore di Gesù per i discepoli.
Concepito così, tale amore va fino al sacrificio di sé, come lo è stato per quello di Gesù (v.
13); — amicizia, amico (in gr.
philos).
Nei rapporti umani, l’amicizia si stabilisce tra due per-sone che sono sullo stesso piano.
Questo è vero per l’amicizia di Gesù per i discepoli, se si tiene però conto che è lui ad elevarci dal livello di schiavi (doulos) a quello di amici.
La dif-ferenza, come spiega il Signore, va capita nella prospettiva della comunicazione: tra servo e padrone non c’è comunicazione, perché abitualmente il padrone non fa sapere, e quindi non comunica al servo quello che fa e perché lo fa (v.
15).
Gesù invece comunica e rivela ai discepoli quello che ha «udito» dal Padre, cioè li rende partecipi della sua relazione intima e filiale col Padre (v.
15).
Inoltre, sul piano dell’amicizia umana, ognuno è e si sente autore delle scelte che fa, e non stabilisce le finalità che l’altro deve raggiungere.
Nell’amicizia con Gesù non è così: non i discepoli hanno scelto lui, ma lui ha scelto loro — elevandoli al suo livello — con iniziati-va gratuita e sovrana (v.
16), e li ha scelti con un preciso scopo: assegnare loro una missio-ne (portare frutto) stabile e duratura (v.
16).
Meditazione Nei cosiddetti «Discorsi di addio» (Gv 13-17), che la liturgia ci fa leggere in queste do-meniche del tempo pasquale, Gesù con insistenza invita i discepoli a rimanere in lui, nella sua Parola, nel suo amore.
Sembra che nell’imminenza della sua passione, la ragione del turbamento di Gesù non sia tanto il destino che lo attende, e che peraltro egli vive nella prospettiva del ritorno al Padre (cfr.
ad esempio Gv 13,1; 16,28), quanto il turbamento stes-so che gli eventi produrranno sui suoi discepoli.
«Ecco, viene l’ora, anzi è già venuta, in cui vi disperderete ciascuno per conto suo e mi lascerete solo; ma io non sono solo, perché il Pa-dre è con me» (Gv 16,32).
Il rischio a cui i discepoli vengono esposti dall’ora di Gesù è la dispersione; Gesù vivrà la sua ora per trasformare la dispersione in una nuova e più stabi-le comunione.
«Quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me» (Gv 12,32), come il chicco di grano che muore per non rimanere solo, ma per produrre molto frutto (cfr.
12,24).
Uno dei frutti che nella sua morte il chicco produce è proprio il comandamento nuovo del quale Gesù parla nel brano evangelico di oggi, e che è al centro anche della se-conda lettura tratta dalla prima lettera di san Giovanni apostolo.
«Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi» (Gv 15,12).
Che l’amore sia un comandamento probabilmente ci sorprende non poco.
Sia-mo ormai abituati a una concezione dell’amore alla stregua del «va’ dove ti porta il cuore», dimenticando che l’amore non è solo movimento spontaneo del desiderio, ma insepara-bilmente un impegno consapevole e responsabile della libertà.
C’è poi una seconda diffi-coltà, forse più grave della prima, che non ci consente di capire bene la parola di Gesù: in-tendere il comandamento solo alla stregua di un ordine da eseguire, di una parola da os-servare esteriormente.
Più ampia e vitale è la prospettiva del Signore e per comprenderla appieno non dobbiamo dimenticare il suo orizzonte pasquale.
L’amore di cui qui si parla è infatti l’amore più grande di chi dona la vita per i propri amici.
Ed è proprio questo amore più grande che consente di vivere il comandamento più grande, quello dell’amore per Dio e per il prossimo (cfr.
Mt 22,33-40 e par.).
Gesù dona la vita ai suoi amici non semplicemente perché lo sono già, ma per renderli tali.
Ancora una volta ribadisce che il suo è l’amore di chi muore per non rimanere solo, ma per farci passare dall’inimicizia all’amicizia, dalla so-litudine alla comunione.
«Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamato amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre mio l’ho fat-to conoscere a voi.
Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga» (15,15-16).
Proprio donando la sua vita per noi Gesù ci sceglie, ci trasforma donandoci un nome nuovo, quello di ‘amici’, e ci con-sente di portare frutto: un frutto analogo a quello che lui stesso produce attraverso il suo morire nella terra, il frutto cioè di chi sa rimanere in questo amore che gratuitamente ha ri-cevuto (non voi avete scelto me, mai io ho scelto voi) e lo rende fecondo nella reciprocità delle relazioni (che vi amiate gli uni gli altri, come io vi ho amati).
Gesù ci rende amici non chiamandoci più servi perché ci fa conoscere tutto ciò che ha udito dal Padre, ci fa conoscere Dio e il suo mistero, diversamente dal servo che «non sa quello che fa il suo padrone» (v.
15).
Come ascoltiamo nella seconda lettura, «chiunque ama è stato generato da Dio e conosce Dio.
Chi non ama non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore» (1Gv 4,7- 8).
Ciò che ci consente di passare dalla servitù all’amicizia, dalla schiavitù alla figliolanza, è proprio conoscere il Padre e il suo amore.
Gesù ci rende parte-cipi di quanto lui stesso ha udito dal Padre, in altri termini della relazione che sussiste tra lui e il Padre: «Come il Padre ha amato me, anche io ho amato voi.
Rimanete nel mio amo-re.
Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore» (Gv 15,9-10).
L’amore gratuito di Dio, che ci precede e che Gesù ci fa conoscere donando la sua vita per noi, fonda la nostra possibilità di amarci, vincendo in noi il male e il peccato.
«In questo sta l’amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi e ha mandato il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati» (lGv 4,10).
Questa è la particolarità del comandamento di Gesù: è ‘nuovo’ non solo a motivo del suo contenuto, ma della sua stessa dinamica.
Non è un ordine da eseguire o una parola cui obbedire.
Piuttosto è una parola cui prestare fede.
È un comandamento come consegna di sé: non comanda di fare qualcosa, ma di accogliere ciò che Gesù ha fatto per noi, donando la vita per i suoi amici.
Gesù muore nell’amore e il comandamento viene dato perché i di-scepoli possano rimanere in questo amore, accogliendo e custodendo nella loro vita la sua efficacia.
«Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore» (v.
10).
Osserva-re il comandamento non esige di fare qualcosa, ma di accogliere, custodire e rimanere in ciò che Gesù ha già fatto per noi: rimanete nel mio amore, egli ci dice, in quell’amore in cui io ho consegnato la mia vita perché anche voi possiate consegnarvi gli uni gli altri, vincen-do la vostra solitudine e dispersione, il vostro turbamento e la vostra paura.
La missione del discepolo consisterà allora anzitutto nel rimanere in questo amore e nel testimoniarlo: tale infatti è il frutto che egli, andando, deve portare (v.
16).
In questa luce diviene allora eloquente la conclusione della prima lettura, da Atti 10.
Pietro, dopo aver annunciato Gesù Cristo e impartito il battesimo, accetta l’invito di rimanere alcuni giorni nella casa di Cornelio, un pagano, superando così le rigide norme di purità della Legge mosaica.
Questo rimanere nella stessa casa è il sigillo dell’opera evangelizzatrice: rivela in-fatti che il vangelo donato e accolto crea relazioni nuove, consentendo di rimanere nel co-mandamento nuovo, frutto della Pasqua di Gesù.
Abitare nella casa dell’amore Questa è una singolare metafora dell’amore.
L’amore non è soltanto un sentimento passeggero.
È uno spazio in cui si può rimanere.
Gesù, tuttavia, indica anche la condizione per rimanere nell’amore: «Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore» (Gv 15,10).
Non possiamo godere da soli dell’amore di Dio.
Dobbiamo continuare a farlo scorrere verso gli altri.
Altrimenti ristagna.
E allora lo spazio d’amore, in cui si può abitare tanto bene, crolla.
L’amore di Gesù non prende, come fa spesso il nostro, ma dà.
È puro dono.
A un amo-re del genere, che lascia liberi e si dona, che muore per noi e scorre senza confini per noi, aneliamo nel profondo del nostro cuore.
Di fronte al Cristo crocifisso percepiamo che siamo incapaci di vero amore.
Il nostro amore si mescola spesso al desiderio di avere l’altro tutto per noi, di riuscire a possederlo.
Vogliamo tenerlo stretto, in modo che non ci lasci mai più.
E non ci accorgiamo di come gli togliamo la possibilità di evolversi, di diventare interamente se stesso.
Spesso vogliamo essere noi a plasmare la persona amata e comprimerla nella forma che ci sembra amabile.
Il gesto della croce esprime il contrario: ci lascia liberi, ci invita a farci abbracciare, ma ci lascia anche andare, affinché possiamo percorrere in libertà il nostro cammino.
(Anselm Grün, Apri il tuo cuore all’amore, Brescia, Queriniana, 2005, 19-20).
Rimanete nel mio amore «Rimanete nel mio amore» (Gv 15,10).
In che modo ci rimarremo? Ascolta quanto segue: «Se osservate i miei comandamenti», dice il Signore, «rimarrete nel mio amore» (i-bi).
È l’amore che ci fa osservare i comandamenti, oppure è l’osservare i comandamenti che fa nascere l’amore? Ma chi può mettere in dubbio che l’amore precede l’osservare i coman-damenti? Chi non ama non ha motivo di osservare i comandamenti.
Dicendo: «Se osserve-rete i miei comandamenti rimarrete nel mio amore», il Signore non vuole indicare l’origine dell’amore, ma la prova.
Come se dicesse: Non crediate di poter rimanere nel mio amore se non osservate i miei comandamenti; potrete rimanervi solo se li osserverete.
Questa sarà la prova che rimanete nel mio amore, se osserverete i miei comandamenti.
Nessuno quindi si illuda di amare il Signore, se non osserva i suoi comandamenti, perché lo amiamo in quan-to osserviamo i suoi comandamenti, e quanto meno li osserviamo tanto meno lo amiamo.
Anche se dalle parole: «Rimanete nel mio amore» non appare chiaro di quale amore egli stia parlando, se di quello con cui amiamo lui o di quello con cui egli ama noi, possiamo però dedurlo dalla frase precedente.
Egli aveva detto: «Anch’io ho amato voi», e subito dopo ha aggiunto: «Rimanete nel mio amore».
Si tratta dunque dell’amore che egli nutre per noi.
E allora che cosa significa: «Rimanete nel mio amore», se non: rimanete nella mia grazia? E che cosa significa: «Se osserverete i miei comandamenti rimarrete nel mio amo-re», se non che voi potete avere la certezza di essere nel mio amore, cioè nell’amore che io vi porto, se osserverete i miei comandamenti? Non siamo dunque noi che prima osservia-mo i comandamenti di modo che egli venga ad amarci, ma il contrario: se egli non ci a-masse, noi non potremmo osservare i suoi comandamenti.
Questa è la grazia che è stata rivelata agli umili, mentre è rimasta nascosta ai superbi.
(AGOSTINO DI IPPONA, Commento al vangelo di Giovanni 82,3, NBA XXIV, p.
1248).
Credo Credo in un Dio che non si nasconde dentro ad un mistero che non mi seduce con un miracolo e che non mi opprime con la sua autorità.
Credo in un Dio che non mi chiede di rinunciare alla mia libertà, che mi pone di fronte alla scelta del bene e del male, che non accetta compromessi, ma che benedice la follia di chi lo segue.
Credo in un Dio che non fa della sua potenza persuasione, che non rimette a posto le cose dall’alto, che non esercita la giustizia degli uomini.
Credo in un Dio che si lascia tradire, che al mio no risponde con un bacio silenzioso, credo in un Dio sconfitto, crocifisso e poi Risorto.
Credo in un Dio che non ho inventato io, che non soddisfa i miei bisogni, che non dice e fa quello che voglio io, un Dio scomodo che non si può né vendere, né comprare.
Credo in un Dio vero, che si fa uomo, amico, fratello della mia umanità, che si fa piccolo, debole indifeso perché non debba salire troppo in alto per poterlo incontrare.
Credo in un Dio che gioca a nascondino perché possa scoprirlo nel cuore di ogni uomo, credo in un Dio che mi si fa vicino, che mi viene incontro e mi dice : “ti amo”.
Si, io credo in Dio, in un Dio che si può soltanto amare.
(Ester Battista).
Da’ gratuitamente «Il tuo amore, in quanto viene da Dio, è permanente.
Puoi reclamare il carattere per-manente del tuo amore come un dono di Dio.
E puoi dare questo amore permanente agli altri.
Quando gli altri cessano di amarti, non devi cessare di amarli.
A livello umano, i cambiamenti possono essere necessari, ma a livello del divino tu puoi rimanere fedele al tuo amore.
