Tutto il processo a Galileo

L’opera – osserva monsignor Pagano – per vari motivi fu parziale e lacunosa.
Seguirono edizioni analoghe curate nello stesso anno a Stoccarda da Karl von Gebler e un anno dopo da Domenico Berti.
Solo nel 1909 Antonio Favaro, nel xix volume dell’edizione nazionale delle Opere di Galileo (1888-1909), compiva un deciso passo avanti.
Si deve poi effettuare un ben più ampio balzo temporale fino al 1984, quando lo stesso Sergio Pagano, per volere di Giovanni Paolo ii pubblica una nuova edizione dei documenti del processo allo scienziato pisano.
“La brevità dei tempi allora – ricorda monsignor Pagano – mi costrinse a giornate di lavoro molto intenso e il risultato mi soddisfece solo in parte.
Per questo come ho potuto, mi sono dedicato alla presente nuova edizione di 550 pagine e 1300 note.
E ho piacere che il volume – che uscirà per la fine di giugno – veda la luce proprio ora: è il contributo umile e silenzioso dell’Archivio Segreto alla celebrazione dell’Anno Internazionale dell’Astronomia”.
Dal 1984 a oggi – osserva monsignor Pagano – molti studi relativi a questa celebre vicenda sono apparsi in veste di monografie e di saggi su riviste storiche; ma soprattutto dal 22 gennaio 1998: quando sono stati ufficialmente aperti agli studiosi gli archivi del Sant’Officio e quello della Congregazione dell’Indice, entrambi conservati nell’Archivio storico della Congregazione per la Dottrina della Fede.
Quest’ultimo evento ha avuto una rilevanza notevole e ha stimolato nuove indagini e approfondimenti non solo sugli atti superstiti della vicenda giudiziaria in questione, ma anche sul funzionamento della stessa Inquisizione Romana e sui personaggi che ne furono guida o membri lungo i secoli.
Rispetto alle edizioni precedenti degli atti processuali galileiani le novità più rilevanti odierne sono determinate dalla maggiore conoscenza dei personaggi implicati nel procedimento, tutti precisati nelle note, compresi moltissimi inquisitori; dai documenti presentati nella loro genuinità – originali, copie, sunti, note d’ufficio – con rigorose note archivistiche; dal panorama, come si è detto, delle fonti “vaticane” riguardanti il processo allo scienziato pisano e cioè l’Archivio storico della Congregazione per la Dottrina della Fede, l’Archivio Segreto Vaticano, la Biblioteca Apostolica Vaticana.
La nuova edizione comprende naturalmente tutte le carte già note e almeno una ventina di nuovi documenti reperiti nell’Archivio del Santo Officio dopo il 1991 da alcuni ricercatori: in particolare Ugo Baldini e Leen Spruit.
La nuova edizione annota criticamente i vari documenti dei quali propone una edizione fedele agli originali che – come sottolinea monsignor Pagano – sono stati letti di nuovo, riga per riga.
L’edizione dei documenti è preceduta da una ampia introduzione storica alle vicende che gradualmente portarono all’istruzione e allo svolgimento del processo, a partire dalle denunce del domenicano Tommaso Caccini, dal 1616 al 1633 e fino al 1741, quando, sotto il pontificato di Papa Benedetto xiv, fu permessa la costruzione del mausoleo nella basilica di Santa Croce di Firenze (di fronte alla tomba di Michelangelo) e fu consentita la pubblicazione a Padova dell’opera galileiana ferme restando le censure del Sant’Uffizio.
Il 31 ottobre 1992, nel rivolgersi ai membri della Pontificia Accademia delle Scienze Giovanni Paolo ii diceva a proposito del processo: “Come la maggior parte dei suoi avversari Galileo non fa distinzione tra quello che è l’approccio scientifico ai fenomeni naturali e la riflessione sulla natura, di ordine filosofico, che esso generalmente richiama.
È per questo che egli rifiutò il suggerimento che gli era stato dato di presentare come un’ipotesi il sistema di Copernico, fin tanto che esso non fosse confermato da prove irrefutabili.
Era quella peraltro, un’esigenza del metodo sperimentale di cui egli fu il geniale iniziatore (…) Il problema che si posero dunque i teologi dell’epoca era quello della compatibilità dell’eliocentrismo e della Scrittura.
Così la scienza nuova, con i suoi metodi e la libertà di ricerca che essi suppongono, costringeva i teologi a interrogarsi sui loro criteri di interpretazione della Scrittura.
La maggior parte non seppe farlo.
Paradossalmente, Galileo, sincero credente, si mostrò su questo punto più perspicace dei suoi avversari teologi”.
Anche a giudizio di monsignor Pagano l’atteggiamento dei teologi avrebbe potuto essere più comprensivo ed elastico.
Fermo restando che i tempi storici non erano maturi per recepire gli studi scientifici del grande studioso pisano è innegabile che in questa vicenda siano stati commessi diversi errori; anche da parte dello stesso Galileo, dice il prefetto dell’Archivio Segreto Vaticano.
In una cultura dominata dalla visione tolemaica l’irruzione del sistema copernicano che veniva a contraddire sistematicamente la Scrittura – allora letta senza interpretazioni – richiedeva da parte dello studioso un atteggiamento meno apodittico quale traspariva da il Dialogo sopra i massimi sistemi.
Al tempo stesso non si può negare la ferma e risoluta decisione di Urbano viii a volere il processo e la condanna affidando le carte e gli studi di Galileo al vaglio di studiosi prevenuti e non sempre all’altezza.
Tra i gesuiti – che rimasero fuori dal procedimento – infatti non sarebbero mancati atteggiamenti disposti a essere più indulgenti con gli studi del pisano che invece, come recitava la sentenza: essendosi egli reso “veementemente sospetto d’eresia” era incorso nelle censure e nelle pene previste.
Queste consistettero, com’è noto, nel domicilio coatto e in una vita di preghiere e penitenze.
Prima per pochi giorni a Villa Medici a Roma, poi a Siena e infine ad Arcetri, dove Galileo sarebbe morto nel 1642.
(©L’Osservatore Romano – 29 maggio 2009) Come e perché fu processato e condannato Galileo? Da oltre centotrent’anni gli studiosi si sono dedicati a rispondere a questa domanda.
Sopraggiunge oggi un contributo decisivo con la nuova edizione accresciuta, rivista e annotata dal prefetto dell’Archivio Segreto Vaticano, il vescovo Sergio Pagano, del volume I documenti vaticani del processo di Galileo Galilei (Città del Vaticano, Archivio Segreto Vaticano, 2009, pagine 550, 16 tavole fuori testo, “Collectanea Archivi Vaticani”, 69).
Ne parliamo con il curatore che ci ricorda come fin dal 1877 si ebbe la prima edizione parigina del cosiddetto “codice vaticano” del processo a Galileo a opera di Henri de L’Épinois, uno studioso laico che ebbe il permesso sotto il pontificato di Pio ix – era Archivista e Bibliotecario di Santa Romana Chiesa il cardinale Jean-Baptiste Pitra – di visionare le carte del processo.

autoaggiornamento e formazione der i docenti

Ai molti lettori che lo stanno chiedendo, Tuttoscuola conferma che è stata prorogata anche a quest’anno la detraibilità dalle imposte sul reddito delle persone fisiche, delle spese sostenute dai docenti delle scuole di ogni ordine e grado, anche non di ruolo con incarico annuale, a fini di autoaggiornamento e formazione.
La misura della detraibilità è del 19% fino ad un massimo di 500 euro spesi e documentati (quindi la detraibilità massima è di 95 euro).
Il riferimento normativo è quello della Legge 22 dicembre 2008, n.
203 – Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato (legge finanziaria 2009) – art.
2 (il cui titolo è “Proroghe fiscali, misure per l’agricoltura e per l’autotrasporto, gestioni previdenziali, risorse destinate ai rinnovi contrattuali e ai miglioramenti retributivi per il personale statale in regime di diritto pubblico, ammortizzatori sociali e patto di stabilità interno”).
Al comma 5 di questo articolo, si legge testualmente: “Per l’anno 2009, ai docenti delle scuole di ogni ordine e grado, anche non di ruolo con incarico annuale, ai fini dell’imposta sul reddito delle persone fisiche, spetta una detrazione dall’imposta lorda e fino a capienza della stessa nella misura del 19 per cento delle spese documentate sostenute ed effettivamente rimaste a carico, fino ad un importo massimo delle stesse di 500 euro, per l’autoaggiornamento e per la formazione”.
I lettori di Tuttoscuola sanno che le spese di abbonamento alla rivista o al sito appartengono alla categoria oggetto della detraibilità, ma materialmente come devono fare? Lo scorso 21 aprile l’Agenzia delle Entrate, ha diffuso una Circolare con cui spiega come fare per accedere alle agevolazioni fiscali per i docenti previste dalla Finanziaria del 2008 (ed è del tutto verosimile che la procedura si applichi anche quest’anno).
Il punto 3 della Circolare si intitola “Documentazione per la richiesta della detrazione per l’autoaggiornamento e per la formazione dei docenti” e consta di una domanda e di una risposta.
La domanda è: “Con riferimento alla detrazione per l’autoaggiornamento e per la formazione dei docenti delle scuole di ogni ordine e grado anche non di ruolo con incarico annuale, tenuto conto che il Caf non è in grado di sapere se una determinata spesa è finalizzata all’autoaggiornamento o alla formazione, si chiede se è possibile attribuire la detrazione previa autocertificazione del contribuente che oltre ad indicare lo status di docente dichiarerà la finalità dell’acquisto”.
La risposta è “L’articolo 1, comma 207, della legge 24 dicembre 2007, n.
244, ha previsto che, per l’anno 2008, i docenti delle scuole di ogni ordine e grado, anche non di ruolo con incarico annuale, possono detrarre dall’imposta sul reddito delle persone fisiche, fino a capienza dell’imposta lorda, un importo pari al 19 per cento delle spese documentate sostenute ed effettivamente rimaste a carico, per l’autoaggiornamento e la formazione.
La detrazione spetta fino a un importo massimo di spesa di 500 euro.
La norma non definisce il significato di autoaggiornamento e formazione.
Al riguardo, si ritiene che diano diritto alla detrazione le spese relative a beni e servizi che secondo l’accezione comune favoriscono lo sviluppo della professionalità del docente, quali libri, riviste, software didattici, corsi di aggiornamento e seminari.
La riferibilità alla professione svolta dei beni e dei servizi acquistati e la qualità di docente di ruolo o di docente con incarico annuale devono essere oggetto di dichiarazione da parte del contribuente.
Le spese sostenute devono essere documentate con fattura o ricevuta fiscale dalle quali risulti la tipologia del servizio o del bene acquistato”.
tuttoscuola.com Il riferimento normativo è quello della Legge 22 dicembre 2008, n.
203 – Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato (legge finanziaria 2009) – art.
2 (il cui titolo è “Proroghe fiscali, misure per l’agricoltura e per l’autotrasporto, gestioni previdenziali, risorse destinate ai rinnovi contrattuali e ai miglioramenti retributivi per il personale statale in regime di diritto pubblico, ammortizzatori sociali e patto di stabilità interno”).
Al comma 5 di questo articolo, si legge testualmente: “Per l’anno 2009, ai docenti delle scuole di ogni ordine e grado, anche non di ruolo con incarico annuale, ai fini dell’imposta sul reddito delle persone fisiche, spetta una detrazione dall’imposta lorda e fino a capienza della stessa nella misura del 19 per cento delle spese documentate sostenute ed effettivamente rimaste a carico, fino ad un importo massimo delle stesse di 500 euro, per l’autoaggiornamento e per la formazione”.
I lettori di Tuttoscuola sanno che le spese di abbonamento alla rivista o al sito appartengono alla categoria oggetto della detraibilità, ma materialmente come devono fare? Lo scorso 21 aprile l’Agenzia delle Entrate, ha diffuso una Circolare con cui spiega come fare per accedere alle agevolazioni fiscali per i docenti previste dalla Finanziaria del 2008 (ed è del tutto verosimile che la procedura si applichi anche quest’anno).
Il punto 3 della Circolare si intitola “Documentazione per la richiesta della detrazione per l’autoaggiornamento e per la formazione dei docenti” e consta di una domanda e di una risposta.
La domanda è: “Con riferimento alla detrazione per l’autoaggiornamento e per la formazione dei docenti delle scuole di ogni ordine e grado anche non di ruolo con incarico annuale, tenuto conto che il Caf non è in grado di sapere se una determinata spesa è finalizzata all’autoaggiornamento o alla formazione, si chiede se è possibile attribuire la detrazione previa autocertificazione del contribuente che oltre ad indicare lo status di docente dichiarerà la finalità dell’acquisto”.
La risposta è “L’articolo 1, comma 207, della legge 24 dicembre 2007, n.
244, ha previsto che, per l’anno 2008, i docenti delle scuole di ogni ordine e grado, anche non di ruolo con incarico annuale, possono detrarre dall’imposta sul reddito delle persone fisiche, fino a capienza dell’imposta lorda, un importo pari al 19 per cento delle spese documentate sostenute ed effettivamente rimaste a carico, per l’autoaggiornamento e la formazione.
La detrazione spetta fino a un importo massimo di spesa di 500 euro.
La norma non definisce il significato di autoaggiornamento e formazione.
Al riguardo, si ritiene che diano diritto alla detrazione le spese relative a beni e servizi che secondo l’accezione comune favoriscono lo sviluppo della professionalità del docente, quali libri, riviste, software didattici, corsi di aggiornamento e seminari.
La riferibilità alla professione svolta dei beni e dei servizi acquistati e la qualità di docente di ruolo o di docente con incarico annuale devono essere oggetto di dichiarazione da parte del contribuente.
Le spese sostenute devono essere documentate con fattura o ricevuta fiscale dalle quali risulti la tipologia del servizio o del bene acquistato”.
tuttoscuola.com

