La rivoluzione Gelmini del sistema di istruzione

L’approvazione dello schema di regolamento per la riforma dei licei consegna al sistema nazionale di istruzione sei licei, riordinati completamente nei piani di studio, negli orari e nella struttura.
I licei nuovi in assoluto sono il musicale-coreutico e il linguistico.
Nei commenti delle prime ore è stato ritenuto nuovo liceo quello delle scienze umane, ma non è proprio così, perché l’ex-liceo socio pedagogico cambia nome, come l’aveva già cambiato in va sperimentale quando era istituto magistrale.
La vera novità nel sistema statale è il linguistico, assente completamente dall’attuale “vecchio” ordinamento.
Il linguistico aveva fatto la sua apparizione per la prima volta nell’ambito di istituti non statali e aveva poi trovato accoglienza in istituti statali soltanto in via sperimentale, ad esempio, all’interno degli ex-istituti magistrali che, dopo la loro cessazione nel 2001 si erano ristrutturati in diversi rami sperimentali (liceo socio-pedagogico, scienze sociali, linguistico, ecc.).
Dal 2010-11, all’avvio della riforma della secondaria superiore, avranno finalmente piena legittimazione ordinamentale con significativa presenza anche nelle scuole statali.
Per il musicale-coreutico, invece, sarà il 2010 l’anno zero con un avvio graduale che interesserà un sessantina di istituti in tutta Italia.
Tutto da scoprire.
tuttoscuola.com Gelmini: ”Quella dei licei è riforma epocale” Primi commenti all’insegna della soddisfazione da parte del ministro dell’Istruzione Mariastella, circa la riforma dei licei approvata oggi dal Consiglio dei ministri.
Per il titolare dell’Istruzione si tratta di “una riforma epocale”: non se ne faceva una dal “1923, eravamo fermi a Gentile”.
Nella consueta conferenza stampa successiva alla riunione a Palazzo Chigi, il ministro ha chiarito che la riforma partirà dal 2010, “per dare alle scuole il tempo di adeguarsi alle novità’ e per avviare un dialogo con le famiglie e un periodo di 5-6 mesi di orientamento che consenta a genitori e ragazzi di fare scelte consapevoli”.
La Gelmini ha anche chiarito come “la ratio del regolamento sta nel tentativo di coniugare la tradizione con l’innovazione privilegiando la qualità” per avere “una scuola che guardi al futuro, recuperando al meglio la tradizione ma senza essere autoreferenziale e comunque legata al mondo del lavoro”.
Il ministro ha infine ricordato che questa “è solo un’approvazione in prima lettura.
Seguirà una concertazione e una seconda lettura”.
Aprea e Meloni: scuola più moderna, rispettando la tradizione “Il Ministro Gelmini con l’approvazione della riforma dei licei dà il via alle innovazioni più significative emerse dal dibattito politico istituzionale degli ultimi anni, attraverso un calendario certo di attuazione”.
E’ la valutazione del presidente della Commissione Cultura della Camera, Valentina Aprea (Pdl), a cui giudizio “le scuole avranno così la possibilità di inaugurare una nuova stagione di opportunità di studio e di formazione degli studenti potendo contare su piani di studio più moderni ed europei, valorizzando le sperimentazioni più riuscite in questi anni, ma senza perdere di vista la tradizione.
Su questo punto insiste anche il ministro della gioventù, Giorgia Meloni, a cui parere la riforma Gelmini “consegna alla storia il 1968, poiché incrocia la grande tradizione scolastica italiana con gli strumenti didattici e gli obiettivi che definiscono la modernità.
Affronta la sfida educativa della nostra epoca senza accantonare quanto di buono è stato fatto negli anni precedenti, ma facendo giustizia delle molte aberrazioni che hanno affossato la scuola in Italia”.
Tra le aberrazioni la Meloni colloca le “innumerevoli sperimentazioni, figlie della cultura sessantottina, introdotte all’interno del sistema educativo a discapito di nozioni basilari per la crescita culturale e civile degli studenti italiani”.
Per il Pd, la riforma dei licei è ritorno al passato, a ”insegnamento classista” Tra le prime reazioni critiche alla riforma dei licei, giunge quello della responsabile Scuola del Partito Democratico senatrice Mariangela Bastico, che ironizza sulla “epocalità” vantata dal ministro dell’Istruzione Mariastella Gelmini per il provvedimento approvato stamattina in prima lettura dal Consiglio dei Ministri.
“La ‘riforma’ Gelmini per i licei – spiega la Bastico – non è altro che un ritorno al passato e ad un’idea che credevamo superata, quella dell’insegnamento classista voluto da Gentile nel 1923 e basato solo sugli apprendimenti teorici”.
La senatrice del Pd articola il proprio giudizio, trovando “condivisibile la riduzione, per i licei come per gli istituti tecnici e professionali, della frammentazione degli indirizzi e delle specializzazioni.