Un giorno sarai libero di dare un amore gratuito, un amore che non chiede niente in cambio.
Un giorno sarai anche libero di ricevere un amore gratuito.
Spesso l’amore ti viene offerto, ma tu non lo riconosci.
Lo metti da parte perché rimani fissato nell’idea di ricever-lo dalla medesima persona alla quale l’hai dato.
Il grande paradosso dell’amore è che proprio quando hai rivendicato il fatto che sei il diletto figlio di Dio, hai posto dei confini al tuo amore, e quindi hai contenuto i tuoi biso-gni, è allora che cominci a crescere nella libertà di dare gratuitamente».
(H.J.M.
NOUWEN, La voce dell’amore, Queriniana, Brescia.
2005, 27-28).
L’amore Noi delle strade siamo certissimi di poter amare Dio sin quando avrà voglia di essere amato da noi.
Non pensiamo che l’amore sia una cosa che brilla, ma una cosa che consu-ma; pensiamo che fare tutte le piccole cose per Dio ce lo fa amare altrettanto che il compie-re grandi azioni.
D’altra parte pensiamo di essere molto male informati sulla misura dei nostri atti.
Non sappiamo che due cose: la prima, che tutto quello che facciamo non può essere che piccolo; la seconda, che tutto ciò che fa Dio è grande.
Questo ci rende tranquilli di fronte all’azione.
Sappiamo che ogni nostro lavoro consiste nel non gesticolare sotto la grazia, nel non scegliere le cose da fare, e che Dio agirà per nostro mezzo.
Non c’è niente di difficile per Dio, e chi teme la difficoltà si crede capace di agire.
Poiché troviamo nell’amo-re un’occupazione sufficiente, non abbiamo cercato il tempo per classificare gli atti in pre-ghiere e in azioni.
Troviamo che la preghiera è un’azione e l’azione una preghiera; ci sem-bra che l’azione veramente amorosa è tutta piena di luce.
Ci sembra che di fronte ad essa l’anima è come una notte tutta protesa verso la luce che sta per venire.
E quando la luce si fa – il volere di Dio chiaramente compreso – ecco l’anima viverla con dolcezza piena, con pacatezza piena, guardando Dio animarsi e agire in essa.
Ci sembra che l’azione sia anche una preghiera d’implorazione.
Non ci sembra che l’azione c’inchiodi nel nostro terreno di lavoro, di apostolato o di vita.
Al contrario, ci sembra che l’azione perfettamente compiuta là dove ci viene reclamata innesta noi in tutta la Chiesa, ci diffonde in tutto il suo corpo, ci fa disponibili in essa.
I nostri passi camminano in una strada, ma il nostro cuore batte nel mondo intero.
E’ per questo che i nostri piccoli atti, nei quali non sappiamo distinguere fra azione e preghiera, uniscono così perfettamente l’amore di Dio e l’amore dei nostri fratelli.
Il fatto di abbandonarci alla volontà di Dio ci consegna nello stesso istante alla Chiesa che da questa volontà medesima è resa costantemente salvatrice e madre di grazia.
Ciascun at-to docile ci fa ricevere pienamente Dio e dare pienamente Dio in una grande libertà di spi-rito.
Allora la vita è una festa.
Ogni piccola azione è un avvenimento immenso nel quale ci viene dato il paradiso, nel quale possiamo dare il paradiso.
Non importa che cosa dobbia-mo fare: tenere in mano una scopa o una penna stilografica.
Parlare o tacere, rammendare o fare una conferenza, curare un malato o battere a macchina.
Tutto ciò non è che la scorza della realtà splendida, l’incontro dell’anima con Dio rinnovata ad ogni minuto, che ad ogni minuto si accresce in grazia, sempre più bella per il suo Dio.
Suonano? Presto, andiamo ad aprire: è Dio che viene ad amarci.
Un’informazione? …eccola: è Dio che viene ad amarci.
E’ l’ora di metterci a tavola? Andiamoci: è Dio che viene ad amarci.
Lasciamolo fare.
(Madeleine Delbrêl).
Parlami d’Amore Amore supera l’amore, mio caro.
L’amore è volo d’uccello nel cielo infinito.
Ma il volo dell’uccello è più che il volteggiare in aria di un esserino di carne, più che le sue ali inna-morate, corteggiate dal vento, è più che l’indicibile gioia quando muoiono i battiti delle ali e il corpo in pace plana nella luce.
L’amore è canto di violino che canta il canto del mondo.
Ma il canto del violino è più che il legno e l’archetto, inerti e solitari, più che le note in abi-to da sera che danzano sulla partitura, e più che le dita dell’artista che corrono sulle corde.
L’amore è luce, per le strade umane.
Ma la luce che si dà è più che carezza mattutina che apre gli occhi notturni, più che raggi di fuoco che riscaldano i corpi, e più che mille pen-nelli d seta che colorano i volti.
L’amore è fiume d’argento che scorre verso il mare.
Ma il fiume vivo, che indugia o che si affretta, è più che il suo letto accogliente, scrigno che non trattiene, più che l’acqua che si arrossa allo sguardo del tramonto, e più che l’uomo sulla riva che getta l’esca e ne estrae i frutti.
L’amore è veliero che sulle acque fende le onde.
Ma la corsa del veliero è più che la prora sedotta che penetra il mare, che si offre o i dibatte, più che le vele frementi sotto il tocco della brezza o gli schiaffi del vento, è più che le mani del marinaio afferrate al timone, mentre instancabile insegue la sua selvaggina.
…l’Amore supera l’amore.
L’Amore è soffio infinito, che viene da un altrove e vola verso l’altrove.
L’amore è mente d’uomo che conosce e riconosce il soffio, è libertà d’uomo che tutto si volge verso di Lui.
L’amore è consenso dell’uomo al soffio che invita, è cuore dell’uomo che si apre per accoglierlo e donarLo, è corpo dell’uomo che si raccoglie, disponibile, per-ché da Lui abitato, da Lui invaso prenda il volo verso gli altri, verso…
l’altro, e perché infi-ne ciò che era lontano si ricongiunga e si accordi ciò che era separato diventi uno e che dal-l’uno sgorghi una nuova vita.
(Michel Quoist).
La mia vocazione Nell’eccesso della mia gioia delirante ho esclamato: O Gesù mio Amore…
la mia voca-zione l’ho trovata finalmente! La mia vocazione è l’Amore.
( Santa Teresa di Gesù Bambino).
Una luce splende alla mia anima Che ti amo Signore, non ho alcun dubbio; ne sono certo.
Con la tua parola hai toccato il mio cuore, e io ho cominciato ad amarti.
Ma che cosa amo amandoti? Non una bellezza corporea né una grazia transitoria; non lo splendore di una luce così cara a questi miei occhi; non dolci melodie di svariate cantilene; non un profumo di fiori, di unguenti e di aromi; non manna né miele, non membra invitanti ad amplessi carnali.
Amando il mio Dio, non amo queste cose.
E tuttavia nell’amare lui amo una certa luce, una voce, un profumo, un cibo ed un amplesso che sono la luce, la voce, il profumo, l’amplesso dell’uomo interiore che è in me, dove splende alla mia anima una luce che nessun fluire di secoli può portar via, dove si espande un profumo che nessuna ventata può disperdere, dove si gusta un sapore che nessuna voracità può sminuire, dove si intreccia un rapporto che nessuna sazietà può spezzare.
Tutto questo io amo quando amo il mio Dio.
(S.
Agostino)

L’Imperatore d’Austria che Papa Wojtyla tanto ammirava

A Roma, intanto, l’avvocato Andrea Ambrosi, postulatore della causa di beatificazione dell’imperatore Carlo I d’Austria, sta lavorando per l’ultima tappa del processo: la “canonizzazione”, cioè la proclamazione della santità.
Per raggiungere questo traguardo, la Chiesa richiede l’approvazione di un nuovo miracolo, avvenuto dopo che il soggetto era stato proclamato beato.
E questo miracolo per l’imperatore d’Austria Carlo I c’è già.
Riguarda una signora americana, Tamara Staggs, di Orlando, in Florida.
Nel 2002 fu colpita da tumore maligno alla mammella.
Fu operata e sottoposta a chemioterapia, ma nel 2004 il male si ripresentò più grave, con metastasi anche al fegato.
Medicine e terapie risultarono inutili.
La situazione precipitava.
I medici dissero che all’ammalata restavano pochi mesi di vita.
I coniugi Melancon, amici della signora Tamara, ma amici anche della famiglia del beato Carlo, dalla quale avevano ricevuto in dono una reliquia, cominciarono a pregare l’imperatore per la guarigione della signora Tamara.
La cosa sembrava un po’ “difficile” perchè la signora Tamara non era di religione cattolica, ma riuscirono egualmente a coinvolgerla nelle preghiere e, all’improvviso, arrivò la guarigione.
Il 19 gennaio 2005, una TAC evidenziava, in modo del tutto inatteso, la completa scomparsa delle metastasi epatiche.
Successivi controlli, ripetuti periodicamente – l’ultimo nell’ottobre 2008 – hanno dimostrato che del male non c’è più alcuna traccia.
A Orlando è già stato fatto il processo diocesano per questa guarigione con le deposizioni giurate di tutti i testimoni e dei medici.
L’incartamento è già a Roma.
<<Sono trascorsi tre anni dalla guarigione, quindi va ritenuta inconfutabile>>, dice il postulatore avvocato Ambrosi.
<<Ho già fatto esaminare il caso anche a un famoso oncologo dell’Università “La Sapienza” di Roma, che lo ha ritenuto validissimo.
Però, per avere la certezza assoluta, ho deciso di aspettare fino al 2010, cioè cinque anni dopo la guarigione.
E sono certo che questo miracolo farà diventare presto Santo l’imperatore d’Austria>>.
Quando, nel 2004, venne diffusa la notizia che l’Imperatore Carlo I° d’Austria sarebbe stato beatificato, molti, anche in ambito cattolico, si meravigliarono.
Trovavano strano che un imperatore, cioè un uomo appartenente al mondo dei nobili, dei ricchi, dei potenti della terra potesse diventare santo.
I giornali ricordarono figure del passato: Re Stefano d’Ungheria, Sant’Agnese di Praga, Sant’Elisabetta d’Ungheria, Sant’Enrico II imperatore, Santa Brigida di Svezia, San Luigi IX re di Francia, San Ferdinando re del Portogallo eccetera, sottolineando, però, che si trattava di “regnanti” vissuti in tempi molto lontani, quando i processi di beatificazione non erano rigorosi come lo sono ora, mentre Carlo I d’Austria era morto nel 1922, all’inizio del secolo scorso, meno di cento anni prima.
Era un uomo giovane, intelligente, colto, bello, marito di una principessa bellissima, Zita dei Borboni Parma, dalla quale aveva avuto otto figli.
Per la mentalità moderna, sembrava impossibile che una persona del genere avesse esercitato le virtù evangeliche in maniera eroica al punto da meritare la gloria degli altari.
Su di lui inoltre circolavano molti pregiudizi.
Gli storici laici lo avevano sempre definito “un debole e un incapace”.
Salito al trono nel 1916, quando era in pieno svolgimento la Prima guerra mondiale, lo incolpavano di non essere stato capace di vincere la guerra.
Per questo, dopo il conflitto era stato esiliato dal suo Paese.
Ma, poi, alla luce di una grande mole di documenti emersi al processo di beatificazione e di altri studi pubblicati dopo quel processo, si è scoperto invece che l’imperatore Carlo I fu un politico lungimirante, che voleva il “bene vero” dei suoi sudditi, che aveva grandi idee d’avanguardia per l’Europa.
<<Sì, il processo di beatificazione ha molto contribuito a cambiare il giudizio che gli storici avevano sempre dato su mio nonno>>, dice l’Arciduchessa Catharina d’Austria, figlia dell’arciduca Rodolfo.
<<Finalmente, molti studiosi hanno cominciato a mettere da parte i pregiudizi derivanti dal fatto che mio padre era un cattolico praticante, e hanno iniziato a valutarne obbiettivamente le idee politiche, costatando che erano geniali>>.
Trentasei anni, Laureata in Giurisprudenza e specializzata in Scienze politiche, Catharina d’Austria è autrice di vari saggi storici sui personaggi della propria famiglia e, naturalmente, anche lei grande appassionata della storia del suo illustre nonno.
<<Oggi per fortuna, molti riconoscono che mio nonno fu un illuminato pacifista, uno dei primi convinti sostenitori di una Grande Europa Unita, basata non sui conflitti armati ma sulla cooperazione, sul rispetto delle minoranze, delle autonomie, delle culture e delle singole persone.