Domenica di Pantecoste anno B

La Pentecoste La struttura dell’icona ricorda l’Ultima Cena: allora gli apostoli si stringevano intorno a Gesù per accogliere il suo testamento, ora si raccolgono intorno a Maria per perseverare nella preghiera, in attesa dello Spirito Paraclito.
La scena si svolge nella stessa stanza che vide Cristo istituire l’Eucaristia, la «camera alta» di Sion.
La comunione di quanti credono in Cristo è custodita dalla sollecita premura di Maria, beata perché per prima ha creduto all’adempimento della parola del Signore (cf Lc 1, 45).
La Madre di Dio e degli uomini, che ha conosciuto la potenza dello Spirito nell’Annunciazione, rassicura gli apostoli turbati per il forte vento che si abbatte gagliardo e che riempie tutta la casa dove si trovano.
Le lingue di fuoco che appaiono, che si dividono e che si posano su ciascuno di loro non provocano nessun incendio, ma illuminano le loro menti e accendono nei loro cuori il fuoco dell’Amore.
In questa Chiesa nascente, lo Spirito Santo riveste di forza gli apostoli, ricorda loro tutte le parole di Cristo e li rende testimoni del Vangelo sino agli estremi confini della terra.
Maria, nuovamente visitata dalla fecondità dello Spirito Santo, diviene Madre della Chiesa, rifugio mirabile dei discepoli che invocano la sua materna protezione.
Vieni Spirito Santo.
Vento impetuoso, fuoco che divora, ma anche brezza leggera, scintilla di luce.
Vieni in me.
Parola potente, ma anche lieve sussurro.
Vieni in me.
Fresca cascata, ma anche rivolo d’acqua che estingue l’arsura…
Dammi occhi nuovi, dammi ali di libertà, dammi trasparenza di vita, dammi tenerezza e audacia e attenderò con te, nella speranza, il nuovo Giorno.
(Domenica GHIDOTTI, Icone per pregare.
40 immagini di un’iconografa, Milano, Ancora, 2003, 54-55).
Aprirci al “di più” Il dono che il Signore vuol farci e che da sempre ci ha fatto con il suo Spirito è di capire che l’uomo si realizza andando oltre se stesso, che si realizza donandosi.
Dio non esiste se non nella relazione di donazione del Padre al Figlio, e non è pensabile al di fuori dello Spirito che è effervescenza continua di amore.
Egli è fuoco che brucia sen-za consumare, è al di là del mistero stesso del fuoco, pur essendo fuoco.
(Carlo Maria MARTINI, Incontro al Signore risorto, San Paolo, Cinisello Balsamo, 2009, 54).
Sii un vero amico Le vere amicizie sono durature perché il vero amore è eterno.
L’amicizia nella quale il cuore parla al cuore è un dono di Dio, e nessun dono che viene da Dio è temporaneo od occasionale.
Tutto ciò che viene da Dio partecipa della vita eterna di Dio.
L’amore tra le persone, quando è dato da Dio, è più forte della morte.
In questo senso la vera amicizia continua al di là dei confini della morte.
Quando hai amato profondamente, quell’amore può crescere anche più forte dopo la morte della persona che ami.
È questo il centro del messaggio di Gesù.
Quando Gesù è morto, l’amicizia dei discepoli con lui non è scemata.
Al contrario, è cresciuta.
È questo il significato dell’invio dello Spirito.
Lo Spirito di Gesù ha reso duratura l’ami-cizia di Gesù con i suoi discepoli, più forte e più intima di prima della sua morte.
È questo che Paolo ha sperimentato quando diceva: «Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me» (Gal 2,20).
Devi avere fiducia che ogni vera amicizia non ha fine, che esiste una comunione dei santi tra tutti coloro, viventi o defunti, che hanno veramente amato Dio e si sono amati l’un l’altro.
Sai dall’esperienza quanto questo sia reale.
Coloro che hai amato profondamen-te e che sono morti continuano a vivere in te, non solo come ricordi, ma come presenze re-ali.
Osa amare ed essere un vero amico.
L’amore che dai e ricevi è una realtà che ti condur-rà sempre più vicino a Dio e a coloro che Dio ti ha dato da amare.
(H.J.M.
NOUWEN, La voce dell’amore, Brescia, Queriniana, 2005, 111-112).
“Noi abbiamo suonato il flauto e voi non avete danzato” E’ il 14 luglio.
Tutti si apprestano a danzare.
Dappertutto il mondo, dopo anni dopo mesi, danza.
Ondate di guerra, ondate di ballo.
C’è proprio molto rumore.
La gente seria è a letto.
I religiosi dicono il mattutino di sant’Enrico, re.
Ed io, penso all’altro re.
Al re David che danzava davanti all’Arca.
Perché se ci sono molti santi che non amano danzare, ce ne sono molti altri che hanno avuto bisogno di danzare, tanto erano felici di vivere: Santa Teresa con le sue nacchere, San Giovanni della Croce con un Bambino Gesù tra le braccia, e san Francesco, davanti al papa.
Se noi fossimo contenti di te, Signore, non potremmo resistere a questo bisogno di danzare che irrompe nel mondo, e indovineremmo facilmente quale danza ti piace farci danzare facendo i passi che la tua Provvidenza ha segnato.
Perché io penso che tu forse ne abbia abbastanza della gente che, sempre, parla di servirti col piglio da condottiero, di conoscerti con aria da professore, di raggiungerti con regole sportive, di amarti come si ama in un matrimonio invecchiato.
Un giorno in cui avevi un po’ voglia d’altro hai inventato san Francesco, e ne hai fatto il tuo giullare.
Lascia che noi inventiamo qualcosa per essere gente allegra che danza la propria vita con te.
(…) Per essere un buon danzatore, con Te come con tutti, non occorre sapere dove la danza conduce.
Basta seguire, essere gioioso, essere leggero, e soprattutto non essere rigido.
Non occorre chiederti spiegazioni sui passi che ti piace fare.
Bisogna essere come un prolungamento, vivo ed agile, di te.
E ricevere da te la trasmissione del ritmo che l’orchestra scandisce.
(…) Ma noi dimentichiamo la musica del tuo Spirito, e facciamo della nostra vita un esercizio di ginnastica; dimentichiamo che fra le tue braccia la vita è danza, che la tua Santa Volontà è di una inconcepibile fantasia, e che non c’è monotonia e noia se non per le anime vecchie, che fanno tappezzeria nel ballo gioioso del tuo amore.
Signore, vieni a invitarci.
(…) Se certe arie sono spesso in minore, non ti diremo che sono tristi; se altre ci fanno un poco ansimare, non ti diremo che sono logoranti.
E se qualcuno ci urta, la prenderemo in ridere; sapendo bene che questo capita sempre quando si danza.
Signore, insegnaci il posto che tiene, nel romanzo eterno avviato fra te e noi, il ballo singolare della nostra obbedienza.
Rivelaci la grande orchestra dei tuoi disegni; in essa quel che tu permetti da suoni strani nella serenità di quel che tu vuoi.
Insegnaci a indossare ogni giorno la nostra condizione umana come un vestito da ballo che ci farà amare da te, tutti i suoi dettagli come indispensabili gioielli.
Facci vivere la nostra vita, non come un gioco di scacchi dove tutto è calcolato, non come un match dove tutto è difficile, non come un teorema rompicapo, ma come una festa senza fine in cui l’incontro con te si rinnova, come un ballo, come una danza, fra le braccia della tua grazia, nella musica universale dell’amore.
Signore, vieni a invitarci.
(MADELEINE DELBRÉL, La danza dell’obbedienza, in Noi delle strade, Torino, Gribaudi, 1988, 86-89.
Lo Spirito del Signore ha riempito l’universo La solennità di questo giorno ci riempie di gioia non soltanto perché riconosciamo la sua importanza, ma anche perché assaporiamo la sua dolcezza.
Ciò che essa fa risaltare è l’amore.
Ora, non vi è nel linguaggio umano una parola più dolce a udirsi, un sentimento più delizioso da coltivare.
Quest’amore non è altro che la bontà di Dio, la sua benevolenza, il suo amore.
O piuttosto, Dio in persona è la bontà, la benevolenza, l’amore.
E questa bon-tà si identifica al suo Spirito, che è esso stesso Dio.
[…] E secondo il disegno di Dio, in prin-cipio, lo Spirito di Dio ha riempito l’universo, «dispiegando la sua forza da un confine al-l’altro del mondo e governando ogni cosa con dolcezza» (Sap 8,1).
Ma per quanto riguarda la sua opera di santificazione, è a partire da questo giorno di Pentecoste che lo Spirito del Signore ha riempito l’universo.
Poiché è oggi che questo dolce Spirito è stato inviato dal Padre e dal Figlio per santificare ogni creatura secondo un nuovo disegno, un modo nuo-vo, una manifestazione nuova della sua potenza e della sua forza.
Certo, in precedenza «lo Spirito non era stato ancora dato, perché Gesù non era stato ancora glorificato» (Gv 7,39).
[…] Ma oggi, discendendo dalla dimora celeste, lo Spirito si è dato ai mortali con tutta la sua ricchezza, la sua fecondità.
Così questa rugiada divina si stende su tutta la terra, nella diversità dei suoi doni spirituali.
Ed è giusto che la pienezza delle sue ricchezze sia discesa dall’alto dei cieli per noi, perché pochi giorni prima, grazie alla generosità della nostra ter-ra, il cielo aveva ricevuto il Signore.
La nostra terra non ha mai prodotto nulla di più dolce, di più piacevole, di più delizioso, di più santo.
[…] «Lo Spirito di Cristo riempie l’universo, lui che tiene insieme tutti gli esseri, sente tutte le voci» (Sap 1,7).
Ovunque lo Spirito agi-sce, ovunque lo Spirito prende la parola.
Certamente prima dell’Ascensione lo Spirito fu dato ai discepoli, quando il Signore disse loro: «Ricevete lo Spirito santo» ( Gv 20,23).
Ma in nessun modo, prima di Pentecoste, non si udì la voce dello Spirito santo, non si vide ri-splendere la sua potenza.
E i discepoli di Cristo non giunsero a conoscerlo; non erano stati ancora riconfermati, la paura li obbligava ancora a nascondersi in una stanza a porte chiu-se.
Ma a partire da quel giorno, «la voce del Signore domina le acque, il Dio della gloria scatena il tuono, la voce del Signore spezza i cedri e tutti gridano: Gloria!» (cfr.
Sal 28 [29] , 3.5.9).
(AELREDO DI RIEVAULX, Omelia sulla settuplice voce dello Spirito 1, in Sermones inediti, a cura di di C.H.
Talbot, Roma 1952 pp.
112-114).
Preghiera allo Spirito Santo Spirito Santo, eterno Amore, che sei dolce Luce che mi inondi e rischiari la notte del mio cuore; Tu ci guidi qual mano di una mamma; ma se Tu ci lasci non più d’un passo solo avanzeremo! Tu sei lo spazio che l’essere mio circonda e in cui si cela.
Se m’abbandoni cado nell’abisso del nulla, da dove all’esser mi chiamasti.
Tu a me vicino più di me stessa, più intimo dell’intimo mio.
Eppur nessun Ti tocca o Ti comprende e d’ogni nome infrangi le catene.
Spirito Santo, eterno Amore.
(Edit Stein [S.
Teresa Benedetta della Croce]).
LECTIO – ANNO B Prima lettura: Atti 2,1-11 Mentre stava compiendosi il giorno della Pentecoste, si trovavano tutti insieme nel-lo stesso luogo.
Venne all’improvviso dal cielo un fragore, quasi un vento che si abbat-te impetuoso, e riempì tutta la casa dove stavano.
Apparvero loro lingue come di fuo-co, che si dividevano, e si posarono su ciascuno di loro, e tutti furono colmati di Spiri-to Santo e cominciarono a parlare in altre lingue, nel modo in cui lo Spirito dava loro il potere di esprimersi.
Abitavano allora a Gerusalemme Giudei osservanti, di ogni nazione che è sotto il cielo.
A quel rumore, la folla si radunò e rimase turbata, perché ciascuno li udiva parlare nella propria lingua.
Erano stupiti e, fuori di sé per la meravi-glia, dicevano: «Tutti costoro che parlano non sono forse Galilei? E come mai cia-scuno di noi sente parlare nella propria lingua nativa? Siamo Parti, Medi, Elamìti; abi-tanti della Mesopotamia, della Giudea e della Cappadòcia, del Ponto e dell’Asia, della Frigia e della Panfìlia, dell’Egitto e delle parti della Libia vicino a Cirene, Ro-mani qui residenti, Giudei e proséliti, Cretesi e Arabi, e li udiamo parlare nelle nostre lingue delle grandi opere di Dio».
In questo brano degli Atti degli Apostoli sono presentati i due propulsori dello svilup-po della chiesa: lo Spirito e la Parola.
La parola dell’apostolo arriva, provoca la fede e con-verte, perché è stata preceduta dallo Spirito, che solo apre l’orecchio all’ascolto.
Al tempo di Gesù la Pentecoste, o festa delle settimane — antica festa agricola (offerta del-le messi), celebrata sette settimane dopo la pasqua (cf.
Lv 23,15-21) — aveva assunto anche il senso di commemorazione dell’alleanza del Signore e di celebrazione della legge mosai-ca.
Poiché il giorno inizia la sera del giorno prima, l’espressione «stava compiendosi il giorno di Pentecoste» indica la mattinata inoltrata che conclude il periodo della festività.
Ma essa indica anche una realtà più profonda: il «giorno» atteso dai profeti sta per finire; la storia è al suo giro di boa, perché il vero Israele incomincia a separarsi dal giudaismo incredulo.
La scena descritta nel testo ricalca la teofania del Sinai (Es 19,16-22): l’antica alleanza è sostituita dalla nuova alleanza.
Tuoni, lampi, rumore di tromba, fumo indicano la presen-za del Signore nel Sinai e la «discesa» dello Spirito sugli apostoli.
L’antica legge diventa «nuova» per la presenza dello Spirito, che non solo istruisce ma anche dà la forza di compiere quello che la legge richiede.
Il «fuoco» che purifica e illumina (cf.
Is 6,6), indica una trasformazione interiore nei di-scepoli di Gesù, i quali, da poveri e incolti pescatori, diventano annunciatori del vangelo: il messaggio più sconvolgente che gli uomini possano sentire (At 1,8).
La presenza di tutte le nazioni a Gerusalemme ha un significato più profetico che stori-co: la Chiesa oltrepassa i confini del giudaismo; ad essa tutti possono accedere per speri-mentare i frutti della Nuova Alleanza promessa non solo per Israele, ma per tutti.
Il miracolo delle lingue può essere una semplice glossolalia (gesti simbolici tradotti da un interprete in un linguaggio comprensibile) o un apprendimento (o una traduzione si-multanea) di nuove lingue (così si potrebbe comprendere come i presenti sentano parlare le loro lingue).
Ma Luca potrebbe essere stato influenzato dalla tradizione giudaica secon-do la quale nel Sinai la voce di Dio si era divisa in 70 lingue, perché la capissero tutte le 70 nazioni della terra: con il dono dello Spirito la Chiesa si apre all’evangelizzazione di tutte le nazioni del mondo.
Seconda lettura: Galati 5,16-25 Fratelli, camminate secondo lo Spirito e non sarete portati a soddisfare il deside-rio della carne.
La carne infatti ha desideri contrari allo Spirito e lo Spirito ha desi-deri contrari alla carne; queste cose si oppongono a vicenda, sicché voi non fate quel-lo che vorreste.
Ma se vi lasciate guidare dallo Spirito, non siete sotto la Legge.
Del resto sono ben note le opere della carne: fornicazione, impurità, dissolutezza, idola-tria, stregonerie, inimicizie, discordia, gelosia, dissensi, divisioni, fazioni, invidie, ubria-chezze, orge e cose del genere.
Riguardo a queste cose vi preavviso, come già ho det-to: chi le compie non erediterà il regno di Dio.
Il frutto dello Spirito invece è amore, gioia, pace, magnanimità, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé; contro queste cose non c’è Legge.
Quelli che sono di Cristo Gesù hanno crocifisso la car-ne con le sue passioni e i suoi desideri.
Perciò se viviamo dello Spirito, camminiamo anche secondo lo Spirito.
La figliolanza abramitica, o divina, non è possibile senza lo Spirito.
È solo lo Spirito che fa di un uomo della carne, un uomo dello Spirito.
L’uomo della carne è l’uomo schiavo dei propri vizi: fornicazione, impurità, libertinaggio (disordini sessuali), idolatria, stregoneria (corruzione del culto), inimicizia, discordia, gelosia, dissensi, divisioni, fazioni, invidia (peccati contro la comunità), ubriachezza, orge (disordini dei sensi), e cose del genere (l’e-lenco è solo indicativo).
L’uomo vorrebbe compiere la legge, che porta alla vita, ma non ha in se stesso la forza di compierla, e si trova a fare quello che non vuole (v.
17): gli è impedi-to l’esercizio della vera libertà, quella di amare rinnegando se stesso per perdersi nell’altro.
In questa battaglia contro l’uomo della carne che vorrebbe tornare a prevalere nella vita del cristiano, s’inserisce lo Spirito Santo.
La sua presenza è indicata dai frutti: il punto d’ar-rivo dell’attività vivente dello Spirito, che sollecita la nostra libera cooperazione.
Essi sono: amore, gioia, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé (V.
22).
Sono gli atteggiamenti dell’uomo nuovo, liberato dalle sue paure e dal suo egoismo, in grado di amare gratuitamente.
La comunità, in questa battaglia, può anche dire di no alla forza liberante dello Spirito, e ricadere nelle antiche opere della carne.
Vangelo: Giovanni 15,26-27; 16,12-15 In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Quando verrà il Paràclito, che io vi manderò dal Padre, lo Spirito della verità che procede dal Padre, egli darà testimo-nianza di me; e anche voi date testimonianza, perché siete con me fin dal principio.
Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso.
Quando verrà lui, lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità, perché non parle-rà da se stesso, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annuncerà le cose future.
Egli mi glorificherà, perché prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà.
Tutto quello che il Padre possiede è mio; per questo ho detto che prenderà da quel che è mio e ve lo an-nuncerà».
Esegesi I due brani del vangelo sono tratti dal secondo discorso d’addio di Gesù durante la cena pasquale.
Gesù parla della testimonianza che i suoi discepoli daranno nel contesto della persecuzione.
Essi non saranno mai soli, perché egli manderà il Consolatore, o meglio il Difensore, che procede dal Padre.
La forza necessaria, infatti, per testimoniare la verità su Cristo durante il giudizio verrà dallo Spirito di verità, che in modo silenzioso continua l’o-pera di Gesù che è la Verità.
Lo Spirito ricorderà loro quel che hanno visto e udito fin da principio.
La testimonianza oculare non basta per comprendere Gesù.
È solo lo Spirito che dona gli occhi della fede per capire chi veramente egli sia: «per il momento non siete capaci di portarne il peso» (16,12).
Lo Spirito è una guida «a tutta la verità» (16.13): Gesù è la verità, ma è anche la «via», che conduce alla verità.
Lo Spirito dopo la risurrezione sarà il maestro interiore che li accom-pagnerà alla comprensione sempre più profonda di Gesù.
Anche i vangeli sono stati scritti sotto la guida di questo Spirito, e così pure la comprensione del loro significato nelle co-munità del futuro avverrà sotto l’azione dello Spirito.
Come Gesù ci ha detto tutto quello che ha udito dal Padre, così anche lo Spirito non dà del suo, ma di quello che riceve da Gesù (v.
13b).
Egli rivela e glorifica Gesù, mettendo in evidenza la sua natura trascendente (v.
14): questa è anche l’opera d’ogni discepolo dopo la Pasqua.
Meditazione Attraverso una lunga e simbolica attesa di cinquanta giorni, la liturgia prepara i creden-ti a vivere quel giorno di dono e di pienezza che è la Pentecoste, il giorno in cui il Signore Gesù porta a compimento la missione che il Padre gli ha affidato, facendo dono all’umani-tà del suo Spirito affinché tutto il mondo possa entrare nella novità della vita divina (cfr.
il racconto di At 2,1-11).
Gesù stesso, con la sua parola, prepara il discepolo in questo tempo di attesa: gli fa comprendere che, nella vita di chi si pone alla sequela di Cristo, ciò che da forza, freschezza, passione, vivacità a ogni parola, a ogni gesto, è proprio quello Spirito che abita in lui, quello Spirito che è stato il segreto stesso della vita di Gesù (cfr.
Gal 5,16-25 e Gv 15,26-27).
E la dimensione del dono emerge con forza nelle letture che la liturgia di questo giorno ci propone.
Nel racconto redatto da Luca e riportato in At 2,1-11, l’esperienza della Pentecoste viene descritta attraverso allusioni bibliche che richiamano l’evento del Sinai (cfr.
in particolare gli elementi descrittivi che caratterizzano la teofania del Sinai, come il fragore che viene dal cielo, il vento che si abbatte impetuoso, il fuoco) e la stessa comunità dei discepoli radunata «tutta insieme nello stesso luogo» (2,1) ricorda il popolo di Israele accampato davanti al monte (cfr.
Es 19,2, una delle letture proposte per la messa vigilare).
Di qui deriva un pri-mo aspetto del dono che la comunità dei credenti riceve a Pentecoste: «l’invio dello Spirito – annota J.
Dupont – si sostituisce alla promulgazione della Legge; l’alleanza che era fon-data sulla legge mosaica viene rimpiazzata da una nuova alleanza, basata sulla presenza e sull’azione dello Spirito nei cuori.
Tale alleanza non è più legata all’obbedienza a coman-damenti imposti dal di fuori, ma ad una trasformazione intima operata dallo Spirito che ispira, a coloro che l’hanno ricevuto, un atteggiamento filiale nei riguardi di Dio».
Ma questa intima comunione tra Dio e l’uomo che si realizza mediante lo Spirito del Ri-sorto investe anche le relazioni: crea una comunità che è la Chiesa.
Il dono dello Spirito è un dono che suscita unità e comunione tra gli uomini.
E Luca sottolinea il carattere univer-sale della koinonia inaugurata dallo Spirito.
Viene capovolta la pretesa di Babele (Gen 11,1-9, prima lettura della messa vespertina della vigilia): ciò che l’uomo non può realizzare nella logica di una conquista autonoma, cioè l’unità delle lingue, viene compiuta come do-no da Dio, mediante lo Spirito che apre alla comprensione dell’altro nella diversità dei lin-guaggi.
Nella Pentecoste, dunque, ci viene rivelato ciò che unisce gli uomini: non è il ‘no-me’ che essi si danno annullando ogni alterità nella pretesa di una unità puramente uma-na, ma lo Spirito (il volto della relazione intradivina) che viene donato.
L’unità che scaturi-sce da questo dono, allora, non è nella riduzione a una sola lingua, ma nella comprensione della parola dello Spirito nella diversità e nella unicità di ciascuna lingua.
E inoltre, a Pentecoste, sotto il simbolo del vento gagliardo che all’improvviso investe il luogo ove erano riuniti i discepoli di Gesù e si trasforma in fuoco che si posa su ciascuno di loro, la comunità dei credenti riceve in dono quella forza che gli permetterà, lungo la storia e in ogni luogo, di essere testimone dell’evangelo e portatrice della Pasqua di Cristo.
È come se in quel giorno a quel primo seme di Chiesa, attraverso lo Spirito, venisse donato un vento e un fuoco inestinguibili, tali da percorrere senza sosta ogni epoca e ogni luogo e tali da rendere possibile annunciare, comprendere e vivere l’evangelo.
Si può capire allora, proprio attraverso questa immagine, ciò che lo Spirito Santo compie nella Chiesa e in noi credenti: ci abilita ad essere testimoni dell’evangelo, ci dà la forza di annunciare la parola di Gesù, ci rende capaci di comunione e di unità.
Ed è l’aspetto che emerge nella pericope del vangelo di Giovanni.
In un contesto di per-secuzione, il discepolo fa esperienza certamente di una conformazione al destino del suo Signore: «se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi» (Gv 15,20).
Tuttavia sente il peso di portare una testimonianza che a volte sembra al di là delle sue forze.
Gesù allora promette la presenza dello Spirito il quale si rivela come «il Paraclito […] lo Spirito di verità che procede dal Padre» (15,26).
Egli diventa il testimone interiore del discepolo, colui che ha la forza di convincere il cuore del discepolo della verità della parola di Gesù, quasi ‘di-fendere’ Gesù nel cuore del discepolo e di rendere trasparente la testimonianza del disce-polo di fronte al mondo, facendo comprendere la bellezza della testimonianza data al no-me di Gesù.
Solo lo Spirito può fare del discepolo un testimone.
Ma in Gv 16,12-13 ci viene anche ricordato che solo lo Spirito può fare da ‘esegeta’ della parola di Gesù, da guida nel cammino di comprensione di questa parola a volte così diffi-cile da ‘portare’.
È lo Spirito di verità, poiché «non parla da se stesso, ma dice tutto ciò che ha udito e annuncia le cose future» (cfr.
16,13).
Mediante lo Spirito, la comunità dei disce-poli viene condotta nel cuore stesso del mistero di Gesù; lo Spirito guida «verso e dentro la pienezza della verità» (tale è il senso della espressione odegesei eis del v.l3).
E questo cam-mino guidato dallo Spirito è, nello stesso tempo, un cammino di fedeltà e di novità, di memoria e di rinnovamento.
Senza lo Spirito, la parola stessa di Gesù resta estranea al nostro cuore, come qualcosa di duro, di impossibile da capire e da accogliere nella propria vita.
Solo lo Spirito ha la for-za di inciderla nel nostro cuore e di nasconderla come seme che feconda la nostra esisten-za, ricreandola, aprendo vie nuove, rendendoci veramente liberi.
Solo lo Spirito, ci ricorda Gesù, può introdurci alla verità tutta intera: alla verità della parola di Dio, ma anche alla verità della nostra vita, del nostro cuore, alla verità dell’altro.
E infine, mediante lo Spirito, questa parola di verità si trasforma in vita.
E come ci ri-corda l’apostolo Paolo, il dono dello Spirito fa maturare nella nostra esistenza, nel nostro agire, il frutto dello Spirito (cfr.
Gal 5,22).
«Camminate secondo lo Spirito…
lasciatevi guida-re dallo Spirito» (Gal 5,16.18): questo è l’invito di Paolo.
Ed è un modo di vivere nella logi-ca del dono e della novità: significa affidare il nostro cuore con i suoi desideri alla guida dello Spirito, camminare con il ritmo che lui ci indica; significa vivere nell’ascolto dello Spirito, il quale, conoscendo le profondità del nostro cuore, sa trarre fuori da esso ogni de-siderio di bene e, irrobustendolo con la sua potenza, mettendolo in sintonia con il cuore stesso di Dio (con ciò che lui desidera per noi), lo fa diventare un frutto di vita.
Vivere se-condo lo Spirito, secondo i suoi desideri, è trasformare la propria vita in un terreno fecon-do in cui germogliano i semi che sono già nascosti nel nostro cuore (i nostri desideri) di-ventando frutto dello Spirito.
Paolo ci dice, tra l’altro, che c’è un solo frutto da portare e, in qualche modo, tutti i nostri desideri devono convogliare in quel frutto.
Questo frutto è l’amore, l’agape, il riflesso della carità di Dio in Gesù che si rivela nella nostra vita.
Il dono dello Spirito è la carità.
 Per l’elaborazione della «lectio» di questa domenica – oltre al nostro materiale di archivio, ci siamo serviti di: – Temi di predicazione, Napoli, Editrice Domenicana Italiana, 2002-2003; 2005-2006- .
– Comunità monastica Ss.
Trinità di Dumenza, La voce, il volto, la casa e le strade.
Quaresima e tempo di Pasqua, Milano, Vita e Pensiero, 2008-2009, pp.
71.
– La Bibbia per la famiglia, a cura di G.
Ravasi, Milano, San Paolo, 1998.
– J.
RATZINGER/BENEDETTO XVI, Giovanni Paolo II.
Il mio amato predecessore, Cinisello Balsamo/Città del Vaticano, San Paolo/Libreria Editrice Vaticana, 2007 – Enzo BIANCHI, Il pane di ieri, Torino, Einaudi, 2008, 53-54 – C.M.
MARTINI, Incontro al Signore risorto.
Il cuore dello spirito cristiano, Cinisello Balsamo, San Paolo, 2009.