Se fosse stato ascoltato, l’Europa unita sarebbe nata molto prima, e certamente non ci sarebbero stati gli orrori della terribile Seconda guerra mondiale>>.
L’arciduchessa Catharina d’Austria, che ha sposato un italiano, il conte Massimiliano Secco d’Aragona, cittadino bresciano, è promotrice di varie iniziative a favore della conoscenza vera dell’Imperatore Carlo I d’Austria.
A Brescia, dove spesso vive con il marito e i due figli, Costantino, 8 anni, e Nicolò, 6, ha patrocinato un centro culturale e religioso che ha lo scopo di far conoscere ed apprezzare la vita, l’opera e la santità del Beato Imperatore Carlo d’Austria.
Questo centro ha sede nella parrocchia di San Gottardo, dove si conservano alcune reliquie dell’Imperatore.
Al movimento hanno aderito importanti personalità del mondo cattolico, uomini politici, professori universitari, vescovi e prelati illustri.
In quel centro, gestito dal parroco monsignor Arnaldo Morandi, si tengono convegni, conferenze, dibattiti per approfondire la conoscenza della politica cristiana di Carlo I Imperatore.
<<Io sono la più piccola dei nipoti dell’Imperatore Carlo I>>, dice l’arciduchessa Catharina.
<<Ho imparato a conoscerlo soprattutto attraverso i racconti di mia nonna, l’Imperatrice Zita dei Borboni Parma.
Passava molto tempo nella nostra casa a Bruxelles e io, essendo la più piccola, ero un po’ la sua coccola.
Era religiosissima.
Fu lei a insegnarmi il catechismo e a prepararmi per la Prima Comunione.
Parlava sempre del nonno.
Ne parlava con tale trasporto che era impossibile non rimanere affascinati.
E, dai suoi racconti, mi sono fatta l’idea che il nonno non fu un santo solo da adulto, da imperatore, ma da sempre, da ragazzo, da giovane, da fidanzato.
Un grande santo>>.
A Roma, intanto, l’avvocato Andrea Ambrosi, postulatore della causa di beatificazione dell’imperatore Carlo I d’Austria, sta lavorando per l’ultima tappa del processo: la “canonizzazione”, cioè la proclamazione della santità.
Per raggiungere questo traguardo, la Chiesa richiede l’approvazione di un nuovo miracolo, avvenuto dopo che il soggetto era stato proclamato beato.
E questo miracolo per l’imperatore d’Austria Carlo I c’è già.
Riguarda una signora americana, Tamara Staggs, di Orlando, in Florida.
Nel 2002 fu colpita da tumore maligno alla mammella.
Fu operata e sottoposta a chemioterapia, ma nel 2004 il male si ripresentò più grave, con metastasi anche al fegato.
Medicine e terapie risultarono inutili.
La situazione precipitava.
I medici dissero che all’ammalata restavano pochi mesi di vita.
I coniugi Melancon, amici della signora Tamara, ma amici anche della famiglia del beato Carlo, dalla quale avevano ricevuto in dono una reliquia, cominciarono a pregare l’imperatore per la guarigione della signora Tamara.
La cosa sembrava un po’ “difficile” perchè la signora Tamara non era di religione cattolica, ma riuscirono egualmente a coinvolgerla nelle preghiere e, all’improvviso, arrivò la guarigione.
Il 19 gennaio 2005, una TAC evidenziava, in modo del tutto inatteso, la completa scomparsa delle metastasi epatiche.
Successivi controlli, ripetuti periodicamente – l’ultimo nell’ottobre 2008 – hanno dimostrato che del male non c’è più alcuna traccia.
A Orlando è già stato fatto il processo diocesano per questa guarigione con le deposizioni giurate di tutti i testimoni e dei medici.
L’incartamento è già a Roma.
<<Sono trascorsi tre anni dalla guarigione, quindi va ritenuta inconfutabile>>, dice il postulatore avvocato Ambrosi.
<<Ho già fatto esaminare il caso anche a un famoso oncologo dell’Università “La Sapienza” di Roma, che lo ha ritenuto validissimo.
Però, per avere la certezza assoluta, ho deciso di aspettare fino al 2010, cioè cinque anni dopo la guarigione.
E sono certo che questo miracolo farà diventare presto Santo l’imperatore d’Austria>>.
Renzo Allegri Il primo di aprile di 87 anni fa moriva Carlo d’Asburgo Lorena, ultimo imperatore d’Austria proclamato beato nell’ottobre del 2004.
Alla morte aveva soltanto 34 anni ed era in esilio a Madeira, cacciato dal trono dalle nuove forze politiche che si erano rafforzate nel Paese dopo la prima guerra mondiale e che si opponevano a Carlo perché cattolico osservante e rappresentante di quell’antico Sacro romano impero che difendeva la Chiesa.
Il 2 aprile, invece, ricorre il quarto anniversario della morte di un altro grande, grandissimo uomo: Carlo Wojtyla e cioè Papa Giovanni Paolo II.
In due giorni si ricordano gli anniversari di un imperatore già beato e di un Papa, che dovrebbe essere proclamato beato a breve.
Austriaco il primo, polacco il secondo.
Due eccezionali protagonisti della storia del secolo Ventesimo.
Due persone che non si sono mai conosciute su questa terra, ma che erano legate dalla fede cristiana, dalla pratica eroica delle virtù evangeliche nella vita quotidiana e anche da un sottile e misterioso dettaglio affettivo: avevano avuto al battesimo lo stesso nome, Carlo.
In genere, nei libri biografici di Papa Giovanni Paolo II non si trova alcun cenno a questo dettaglio.
Dai registri parrocchiali si sa che venne battezzato con due nomi: Karol Jozef (Carlo Giuseppe).
Tutti i biografi hanno sempre scritto che il primo nome ricordava il padre del futuro Papa, che si chiamava appunto Karol (Carlo), mentre il secondo, Jozef, gli era stato dato in omaggio al generale Pilsudski, l’eroe fondatore della Repubblica Polacca.
Ma recentemente su questo argomento ho raccolto una testimonianza nuova e inedita.
Uno dei tre figli viventi dell’Imperatore Carlo I Suoi altezza imperiale reale Arciduca Rodolfo, mi ha raccontato che lo stesso Giovanni Paolo II gli ha rivelato perché al battesimo fu chiamato Carlo.
<<Fu durante un’udienza privata che Papa Wojtyla concesse alla mia famiglia>>, mi ha raccontato l’Arciduca Rodolfo.
<<C’erano i miei figli, con le loro famiglie e c’era anche mia madre, l’Imperatrice Zita.
Il Papa ci accolse con grande cordialità.
Parlò con grande entusiasmo di mio padre, l’imperatore Carlo.
E rivolgendosi a mia madre, la chiamava “la mia Imperatrice” e ogni volta si inchinava verso di lei.
Ad un certo momento disse: “Sapete perché al battesimo io fui chiamato Carlo? Proprio perché mio padre aveva una grande ammirazione per l’Imperatore Carlo I, di cui è stato un soldato>>.
Testimonianza molto significativa che spiega la costante ammirazione manifestata sempre da Giovanni Paolo II per l’Imperatore austriaco.
Aveva imparato a conoscerlo dal proprio genitore, Karol Wojtyla senior, che era stato sottufficiale del 56° reggimento di fanteria dell’esercito austroungarico, quindi soldato dell’Imperatore Carlo I°.
Fin da allora, Karol Wojtyla senior aveva intuito la grandezza morale e spirituale del suo imperatore e se ne era entusiasmato al punto da dare al proprio figlio quel nome.
E, mano a mano che il figlio cresceva, gli trasmetteva la vera storia di quell’imperatore, confutando le dicerie e le calunnie diffuse da coloro che lo avevano cacciato dal trono.
Così, anche il futuro Papa imparò ad apprezzare il giovane e sfortunato imperatore austriaco, vedendo in lui una rara e fulgida figura di sovrano giusto e leale, generoso e amorevole, pronto a qualsiasi sacrificio personale per il bene del popolo.
Per questo, da Papa, ne sostenne apertamente e con entusiasmo il processo di beatificazione e quando potè celebrare la solenne cerimonia lo fece con gioia, indicando il sovrano austriaco come modello per tutti gli uomini politici.

Quei ragazzi privi di educatori

Isabella Bossi Fedrigotti, editorialista del Corriere e nota scrittrice, traccia un quadro preoccupante dei ragazzi d’oggi e, in particolare, di quella parte di loro (e non sono pochi) che con freddezza, cinismo e indifferenza salgono quotidianamente agli onori delle cronache per fatti criminosi, segnati da incredibile violenza.
Di loro, dei ragazzi, quando li arrestano, – osserva la giornalista – si co­glie per lo più la freddez­za e l’indifferenza, non so­lo per le vittime ma an­che per i propri cari e il proprio destino, quasi che qualsiasi cosa – com­preso il carcere – fosse preferibile all’insopporta­bile noia che li affligge.
La giornalista svolge una lunga analisi sui comportamenti di tanti giovani, sul loro ambiguo conformismo, sulla loro vita priva di progetti e di speranze per il futuro; poi si chiede: Ma da dove vengono e chi sono questi alieni crudeli e indifferenti? La risposta è disarmante: Da case normali per lo più; anche dal degrado, dalla miseria e dall’emargina­zione, ma altrettanto, da case belle, quartieri buo­ni e famiglie per bene.
Po­trebbero essere figli di tut­ti noi, incappati per insi­curezza, per solitudine, per noia nell’amico più forte, nel gruppo sbaglia­to; e si sa che il gruppo or­mai conta più della fami­glia, per il semplice fatto che la famiglia, nonostan­te il gran parlare che se ne fa, è oggi più debole che mai.
I ragazzi sono privi della costante ed equilibrante presenza di entrambi i genitori, la famiglia non è più come un tempo affiancata e sostenuta nel suo magistero dagli inse­gnanti e da altre figure di educatori come, per esempio, i parroci.
Poveri ragazzi – conclude l’editorialista – però è questo il piatto che abbiamo preparato per loro, gli esempi che abbiamo fornito, i modelli che abbiamo fabbricato.
Ed è un serpente che si morde la coda perché se famiglia, scuola e istituzioni varie oggi si rivelano così deboli, così inascoltate e incapaci di educare è anche perché per prime sembrano aver smarrito nel tempo le ragioni forti del loro essere.
I maestri, insomma, i tanto invocati maestri grandemente scarseggiano perché non credono più al loro magistero.
I RAGAZZI E I SILENZI DEGLI ADULTI I nostri figli senza maestri di Isabella Bossi Fedrigotti Della politica, di ogni suo minimo sussulto, controversia o screzio, si discute per giorni, si ragiona, si polemizza.
Dei giovani e giovanissimi, dei loro problemi, dei loro allarmi, della loro violenza, dei terrificanti crimini che riescono a commettere quando ancora, almeno in teoria, devono rispettare l’orario di rientro dettato dai genitori, dopo un momentaneo commento incredulo e sbigottito, si tende, invece, a tacere.
E così gli accoltellamenti, le rapine, le aggressioni, gli stupri di gruppo, gli assassini per opera di adolescenti o poco più transitano veloci, giorno dopo giorno, negli spazi delle cronache nere senza che ci prendiamo la briga di riflettere davvero su cosa sta succedendo nella nostra società.
Di loro, dei ragazzi, quando li arrestano, si coglie per lo più la freddezza e l’indifferenza, non solo per le vittime ma anche per i propri cari e il proprio destino, quasi che qualsiasi cosa—compreso il carcere — fosse preferibile all’insopportabile noia che li affligge.
E sembra specchiarsi, quest’indifferenza, nel loro abbigliamento, sempre uguale, jeans, scarpe sportive e felpa, del tutto indifferente a diversi luoghi e occasioni: casa, scuola, lavoro, pub, sport oppure discoteca.
Vanno e rubano, vanno e accoltellano, vanno e dan fuoco a un barbone, vanno e uccidono un compagno di scorribande, quasi sempre in gruppo, per farsi forza, naturalmente, perché da soli forse non oserebbero; e noi ce la sbrighiamo parlando di «fenomeno delle baby gang», come se il termine straniero minimizzasse la tragicità dei fatti.
Ma da dove vengono e chi sono questi alieni crudeli e indifferenti? Da case normali per lo più; anche dal degrado, dalla miseria e dall’emarginazione, ma altrettanto, da case belle, quartieri buoni e famiglie per bene.
Potrebbero essere figli di tutti noi, incappati per insicurezza, per solitudine, per noia nell’amico più forte, nel gruppo sbagliato; e si sa che il gruppo ormai conta più della famiglia, per il semplice fatto che la famiglia, nonostante il gran parlare che se ne fa, è oggi più debole che mai.
Oltre a essere spesso dimezzata, per cui i ragazzi sono privi della costante ed equilibrante presenza di entrambi i genitori, non è più come un tempo affiancata e sostenuta nel suo magistero dagli insegnanti e da altre figure di educatori come, per esempio, i parroci, per ragioni che a volte risalgono paradossalmente proprio alla famiglia.
Se, infatti, padri e madri—come spesso succede — prendono sistematicamente le parti dei figli contro maestri e professori, è difficile che si crei quell’alleanza di intenti preziosa per l’educazione.
E rinunciare a qualsiasi forma di istruzione religiosa è, ovviamente, una scelta rispettabilissima che però priva la famiglia di un supporto non indifferente.
Moltissimi sono naturalmente i padri e le madri forti abbastanza per farcela da soli a insegnare ai figli cos’è bene e cos’è male, ma molti sono anche quelli che, invece, non ce la fanno.
Ma c’è dell’altro, ed è la profondissima infelicità dei giovani.
Perché è certo che sono infelici, lo gridano dietro i loro indecifrabili silenzi, che non sempre riflettono soltanto il comodo, rilassante oppure stanco silenzio degli adulti.
È un’infelicità chiusa e senza desideri, peraltro, secondo il geniale titolo del romanzo di Peter Handke, perché non può esserci desiderio dove non c’è speranza.
Ecco, quel che atterra i nostri figli, quel che toglie loro qualsiasi energia positiva, quel che li rende tetri e annoiati e, dunque, disponibili alle trasgressioni più atroci, è la mancanza di speranze condivise.
Speranze che molto prima di essere di natura economica sono di natura ideale, nutrimento e carburante indispensabile per i giovani.
Anche per noi adulti, ovviamente, perché l’uomo non può vivere senza aspettarsi per domani una sia pur minuscola luce, ma in modo molto meno assoluto e radicale, perché abbiamo ormai imparato bene a difenderci dal vuoto.
Speranze —condivise — che una volta riguardavano la politica, per esempio, oppure la religione o la cultura e che adesso, mediamente, s’innalzano fino ai successi della squadra di calcio del cuore o al sogno di finire in tv oppure alla conquista di un certo tipo di abbigliamento firmato e uniforme.
Poveri ragazzi, viene da dire, però è questo il piatto che abbiamo preparato per loro, gli esempi che abbiamo fornito, i modelli che abbiamo fabbricato.
Ed è un serpente che si morde la coda perché se famiglia, scuola e istituzioni varie oggi si rivelano così deboli, così inascoltate e incapaci di educare è anche perché per prime sembrano aver smarrito nel tempo le ragioni forti del loro essere.
I maestri, insomma, i tanto invocati maestri grandemente scarseggiano perché non credono più al loro magistero.
Corriere  della sera 30 aprile 2009

Irc e regolamento della valutazione

L’anno scolastico è ormai in dirittura d’arrivo ma non si vede all’orizzonte il regolamento della valutazione che dovrebbe fornire indispensabili istruzioni per lo svolgimento degli scrutini finali.
Il 13 marzo scorso il Consiglio dei Ministri ha approvato in prima lettura uno schema di regolamento che è stato trasmesso al Consiglio di Stato per il prescritto parere e che deve poi essere approvato definitivamente in seconda lettura dal Consiglio dei Ministri per passare alla firma del Presidente della Repubblica e al visto della Corte dei Conti.
Se siamo ancora fermi alla seconda tappa (il Consiglio di Stato ha dato parere favorevole lo scorso 8 maggio), appare difficile che il sospirato regolamento possa arrivare in tempo per gli scrutini finali.
Per certi aspetti, il regolamento potrebbe anche essere inutile, dato che la legge 169/08 ne ha prevista l’emanazione per il solo «coordinamento delle norme vigenti per la valutazione degli alunni» (art.
3.5): se le norme sono già vigenti, anche senza regolamento potranno e dovranno essere applicate.
Ma la legge attribuisce al regolamento anche il compito di stabilire «eventuali ulteriori modalità applicative del presente articolo».
È in questione, per esempio, la partecipazione del voto di comportamento alla media dei voti.
È in questione anche l’adozione del voto numerico per l’Irc.
Come è noto, rispetto alla prima versione, che dedicava alla valutazione dell’Irc un intero articolo, lo schema attualmente in esame riserva all’Irc solo un comma, ripetuto una volta per il primo e una volta per il secondo ciclo di istruzione (artt.
2.4 e 4.3).
Questo il testo: «La valutazione dell’insegnamento della religione cattolica resta disciplinata dall’articolo 309 del decreto legislativo 16 aprile 1994, n.
297, ed è comunque espressa senza attribuzione di voto numerico, fatte salve eventuali modifiche all’intesa di cui al punto 5 del Protocollo addizionale alla legge 25 marzo 1985, n.
121».
Il sintetico testo dice due sole cose: 1) la valutazione dell’Irc non può essere espressa con voto numerico; 2) la situazione potrebbe cambiare con una modifica all’Intesa Cei-Mpi del 1985.
Sul primo punto è ineccepibile che l’art.
309 del Testo Unico di legislazione scolastica sia in vigore e quindi costituisca un riferimento vincolante.
Ma è ugualmente in vigore anche l’art.
304 del Testo Unico, che esclude il voto di educazione fisica dalla media per l’ammissione agli esami, e questo articolo viene espressamente abrogato dallo schema di regolamento, dato che solo ora ci si è accorti della sopravvivenza di una norma contraddetta da una prassi generalizzata e da specifiche disposizioni ministeriali circa il conteggio del voto di educazione fisica nella media per la definizione del credito scolastico negli esami di stato di scuola superiore.
Se il regolamento può abrogare l’art.
304 (la cosa è tecnicamente discutibile, ma il Consiglio di Stato non ha fatto obiezioni), perché allora non abrogare anche l’art.
309? La giustificazione sarebbe fornita dalla ratio della legge 169/08, che prevede l’uso del voto numerico per «la valutazione periodica ed annuale degli apprendimenti degli alunni e la certificazione delle competenze da essi acquisite», senza alcuna limitazione o esclusione.
Sarebbe perciò coerente intervenire anche sull’art.
309 per evitare una disparità di trattamento che potrebbe essere letta come una di quelle forme di discriminazione, escluse proprio dal Concordato.
La restrizione applicata al solo Irc vorrebbe essere giustificata con la riserva contenuta nella seconda parte del comma citato, che invoca la natura concordataria delle modalità valutative dell’Irc.
Ma proprio l’Intesa, nell’affrontare incidentalmente la materia valutativa (punto 2.7), mantiene «fermo quanto previsto dalla normativa statale in ordine al profitto e alla valutazione per tale insegnamento».
La valutazione dell’Irc non è quindi materia pattizia e il riferimento all’Intesa contenuto nello schema di regolamento è semplicemente un errore o un goffo tentativo di spostare altrove la responsabilità di una decisione probabilmente imbarazzante.
L’iter del regolamento è tale che, se anche dovesse riuscire a completare il suo percorso e comparire in Gazzetta Ufficiale prima degli scrutini di giugno, per l’Irc rimarranno comunque le incomprensibili disposizioni che fin dal 1930 escludono per esso la possibilità di ricorrere al voto numerico.
Ma il caso non può risolversi definitivamente così e la competenza a decidere spetta al Ministero.
Sarebbe assai strano che lo Stato volesse rinunciare ad una sua specifica prerogativa trasformando in pattizio un argomento che è unicamente attribuito alla sua decisione.
C’è chi potrebbe parlare di ferita alla laicità dello Stato.
E proprio il livello concordatario potrebbe rivelarsi un boomerang, dopo che la Cei ha fatto conoscere il proprio gradimento ad una soluzione uniforme che integri la valutazione dell’Irc nelle modalità previste per le altre discipline.
Anche se la sede più propria era il regolamento della valutazione, ancora altri regolamenti attendono di essere emanati: per esempio c’è quello per il secondo ciclo, che è stato momentaneamente accantonato per lo slittamento di un anno nell’attuazione della riforma, ma il 2010 è vicino e questo potrebbe comunque essere l’ultimo anno in cui l’Irc sarà ancora valutato mediante giudizi.
    P.S.: I guai per lo schema di regolamento non finiscono qui.
Sempre in relazione all’Irc c’è la questione della valutazione delle attività alternative, che sono state inopinatamente declassate a contributo di valore solo consultivo in sede di scrutinio, contro le disposizioni ministeriali che fin dal 1987 (CM 136) avevano attribuito all’insegnante che le curava gli stessi diritti e doveri degli Idr «anche ai fini della partecipazione a pieno titolo ai lavori di tutti gli organi collegiali della scuola, ivi comprese le operazioni relative alla valutazione periodica e finale».
Si può obiettare che una circolare non è una legge, ma la disparità di trattamento è evidente e qualche avvocato sta già scrivendo il ricorso.

“Angeli e demoni”: il rapporto fra scienza e fede.

Demoni confusi nel parco giochi di Ron Howard di Luca Pellegrini I santi di travertino che ornano il colonnato di piazza San Pietro ne hanno certamente viste tante, nei secoli.
Questa volta, però, impietriti davvero, non si sarebbero mai immaginati che tra quelle colonne e pilastri si potesse scatenare una frenetica ricerca, senza esclusione di colpi: da qualche parte sul colle Vaticano è pronta a esplodere un’ampolla di ipotetica antimateria a confronto della quale l’atomica assomiglia a un petardo.
Minaccia direttamente il conclave e con questo il futuro della Chiesa, mentre un assassino pazzoide scatena il panico volendosi sbarazzare, con molta fantasia e crudeltà, di alcuni eminenti cardinali in nome della difesa della scienza e della verità scientifica, contro (ancora una volta) il supposto oscurantismo ecclesiastico.
L’eroe senza fede, ma con intelletto fino e intuito da vendere, chiamato di gran fretta in Vaticano per dare una mano, è il professore americano Robert Langdon, imbattibile quando si tratta di decifrare simboli e svelare misteri: si muove agevolmente tra manoscritti e antichi libri, si trasforma in coraggioso avventuriero nell’Urbe – splendidamente fotografata da Salvatore Totino – e in un cauto investigatore tra i Sacri Palazzi, intercetta fantomatiche minacce, decodifica complotti secolari, insegue i cattivi e salva il futuro Papa, preparandosi forse a nuove avventure.
Certamente è un personaggio utile più al cinema che alla Chiesa, il protagonista di Angeli e demoni.
Può rimanere comodamente negli interstizi della storia dello spettacolo, forse sarà a breve dimenticato, così come la scaltra operazione letteraria da cui proviene – ossia il fortunato, sbilenco e inverosimile romanzo di Dan Brown, solo leggermente adattato e limato alle esigenze della pellicola – che non porta certo il sigillo della cultura, semmai quello della gigantesca e furbesca operazione commerciale.
Il grossolano impianto immaginativo serve a Ron Howard per imbastire un film pretenzioso, eppure ben alimentato da una regia dinamica e attraente – l’americano è un artista eclettico di innegabili qualità, soprattutto quando affronta generi più seri e di dimensione cameristica, come il recente Frost/Nixon – che strizza l’occhio ai fumetti, al thriller e al fantasy.
Langdon – ancora Tom Hanks, migliore che nell’irritante e irriverente Codice da Vinci – è un frullato di personaggi stereotipi: Hercules Poirot, James Bond, Indiana Jones, Ethan Hunt, l’agente di Mission impossible, e Ben Gates, l’eroe che svela Il mistero dei templari e Il mistero delle pagine perdute.
Questa volta lascia da parte, fortunatamente, i dogmi della fede cristiana e si cala coraggioso in una realtà sconosciuta e che non gli appartiene: la Santa Sede, della quale sono stati ricostruiti magnificamente in studio e con il computer alcuni ambienti topici come la Basilica Vaticana e la Cappella Sistina, dove avvengono fatti per nulla abituali.
È un addensarsi di secoli di storia e di riti quello che si trova a fronteggiare per oltre due ore di innocuo intrattenimento, che scalfisce ben poco il genio e il mistero del cristianesimo, attenendosi anche questa volta a sbrigativi (e manichei) luoghi comuni.
Il Vaticano con i suoi monumenti, palazzi, uffici e residenze, è rappresentato come un condensato di arte inespugnabile, un’area geografica diversa da tutte le altre e spesso invalicabile ai più.
Viene invaso dalle teorie farneticanti e dalle vendette imminenti di una fantomatica setta segreta (gli Illuminati) mentre sul piano temporale è concentrato sulla storia delle successioni papali: l’inizio del conclave e la scelta del successore di Pietro.
Spazio e tempo collimano generando un immenso – e per Hollywood assai redditizio – parco giochi, un cinema opulento, effimero e accattivante nel quale tutti trovano il loro spazio: sacerdoti e alti prelati, guardie svizzere e gendarmi vaticani, carabinieri e popolo di Roma, figurine di un videogame che accende prima di tutto la curiosità, e poi, forse, diverte anche un po’.