valutazione degli studenti

Alle scuole superiori la valutazione intermedia e finale degli apprendimenti è effettuata dal consiglio di classe.
Nello scrutinio finale il consiglio di classe sospenderà il giudizio degli alunni che non hanno conseguito la sufficienza in una o più materie, senza decidere immediatamente la non promozione, ma comunicando i risultati conseguiti nelle altre materie.
A conclusione dei corsi di recupero per le carenze dimostrate il consiglio di classe, dopo aver accertato il recupero delle lacune formative entro la fine dello stesso anno scolastico, non oltre la data di inizio delle lezioni dell’anno successivo, formulerà il giudizio finale e l’ammissione alla classe successiva.
Secondo quanto indicato dall’ordinanza ministeriale n.
40 dell’8 aprile 2009, relativa all’anno scolastico 2008/09, per l’ammissione all’esame di Stato sarà necessaria la media del 6.
Il voto in condotta concorrerà alla formazione della media.
A partire dall’anno scolastico 2009/10 saranno ammessi all’esame di Stato tutti gli studenti che conseguiranno la sufficienza in tutte le materie e in condotta.
Saranno ammessi direttamente agli esami di Stato gli studenti che in quarta avranno conseguito almeno 8 decimi in ciascuna materia (e anche nel comportamento) e che hanno riportato una votazione non inferiore al 7 in ciascuna disciplina, 8 per la condotta, nelle classi seconda e terza.
L’educazione fisica concorre come ogni altra disciplina alla determinazione della media dei voti.
Con il Regolamento approvato oggi dal Consiglio dei Ministri il voto sul comportamento concorrerà alla determinazione dei crediti scolastici.
Il 5 in condotta sarà attribuito dal consiglio di classe per gravi violazioni dei doveri degli studenti definiti dallo Statuto delle studentesse e degli studenti, purchè prima sia stata irrogata allo studente una sanzione disciplinare.
Inoltre, l’insufficienza in condotta dovrà essere motivata con un giudizio e verbalizzata in sede di scrutinio intermedio e finale.
La valutazione del comportamento è peraltro già partita nel primo quadrimestre dell’anno scolastico in corso ed ha registrato circa 34 mila insufficienze.
Per la valutazione degli alunni con disabilità si dovrà tener conto, oltre che del comportamento, anche delle discipline e delle attività svolte sulla base del piano educativo individualizzato.
Inoltre si prevede per gli alunni disabili, come in passato, la predisposizione di prove di esame differenziate, corrispondenti agli insegnamenti impartiti e idonei a valutare il progresso dell’alunno in rapporto alle sue potenzialità e ai livelli di apprendimento iniziali.
Per gli alunni in situazione di difficoltà specifica di apprendimento debitamente certificate, infine, interviene per la prima volta una disciplina organica, con la quale si prevede che, in sede di svolgimento delle attività didattiche, siano attivate adeguate misure dispensative e compensative e che la relativa valutazione sia effettuata tenendo conto delle particolari situazioni ed esigenze personali degli alunni.
——————————————————————————– tuttoscuola.com Questa mattina il Consiglio dei Ministri ha approvato in via definitiva, insieme ai Regolamenti per la nuova Istruzione tecnica e professionale (in prima lettura) anche l’atteso Regolamento sulla valutazione degli studenti nelle scuole di ogni ordine e grado.
Non ci sono novità rispetto alla versione iniziale del provvedimento.
Nella scuola primaria gli alunni saranno valutati dall’insegnante unico di riferimento.
La valutazione terrà conto del livello di conoscenza e del rendimento scolastico complessivo degli alunni nelle singole materie.
La valutazione nelle singole materie sarà espressa in voti numerici, solo per l’insegnamento della religione cattolica resta la valutazione attraverso un giudizio sintetico formulato dal docente.
I docenti di sostegno parteciperanno alla valutazione di tutti gli alunni.
Nella scuola elementare gli alunni potranno essere non ammessi alla classe successiva solo in casi eccezionali e motivati.
Il voto in condotta nella scuola elementare sarà espresso attraverso un giudizio del docente o dei docenti contitolari.
Nella scuola secondaria di primo grado gli studenti saranno valutati nelle singole materie con voti numerici.
Anche a questo livello di scuola l’insegnamento della religione cattolica continuerà ad essere valutato attraverso un giudizio sintetico del docente.
Per essere ammessi all’anno successivo, comunque, sarà necessario avere almeno 6 in ogni materia, compreso il comportamento (condotta).
Anche per la ammissione all’esame di Stato di terza media gli alunni dovranno conseguire la sufficienza in tutte le materie, compreso il comportamento.
In sede d’esame finale agli alunni particolarmente meritevoli che conseguiranno il punteggio di 10 decimi potrà essere assegnata la lode dalla commissione che deciderà all’unanimità, ma questa norma entrerà in vigore solo l’anno prossimo (2009-2010), insieme a quelle riguardanti il voto d’ammissione (in decimi) e i criteri di calcolo del voto finale.

Ecosocialismo o barbarie.

UN PREMIO PLURALE di Luiz Flávio Cappio Quando mi è giunta la notizia del Premio “Cittadino del Mondo” della Fondazione Kant, mi sono subito chiesto il perché.
Quale legame dovrebbe avere la nostra lotta nella Vale do Rio São Francisco, nel Nordest del Brasile, con la filosofia di Immanuel Kant e i propositi della Fondazione che ne custodisce gli ideali? Sono andato a rivedere i miei studi di Filosofia dei lontani anni ’60.
Non è stato difficile cogliere l’intenzione della Fondazione nelle proposizioni etico-filosofiche di Kant, luminosamente attuali, di una cittadinanza cosmopolita, basata su diritti umani universalizzati, sull’unione di morale e politica.
Il fatto di venire associato a questa filosofia mi onora, ma non mi rende superbo.
Perché l’oggetto della premiazione non è una persona o quello che da sé, in maniera solitaria, avrebbe fatto.
Non è merito di uno solo, ma di una legione di uomini e di donne, di giovani e di anziani, di movimenti, di organizzazioni e di organismi sociali, che operano – potremmo dire – sotto l’imperativo categorico kantiano: cercare per tutti quello che desidereremmo che tutti facessero a tutti.
Atteggiamento che direi rivoluzionario, considerando l’estensione e la profondità della crisi che viviamo, crisi di civiltà, di paradigma, in fondo la più grave crisi etica.
È il fatto di non lasciarsi guidare da principi universali (in quanto fondamentali), ma da fini meramente individualisti e utilitaristi che ha disumanizzato l’essere umano e lo ha condotto a corrompere la natura.
Stiamo sotto il giogo di un inedito relativismo di valori e punti di riferimento dell’esistenza umana, una perdita collettiva del senso della vita, della società, dell’umanità.
Realmente, senza esagerazioni, non siamo lontani da uno stato di anomia e di barbarie.
  Verso un ecosocialismo Come e perché siamo arrivati a questo punto? Dobbiamo avere il coraggio di rispondere e non temere la risposta.
Il Rapporto sullo Sviluppo Umano 2007/2008, del Pnud (Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo) rivela: il 20% più ricco del mondo assorbe l’82,4% di tutte le ricchezze del pianeta a fronte del 20% più povero che deve accontentarsi appena dell’1,6%.
Questa macchina di produzione di disuguaglianza non si sostiene più politicamente, né si accetta eticamente.
È evidente che la sua radice affonda nel sistema dell’eco-nomia di libero mercato autoregolato e assoluto – il cosiddetto neoliberismo con la sua globalizzazione mercantile – eretto sul dogma del massimo profitto a qualunque costo, anche al costo della malattia e della morte di milioni di esseri umani (come avviene in Africa con l’Aids, come minaccia di avvenire con l’Influenza A).
Questa pretesa a-etica non si arresta di fronte alla dannazione dei simili.
Ma i limiti della natura, l’esaurimento delle risorse naturali e il riscaldamento globale causato da questo modello di civiltà si incaricano di offrire all’umanità un’occasione, forse l’ultima, per rivedere questo sistema di morte e reinstaurare relazioni libere e solidali con tutte le forme di vita.
Come dice il mio maestro e fratello Leonardo Boff, “la nuova era o sarà l’era dell’etica o non sarà”.
Questo il compito a cui tale premiazione ci convoca.
Se le alternative storiche al capitalismo si sono rivelate frustranti, riproducendo la dominazione umana e la devastazione della natura, si tratta, apprendendo dall’esperienza storica, di reinventare il nostro modo di vita sulla terra.
Credo fermamente che una società internazionale giusta, sostenibile e pacifica, che viva e consenta di vivere, sia possibile solo in una prospettiva ecosocialista.
Un modello di produzione ecologico e un accesso solidale ai beni necessari, in condizioni socialiste, sono ciò che ci condurrà al superamento dell’attuale crisi.
Credo che l’Europa, malgrado le contraddizioni del colonialismo, per la sua tradizione di democrazia e di rispetto dei diritti umani, abbia in tutto questo un ruolo importante.
Credo anche che i popoli originari, sopravvissuti alla co-lonizzazione e in resistenza, e le comunità impoverite del Sud e di tutto il mondo abbiano un enorme contributo da dare.
Perché nutrono il desiderio di cambiamento e conservano pratiche tradizionali di relazione con la natura e tra di essi, mostrando i più nitidi segnali di interazione rispettosa e solidale.
  Cittadini del mondo È per questo che intendo e accetto il Premio “Cittadino del Mondo” della Fondazione Kant: perché nella mia persona voi e io vediamo tutti coloro che incarnano questa utopia, ideale di vita e impegno storico.
Concretamente, siamo Cittadini del Mondo tutti noi che ci uniamo nella difesa del “São Francisco – terra e acqua, fiume e popolo”, ci mobilitiamo attorno ad un modello di vita comunitaria nell’impo-verito Semiarido brasiliano, ci dedichiamo a riscattare la di-gnità dei poveri esigendo con loro, attivamente e pacificamente, la giustizia e il diritto, giustizia e diritto che dovrebbero esistere universalmente.
Ho cercato questi Cittadini del Mondo nella mia traiettoria di vita degli ultimi 40 anni, da quando, rispondendo alla chiamata di Gesù ad uno stile di vita proposto e testimoniato da Francesco di Assisi, lasciai il ricco Sudest del Brasile per l’impoverito Nordest.
Li ho trovati nelle comunità e nei popoli impoveriti e in resistenza del sertão semiarido del fiume São Francisco.
Ho compreso che i Cittadini del Mondo qui premiati sono i poveri di questa regione, con cui ho imparato, più che insegnarle, la dignità del lavoro, la gioia della condivisione anche nella più grande povertà, la cura dei doni della terra, delle acque, delle foreste e degli animali, il diritto alle condizioni materiali e immateriali imprescindibili a una vita in abbondanza e in pace.
Per esempio, i ribeirinhos (popoli tradizionali ai margini dei fiumi, ndt) in lotta per il fiume e per i propri diritti che abbiamo incontrato tra il 1993 e il 1994 peregrinando per un anno per le sponde dei quasi 3 mila chilometri del terzo maggiore fiume del Brasile.
O gli abitanti del Semiarido che, malgrado gli abusi e la corruzione, imparano e insegnano a convivere con il clima, in condizioni ambientali avverse.
I Cittadini del Mondo premiati dalla Fondazione Kant sono anche le innumerevoli persone e organizzazioni, molte delle quali qui in Germania, che hanno espresso solidarietà alle iniziative di digiuno e di preghiera che abbiamo intrapreso, nel 2005 e nel 2007, contro il Progetto di Trasposizione delle acque del fiume São Francisco.
Hanno compreso il nostro gesto: tale progetto riassume la fallacia del sistema, poiché in nome dei poveri e assetati intende creare sicurezza idrica per grandi imprese private di produzione ed esportazione di prodotti ad alto consumo d’acqua e socialmente dannosi, come la canna da zucchero per l’etanolo.
È per me sempre motivo di angoscia questa domanda: perché dobbiamo lottare contro quando abbiamo molte più cose a favore delle quali lottare? Ma, se è vero che “un fiume è come uno specchio che riflette i valori di una società”, la nostra non vale quello che beve e mangia…
Si resiste all’evidenza della fallacia di questo modello.
In Brasile, con tante benedizioni della natura, potenziale straordinario per servire il popolo, l’umanità e il pianeta in questo momento difficile, la crisi economica e quella ecologica sono state affrontate persino entusiasticamente come opportunità di lucro: una posizione cieca, meschina e irresponsabile.
L’attuale governo del presidente Lula, frustrando le enormi aspettative della maggioranza che lo ha eletto, si presta a sussidiare la riproduzione del modello fallito.
Il Pac, il Programma di Accelerazione della Crescita (di circa 178 miliardi di euro) dà la priorità a opere di infrastruttura per la crescita economica a qualunque costo, fino a venir meno al rispetto della legge, dei popoli tradizionali, delle istituzioni dello Stato.
Non c’è più posto, in Brasile come in ogni altro luogo, per una crescita illimitata e ossessiva.
È urgente trasformare il nostro modo di produzione e i nostri modelli di consumo, assumendo come criterio quello della destinazione universale dei beni fondamentali.
Dobbiamo apprendere a “vivere di più con meno”.
Per far fronte all’emergenza, dobbiamo ampliare iniziative come la tassazione delle attività distruttive, del capitale speculativo e dei grandi profitti, e l’uso di tali risorse in programmi di prevenzione dei disastri ecologici e in appoggio alle vittime della fame, della sete, delle malattie e dei cambiamenti climatici.
  Ringraziamenti Comprese e condivise le ragioni per cui ci troviamo qui, mi resta solo da ringraziare.
Come riconoscimento e incoraggiamento per la nostra lotta, il premio è giunto nel momento migliore.
Molti – perché non capiscono e minimizzano quello che è in gioco – già davano per perso uno scontro che è impari.
Felice coincidenza: questa settimana abbiamo dato avvio ad una nuova Campagna Internazionale contro la Trasposizione del fiume São Francisco, a cui ha iniziato a lavorare l’Esercito Brasiliano.
Lanciata dai 33 Popoli Indigeni del Bacino del São Francisco colpiti direttamente e indirettamente dal progetto, la campagna esige che essi siano consultati insieme al Congresso Nazionale e che vengano rispettati i loro territori, come prescrive la Costituzione.
Invito tutti a impegnarsi in questa campagna di e-mail al Supremo Tribunale Federale e alle altre autorità brasiliane.
Ringrazio la Fondazione Kant per l’opportunità di far avanzare la coscienza e la lotta.
Associare questa lotta a quella del popolo palestinese, incarnata nella persona di Jeff Harper (docente di Antropologia e difensore dei diritti umani, noto per la sua protesta contro la distruzione di case palestinesi nella Striscia di Gaza, anche lui premiato dalla Fondazione; ndt) la rende più grande e più profonda.
Vi comunico che destineremo il valore economico del Premio all’avvio delle opere del Santuario dei Martiri nella mia diocesi.
Cittadini del Mondo, più che qualsiasi altro, sono stati coloro che hanno dato la propria vita per la causa della Vita.
In vita hanno avuto sofferenza e dolore, che riposino in dignità e pace! (…).
Prima di Kant e della sua entusiastica proposta di una “pace perpetua”, fondata sull’esercizio del Diritto della “comunità universale”, Francesco di Assisi, padre e maestro, quasi 800 anni prima delle attuali catastrofi socio-ambientali, proponeva la fraternità universale come cammino per la salvezza di tutti e la gloria del Creatore.
A tutti e tutte il mio saluto francescano, e che risuoni come una preghiera: pace e bene! Adista Documenti  n.
59 Non capita molto spesso di ascoltare un vescovo che parli di socialismo e di ecosocialismo.
Eppure è questo che è avvenuto a Friburgo, il 9 maggio scorso, durante il conferimento del Premio “Cittadino del mondo” della Fondazione Kant al vescovo brasiliano dom Luiz Cappio, della diocesi di Barra, per la sua lotta in difesa del fiume São Francisco e del popolo che ne abita le sponde.
“Credo fermamente che una società internazionale giusta, sostenibile e pacifica – ha affermato il vescovo francescano nel discorso pronunciato alla cerimonia di premiazione – sia possibile solo in una prospettiva ecosocialista.
Sono un modello di produzione ecologico e un accesso solidale ai beni necessari, in condizioni socialiste, che ci condurranno al superamento dell’attuale crisi”.
Ma se suonano inconsueti gli accenti del vescovo, non meno inconsuete sono state le modalità della sua lotta.
Contro il progetto di deviazione delle acque del São Francisco e in difesa di un progetto alternativo rispettoso delle leggi del fragile ecosistema del Nordest brasiliano, dom Cappio non aveva esitato, per due volte in due anni, a ricorrere allo sciopero della fame.
Nel primo caso, nel settembre del 2005, lo aveva interrotto dopo 11 giorni (v.
Adista nn.
69 e 73/05), in seguito all’impegno di Lula di sospendere il progetto, avviando su di esso un ampio, trasparente e partecipativo dibattito con la società civile.
Dibattito, tuttavia, che era stato interrotto molto presto (v.
Adista n.
85/07).
Il vescovo era tornato allora alla carica, sollecitando il rispetto dell’impegno preso con una lettera al presidente, nel febbraio del 2007 ma, per tutta risposta, il governo aveva mandato l’esercito a iniziare i lavori, incurante del fatto che, nel frattempo, fossero state presentate alternative concrete, praticabili ed economiche, come quelle previste dall’Atlante del Nordest dell’Agenzia nazionale delle Acque: 530 opere per più di mille municipi, destinate a rifornire d’acqua 34 milioni di persone (con un costo di 3,6 miliardi di reais, contro i 6,6 miliardi del progetto di deviazione del corso delle acque).
Una soluzione vantaggiosa da tutti i punti di vista, ma osteggiata dalle imprese legate al capitale internazionale, che del megaprogetto governativo hanno bisogno per promuovere l’allevamento di gamberetti e la produzione di frutta per l’esportazione (secondo gli studi di impatto ambientale, il 70% delle acque sarebbe destinato infatti alla frutticoltura, il 26% al rifornimento delle città e solo il 4% alla popolazione dei campi).
Così il vescovo, nel novembre del 2007, aveva ripreso lo sciopero della fame, stavolta interrompendolo dopo ben 24 giorni, appena prima che la sua salute ne fosse irreversibilmente compromessa, su richiesta della famiglia, degli amici, dei compagni di lotta (difficile valutare quanto abbiano pesato le pressioni del Vaticano, che a sua volta aveva ricevuto quelle del governo Lula; v.
Adista n.
1/08).
La fine del digiuno non aveva però comportato in alcun modo un allentamento della lotta contro il progetto governativo.
Non a caso, dom Cappio, nel suo discorso pronunciato durante la cerimonia di premiazione, rivolge un duro attacco al governo Lula, colpevole ai suoi occhi di aver frustrato “le enormi aspettative della maggioranza che lo ha eletto”, prestandosi “a sussidiare la riproduzione di un modello fallito”.
Adista-documenti n.59