Non vale la pena elencare le incongruenze storiche e le iperboliche cerimonie che si susseguono irreversibili nel film (il camerlengo, i cardinali “preferiti”, l’assassinio di un Papa, i riti e i ruoli), anzi può essere un divertimento aggiuntivo quelle di scoprirle, annotarle e vincere come in un gioco.
Mentre scorrono i titoli di coda, sarebbe però utile riflettere sul perché la cultura cattolica – così vicina al cinema che è stato uno dei suoi strumenti prediletti – sembra oggi quasi avere lasciato alla finzione d’oltreoceano e alla falsità storica il compito di parlare sui grandi media della Chiesa e della sua realtà più profonda.
Nella quale gli angeli le sono vicini.
E i demoni? Sono confusi, come il film ai quali si ispira.
(©L’Osservatore Romano – 7 maggio 2009) Angeli e demoni: il titolo è ben scelto, ma il romanzo è modesto, così come il film, salvato solo dalla presenza di Tom Hanks, attore di consumata bravura.
Il vero problema, allora, è quello di capire le ragioni di tanto successo, ragioni che interessano i cattolici perché le opere di Dan Brown trattano della Chiesa, e più precisamente si inseriscono nel filone del fantavaticano, che però lo scrittore americano ha portato a successi mai visti.
Cosa piace tanto di Dan Brown? Senza dubbio, che tratti di religione e di mistero, cioè di quei temi che la secolarizzata cultura contemporanea, tutta ragione e scienza, evita sempre con cura, ma che rimangono sempre vivi, se pure apparentemente dimenticati, nell’immaginario contemporaneo.
Che la religione affronti il mistero della vita e della morte, e dunque il senso del nostro vivere e morire, è indubbio: proprio per questo una società che sembra felicemente assestata su una cultura materialista e superficiale – fondata su una fede nella possibilità di spiegare ogni cosa con la scienza, e forse anche di vincere la morte – ne è in fondo assetata.
Questo innanzi tutto rivelano i successi di Dan Brown.
Ma allora perché tale successo non arride alla Chiesa, che diffonde il messaggio evangelico con ben altra profondità e levatura? Perché pochi hanno il coraggio di mettere in discussione un’identità così come vuole il politically correct del contesto di oggi, e Dan Brown offre religione e mistero all’interno di questo rassicurante recinto.
Il mistero che inserisce nei suoi intrecci, infatti, evita le questioni profonde, limitandosi a lambirle: è un mondo fantastico di sette segrete e misteriose che combattono all’interno della Chiesa, ridotta in fondo a setta anch’essa.
La tradizione cristiana vi è raffigurata come un patrimonio di simboli e di testi occulti, che la scienza – ben rappresentata dall’eroe, l’agnostico professore americano – sa decifrare, a differenza dei suoi rappresentanti ufficiali, che hanno dimenticato la loro storia per cancellare il sangue di cui sarebbe intrisa.
Quello che si vuole dimenticare è infatti sempre legato a menzogne e a sanguinose repressioni, che svelerebbero il volto nero e crudele della Chiesa, sempre in bilico fra purezza evangelica ed efferato delitto.
Il tema dunque è in fondo sempre lo stesso, nei due romanzi: una setta contro la Chiesa, anche se le parti dei buoni e dei cattivi si distribuiscono diversamente.
Questa volta, con Angeli e demoni, la Chiesa è dalla parte dei buoni, anche se paga il prezzo di immaginarie efferatezze passate.
Nel Codice da Vinci i buoni, invece, erano fuori della Chiesa, e ne minavano, addirittura, la base.
Piuttosto innocuo, dunque, è questo secondo romanzo (e film), che però era stato scritto prima, a dimostrare che il vero successo poteva venire solo dal rovesciamento della tradizione osato nel Codice da Vinci.
In entrambi – con una certa grossolanità ma non senza acutezza – si affrontano questioni chiave per la Chiesa contemporanea: nel Codice la sessualità, in Angeli e demoni il rapporto fra scienza e fede.
Il punto di vista è quello meno problematico possibile: i buoni sono sempre i progressisti a favore del sesso e della scienza, siano essi eretici o Papi, e cattivi quanti si oppongono in nome della fedeltà a una tradizione dura e chiusa, che si sarebbe sempre macchiata di delitti.
Che questa semplicistica e parziale visione della Chiesa abbia tanto successo, tanto da corrispondere – almeno così pare – a un senso comune piuttosto generalizzato, deve fare pensare e riflettere.
Sarebbe probabilmente esagerato considerare i libri di Dan Brown come un campanello di allarme, ma forse sono uno stimolo a rivedere e vivificare le forme e le modalità mediatiche attraverso le quali la Chiesa spiega le sue posizioni sui temi più scottanti di attualità.

V Domenica dopo Pasqua anno A

LECTIO – ANNO B Prima lettura: Atti 9,26-31 In quei giorni, Saulo, venuto a Gerusalemme, cercava di unirsi ai discepoli, ma tutti avevano paura di lui, non credendo che fosse un discepolo.
Allora Bàrnaba lo prese con sé, lo condusse dagli apostoli e raccontò loro come, durante il viaggio, aveva visto il Signore che gli aveva parlato e come in Damasco aveva predicato con coraggio nel nome di Gesù.
Così egli poté stare con loro e andava e ve-niva in Gerusalemme, predicando apertamente nel nome del Signore.
Parlava e discuteva con quelli di lingua greca; ma questi tentavano di ucciderlo.
Quando vennero a saperlo, i fratelli lo condussero a Cesarèa e lo fecero partire per Tarso.
La Chiesa era dunque in pace per tutta la Giudea, la Galilea e la Samarìa: si consolidava e camminava nel timore del Signore e, con il conforto dello Spirito Santo, cresce-va di numero.
Il capitolo 9 degli Atti degli Apostoli segna una svolta molto importante nella storia della prima comunità cristiana: con la conversione di Saulo (vv.
1-19), l’inizio della sua predica-zione (vv.
20-31) e l’orientamento di Pietro verso il mondo pagano (vv.
32-43; e.
10), si pre-para il terreno all’espansione della predicazione apostolica verso le nazioni pagane.
La no-stra lettura è un elemento di coesione in questo insieme di fatti, in quanto descrive il difficile e delicato inserimento di Paolo nella comunità degli apostoli.
Anche se in certo contrasto con l’esperienza narrata dallo stesso Paolo in Gal 1,18-24, la presentazione lucana del viaggio di Saulo a Gerusalemme obbedisce ad un preciso intento: sottolineare vigorosamente il contatto di Paolo col collegio apostolico, così da legittimare la predicazione successiva dell’Apostolo.
— Da questo punto di vista è di grande peso esegetico il v.
28: «andava e veniva in Gerusa-lemme» indica la familiarità piena che si è stabilita tra lui, Paolo, e gli altri apostoli; attinge da questa comunione la parrēsía (coraggio di parlare francamente, cf.
il greco: parrēsia = zò-menos, v.
28), discutendo liberamente anche con gli ex-correlegionari, gli ebrei «ellenisti», cioè di lingua e cultura greca.
— «Ma questi tentavano di ucciderlo» (v.
29).
È il secondo complotto tramato dai Giudei per eliminare questo loro correlegionario che ha «tradito» la sua fede, diventando cristiano.
— «La Chiesa era dunque in pace» (v.
31).
Opportuno sommario, per mostrare lo stato di pa-ce interna (accordo e comunione) ed esterna (fine della persecuzione con la conversione di Saulo).
La Chiesa è organismo vivo che cresce e cammina, non per forza naturale, ma per due fattori fondamentali; cammina nel timore di Dio, in obbedienza e docilità al Signore; si moltiplica grazie al «conforto», ossia all’assistenza attiva e fecondante dello Spirito Santo.
Seconda lettura: 1 Giovanni 3,18-24 Figlioli, non amiamo a parole né con la lingua, ma con i fatti e nella verità.
In questo conosceremo che siamo dalla verità e davanti a lui rassicureremo il nostro cuore, qualunque cosa esso ci rimproveri.
Dio è più grande del nostro cuore e conosce o-gni cosa.
Carissimi, se il nostro cuore non ci rimprovera nulla, abbiamo fiducia in Dio, e qualunque cosa chiediamo, la riceviamo da lui, perché osserviamo i suoi comandamenti e facciamo quello che gli è gradito.
Questo è il suo coman-damento: che crediamo nel nome del Figlio suo Gesù Cristo e ci amiamo gli uni gli altri, secondo il precetto che ci ha dato.
Chi osserva i suoi comandamenti rimane in Dio e Dio in lui.
In questo conosciamo che egli rimane in noi: dallo Spirito che ci ha dato.
Nella I Epistola di Giovanni, che si può considerare come un’enciclica destinata alle chie-se dell’Asia su cui incombe la minaccia di eresie e lacerazioni interne, si discernono alcune parti parenetiche (dove prevalgono le esortazioni) e altre parti dottrinali (dove abbondano indicazioni dogmatiche).
La nostra lettura si colloca di una sezione parenetica, che esorta cioè a «nascere da Dio» compiendo opere di giustizia (2,28-3,24).
Data la struttura circolare, con numerosi ritorni, del nostro brano, basterà chiarire solo alcuni termini-chiave: «verità», «cuore», «comandamento».
a) «Verità», in senso semitico e giovanneo, indica propriamente la salda rivelazione di Dio Amore con fatti e «nella verità» (v.
18); significa pertanto, amare con opere (e non solo a pa-role) e in conformità a quanto Dio in Gesù Cristo ha rivelato di se stesso.
«Siamo dalla veri-tà» (v.
19) vuole dire: veniamo da Dio, rivelato a noi da Gesù Cristo.
b) «Cuore» è sinonimo di coscienza, oltre che centro delle decisioni dell’uomo.
Dire che «il nostro cuore ci rimprovera» o «non ci rimprovera» (vv.
20-21) significa che riceviamo o non riceviamo l’approvazione della nostra coscienza.
Ma il giudizio di Dio è ben al di là di tale approvazione («è più grande del nostro cuore»).
Tale superiorità sottolinea la grandezza imperscrutabile dell’amore di Dio.
c) «Il comandamento», nella letteratura giovannea, è quello per autonomasia dato da Ge-sù ai discepoli: amarsi gli uni gli altri (Gv 15,12) come lui ci ha amati.
Qui il «comandamen-to» (o anche al plurale «i comandamenti») ha un duplice aspetto; a) credere «nel nome», cioè nella persona stessa di Gesù Cristo, Figlio di Dio, e come tale confessarlo; b) amarci gli uni gli altri perché è lui che ci ha dato tale comandamento, e non a motivo di un amore ge-nerico o sentimentale.
Tale comandamento è talmente fondamentale per la nostra vita di credenti, da essere il presupposto necessario perché si realizzi l’inabitazione di Dio nel credente.
Fede, amore, inabitazione di Dio sono tre aspetti indissociabili del comandamen-to di Gesù.
Vangelo: Giovanni 15,1-8 In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Io sono la vite vera e il Padre mio è l’agricoltore.
Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo taglia, e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto.
Voi siete già pu-ri, a causa della parola che vi ho annunciato.
Rimanete in me e io in voi.
Come il tralcio non può portare frutto da se stesso se non rimane nella vite, così neanche voi se non rimanete in me.
Io sono la vite, voi i tralci.
Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto, perché senza di me non potete far nulla.
Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e secca; poi lo raccolgono, lo gettano nel fuoco e lo bruciano.
Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quello che volete e vi sarà fat-to.
In questo è glorificato il Padre mio: che portiate mol-to frutto e diventiate miei discepoli».
Esegesi Siamo nell’ampio contesto dei discorsi di addio ambientati nell’intima cena (Gv 13,1-35).
In forma circolare, tali discorsi, che rappresentano il testamento spirituale del Signore, in-sistono su due fondamentali temi, quello della fede e dell’amore, atteggiamenti essenziali della vita dei discepoli di Gesù.
Il brano odierno rappresenta un significativo sviluppo all’interno dei discorsi di addio.
Esso va collocato nell’insieme del cap.
15, nel quale si cela una forte tensione tra due poli: da una parte, l’amore a Gesù e i suoi frutti (vv.
1-17), dall’altra, l’odio del mondo e la te-stimonianza del Paraclito (vv.
18 ss.).
— «Io sono la vite vera» (vv.
1.5).
Le parole introdotte da Io sono contengono un’autorivela-zione come quando nel libro dell’Esodo JHWH rivela il proprio nome (Es 3,14).
In riferi-mento al mistero di Cristo, la sua identità è caratterizzata dall’aggettivo «vera».