I laici nella Chiesa dalla collaborazione alla corresponsabilità

Dopo il concilio Vaticano ii la Chiesa non può accontentarsi della semplice collaborazione dei laici ma deve promuoverne un’effettiva corresponsabilità.
Lo ha ricordato Benedetto XVI, martedì pomeriggio 26 maggio, nella basilica di San Giovanni in Laterano, in occasione dell’apertura del convegno ecclesiale della diocesi di Roma.
Signor Cardinale, venerati Fratelli nell’Episcopato e nel Sacerdozio, cari religiosi e religiose, cari fratelli e sorelle! Seguendo una ormai felice consuetudine, sono lieto di aprire anche quest’anno il Convegno diocesano pastorale.
A ciascuno di voi, che qui rappresentate l’intera comunità diocesana, rivolgo con affetto il mio saluto e un sentito ringraziamento per il lavoro pastorale che svolgete.
Per vostro tramite, estendo a tutte le parrocchie il mio saluto cordiale con le parole dell’apostolo Paolo: “A quanti sono in Roma, diletti da Dio e santi per vocazione, grazia a voi e pace da Dio, Padre nostro, e dal Signore Gesù Cristo” (Rm 1, 7).
Ringrazio di cuore il Cardinale Vicario per le incoraggianti parole che mi ha rivolto, facendosi interprete dei vostri sentimenti, e per l’aiuto che, unitamente ai Vescovi Ausiliari, mi offre nel quotidiano servizio apostolico a cui il Signore mi ha chiamato come Vescovo di Roma.
È stato appena ricordato che, nel corso del passato decennio, l’attenzione della Diocesi si è concentrata per tre anni inizialmente sulla famiglia; poi, per un successivo triennio, sull’educazione alla fede delle nuove generazioni, cercando di rispondere a quella “emergenza educativa”, che è per tutti una sfida non facile; e da ultimo, sempre con riferimento all’educazione, sollecitati dalla Lettera enciclica Spe salvi, avete preso in considerazione il tema dell’educare alla speranza.
Mentre ringrazio con voi il Signore del tanto bene che ci ha dato di compiere – penso in particolare ai parroci e ai sacerdoti che non si risparmiano nel guidare le comunità loro affidate – desidero esprimere il mio apprezzamento per la scelta pastorale di dedicare tempo ad una verifica del cammino percorso, con lo scopo di mettere a fuoco, alla luce dell’esperienza vissuta, alcuni ambiti fondamentali della pastorale ordinaria, al fine di meglio precisarli, e renderli più condivisi.
A fondamento di questo impegno, al quale attendete già da alcuni mesi in tutte le parrocchie e nelle altre realtà ecclesiali, ci deve essere una rinnovata presa di coscienza del nostro essere Chiesa e della corresponsabilità pastorale che, in nome di Cristo, tutti siamo chiamati ad esercitare.
E proprio su questo aspetto vorrei ora soffermarmi.
Il Concilio Vaticano ii, volendo trasmettere pura e integra la dottrina sulla Chiesa maturata nel corso di duemila anni, ha dato di essa “una più meditata definizione”, illustrandone anzitutto la natura misterica, cioè di “realtà imbevuta di divina presenza, e perciò sempre capace di nuove e più profonde esplorazioni” (Paolo vi, Discorso di apertura della seconda sessione, 29 settembre 1963).
Orbene, la Chiesa, che ha origine nel Dio trinitario, è un mistero di comunione.
In quanto comunione, la Chiesa non è una realtà soltanto spirituale, ma vive nella storia, per così dire, in carne e ossa.
Il Concilio Vaticano ii la descrive “come un sacramento, o segno e strumento dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano” (Lumen gentium, 1).
E l’essenza del sacramento è proprio che si tocca nel visibile l’invisibile, che il visibile toccabile apre la porta a Dio stesso.
La Chiesa, abbiamo detto, è una comunione, una comunione di persone che, per l’azione dello Spirito Santo, formano il Popolo di Dio, che è al tempo stesso il Corpo di Cristo.
Riflettiamo un po’ su queste due parole-chiave.
Il concetto “Popolo di Dio” è nato e si è sviluppato nell’Antico Testamento: per entrare nella realtà della storia umana, Dio ha eletto un popolo determinato, il popolo di Israele, perché sia il suo popolo.
L’intenzione di questa scelta particolare è di arrivare, per il tramite di pochi, ai molti, e dai molti a tutti.
L’intenzione, con altre parole, dell’elezione particolare è l’universalità.
Per il tramite di questo Popolo, Dio entra realmente in modo concreto nella storia.
E questa apertura all’universalità si è realizzata nella croce e nella risurrezione di Cristo.
Nella croce Cristo, così dice San Paolo, ha abbattuto il muro di separazione.
Dandoci il suo Corpo, Egli ci riunisce in questo suo Corpo per fare di noi una cosa sola.
Nella comunione del “Corpo di Cristo” tutti diventiamo un solo popolo, il Popolo di Dio, dove – per citare di nuovo san Paolo – tutti sono una cosa sola e non c’è più distinzione, differenza, tra greco e giudeo, circonciso e incirconciso, barbaro, scita, schiavo, ebreo, ma Cristo è tutto in tutti.
Ha abbattuto il muro della distinzione di popoli, di razze, di culture: tutti siamo uniti in Cristo.
Così vediamo che i due concetti – “Popolo di Dio” e “Corpo di Cristo” – si completano e formano insieme il concetto neotestamentario di Chiesa.
E mentre “Popolo di Dio” esprime la continuità della storia della Chiesa, “Corpo di Cristo” esprime l’universalità inaugurata nella croce e nella risurrezione del Signore.
Per noi cristiani, quindi, “Corpo di Cristo” non è solo un’immagine, ma un vero concetto, perché Cristo ci fa il dono del suo Corpo reale, non solo di un’immagine.
Risorto, Cristo ci unisce tutti nel Sacramento per farci un unico corpo.
Quindi il concetto “Popolo di Dio” e “Corpo di Cristo” si completano: in Cristo diventiamo realmente il Popolo di Dio.
E “Popolo di Dio” significa quindi “tutti”: dal Papa fino all’ultimo bambino battezzato.
La prima Preghiera eucaristica, il cosiddetto Canone romano scritto nel iv secolo, distingue tra servi – “noi servi tuoi” – e “plebs tua sancta”; quindi, se si vuol distinguere, si parla di servi e plebs sancta, mentre il termine “Popolo di Dio” esprime tutti insieme nel loro comune essere la Chiesa.
All’indomani del Concilio questa dottrina ecclesiologica ha trovato vasta accoglienza, e grazie a Dio tanti buoni frutti sono maturati nella comunità cristiana.
Dobbiamo però anche ricordare che la recezione di questa dottrina nella prassi e la conseguente assimilazione nel tessuto della coscienza ecclesiale, non sono avvenute sempre e dovunque senza difficoltà e secondo una giusta interpretazione.
Come ho avuto modo di chiarire nel discorso alla Curia Romana del 22 dicembre del 2005, una corrente interpretativa, appellandosi ad un presunto “spirito del Concilio”, ha inteso stabilire una discontinuità e addirittura una contrapposizione tra la Chiesa prima e la Chiesa dopo il Concilio, travalicando a volte gli stessi confini oggettivamente esistenti tra il ministero gerarchico e le responsabilità dei laici nella Chiesa.
La nozione di “Popolo di Dio”, in particolare, venne da alcuni interpretata secondo una visione puramente sociologica, con un taglio quasi esclusivamente orizzontale, che escludeva il riferimento verticale a Dio.
Posizione, questa, in aperto contrasto con la parola e con lo spirito del Concilio, il quale non ha voluto una rottura, un’altra Chiesa, ma un vero e profondo rinnovamento, nella continuità dell’unico soggetto Chiesa, che cresce nel tempo e si sviluppa, rimanendo però sempre identico, unico soggetto del Popolo di Dio in pellegrinaggio.
In secondo luogo, va riconosciuto che il risveglio di energie spirituali e pastorali nel corso di questi anni non ha prodotto sempre l’incremento e lo sviluppo desiderati.
Si deve in effetti registrare in talune comunità ecclesiali che, ad un periodo di fervore e di iniziativa, è succeduto un tempo di affievolimento dell’impegno, una situazione di stanchezza, talvolta quasi di stallo, anche di resistenza e di contraddizione tra la dottrina conciliare e diversi concetti formulati in nome del Concilio, ma in realtà opposti al suo spirito e alla sua lettera.
Anche per questa ragione, al tema della vocazione e missione dei laici nella Chiesa e nel mondo, è stata dedicata l’assemblea ordinaria del Sinodo dei Vescovi nel 1987.
Questo fatto ci dice che le luminose pagine dedicate dal Concilio al laicato non erano ancora state sufficientemente tradotte e realizzate nella coscienza dei cattolici e nella prassi pastorale.
Da una parte esiste ancora la tendenza a identificare unilateralmente la Chiesa con la gerarchia, dimenticando la comune responsabilità, la comune missione del Popolo di Dio, che siamo in Cristo noi tutti.
Dall’altra, persiste anche la tendenza a concepire il Popolo di Dio come ho già detto, secondo un’idea puramente sociologica o politica, dimenticando la novità e la specificità di quel popolo che diventa popolo solo nella comunione con Cristo.
Cari fratelli e sorelle, viene ora da domandarsi: la nostra Diocesi di Roma a che punto sta? In che misura viene riconosciuta e favorita la corresponsabilità pastorale di tutti, particolarmente dei laici? Nei secoli passati, grazie alla generosa testimonianza di tanti battezzati che hanno speso la vita per educare alla fede le nuove generazioni, per curare gli ammalati e soccorrere i poveri, la comunità cristiana ha annunciato il Vangelo agli abitanti di Roma.
Questa stessa missione è affidata a noi oggi, in situazioni diverse, in una città dove non pochi battezzati hanno smarrito la via della Chiesa e quelli che non sono cristiani non conoscono la bellezza della nostra fede.
Il Sinodo Diocesano, voluto dal mio amato predecessore Giovanni Paolo ii, è stato un’effettiva receptio della dottrina conciliare, e il Libro del Sinodo ha impegnato la Diocesi a diventare sempre più Chiesa viva e operosa nel cuore della città, attraverso l’azione coordinata e responsabile di tutte le sue componenti.
La Missione cittadina, che ne seguì in preparazione al Grande Giubileo del 2000, ha consentito alla nostra comunità ecclesiale di prendere coscienza del fatto che il mandato di evangelizzare non riguarda solo alcuni ma tutti i battezzati.
È stata una salutare esperienza che ha contribuito a far maturare nelle parrocchie, nelle comunità religiose, nelle associazioni e nei movimenti la consapevolezza di appartenere all’unico Popolo di Dio, che – secondo le parole dell’apostolo Pietro – “Dio si è acquistato perché proclami le opere meravigliose di lui” (1 Pt 2, 9).
E di ciò questa sera vogliamo rendere grazie.
Molta strada tuttavia resta ancora da percorrere.
Troppi battezzati non si sentono parte della comunità ecclesiale e vivono ai margini di essa, rivolgendosi alle parrocchie solo in alcune circostanze per ricevere servizi religiosi.
Pochi sono ancora i laici, in proporzione al numero degli abitanti di ciascuna parrocchia che, pur professandosi cattolici, sono pronti a rendersi disponibili per lavorare nei diversi campi apostolici.
Certo, non mancano le difficoltà di ordine culturale e sociale, ma, fedeli al mandato del Signore, non possiamo rassegnarci alla conservazione dell’esistente.
Fiduciosi nella grazia dello Spirito, che Cristo risorto ci ha garantito, dobbiamo riprendere con rinnovata lena il cammino.
Quali vie possiamo percorrere? Occorre in primo luogo rinnovare lo sforzo per una formazione più attenta e puntuale alla visione di Chiesa della quale ho parlato, e questo da parte tanto dei sacerdoti quanto dei religiosi e dei laici.
Capire sempre meglio che cosa è questa Chiesa, questo Popolo di Dio nel Corpo di Cristo.
È necessario, al tempo stesso, migliorare l’impostazione pastorale, così che, nel rispetto delle vocazioni e dei ruoli dei consacrati e dei laici, si promuova gradualmente la corresponsabilità dell’insieme di tutti i membri del Popolo di Dio.
Ciò esige un cambiamento di mentalità riguardante particolarmente i laici, passando dal considerarli “collaboratori” del clero a riconoscerli realmente “corresponsabili” dell’essere e dell’agire della Chiesa, favorendo il consolidarsi di un laicato maturo ed impegnato.
Questa coscienza comune di tutti i battezzati di essere Chiesa non diminuisce la responsabilità dei parroci.
Tocca proprio a voi, cari parroci, promuovere la crescita spirituale e apostolica di quanti sono già assidui e impegnati nelle parrocchie: essi sono il nucleo della comunità che farà da fermento per gli altri.
Affinché tali comunità, anche se qualche volta numericamente piccole, non smarriscano la loro identità e il loro vigore, è necessario che siano educate all’ascolto orante della Parola di Dio, attraverso la pratica della lectio divina, ardentemente auspicata dal recente Sinodo dei Vescovi.
Nutriamoci realmente dell’ascolto, della meditazione della Parola di Dio.
A queste nostre comunità non deve venir meno la consapevolezza che sono “Chiesa” perché Cristo, Parola eterna del Padre, le convoca e le fa suo Popolo.
La fede, infatti, è da una parte una relazione profondamente personale con Dio, ma possiede una essenziale componente comunitaria e le due dimensioni sono inseparabili.
Potranno così sperimentare la bellezza e la gioia di essere e di sentirsi Chiesa anche i giovani, che sono maggiormente esposti al crescente individualismo della cultura contemporanea, la quale comporta come inevitabili conseguenze l’indebolimento dei legami interpersonali e l’affievolimento delle appartenenze.
Nella fede in Dio siamo uniti nel Corpo di Cristo e diventiamo tutti uniti nello stesso Corpo e così, proprio credendo profondamente, possiamo esperire anche la comunione tra di noi e superare la solitudine dell’individualismo.
Se è la Parola a convocare la Comunità, è l’Eucaristia a farla essere un corpo: “Poiché c’è un solo pane – scrive san Paolo -, noi, pur essendo molti, siamo un corpo solo: tutti infatti partecipiamo dell’unico pane” (1 Cor 10, 17).
La Chiesa dunque non è il risultato di una somma di individui, ma un’unità fra coloro che sono nutriti dall’unica Parola di Dio e dall’unico Pane di vita.
La comunione e l’unità della Chiesa, che nascono dall’Eucaristia, sono una realtà di cui dobbiamo avere sempre maggiore consapevolezza, anche nel nostro ricevere la santa comunione, sempre più essere consapevoli che entriamo in unità con Cristo e così diventiamo noi, tra di noi, una cosa sola.
Dobbiamo sempre nuovamente imparare a custodire e difendere questa unità da rivalità, da contese e gelosie che possono nascere nelle e tra le comunità ecclesiali.
In particolare, vorrei chiedere ai movimenti e alle comunità sorti dopo il Vaticano ii, che anche all’interno della nostra Diocesi sono un dono prezioso di cui dobbiamo sempre ringraziare il Signore, vorrei chiedere a questi movimenti, che ripeto sono un dono, di curare sempre che i loro itinerari formativi conducano i membri a maturare un vero senso di appartenenza alla comunità parrocchiale.
Centro della vita della parrocchia, come ho detto, è l’Eucaristia, e particolarmente la Celebrazione domenicale.
Se l’unità della Chiesa nasce dall’incontro con il Signore, non è secondario allora che l’adorazione e la celebrazione dell’Eucaristia siano molto curate, dando modo a chi vi partecipa di sperimentare la bellezza del mistero di Cristo.
Dato che la bellezza della liturgia “non è mero estetismo, ma modalità con cui la verità dell’amore di Dio in Cristo ci raggiunge, ci affascina e ci rapisce” (Sacramentum caritatis n.
35), è importante che la Celebrazione eucaristica manifesti, comunichi, attraverso i segni sacramentali, la vita divina e riveli agli uomini e alle donne di questa città il vero volto della Chiesa.
La crescita spirituale ed apostolica della comunità porta poi a promuoverne l’allargamento attraverso una convinta azione missionaria.
Prodigatevi pertanto a ridar vita in ogni parrocchia, come ai tempi della Missione cittadina, ai piccoli gruppi o centri di ascolto di fedeli che annunciano Cristo e la sua Parola, luoghi dove sia possibile sperimentare la fede, esercitare la carità, organizzare la speranza.
Questo articolarsi delle grandi parrocchie urbane attraverso il moltiplicarsi di piccole comunità permette un respiro missionario più largo, che tiene conto della densità della popolazione, della sua fisionomia sociale e culturale, spesso notevolmente diversificata.
Sarebbe importante se questo metodo pastorale trovasse efficace applicazione anche nei luoghi di lavoro, oggi da evangelizzare con una pastorale di ambiente ben pensata, poiché per l’elevata mobilità sociale la popolazione vi trascorre gran parte della giornata.
Infine, non va dimenticata la testimonianza della carità, che unisce i cuori e apre all’appartenenza ecclesiale.
Alla domanda come si spieghi il successo del Cristianesimo dei primi secoli, l’ascesa da una presunta setta ebrea alla religione dell’Impero, gli storici rispondono che fu particolarmente l’esperienza della carità dei cristiani che ha convinto il mondo.
Vivere la carità è la forma primaria della missionarietà.
La Parola annunciata e vissuta diventa credibile se si incarna in comportamenti di solidarietà, di condivisione, in gesti che mostrano il volto di Cristo come di vero Amico dell’uomo.
La silenziosa e quotidiana testimonianza della carità, promossa dalle parrocchie grazie all’impegno di tanti fedeli laici, continui ad estendersi sempre di più, perché chi vive nella sofferenza senta vicina la Chiesa e sperimenti l’amore del Padre, ricco di misericordia.
Siate, dunque, “buoni samaritani” pronti a curare le ferite materiali e spirituali dei vostri fratelli.
I diaconi, conformati con l’ordinazione a Cristo servo, potranno svolgere un utile servizio nel promuovere una rinnovata attenzione verso le vecchie e le nuove forme di povertà.
Penso inoltre ai giovani: carissimi, vi invito a porre a servizio di Cristo e del Vangelo il vostro entusiasmo e la vostra creatività, facendovi apostoli dei vostri coetanei, disposti a rispondere generosamente al Signore, se vi chiama a seguirlo più da vicino, nel sacerdozio o nella vita consacrata.
Cari fratelli e sorelle, il futuro del cristianesimo e della Chiesa a Roma dipende anche dall’impegno e dalla testimonianza di ciascuno di noi.
Invoco per questo la materna intercessione della Vergine Maria, venerata da secoli nella Basilica di Santa Maria Maggiore come Salus populi romani.
Come fece con gli Apostoli nel Cenacolo in attesa della Pentecoste, accompagni anche noi e ci incoraggi a guardare con fiducia al domani.
Con questi sentimenti, mentre vi ringrazio per il vostro diuturno lavoro, imparto di cuore a tutti una speciale Benedizione Apostolica.
(©L’Osservatore Romano – 28 maggio 2009)

Il classico va bene ma solo se è di moda

In sede di consuntivo, gli esperti del mondo editoriale hanno concordemente cantato vittoria:  l’edizione 2009 della Fiera del libro di Torino ha registrato un successo superiore a ogni previsione.
Il vento tempestoso della crisi economico-produttiva non è filtrato attraverso le ampie vetrate che delimitano i padiglioni del Lingotto, non ha investito gli stand degli oltre 1.400 espositori, né spazzato le quasi trenta sale adibite ad affollati convegni.
Al contrario.
Una brezza tonificante ha restituito un pizzico di fiducia a editori, distributori, librai.
Nonostante la chiusura di molte librerie di piccole e medie dimensioni, solo in parte controbilanciata dall’estendersi delle grandi catene, l’impressione è che in Italia la domanda di prodotti editoriali non conosca flessioni (vero è che risulta comunque stabilizzata da anni su livelli di retroguardia mondiale).
Del resto, al “botteghino” torinese le cifre ufficiose danno ragione e soddisfazione agli organizzatori:  307.000 visitatori, il 5% in più rispetto al 2008, mentre le vendite hanno goduto di un’impennata pari al 35%, probabilmente grazie anche a un incremento di promozioni e incentivi.
Sarebbe interessante poter estrapolare da questi dati complessivi qualche elemento puntato in modo specifico sull’afflusso e sui comportamenti d’acquisto del pubblico giovane, compreso all’incirca tra i 15 e i 25 anni:  quel segmento di consumatori di libri dalla cui “tenuta”, dipendono le future sorti non soltanto dell’editoria ma più in generale della produzione culturale in Italia e in Europa.
In questo senso, secondo gli addetti ai lavori resta vitale, strategico, il rapporto dei giovani lettori con i classici.
Un intellettuale che di classici se ne intendeva come pochi Giuseppe Pontiggia – scomparso nel 2003 – fissò lucidamente i termini del problema in una conferenza del 1994:  “Spesso i giovani hanno la sensazione che i classici siano degli idoli sopravvissuti a migliaia di anni, che la scuola li abbia trasmessi e che loro debbano occuparsene perché è tradizionale occuparsene.
Invece noi li studiamo perché questi testi continuano ad agire nella mente delle persone”.
Non costituisce certo un’inaudita rivelazione la fondamentale importanza della scuola media superiore, e poi dell’università, nell’accostamento ai classici da parte di adolescenti e ventenni.
E tuttavia è una realtà mai sufficientemente sottolineata.
Se gli insegnanti di lingue e letterature antiche o moderne riescono a comunicare, con passione temperata da una professionale razionalità, la consapevolezza che “la lettura dei classici, per chi la sa mettere a frutto, può essere una ricchezza straordinaria – sono ancora parole di Pontiggia – i loro allievi saranno in grado, almeno in una certa percentuale, di scavalcare i limiti delle nozioni di base, delle versioni dal greco o dal latino, dei compiti in classe, degli assaggi antologici, per avventurarsi nel mare aperto delle libere scorribande sui testi integrali”.
Diversamente, la conoscenza di quel patrimonio resterà frammentaria, faticosa e superficiale.
La grande letteratura universale, la Weltliteratur, non diventerà maestra di vita, strumento di crescita interiore, cibo nutriente per lo spirito.
Tutt’al più, alle soglie dell’estate vedremo ricomparire nelle classifiche dei bestseller, colonna dei tascabili, i soliti romanzi tradizionalmente raccomandati come letture per le vacanze:  Il fu Mattia Pascal di Pirandello, Il deserto dei Tartari di Buzzati, Il barone rampante di Calvino, e così via. Fenomeno vistoso, certo positivo, ma effimero come la fioritura dei papaveri nei campi di grano.
In conclusione:  avremo giovani lettori appassionati di classici finché avremo un corpo docente – non importa quanto minoritario – che dei classici sappia trasmettere, con modalità didattiche coinvolgenti, la perenne lezione intellettuale e morale.
In ogni caso, la disponibilità di volumi commisurati alle esigenze, ai gusti e alle tasche giovanili è tutt’altro che scarsa.
L’offerta di edizioni accurate, fondate sul puntuale accostamento di testi e traduzioni, corredate di apparati e sussidi tali da consentire ogni tipo di fruizione – specialistica o dilettantesca – delle grandi opere “canoniche” e di molte altre “minori”, risulta oggi, sul mercato italiano, più che mai abbondante e variegata.
Anche se in genere non vengono più alimentate con lo stesso elevato numero di novità che le ha arricchite negli ultimi due decenni del secolo scorso, le collane “storiche” riservate ai classici seguitano a occupare spazi rilevanti nell’economia delle librerie.
Se ne poteva avere conferma a prima vista anche aggirandosi fra gli stand di Torino.
Mettiamo pure tra parentesi le collezioni più pregiate, come i “Meridiani” (Mondadori), gli “Scrittori greci e latini” (Fondazione Lorenzo Valla / Mondadori), i “Millenni” e la “Biblioteca della Pléiade” (Einaudi), i “Classici” della Utet.
Supponiamo, cioè, che l’alta fascia di prezzo ponga questi raffinati volumi fuori dalla portata di studenti liceali e universitari (senza escludere, però, qualche loro prelievo da biblioteche di genitori collezionisti).
Rimangono comunque, a prezzi decisamente convenienti e con dignitose copertine spesso ristilizzate in occasione delle ristampe, le gloriose, foltissime schiere di paperback targati Oscar Classici, Classici Bur, Grandi Libri Garzanti, Tascabili Einaudi, Universale Economica Feltrinelli, Grande Universale Mursia, Newton Compton, e così via.
La concorrenza è accanita, ma i risultati non sono esaltanti.
Duole constatare, infatti, come tutte queste accessibili collane evidenzino una certa sofferenza rispetto a un recente passato.
Una sofferenza su cui le opzioni dei giovani lettori hanno un peso notevole.
Giuliano Vigini, direttore dell’Editrice Bibliografica, si dice convinto che, nel disorientamento di fronte al diluvio di novità immesse sul mercato al ritmo di 180 al giorno, i giovani reagiscono con scelte frammentarie e occasionali, fatalmente influenzate dal marketing, dalla pubblicità, dal passaparola, dai premi letterari.
Di qui i durevoli trionfi (non solo giovanili, beninteso) di bestseller, anzi “megaseller”, quali Gomorra e La solitudine dei numeri primi.
A tutto detrimento dei classici, entrati purtroppo in una fase di appannamento.
Come avviare, allora, un circolo virtuoso che ristabilisca un miglior equilibrio fra l’antico e il moderno? La soluzione prospettata da Vigini prevede una più stretta cooperazione fra agenzie educative (scuola, famiglia, chiesa) e istituzioni culturali (case editrici, associazioni, enti pubblici e privati) che dovrebbero convergere sulla progettazione di percorsi di lettura “guidati” attraverso l’universo classico, calibrandoli attentamente in rapporto ai problemi, agli interessi, alle aspettative dell’età evolutiva.
Non più un girovagare disordinato e dispersivo, ma un cammino rettilineo, organizzato e in definitiva gratificante.
(©L’Osservatore Romano – 28 maggio 2009)