Vite vera, in due sensi: a) in Gesù Cristo si realizzano in misura totale e piena quello che la vite natu-rale esprime; b) Israele, vigna di Dio, aveva tradito le attese di Dio (cf.
Is 5,1-7; Ger 2,21); Gesù invece le realizza in pieno perciò è la vera vite.
— «Il Padre mio è l’agricoltore» (vv.
1-2), l’autorivelazione si estende anche al Padre, al rap-porto di profonda unione che Gesù-vite ha con il Padre da una parte, e al rapporto vitale che lega i tralci (i discepoli) all’azione sovrana e gratuita del Padre, dall’altra.
— Due principalmente, gli aspetti di questa azione del Padre: a) in senso positivo, egli monda, o purifica, quei tralci che già portano frutto, perché — co-me dalla potatura — ne risulti un impulso di vitalità e di fertilità (v.
2); le iniziative del Padre, anche se appaiono dolorose, hanno come fine una crescita ed una promozione e non una mortificazione della vita; b) in senso negativo, il castigo e l’eliminazione dei tralci che, non portando frutto, si oppon-gono alle premure del Padre e alla vita donata da Gesù: questi tralci sono tolti (v.
2), gettati via, raccolti, gettati nel fuoco, bruciati (v.
6).
Dietro queste immagini si intravede la cura e-strema di Dio nel preservare l’opera salvifica del Figlio da ogni ambiguità e compromesso col male.
— Rimanete in me come io in voi (v.
4).
Questa reciproca immanenza non significa che Gesù e i credenti siano sullo stesso piano.
In ogni caso precede l’azione di Gesù-vite (come io in voi), che eleva e rende possibile l’unione dei discepoli con lui («rimanete in me»).
— Sono da precisare due aspetti di questo «rimanere»: da una parte esso indica un rapporto di fede (le mie parole rimangono in voi, chiedete, ecc.); dall’altra, è condizione essenziale per vivere e portare frutto di salvezza (v.
5).
La salvezza non dipende soltanto dalla libera ade-sione dell’uomo e degli apporti — sia pur generosi — della sua azione: procede dalla vita che riceviamo da Dio, come la linfa vitale che nutre i tralci, e li mette in condizione di por-tare frutti.
Meditazione Gli evangeli presentano Gesù come appartenente alla categoria lavorativa degli artigia-ni; professione: falegname.
Eppure, se non altro per la quantità di immagini agricole che ricorrono nella sua predicazione, viene da pensare che il figlio del carpentiere avesse una predilezione per l’attività dei campi.
Anche lui una vocazione ‘costretta’ per ragioni fami-liari? Quale che sia la verità storica, il brano evangelico odierno ci presenta una formidabile similitudine agricola-esistenziale, che riesce a comunicarci moltissimo dell’esperienza spi-rituale di Gesù: la vite.
Nel Primo Testamento l’immagine, associata a quella della vigna, ricorre frequentemente per descrivere il rapporto esistente tra Dio e il suo popolo (cfr.
Os 10,1; Sal 79; Is 5,1-5; Ger 2,21; Ez 19,10-14…), sia nella bellezza di un’armonia e di una cura premurosa che nell’ingratitudine dei vignaioli verso il padrone e nella bassa qualità dei frutti.
Il testo di Giovanni focalizza l’attenzione su di un’unica pianta, quella vite che Gesù sceglie come icona per se stesso.
Malgrado ciò, il ‘mancato contadino’ di Nazareth non atti-ra l’attenzione su di sé ed evidenzia invece il legame con il Padre e i discepoli, indicati ri-spettivamente come il vignaiolo e i tralci (vv.
1.5).
E il primo aspetto che si coglie ed emer-ge con prepotenza dal testo è proprio che Gesù non riesce a pensarsi senza il Padre: la sua è un’esistenza in comunione.
Il primo pensiero va, con riconoscenza, a chi lo ha inviato, da cui si sente amato, nutrito e custodito profondamente! Ma senza soluzione di continuità, Gesù parla immediatamente anche dei discepoli.
Se è stretto il rapporto tra vite e vignaio-lo, come si potrebbe definire quello tra vite e tralci? Dove inizia uno e dove finiscono gli altri? Sono inscindibili, è impossibile stabilire un confine netto e preciso.
Se è pertanto vero che Gesù non riesce a pensarsi senza il Padre, è ancor più vero per quel che riguarda il rapporto con i discepoli! La vite è pianta estremamente rigogliosa, con una forza vitale esuberante: si potrebbe dire che non può contenere l’energia di cui è portatrice! Non porta frutto immediatamente, a volte chiede anni di attesa perché possa ‘figliare’ grappoli di qualità.
Nello scorrere del tempo ciò che rischia di degenerarsi, di scadere è proprio la circolazione della linfa – fuor di metafora, la parola di Gesù (cfr.
v.
3) – verso le parti più periferiche della pianta.
Non che la vite non ne produca più; no: la Parola mantiene la sua forza inalterata nel succedersi delle stagioni.
Può invece avvenire che i tralci, i discepoli, desiderino splendere di luce propria, distanziarsi dalla fonte originaria, ricercare altre fonti di nutrimento.
I risultati so-no immediati: mancanza dei frutti, dei rigogliosi acini e tristissima morte…
«Chi non rima-ne in me viene gettato via, si secca: lo raccolgono, lo gettano nel fuoco, lo bruciano» (v.
6).
Tutta la parte centrale del nostro brano è quindi un’accorata supplica affinché non venga interrotto il vincolo nutritivo, essenziale proprio come il cibo, tra vite e tralci, tra Gesù e discepoli.
«Come il tralcio non può far frutto da se stesso se non rimane nella vite, così an-che voi se non rimanete in me» (v.
4).
A una prima impressione, queste parole di Gesù po-trebbero apparire una umiliante forma di autoritarismo, addirittura di schiavismo: «Senza di me non potete far nulla» (v.
5).
In fondo, un modo per mantenere le persone in uno sta-to di dipendenza e infantilismo deprimente.
Invece è sorprendente l’umiltà di questa vite: riceve la vita dal Padre, non la trattiene – questo è l’amore puro: ricevere senza nulla inca-merare! – e comunica questa stessa vita ai tralci, che hanno la possibilità e la gioia di vede-re fiorire la propria esistenza e, ancor più, di nutrire, di dare la vita a loro volta! Il ‘merito’ viene lasciato tutto ai tralci! Accade quel che spesso succede nelle squadre di calcio: se la squadra vince, sono bravi i giocatori, se la squadra perde, la colpa è dell’allenatore…
Que-sto è lo stile di Gesù, che rifugge da ogni ‘glorificazione’ ma non può esimersi dall’attestare il proprio ruolo discreto eppur fondamentale: ne va della vita dei suoi discepoli! Tutt’al più la gloria può essere imputata al vignaiolo, al Padre…
(cfr.
v.
8).
Ma lui è nella gioia quando i suoi figli «rimangono e portano frutto» (v.
5).
Chi rimane, chi non rompe il legame, chi continua ad ascoltare la Parola di vita entrerà in un rapporto così profondo con il Padre da riuscire a penetrare nel mistero della sua vo-lontà e in essa trovare gioia.
Effettivamente, quando si conosce il desiderio dell’amato, lo si riempie di gioia domandandogli di poter collaborare alla realizzazione dei suoi stessi de-sideri: come potrebbe costui rifiutarsi, negare aiuto? «Chiedete quel che volete e vi sarà da-to» (v.
7).
Il desiderio del discepolo coincide con quello del Padre.
Ma per arrivare a tal punto bisogna entrare anche nel mistero della potatura dei tralci, dal momento che per po-tersi rinnovare viene chiesto di recidere quanto si distanzia dal piano di Dio.
Il nostro bra-no, allora, se è un’esortazione alla fedeltà e alla sapienza, se aiuta a visualizzare simboli-camente il compimento felice dell’esistenza dei discepoli, ricorda come la vita passa attra-verso la potatura della Pasqua, sulla scia del cammino di Gesù, per dare «più frutto» (v 2).
Per l’elaborazione della «lectio» di questa domenica – oltre al nostro materiale di archivio, ci siamo serviti di: – Temi di predicazione, Napoli, Editrice Domenicana Italiana, 2002-2003; 2005-2006- .
– Comunità monastica Ss.
Trinità di Dumenza, La voce, il volto, la casa e le strade.
Quaresima e tempo di Pasqua, Milano, Vita e Pensiero, 2008-2009, pp.
71.
– La Bibbia per la famiglia, a cura di G.
Ravasi, Milano, San Paolo, 1998.
– Enzo BIANCHI, Il pane di ieri, Torino, Einaudi, 2008, 53-54 – C.M.
MARTINI, Incontro al Signore risorto.
Il cuore dello spirito cristiano, Cinisello Balsamo, San Paolo, 2009.
Io sarò vigna Vorrei che poteste vivere della fragranza della terra, e che la luce vi nutrisse in libertà come una pianta.
Quando uccidete un animale, ditegli nel vostro cuore: «Dallo stesso potere che ti abbat-te io pure sarò colpito e distrutto, poiché la legge che ti consegna nelle mie mani, conse-gnerà me in mani più potenti.
Il tuo sangue e il mio sangue non sono che la linfa che nutre l’albero del cielo».
E quando addentate una mela, ditele nel vostro cuore: «I tuoi semi vivranno nel mio corpo, e i tuoi germogli futuri sbocceranno nel mio cuore, la loro fragranza sarà il mio re-spiro, e insieme gioiremo in tutte le stagioni».
E quando in autunno raccogliete dalle vigne l’uva per il torchio, dite nel vostro cuore: «Io pure sarò vigna, e per il torchio sarà colto il mio frutto, e come vino nuovo sarò custo-dito in vasi eterni ».
E quando d’inverno mescete il vino, per ogni coppa intonate un canto nel vostro cuore, e fate in modo che vi sia in questo canto il ricordo dei giorni dell’autunno, della vigna e del torchio.
(K.
GIBRAN, Il Profeta).
Curare la vigna è come curare la vita Da ragazzo, all’età delle medie e delle superiori, ogni giorno per andare a scuola, al-l’andata come al ritorno, dovevo camminare mezz’ora tra le vigne, unica visione per i miei occhi sotto il cielo, unico scenario per i miei pensieri e le mie apprensioni scolastiche.
Cosi ho imparato a conoscerle, a osservare i loro cambiamenti, ad amarle.
La mia terra è tutta vigne, solo qua e là, ai bordi delle strade, un canneto che forniva i sostegni per le viti in quegli ordinati filari che segnavano i diversi anfiteatri collinari e sembravano sfidare la pendenza dei bricchi: filari disposti come oggetti preziosi in un’esposizione, ciascuno sco-stato dall’altro quel tanto necessario per essere visto e baciato dal sole.
D’inverno le vigne appaiono desolate, solo ceppi che con le loro torsioni sembrano ri-bellarsi all’ordine severo dei filari: le diresti morte, soprattutto quando lo scuro del vitigno si staglia sul bianco della neve, assecondando quel silenzio muto dell’inverno in cui persi-no il sole fatica a imporsi tra le nebbie del mattino.
Eppure, anche in questa stagione mor-ta, i contadini non cessano di visitare la vigna e si dedicano a quel lavoro sapiente di pota-tura che richiede un affinato discernimento.
Si tratta, infatti, di mondarla, tagliando alcuni tralci e lasciando quelli che promettono maggiore fecondità: sacrificarne alcuni, che magari tanto hanno già dato, per il bene della pianta intera, rinunciare a un tutto ipotetico per a-vere il meglio possibile.
Bisogna osservarli i vignaioli quando potano, mentre il freddo ar-rossa il naso e le guance; bisogna vedere come prendono in mano il tralcio, come i loro oc-chi scrutano e contano le gemme, come con le pinze danno un colpo secco che recide il tralcio con un suono che echeggia in tutta la vigna: un taglio che sembra un colpo di grazia spietato al culmine di una sentenza e che invece è colpo di grazia perché apre un futuro fe-condo.
E li, dove la ferita vitale ha colpito la vigna, proprio li, ai primi tepori, la vite «piange», versando lacrime da quel tralcio potato per un bene più grande.
Curare la vigna è come curare la vita, la propria vita, attraverso potature e anche pianti, in attesa della sta-gione della pienezza: per questo la potatura è un’operazione che il contadino fa quasi par-lando alla vite, come se le chiedesse di capire quel gesto che capire ancora non può.
(Enzo BIANCHI, Il pane di ieri, Torino, Einaudi, 2008, 53-54).
Senza di me non potete far nulla Il Signore prosegue: «Come il tralcio non può portare frutto da se stesso se non resta nella vite, così neppure voi se non rimanete in me» (Gv 15,4).
[…] Chi si illude di poter por-tare frutto da sé stesso, non è unito alla vite; e chi non è unito alla vite, non è in Cristo; e chi non è in Cristo non è cristiano.
Ecco in quale profondo abisso siete precipitati.
Ma con-siderate ancor più attentamente ciò che aggiunge e afferma la Verità: «Io sono la vite, voi i tralci.
Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto, perché senza di me non potete far nulla» (Gv 15,5).
Affinché nessuno pensi che il tralcio può produrre qualche piccolo frutto da se stesso, il Signore, dopo aver detto che chi rimane in lui produce «molto frutto», non dice: perché senza di me potete fare poco, ma: «senza di me non potete far nulla».
Tanto il poco che il molto, non si può comunque farlo senza di lui, poiché senza di lui non si può far nulla.
Anche quando il tralcio produce poco frutto, infatti, il viticoltore lo monda affin-ché produca di più; tuttavia se il tralcio non resterà unito alla vite e non trarrà alimento dalla radice, non potrà da se stesso produrre alcun frutto.
[…] «Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quello che volete e vi sarà fatto» (Gv 15,7).
Rimanendo in Cristo, che altro possono volere i cristiani se non ciò che è conforme a Cristo? Che altro possono volere rimanendo nel Salvatore, se non ciò che tende alla salvezza? […] Le parole del Signore rimangono in noi, quando facciamo tutto quanto egli ha ordinato e desideria-mo quanto ci ha promesso; quando invece le sue parole rimangono nella memoria, ma non si trovano realizzate nella vita, allora il tralcio non fa più parte della vite, perché non attin-ge vita dalla radice.
(AGOSTINO DI IPPONA, Commento al vangelo di Giovanni 81,2-4, NBA XXIV, pp.
1240-1244).
Solo Gesù può liberarmi totalmente Nel Nuovo Testamento la presenza di Gesù con le sue parole e i suoi gesti diviene una fonte inesauribile d’ispirazione per la preghiera: è Gesù che mi si accosta e m’interpella.
Gesù è il Buon Pastore alla ricerca della pecora smarrita, e io lo seguo.
Gesù è la vigna; Dio, il vignaiolo, mi monda dei rami malati perché io possa dare buoni frutti.
Alla moltiplicazione dei pani, è Gesù che m’invita a offrirgli la mia povertà – cinque pani e due pesci – perché egli se ne serva per compiere meraviglie.
Alla pesca miracolosa, è Gesù che mi chiede una fiducia assoluta nella sua parola più che nei miei mezzi umani.
In occasione di numerose guarigioni, Gesù mi rammenta che lui solo può liberarmi totalmente.
(Jean -Jacques Gareau).
Aumenta la nostra fede «Gli apostoli compresero talmente bene che tutto ciò che concerne la salvezza è un do-no elargito dal Signore che gli domandarono anche la fede: Aumenta la nostra fede (Lc 17,5).
Non avevano la presunzione che la pienezza della fede dipendesse dalla loro deci-sione, ma credevano di riceverla in dono da Dio.
Inoltre, lo stesso autore della salvezza degli uomini ci insegna che la nostra stessa fede è incostante, fragile e assolutamente insuf-ficiente se non è fortificata dall’aiuto di Dio, quando dice a Pietro: “Simone, Simone, ecco Satana ha chiesto di vagliarvi come grano, ma io ho pregato il Padre mio affinché non venga meno la tua fede (Lc 22,31-32).
Un altro, sentendo e, per così dire, vedendo dentro di sé la propria fede come sospinta dai flutti dell’incredulità verso gli scogli in un terribile naufragio, chiede al Signore stesso un aiuto alla propria fede; dice: “Signore, aiuta la mia mancanza di fede” (Mc 9,24).
I personaggi del vangelo e gli apostoli a tal punto dunque avevano compreso che tutte le cose buone si realizzano con l’aiuto del Signore e non spe-ravano di custodire integra la loro fede con le loro forze o con la libertà della loro volontà che chiedevano al Signore di aiutare la fede che avevano dentro di sé o di donarla loro.
E se la fede di Pietro aveva bisogno dell’aiuto del Signore per non venir meno, chi sarà così presuntuoso e cieco da credere di poterla custodire senza aver bisogno dell’aiuto quotidia-no del Signore? Tanto più che il Signore stesso nel vangelo dichiara apertamente questo, là dove dice: “Come il tralcio non può portare frutto se non resta unito alla vite, così nessuno può portare frutto se non rimane in me” (Gv 15,4); e ancora: “Senza di me non potete far nulla” (Gv 15,5).
Quanto sia insensato e sacrilego attribuire qualcosa delle nostre azioni al nostro impegno e non alla grazia di Dio e al suo aiuto, appare provato da una esplicita di-chiarazione del Signore; dice che nessuno, senza la sua ispirazione e il suo aiuto, può por-tare frutti spirituali.
Infatti: “Ogni buon regalo e ogni dono perfetto viene dall’alto e di-scende dal Padre della luce” (Gc 1,17).
(Giovanni Cassiano, Conferenze 3,16, SC 42, pp.
160-161).
Preghiera O Padre, celeste vignaiolo che hai piantato sulla nostra terra la tua vite scelta – il santo germoglio della stirpe di David – e compi il tuo lavoro in ogni stagione.
Fa’ che accettiamo le potature di primavera, anche se, teneri tralci, gemiamo trasudan-do lacrime sotto i colpi decisi delle tue cesoie.
Vieni pure a mondarci nel culmine della stagione estiva, perché i viticci superflui non sottraggano linfa vitale al grappolo che deve maturare.
Frutto della nostra vita sia l’amore, quel «più grande amore» che dal tuo cuore, attraverso il cuore di Cristo, con flusso inesauribile si riversa in noi.
E tutti gli uomini, fratelli nostri nel tuo nome, ne siano ricolmati, con spirito di dolcezza, di gioia e di pace.

“Il caso Galileo. Una rilettura storica, filosofica, teologica”

Il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano parteciperà all’inaugurazione del convegno internazionale di studi “Il caso Galileo.
Una rilettura storica, filosofica, teologica”, in programma a Firenze dal 26 al 30 maggio e organizzato dall’Istituto Stensen dei gesuiti di Firenze, diretto da Padre Ennio Brovedani sj, ideatore dell’iniziativa.    Il convegno verrà inaugurato martedì 26 maggio nella basilica di Santa Croce – mausoleo dei sommi italiani, dove si trova la tomba di Galileo – con le lectiones magistrales di Nicola Cabibbo (presidente della Pontificia Accademia delle Scienze) e Paolo Rossi (Professore emerito di Storia della Scienza dell’Università degli Studi di Firenze).
Oltre al Presidente della Repubblica, saranno presenti numerose autorità del mondo istituzionale italiano.
  “Ritengo che, visti gli ampi strumenti che verranno messi sul tavolo, il convegno potrebbe portare realmente ad una svolta storica della complessa questione galileiana, una delle più scottanti della storia – ha detto Paolo Rossi – Il convegno affronta, con un’ampiezza finora intentata, tutti i temi essenziali: la condanna della dottrina di Copernico nel 1616 e il processo a Galileo del 1633; la genesi del “caso Galilei” nell’Italia, Francia e Inghilterra del Seicento; la storia di quel caso prima nell’Illuminismo e poi nell’Ottocento (nell’età del positivismo e del Risorgimento) e infine nel Novecento, fino a questi nostri giorni”.
  “La partecipazione del Presidente della Repubblica – sottolinea P.
Brovedani  – rivela che il Quirinale ha colto non solo l’evidente valore culturale del Convegno, ma anche e soprattutto la sua alta valenza politica.
La memoria del passato e la corretta contestualizzazione della ‘vicenda galileiana’ contribuirà sicuramente a favorire le condizioni per un rapporto di collaborazione e serenità tra la Chiesa e le istituzioni di ricerca, soprattutto nella prospettiva delle complesse e, a volte,  inedite problematiche filosofiche ed etiche sollevate dalle prospettive della ricerca bio-tecno-scientifica contemporanea.”   Il convegno fiorentino ha ottenuto l’adesione e la partecipazione di 18 autorevoli Istituzioni, che si ritrovano per la prima volta insieme dopo 400 anni.
Queste istituzioni, rappresentative di importanti settori della vita culturale e scientifica, sono storicamente coinvolte in una vicenda e in un evento che hanno fortemente caratterizzato l’intelligenza e la creatività italiane, innescando tuttavia tensioni mai completamente risolte nei rapporti tra la Chiesa e diversi ambiti della produzione intellettuale.
  Al convegno interverranno i massimi esperti e studiosi mondiali del tema (teologi, storici, filosofi): tra gli altri, George Coyne, Evandro Agazzi, Nicola Cabibbo, Claus Arnold, Paolo Prodi, Adriano Prosperi, Annibale Fantoli, Jean-Robert Armogathe, Horst Bredekamp, Michele Ciliberto, Paolo Rossi e Paolo Galluzzi.
In allegato il programma

“Secondo le Scritture”.

“Per aprire i tesori della Scrittura al mondo di oggi e a tutti noi” di Benedetto XVI Cari fratelli e sorelle, il lavoro per il mio libro su Gesù offre ampiamente l’occasione per vedere tutto il bene che ci viene dall’esegesi moderna, ma anche per riconoscerne i problemi e i rischi.
La [costituzione conciliare] “Dei Verbum” 12 offre due indicazioni metodologiche per un adeguato lavoro esegetico.
In primo luogo, conferma la necessità dell’uso del metodo storico-critico, di cui descrive brevemente gli elementi essenziali.
Questa necessità è la conseguenza del principio cristiano formulato in Giovanni 1, 14: “Verbum caro factum est”.
Il fatto storico è una dimensione costitutiva della fede cristiana.
La storia della salvezza non è una mitologia, ma una vera storia ed è perciò da studiare con i metodi della seria ricerca storica.
Tuttavia, questa storia ha un’altra dimensione, quella dell’azione divina.
Di conseguenza la “Dei Verbum” parla di un secondo livello metodologico necessario per una interpretazione giusta delle parole, che sono nello stesso tempo parole umane e Parola divina.
Il Concilio dice, seguendo una regola fondamentale di ogni interpretazione di un testo letterario, che la Scrittura è da interpretare nello stesso spirito nel quale è stata scritta ed indica di conseguenza tre elementi metodologici fondamentali al fine di tener conto della dimensione divina, pneumatologica della Bibbia.
Si deve cioè: 1) interpretare il testo tenendo presente l’unità di tutta la Scrittura; questo oggi si chiama esegesi canonica; al tempo del Concilio questo termine non era stato ancora creato, ma il Concilio dice la stessa cosa: occorre tener presente l’unità di tutta la Scrittura; 2) si deve poi tener presente la viva tradizione di tutta la Chiesa, e finalmente 3) bisogna osservare l’analogia della fede.
Solo dove i due livelli metodologici, quello storico-critico e quello teologico, sono osservati, si può parlare di una esegesi teologica, di una esegesi adeguata a questo Libro.
Mentre circa il primo livello l’attuale esegesi accademica lavora ad un altissimo livello e ci dona realmente aiuto, la stessa cosa non si può dire circa l’altro livello.
Spesso questo secondo livello, il livello costituito dai tre elementi teologici indicati dalla “Dei Verbum”, appare quasi assente.
E questo ha conseguenze piuttosto gravi.
La prima conseguenza dell’assenza di questo secondo livello metodologico è che la Bibbia diventa un libro solo del passato.
Si possono trarre da esso conseguenze morali, si può imparare la storia, ma il Libro come tale parla solo del passato e l’esegesi non è più realmente teologica, ma diventa pura storiografia, storia della letteratura.
Questa è la prima conseguenza: la Bibbia resta nel passato, parla solo del passato.
C’è anche una seconda conseguenza ancora più grave: dove scompare l’ermeneutica della fede indicata dalla “Dei Verbum”, appare necessariamente un altro tipo di ermeneutica, un’ermeneutica secolarizzata, positivista, la cui chiave fondamentale è la convinzione che il Divino non appare nella storia umana.
Secondo tale ermeneutica, quando sembra che vi sia un elemento divino, si deve spiegare da dove viene tale impressione e ridurre tutto all’elemento umano.
Di conseguenza, si propongono interpretazioni che negano la storicità degli elementi divini.
Oggi il cosiddetto “mainstream” dell’esegesi in Germania nega, per esempio, che il Signore abbia istituito la Santa Eucaristia e dice che la salma di Gesù sarebbe rimasta nella tomba.
La Resurrezione non sarebbe un avvenimento storico, ma una visione teologica.
Questo avviene perché manca un’ermeneutica della fede: si afferma allora un’ermeneutica filosofica profana, che nega la possibilità dell’ingresso e della presenza reale del Divino nella storia.