Il caso Galileo

Il 26 maggio si apre a Firenze, presso la basilica di Santa Croce, il convegno internazionale “Galileo 2009” organizzato dall’Istituto Stensen.
I lavori proseguiranno dal 27 al 29 maggio nel Palazzo dei Congressi e si concluderanno il giorno 30 nella villa Il Gioiello di Arcetri, l’ultima dimora di Galileo.
Uno dei relatori ha sintetizzato per “L’Osservatore Romano” i temi e il significato del convegno.
Il convegno di Firenze si presenta come uno degli eventi salienti dell’International Year of Astronomy, indetto dall’Onu nel dicembre 2007 a seguito di una proposta dell’Unione astronomica internazionale, fatta propria dall’Unesco.
Il 2009 è stato scelto perché segna il quarto centenario dell’introduzione del telescopio nelle osservazioni astronomiche, avvenuta a Padova da parte di Galileo Galilei.
Così, mentre molte iniziative in corso in una pluralità di Paesi, inclusa l’Italia, stanno riguardando lo stato attuale e le prospettive della ricerca astronomica, alcune, doverosamente, sono dedicate all’esame specifico di quel fatto e alle sue ripercussioni nella storia scientifica e, nel senso più ampio, intellettuale.
Com’è ben noto, l’astronomia di Galileo e il contesto fisico-cosmologico innovativo nel quale egli tese a collocarla, facendone uno strumento di grande portata insieme scientifica e filosofica, fu l’oggetto di un intervento degli organi censori della Chiesa, le Congregazioni del sant’Ufficio dell’Inquisizione e dell’Indice.
In un primo momento (1615-1616) l’intervento ebbe un esito esclusivamente dottrinale, la proibizione della teoria eliocentrica copernicana come quadro della realtà fisica – non come schema di calcolo – e di alcune opere che la esponevano e sostenevano: né Galileo né altri sostenitori dell’eliocentrismo furono oggetto di sentenza.
In seguito (1632-1633) venne invece un processo contro di lui, con l’accusa di aver ottenuto l’imprimatur per il suo Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo dissimulandone il contenuto decisamente copernicano e aggirando quindi la proibizione, resagli nota già nel 1616.
In linea di pura cronologia e strettamente scientifica la ricorrenza centenaria riguarda un fatto estraneo alla successiva vicenda censoria, essendo eminentemente tecnico e in sé religiosamente neutro, in quanto connesso molto parzialmente e indirettamente alle valenze cosmologiche dirompenti dell’eliocentrismo.
La visione di maggior dettaglio di corpi o fenomeni già visibili e la visibilità di altri che prima non lo erano – i satelliti di Giove, le fasi di Venere, le “protuberanze” laterali di Saturno interpretate solo in seguito come un anello, e altro – misero in crisi diversi aspetti della cosmologia aristotelica e mostrarono la falsità del geocentrismo tradizionale ma non, su un piano puramente logico, quella del sistema intermedio – geo-eliocentrico – di Tycho Brahe, che era compatibile con la cosmogonia e l’astronomia della Bibbia: perciò non comportarono intrinsecamente un contrasto con queste.
Di fatto, la Chiesa non pensò mai a interdire l’uso del telescopio in astronomia, che crebbe velocemente nei Paesi cattolici non meno che nei protestanti e trovò anzi nel clero molti dei suoi praticanti più assidui e qualificati.
Tuttavia Galileo, che non ritenne plausibile il sistema di Brahe, considerò i nuovi oggetti e fenomeni come inquadrabili esclusivamente nel sistema eliocentrico e come evidenze a suo favore, e dopo aver pubblicato nel 1610, nel Sidereus nuncius, le sue prime osservazioni, potenziò il telescopio e ne focalizzò l’uso soprattutto in funzione della sua battaglia di idee.
Così, se su un piano strettamente scientifico tra gli eventi del 1609 e quelli del 1615-1616 e 1632-1633 v’è una relativa estraneità, su quello di una storia intellettuale generale v’è una quasi continuità ed un nesso ineludibile.
Questo fatto spiega l’impianto del convegno fiorentino, che non intende proporre una riflessione sulla figura complessiva dello scienziato toscano né su aspetti tecnici molto specifici.
Se per il grande pubblico o per molti studiosi non specialisti Galileo è solo o soprattutto l’astronomo del processo e dello “eppur si muove”, nella storia della scienza ha un titolo di gloria forse più grande: la fondazione della cinematica, con la formulazione della legge del moto uniformemente accelerato e l’individuazione di un principio fondante per l’intera meccanica (detto talora “relatività galileiana”).
Non solo gli organizzatori hanno limitato il convegno al tema astronomico, in conformità al ruolo conferito internazionalmente all’anno 2009, ma da esso hanno escluso l’aspetto tecnico, com’è esplicitato nel titolo: “Il caso Galilei.
Una rilettura storica, filosofica, teologica”.
L’oggetto è dunque la vexata quaestio, dibattuta quasi ininterrottamente dal 1633 alla storiografia attuale, attinente a genesi, fondamento, motivazioni, sviluppi e ripercussioni della vicenda dipanatasi tra 1615 e 1633.
È su tale “caso” che verterà la quasi totalità delle ventisette relazioni previste nei giorni 27, 28 e 29 (il 26 sono previste due lectiones magistrales introduttive; il 30 si avrà una tavola rotonda conclusiva nella villa Il Gioiello, sui colli fiorentini, dove Galileo visse in stato di residenza coatta da poco dopo la condanna fino alla morte nel 1642).
Le valenze molteplici del caso – scientifiche, storiche, giuridiche, teologiche, ideologico-politiche – hanno portato a migliaia di trattazioni, il cui numero negli ultimi anni è piuttosto cresciuto che diminuito, con un correlativo incremento di documentazione, accuratezza, specificazione di aspetti.
Il convegno fiorentino, tuttavia, si ripromette di portare gli studi a un nuovo punto di avanzamento.
Neppure esso potrà portare a risultati definitivi, perché certe lacune nella documentazione, la delicatezza delle implicazioni e le forti connotazioni ideali che hanno sempre segnato la riflessione sul tema probabilmente impediranno per sempre una ricostruzione non ipotetica in alcuna sua parte, condivisa e di valore permanente (nei limiti in cui questi attributi sono riferibili al lavoro storiografico).
Tuttavia la vastità d’impianto, l’ambito internazionale di provenienza dei relatori e, ancor prima, il numero e livello degli enti promotori lo rendono senz’altro un evento che ha pochi analoghi nella pur ricca storia organizzativa degli studi galileiani degli ultimi decenni.
All’organizzazione hanno concorso, con ruoli che vanno da un intervento diretto al patrocinio, diciotto istituzioni italiane di alta cultura, dall’Accademia dei Lincei e da quella Pontificia delle Scienze alle università di Firenze, Padova e Pisa, le tre città e sedi accademiche legate alla vita e alle ricerche di Galileo.
Proponente iniziale e perno logistico è però il fiorentino Istituto Stensen, riuscito non solo nel compito difficile di raccordare istituzioni disparate, sollecitare adesioni internazionali, creare una vasta aspettativa, ma in quello più arduo di costruire una cornice unica di dialogo – pur con la certezza di differenze di giudizio anche vivaci – tra gli specialisti circa uno dei temi che, da più tempo e più intrinsecamente, demarcano posizioni religiose, filosofiche e ideologiche profondamente alternative.
La premessa forse più decisiva per questa nuova atmosfera, il discorso del 31 ottobre 1992 ai membri della Pontificia Accademia delle Scienze nel quale Giovanni Paolo II qualificò la vicenda censoria come “tragica reciproca incomprensione”, sarà anch’essa oggetto di analisi, perché il programma seguirà le fasi storiche della querelle fino al presente.
Le relazioni del 27 maggio riguarderanno gli eventi del 1615-1616 e 1632-1633.
Il 28 si passerà allo sviluppo dei giudizi e dell’immagine storica del “caso” fino al 1820-1822, quando una decisione di Pio vii – che pose termine al cosiddetto “caso Settele” – autorizzò definitivamente l’insegnamento dell’eliocentrismo come verità fisica, anche nello Stato pontificio.
Il 29 saranno sondati sviluppi e valenze del tema dall’età del risorgimento e del positivismo, quando esso assunse valenze anche fortemente anticattoliche e antireligiose e fu usato come evidenza a supporto di elaborazioni filosofiche e ideologiche radicali, fino a un presente in cui esso appare come l’antecedente di questioni, di portata almeno pari, che oggi si pongono nel rapporto tra scienza e fede.
*Università di Padova Pontificio Comitato di Scienze Storiche (©L’Osservatore Romano – 25-26 maggio 2009)

“Terra Futura per la scuola”:

“Terra Futura per la scuola” Workshop, laboratori, animazioni e spettacoli dedicati ai più giovani, perché insegnare a “vivere in modo sostenibile” è una delle sfide educative dell’epoca in cui viviamo.
La scuola è il luogo in cui si formano le nuove generazioni, e Terra Futura, la mostra convegno internazionale delle buone pratiche di sostenibilità ambientale, economica e sociale che torna alla Fortezza da Basso di Firenze dal 29 al 31 maggio prossimi, non può che riservare ai giovani un’attenzione tutta particolare perché è fondamentale partire da loro per diffondere una cultura della sostenibilità.
Lo chiede il momento di crisi attuale, che ci ricorda l’urgenza di ripensare anche la “missione educativa”: nasce da qui l’iniziativa speciale “terrafutura per la scuola”, che prevede molte proposte dedicate a studenti e docenti, fra progetti, laboratori, seminari, momenti di orientamento e formazione, ma anche animazione e spettacolo.
“Educarsi al futuro” si intitola il progetto di collaborazione scientifica tra l’Ente per le Nuove tecnologie e l’Ambiente (ENEA) e le scuole, per creare nuovi saperi umanistici, sociali, scientifici e tecnologici da convogliare in materiali e percorsi didattici, oltre che in iniziative per la diffusione di fonti rinnovabili e del risparmio energetico sia territoriali, che di cooperazione fra scuole italiane e africane: allo stand di ENEA, sarà presente un percorso con pannelli illustrativi e kit fotovoltaici dimostrativi, per l’elettrificazione di villaggi e scuole rurali africane.
A Terra Futura parteciperà anche il centro italiano Area Science Park di Trieste con “IUSES” – Intelligente Use of Energy at School – parte del programma comunitario “Intelligent Energy Europe” per imparare fra i banchi di scuola le piccole pratiche quotidiane di risparmio energetico: dalla sveglia che suona alla mattina alla luce che spegniamo prima di andare a dormire.
Torna alla Fortezza da Basso il “Progetto Cellulare Solidale” a cura del Movimento e Azione di Gesuiti Italiani per lo Sviluppo (Magis), che sensibilizza gli studenti al corretto smaltimento dei cellulari, un’attenzione che “si trasforma” in aiuti alla cooperazione: fra gli apparecchi dimessi una società specializzata separa quelli inutilizzabili da quelli ancora funzionanti e, a fronte di ogni cellulare ricevuto, il Magis riceve un corrispettivo per finanziare progetti di sviluppo per l’Africa.
E ancora, fra le numerose iniziative, a Terra Futura avrà luogo “IN-FORUM cittadini crescono, 2009”, evento conclusivo del progetto “Le Chiavi della Città”, a cura del Comune di Firenze, che vedrà duemila ragazzi condividere la documentazione prodotta sinora sui temi della formazione alla cittadinanza e all’impegno civile: una sorta di piccolo villaggio globale per parlare di best practices quotidiane, costituzione, democrazia, legalità, solidarietà.
Fra i numerosi laboratori, tanti i percorsi per sensibilizzare gli alunni alle buone prassi: dall’imparare a fare la spesa con consapevolezza e responsabilità e a risparmiare l’acqua e l’energia, all’apprendere come ricavare jeans, bigiotteria e accessori da materiali di riciclo.
Molte anche le esperienze sensoriali: un bosco allestito in miniatura che si imparerà a conoscere attraverso i cinque sensi, l’ascolto della musica prodotta dalle piante; i colori e i profumi del commercio equo e solidale attraverso percorsi fra spezie di mondi lontani, i “soggiorni” in “fattoria” e nel “villaggio ecologico” fra mille sapori e saperi, e ancora alla scoperta delle erbe officinali, dell’agricoltura e della cucina biologica, dell’accudimento degli animali, dell’arte della lavorazione della terra cruda…
Altre animazioni condurranno i ragazzi in paesi lontani fra racconti popolari, maschere, tradizioni, suoni e musiche, ma anche attraverso la creazione di oggetti tradizionali, da quelli realizzati con le perline colorate dello Swaziland al warry, una sorta di dama africana con semi locali in funzione di pedine.
La conoscenza reciproca, nel rispetto dei diritti e della dignità di ognuno, sarà anche al centro della mostra fotografica contro il razzismo (a cura della Cgil).
E ancora, giochi ideati per far conoscere ai più piccoli cos’è un ecosistema e in cosa consiste la catena alimentare, anche attraverso esperimenti interattivi che fanno comprendere le relazioni fra effetto serra, cambiamenti climatici e fonti di energia, come l’Energy Game della Fondazione Enrico Mattei, il cui scopo per ogni giocatore è quello di arrivare a realizzare un proprio obiettivo “di ottimo equilibro energetico” rispetto al territorio assegnato.
In calendario anche giochi di ruolo che trasferiranno i ragazzi nei paesi del Sud del mondo: qualche minuto “nei panni” di bambini senegalesi che non possono andare a scuola, recitando attimi delle loro vite con vestiti e oggetti tradizionali; in altre simulazioni i ragazzi “diventeranno” produttori di banane e cacao alle prese con sfruttatori senza scrupoli, davanti ai quali dovranno imparare, insieme ai compagni, a rivendicare i propri diritti.
Infine il “diario scolastico della sostenibilità”, proposto dalla Fiba Cisl per trasmettere ai più giovani il messaggio che “dalle piccole azioni e dai piccoli pensieri di ogni giorno nascono i grandi cambiamenti”.
Numerose le iniziative dedicate anche ai piccolissimi con proposte specifiche adatte alla loro età.
“Terra Futura per la scuola” è promossa da Fondazione culturale Responsabilità Etica, Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca – Direzione Generale Ufficio Scolastico Regionale per la Toscana, Regione Toscana, Provincia di Firenze, Comune di Firenze – Assessorato alla Pubblica Istruzione, Adescoop-Agenzia dell’Economia Sociale s.c., in collaborazione con Acli, Arci, Caritas italiana, Cisl Toscana, Cospe, Legambiente, ManiTese, Ucodep.
Terra Futura è promossa e organizzata da Fondazione culturale Responsabilità Etica per conto del sistema Banca Etica (Banca Etica, Etica SGR, Rivista “Valori”), Regione Toscana e Adescoop-Agenzia dell’Economia Sociale s.c., in partnership con Acli, Arci, Caritas Italiana, Cisl, Fiera delle Utopie Concrete e Legambiente.
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Filippo Neri: la predicazione quotidiana