La conseguenza dell’assenza del secondo livello metodologico è che si è creato un profondo fossato tra esegesi scientifica e “Lectio divina”.
Proprio di qui scaturisce a volte una forma di perplessità anche nella preparazione delle omelie.
Dove l’esegesi non è teologia, la Scrittura non può essere l’anima della teologia e, viceversa, dove la teologia non è essenzialmente interpretazione della Scrittura nella Chiesa, questa teologia non ha più fondamento.
Perciò per la vita e per la missione della Chiesa, per il futuro della fede, è assolutamente necessario superare questo dualismo tra esegesi e teologia.
La teologia biblica e la teologia sistematica sono due dimensioni di un’unica realtà, che chiamiamo teologia.
Di conseguenza, mi sembra auspicabile che in una delle proposizioni [del sinodo] si parli della necessità di tener presenti nell’esegesi i due livelli metodologici indicati dalla “Dei Verbum” 12, dove si parla della necessità di sviluppare una esegesi non solo storica, ma anche teologica.
Sarà quindi necessario allargare la formazione dei futuri esegeti in questo senso, per aprire realmente i tesori della Scrittura al mondo di oggi e a tutti noi.
 Il 23 aprile 2009 Benedetto XVI ha incontrato la pontificia commissione biblica, riunita per preparare un documento su “Ispirazione e verità nella Bibbia”.
E nell’occasione ha tracciato le linee maestre per la lettura della Sacra Scrittura “nel contesto della tradizione vivente di tutta la Chiesa”.
Il testo integrale del discorso è nel sito del Vaticano: > “La Scrittura si comprende all’interno della Chiesa” Tra pochi giorni il quotidiano “la Repubblica” e il settimanale “L’espresso” offriranno al pubblico italiano, in centinaia di migliaia di copie e a un prezzo di favore, l’intera Bibbia cristiana, nella nuova traduzione curata dalla conferenza episcopale, con un ampio corredo di note e illustrata con i capolavori dell’arte di tutti i tempi.
L’opera sarà in tre volumi: il primo con il Pentateuco e i libri storici; il secondo con i libri sapienziali e i profeti; il terzo con i Vangeli, gli Atti degli Apostoli, le lettere e l’Apocalisse.
L’iniziativa è tanto più sigjnificativa in quanto “la Repubblica” e “L’espresso” sono testate leader dell’opinione laica in Italia, spesso critiche nei confronti della Chiesa cattolica e della stessa fede cristiana.
Ma questo non toglie che, nell’offrire al pubblico i tre volumi, i due giornali presentino la Bibbia come “un libro da avere, da leggere e da vivere”, con in più la “garanzia di autorevolezza” della traduzione ufficiale della Chiesa.
I tre volumi sono introdotti dal cardinale Angelo Bagnasco, arcivescovo di Genova e presidente della CEI, e da Giuseppe Betori, arcivescovo di Firenze e coordinatore dell’impresa della nuova traduzione, durata quasi vent’anni ad opera di insigni studiosi.
Nel risvolto di copertina è citata la celebre frase di san Gregorio Magno: “Le divine parole crescono con chi le legge”.
Qui di seguito, ecco l’articolo con cui “L’espresso” presenta la Bibbia ai suoi lettori e suggerisce come leggerla a chi l’accosta per la prima volta.
Non tutta di seguito ma cominciando dalla Genesi, poi passando subito al Nuovo Testamento con il Vangelo di Marco, poi tornando all’Antico con il libro di Giona, poi…
Questa guida alla lettura è naturalmente opinabile, ma riflette lo stile con cui la Chiesa legge le Scritture nelle sue liturgie.
Subito dopo, in questa stessa pagina, è riportato l’intervento di Benedetto XVI al sinodo dei vescovi su “La Parola di Dio nella vita e nella missione della Chiesa”, la mattina di martedì 14 ottobre 2008.
In quell’occasione papa Joseph Ratzinger, parlando a braccio, spiegò come lui desidera che le Sacre Scritture siano lette, per gustarne il senso autentico e pieno, in un’epoca in cui “si propongono interpretazioni che negano la presenza reale di Dio nella storia”.
”Le divine parole crescono con chi le legge” Per Marc Chagall la Bibbia era l’alfabeto di colori a cui ha attinto tutta l’arte occidentale.
Verissimo.
Secolo dopo secolo, la fortuna artistica delle Sacre Scritture è stata così smisurata che oggi sono molti di più quelli che hanno appreso la storia sacra dalla pittura, dalla scultura, dall’architettura, di quelli che ne hanno letto il testo.
La Bibbia è il libro più venduto al mondo.
Ma che l’abbiano letta per intero sono pochi.
Paul Claudel, poeta francese convertito, diceva che “i cattolici mostrano un così grande rispetto per la Bibbia che se ne stanno il più lontano possibile”.
Errore imperdonabile.
Perché se è vero che Raffaello insegna tante cose, è ancor più vero che le stanze vaticane da lui affrescate restano indecifrabili se non si conosce la trama biblica che le sostanzia, se non si vede ad esempio che i filosofi della “Scuola di Atene” sono in cammino verso la liturgia celeste e terrena della “Disputa del Santissimo Sacramento” dipinta sulla parete di fronte.
La Bibbia è il “grande codice” della cultura occidentale.
Su questo i maggiori critici letterari sono ormai concordi.
Erich Auerbach, in un capitolo memorabile di “Mimesis”, mostrò che la Genesi e i Vangeli, ancor più dell’Odissea di Omero, sono la matrice del realismo della letteratura moderna: “Fu la storia di Cristo, con la sua spregiudicata mescolanza di realtà quotidiana e d’altissima e sublime tragedia, a sopraffare le antiche leggi stilistiche”.
Certo, pochi sanno leggere la Bibbia nel testo originale, ebraico per l’Antico Testamento e greco per il Nuovo.
Ma ora che la conferenza episcopale italiana ha sfornato dopo quasi vent’anni di lavoro da parte di biblisti e letterati la più accurata traduzione italiana della Bibbia di sempre, un motivo in più per leggerla c’è.
Questa nuova traduzione della Bibbia, che “L’espresso” e “la Repubblica” propongono ai loro lettori, è la stessa che si legge ogni domenica a messa.
È fatta quindi anche per essere proclamata, cantata, musicata, illustrata: come la Vulgata di san Girolamo, l’antica traduzione latina delle Scritture che per secoli ha fatto tutt’uno con la grande arte occidentale e, nello stesso tempo, con la vita e il linguaggio quotidiani di miriadi di uomini e donne.
Ma attenzione, la Bibbia cristiana può punire chi vi si avventura alla cieca.
È un libro specialissimo, anzi, un insieme di libri, settantatre in tutto, prodotti in un migliaio d’anni e ripartiti in due grandi collezioni, l’Antico e il Nuovo Testamento, che è vietatissimo separare, pena il non capire più nulla.
La messa insegna.
Non vi si legge mai una pagina del Vangelo senza che prima non si legga una pagina dell’Antico Testamento che l’anticipa “in figura”.
Gesù è incomprensibile senza i profeti.
Se è risorto dai morti, come i Vangeli attestano e il “Credo” proclama, ciò è accaduto “secondo le Scritture”.
Se dal fianco squarciato di Gesù zampillano sangue ed acqua, con Maria e Giovanni ai piedi della croce, è impossibile non pensare al secondo capitolo della Genesi, ad Adamo dormiente dal cui fianco Dio trae Eva, la madre dei viventi.
La croce è il nuovo albero della vita del paradiso, come la magnifica croce fiorita del mosaico della basilica romana di San Clemente.
È la sorgente della Chiesa, è l’inizio della nuova creazione.
Dell’Antico Testamento, per cominciare, si legga la Genesi.
Non ci si stupisca se i racconti della creazione non sono uno ma due, l’uno di seguito all’altro e così diversi di stile e di contenuto.
La Bibbia non vuole dire come il mondo è nato, ma perché.
E anche perché, in un mondo che pure è benedetto da Dio come “buono”, si sprigiona tanto male, non per destino ma per libera scelta volontaria, travolgendo con l’uomo anche la natura.
Da Caino a Lamech, dalla torre di Babele al diluvio, la malvagità invade la terra.
Ma c’è Noè il giusto, nell’arca salvata dalle acque.
Poi c’è la chiamata di un altro giusto, Abramo.
E c’è una giustizia anche al di là del popolo eletto, nel misterioso Melchisedech “senza padre, senza madre, senza genealogia”, come scriverà nel Nuovo Testamento l’autore della lettera agli Ebrei.
E c’è Dio che visita Abramo nella persona dei tre ospiti anonimi che Rublev nel XV secolo dipingerà come icona della Trinità.
E ancora Dio che lotta con Giacobbe sulle rive del torrente Yabbok.
Dio? La Bibbia non lo scrive.
Lo fa intuire.
Forse.
In questo la Bibbia è davvero modernissima.
Non dice mai tutto.
Anzi.
Obbliga il lettore a entrare nella trama e a decidere.
“Le divine parole crescono con chi le legge”, disse papa Gregorio Magno in un’omelia su Ezechiele profeta.
È come se le Scritture dormano, prima che il lettore arrivi a destarle dal sonno.
Sono state scritte così, piene di enigmi, ellissi, salti, penombre.
E l’esegesi rabbinica è così da sempre: il “midrash” è un inesauribile accumulo di letture e riletture, rimontaggi e reinterpretazioni, realtà e visione.
Un dipinto di Chagall ne è illustrazione perfetta.
E così la liturgia cristiana: lì la Parola di Dio non è una lettura libresca, ma diventa realtà vivente nei simboli sacramentali.
Il Verbo di Dio prende corpo e sangue.
C’è un’antifona, nella messa dell’Epifania secondo il rito ambrosiano che si celebra a Milano, che è un inno alla creatività, nell’accostare la Bibbia.
Essa canta: “Oggi al celeste Sposo s’è congiunta la Chiesa, poiché nel Giordano egli ha lavato i suoi peccati.
Accorrono i Magi con doni alle nozze regali e s’allietano i convitati dell’acqua mutata in vino.
Alleluia!”.
Qui i rimandi ai Vangeli sono almeno tre: alla visita dei Magi con i doni al Bambino, al battesimo di Gesù adulto nel Giordano, al miracolo delle nozze di Cana.
Ma l’ordine cronologico è del tutto saltato e la narrazione è stata scomposta e ricomposta.
Le nozze diventano quelle tra Gesù e la Chiesa, le acque battesimali purificano la sposa, i Magi portano i doni alla festa e gli invitati si comunicano bevendo il miracoloso vino procurato dallo stesso Gesù, qui ed ora.
Letta la Genesi, si salti al Nuovo Testamento e si legga Marco, il più antico, il più breve e il più folgorante dei quattro Vangeli.
Tutto imperniato sul “segreto messianico” come trama narrativa, un segreto che fa balenare solo a tratti, dalla penombra, la vera identità di Gesù, e solo alla fine la svela con le parole del centurione romano davanti alla croce: “Davvero quest’uomo era Figlio di Dio!”.
Altro elemento modernissimo del Vangelo di Marco è il suo finale tronco, in sospeso.
A riconoscere Gesù nella fede è stato un ufficiale pagano, i discepoli sono tutti fuggiti, e le donne che vedono la tomba vuota non dicono niente a nessuno “perché impaurite”.
Punto.
Col leggere un simile finale, come sfuggire dal prendere posizione? Come resistere dall’entrare in scena anche noi? Dispiace che della “Marcus-Passion” di Johann Sebastian Bach sia andata perduta la musica, visti quei capolavori sublimi che egli ha tratto dalla più solenne, ieratica, passione di Matteo, e da quella mistica di Giovanni.
E poi di nuovo si torni all’Antico Testamento.
Si legga il brevissimo libro di Giona, il profeta mandato da Dio a convertire e perdonare la Ninive pagana, ingoiato dal pesce e vomitato vivo il terzo giorno, scintillante racconto tutto intessuto di fine ironia: e allora si capirà perché Gesù si sia identificato nel “segno di Giona” e perché Michelangelo abbia dipinto proprio questo profeta, in forme grandiose, alla sommità della parete d’altare della Cappella Sistina, tra la Creazione e il Giudizio, tra l’inizio e la fine dei tempi.
E poi si legga il libro di Giobbe, grande teologia e poesia altissima.
E il Cantico dei Cantici, incantevole carme d’amore.
E poi di nuovo si apra il Nuovo Testamento, col dittico del Vangelo di Luca e degli Atti degli Apostoli, con le avventure di Paolo che fa naufragio a Malta e infine arriva a Roma.
Non diremo mai più che la Bibbia è noiosa.
Da “L’espresso” n.
18 del 2009