La preziosa eredità filippiana fu codificata negli Instituta della congregazione, approvati da Paolo V nel 1612: “Coloro che sono stati scelti per questo ufficio nutrono l’anima degli ascoltatori con un genere di predicazione veramente fruttuoso, adattando soprattutto le parole, con ordinata successione, alla comprensione del popolo, senza concedere nulla alla vuota pomposità e al vano applauso; e confermano l’insegnamento particolarmente citando gli esempi dei Santi e con fatti storici documentati.
Eviteranno inoltre (…) tutti gli argomenti che si addicono più alle scuole che all’Oratorio”.
Già il primo testo costituzionale (1583) stabiliva che cibo fondamentale nella congregazione oratoriana fosse la Scrittura di cui si chiedeva una conoscenza profonda attraverso un perseverante contatto: percupimus eos qui publicis praedicationibus destinandi erunt Scripturae divinae paginas (…) diurna nocturnaque manu diligentissime pertractare.
E gli scritti dei primi oratoriani, con la loro ricchezza di informazione e la penetrazione della Sacra Scrittura, mostrano quanto tale indicazione fosse diligentemente accolta.
“Padre Filippo – si legge nell’Itinerario spirituale dell’Oratorio – con il suo metodo creò una vera scuola nell’ambiente di Roma, dove i predicatori ecclesiastici rivaleggiavano con i classici pagani.
Il Santo insegnava che per predicare, bisogna prima far molta preghiera, dar molta importanza alla pratica della virtù, avere retta intenzione nello studio e ricorrere frequentemente agli esempi presi dalla vita della Chiesa e dei Santi.
Padre Giuliano Giustiniani era solito dire che un prete di Congregazione doveva morire sopra uno di questi “tre legni”: la predella dell’altare, il confessionale, la sedia dei ragionamenti”.
A questo metodo si ispirarono fin da subito i primi che Filippo Neri chiamò a coadiuvarlo nella tractatio Verbi Dei, poiché, come testimonia padre Pompeo Pateri, Filippo “volle che i suoi discepoli si abituassero allo stesso modo a annunciare la Parola di Dio, per ferire più i cuori degli ascoltatori che le orecchie”.
In qualche caso li educò alla semplicità, alla sincerità e a un rapporto di intima confidenza con gli ascoltatori anche con espedienti curiosi: al padre Agostino Manni, anima poetica e di grande sensibilità artistica, incline a farsi prendere la mano dalla vena letteraria, fece ripetere, ad esempio, per sei volte lo stesso elaborato sermone, tanto che i fedeli pensarono che quel padre non sapesse dir altro; a padre Francesco Maria Tarugi, che in un sermone parlò, con enfasi eccessiva e impeto degno della miglior retorica, sull’utilità della sofferenza, padre Filippo, dopo essersi a lungo agitato sulla sedia per fargli comprendere di rientrare nei giusti confini, disse pubblicamente, al termine, che nessuno di loro aveva ancora versato una goccia di sangue per Gesù Cristo.
Per l’attrattiva che esercitava e per i frutti di sincera conversione che produceva, lo stile della predicazione filippiana si diffuse presto anche al di fuori dell’ambiente oratoriano dando il via al rifiorire della predicazione frequente nelle chiese romane: i domenicani della Minerva furono i primi ad assumerlo, fin dal 1562, per iniziativa del loro priore Vincenzo Ercolani, grande amico di padre Filippo; gli scolopi stabilirono nelle loro costituzioni che si usasse la stessa familiare eloquenza “di cui si servono i RR.
pp.
dell’Oratorio alla Vallicella”; fuori Roma, san Carlo Borromeo lo prescrisse ai padri oblati di Milano e san Vincenzo de Paoli lo raccomandò ai suoi missionari.
Interessante, al riguardo, quanto riportato in una deposizione di padre Francesco Bozzio: “Avendo saputo che alcuni religiosi avevano adottato il tipo di predicazione che si faceva nel nostro Oratorio, e poiché un padre diceva che non era lecito usurpare quello che Padre Filippo aveva istituito, il Beato Padre rispose: oh se tutti fossero profeti…” I testi del processo di canonizzazione di Filippo Neri, editi da Giovanni Incisa della Rocchetta e da Nello Vian – verso i quali l’Oratorio conserva, e non solo per questo, un grato ricordo – sono ricchi di testimonianze sul ministero della predicazione di padre Filippo, il quale, già negli anni della giovinezza, aveva suscitato ammirazione parlando nella chiesa romana di San Salvatore in Campo, negli incontri della confraternita della Santissima Trinità.
Prima di citarne alcune, merita ricordare quella contenuta in una lettera che egli ricevette da Napoli nel 1588, agli inizi di quell’Oratorio, fondato da padri provenienti dalla Casa di Roma: “Oggi – scrisse padre Antonio Talpa – il padre messer Francesco Maria [Tarugi] ha parlato familiarmente, poi ha parlato messer Giovenale [Ancina].
Io ne ho sentita tanta consolazione che non potrei dir di più: mi è sembrato di vedere l’Oratorio in quella purezza e semplicità che aveva a San Girolamo.
(…) Desidererei che Vostra Reverenza non solo gli desse la sua approvazione, ma anche che glielo comandasse (…) Il frutto sarà certamente maggiore e minore la fatica, e, quel che più importa, si conserverà la forma di parlare propria dell’Oratorio e si trasmetterà ai posteri: altrimenti si perderebbe, ed è il bene più grande che la nostra Congregazione possiede”.
Nella risposta di Filippo Neri – diretta al Tarugi e affidata, come spesso accadeva, alla penna di Niccolò Gigli, molto caro al santo per il candore e la profonda sintonia di spirito – si legge una preziosa indicazione: “Le dico che il Padre ed i Deputati e gli altri sacerdoti di Congregazione si sono rallegrati quando hanno saputo che Vostra Reverenza ha parlato sopra il libro, secondo l’antico costume dell’Oratorio, quando in spiritu et veritate et simplicitate cordis si predicava, lasciando che lo Spirito Santo infondesse le sue virtù in bocca a chi parlava”.
Francesco M.
Tarugi, ne era ben convinto: tracciando le linee programmatiche su cui sviluppare il testo delle Costituzioni, egli affermava infatti: “Si cerchi di mantenere l’Oratorio più con la devozione che con gli ornamenti del parlare”; e già qualche anno prima, scrivendo nel 1579 a Carlo Borromeo, aveva ricordato che l’Oratorio consiste “nel trattare ogni giorno il Verbo di Dio in modo familiare” precisando che la “familiarità” non doveva essere separata dalla “dignità dovuta” e la “semplicità” non doveva confondersi con la povertà dei contenuti, dal momento che scopo principale dell’Oratorio è “formare un uomo cristiano e tenerlo, con l’aiuto della Grazia, continuamente in esercizio”.
Nelle deposizioni dei testi al processo è presente il ricordo della predicazione di padre Filippo in chiesa, durante le celebrazioni, caratterizzata da fervore e commozione, ma anche da una speciale capacità di leggere negli animi che gli consentiva di parlare a tutti tenendo presente la situazione di ognuno.
Vigerio Aquilino, che attesta di averlo sentito spesso sermoneggiare nella Chiesa Nuova, depone: “Una volta, mentre il Padre predicava pubblicamente, e credo che fosse l’anno 1583, raccontò dettagliatamente il caso di un conflitto spirituale molto stravagante, che diceva essere capitato ad un sacerdote.
E io, che ero presente ed ero ordinato sacerdote sebbene ancora non avessi celebrato la messa, ho capito che il beato Padre faceva per me questo ragionamento, poiché questo conflitto era quello che si agitava in me, punto per punto, come il Padre lo raccontava.
Donde io ne ricevetti ammirazione per il Padre e giovamento per la mia anima”.
Ciò che ancor più colpiva era però il suo “ragionare” nell’Oratorio: “Chi voglia farsi un’idea del predicare di lui – scrive il cardinale Capecelatro – deve risalire su fino a Gesù Cristo e ricordare la semplicità, la bellezza e la facilità grande delle parabole evangeliche”.
Marcello Ferro, tra gli altri, descrive gli incontri in cui san Filippo, esponendo la Parola di Dio, come un “Socrate cristiano”, coinvolgeva i presenti: “Da quando mi posi nelle sue mani, intorno al 1553, mi sono trovato molte volte presente quando il beato Filippo, cominciava a parlare, o proponeva qualche cosa di spirituale e faceva dire agli astanti il loro parere”.
Era toccante il fervore di Filippo: “Si vedeva – ricorda un teste – che nel parlare delle cose di Dio andava tutto in spirito, e molte volte l’ho visto che tremava e si muoveva facendo tremare anche il letto (…) a volte sembrava che tremasse la camera stessa”.
Il fenomeno era iniziato con la misteriosa effusione di Spirito Santo che Filippo ricevette, ancora laico – sarebbe stato ordinato sacerdote solo nel 1551, a trentasei anni – nell’imminenza della Pentecoste del 1544.
Di quell’avvenimento egli custodì gelosamente il segreto – secretum meum mihi diceva – fin quasi al termine della sua vita, ma non sempre fu in grado di nascondere gli improvvisi calori, i tremiti, le estasi e le impressionanti palpitazioni del cuore di cui l’esame autoptico evidenziò l’enorme dilatazione.
Una prorompente commozione accompagnava spesso il fervore, testimonia, tra i molti, Marcello Vitelleschi – “Io ho visto molte volte il Padre piangere, perché non si poteva trattenere” – e l’abate Marco Antonio Maffa attesta che ciò accadeva anche nella predicazione del Padre in chiesa: “L’ho sentito molte volte predicare (…) e come aveva detto dieci parole incominciava a versare lacrime nel parlare dell’amore di Dio, al punto che doveva interrompersi”.
Fu questo il motivo per cui, negli ultimi anni della vita, non parlò più in pubblico.
L’ultima volta che cercò di predicare è ricordata dai testi con particolare commozione: “Mi ricordo ancora – testimonia Alessandro Illuminati, il 2 settembre 1595 – che, circa sei anni sono, mentre si facevano sermoni nell’oratorio il padre salì su la banca da sermoneggiare con tanto spirito, et venne in tanta dirottura de piangere che non possette dire una parola, et discese giù senza dir altro, et mai più ci è salito”.
Da quel momento Filippo, che viveva della Parola di Dio, in modo ancor più efficace divenne tacito predicatore del Verbo, ripetendo, fin sul letto di morte: “Cristo mio, Signor mio, tutto è vanità.
Chi vuol altro che non sia Cristo non sa quel che si voglia, chi cerca altro che Cristo non sa quel che cerca, chi fa e non per Cristo non sa quel che si faccia”.
Schola beati Patris sarà detto dal Gallonio e dai primi oratoriani il cammino dei discepoli di padre Filippo ed il metodo dell’Oratorio, che nell’ascolto della Parola di Dio, nella preghiera, nella assidua pratica sacramentale, nell’ascetica dell’umiltà come base per l’esercizio delle virtù ha il proprio punto di forza.
Senza proclami ufficiali, in tutta semplicità, l’Oratorio assunse il volto della comunità apostolica descritta dagli Atti, come testimoniano, tra i primi, Cesare Baronio e Francesco M.
Tarugi: “Sembrò riapparire, in relazione al tempo presente, il bel volto della comunità apostolica”, “la rinnovazione dello spirito che ebbero i cristiani della primitiva Chiesa”.
(©L’Osservatore Romano – 25-26 maggio 2009) Nella preghiera litanica che il cardinale John Henry Newman compose delineando il volto e la missione di san Filippo Neri, l’invocazione Sancte Philippe, qui Verbum Dei cotidianum distribuisti esprime l’amore di Filippo per la Parola di Dio, ma anche la novità della predicazione quotidiana in un’epoca in cui essa era piuttosto occasionale, tanto che Antonio Gallonio, autore della prima biografia del santo, poté scrivere che Filippo “fu il primo che introdusse in Roma la parola di Dio cotidiana”.
Ciò che attirava all’Oratorio un numero crescente di persone, era, comunque, la semplicità e il modo familiare con cui egli, con evidente distanza dallo stile ampolloso e pieno di artifici retorici della sua epoca, trasmetteva ogni giorno la Parola di Dio.