Ma – continua la parlamentare – è profondamente sbagliato che questo determini la cancellazione delle buone sperimentazioni e delle innovazioni che sono state realizzate in questi anni nelle scuole e che al contrario avrebbero dovuto costituire il fondamento della riforma”.
E quindi domanda: “Ma il ministro Gelmini ha idea di quante elaborazioni e quanto lavoro di ricerca e di applicazione ci sia in queste esperienze? Come può il ministro cestinarle con tanta indifferenza?” Per la Bastico, le scelte operate dalla Gelmini sono nel segno del classismo, con la valorizzazione, come unica vera scuola di qualità, di quella liceale, a discapito de gli istituti superiori, e del risparmio a tutti i costi: “Per risparmiare, le nuove norme si applicheranno nelle prime e seconde classi, così gli studenti che salgono sul treno dell’istruzione liceale quest’anno ne dovranno scendere il prossimo, un fatto assolutamente scorretto e che infrange il patto educativo tra scuola, studenti e famiglie”.
La possibile subalternità dell’istruzione tecnica si ritrova nell’ambiguità del rapporto di questa con il liceo tecnologico.
Su tutti questi punti, l’ex viceministro del governo Prodi promette il Partito Democratico sarà in prima fila nel dibattito parlamentare e nel Paese.
Per i sindacati della scuola   Scrima (Cisl): la riforma dà più certezze I sindacati confederali della scuola danno giudizi diversi sulla riforma dei licei presentata dal ministro Gelmini.
Nettamente negativo quello della Flc-Cgil, articolato quella della Uil scuola, come abbiamo già riferito, complessivamente positivo invece quello della Cisl scuola.
Per il segretario di quest’ultimo sindacato, Francesco Scrima,”la filiera liceale era quella che richiedeva interventi meno incisivi rispetto ai tecnici e professionali: è stato però fatto un lavoro di chiarezza e, nello stesso tempo, sono state elevate ad ordinamento le diverse sperimentazioni in atto”.
Le vere novità, prosegue Scrima, “sono i due licei Musicale-coreutico e delle Scienze umane ed il mantenimento del tecnologico tramite l’opzione.
Il riordino che c’è stato in questo senso fa un po’ di chiarezza e dà più certezze”.
Per la Cisl quindi “il giudizio è sufficentemente positivo, fermo restando che non condividiamo il fatto che si parta in prima e seconda: i processi devono essere graduali, bisogna partire dalla prima, altrimenti il buon lavoro fatto rischia di essere disperso”.
Su quest’ultimo punto i tre sindacati confederali hanno la stessa posizione.
Non sarà facile, per il ministro Gelmini, tener duro su una decisione – quella di applicare la riforma anche nelle classi successive alla prima – che non ha precedenti nella scuola italiana.
 Flc Cgil e Uil Scuola: ”Almeno la riforma dei licei parta dalle sole classi prime” Sono queste le preoccupazioni maggiormente riprese da due dei principali sindacati della scuola, Flc Cgil e Uil scuola, che ipotizzano il rischio “caos” connesso all’idea di far partire la riforma nel 2010 sia per la prima che per la seconda classe.
Le due organizzazioni fanno gli esempi di chi si iscrive quest’anno all’istituto d’arte, e in seconda, l’anno prossimo, dovrà sostanzialmente cambiare scuola, dato che l’istituto confluirà nel liceo artistico, e di coloro che si iscrivono in percorsi sperimentali molti dei quali saranno cancellati per confluire nei sei indirizzi decisi dal Ministero.
Mimmo Pantaleo, segretario della Flc Cgil, spiega che “far partire la riforma in prima e in seconda significa costringere gli alunni di prima del 2009 a cambiare indirizzo e percorso di studi nel 2010; questo perché cambieranno molti indirizzi, percorsi e materie con la riforma”.
Anche Massimo di Menna, segretario generale della Uil Scuola invita il ministro Mariastella Gelmini a ripensarci: “L’unico motivo di questa operazione é di carattere economico: la riforma riduce materie, indirizzi e organico.
Ma per i ragazzi sarà il caos.
Ormai quasi tutti scelgono le sperimentazioni, chi parte quest’anno con un programma rischia di vederselo cambiato l’anno dopo.
Va bene la razionalizzazione delle sperimentazioni, ma é meglio partire solo con le prime”.
      tuttoscuola.com               Oltre al provvedimento sulla riforma dei licei e sulle classi di concorso degli insegnanti, è stato approvato anche un terzo provvedimento, relativo alla riorganizzazione dei centri territoriali permanenti e dei corsi serali.
Si tratta di uno schema di regolamento, finalizzato ad ottimizzare le risorse disponibili, ad assicurare una maggiore qualità del servizio per innalzare i livelli di istruzione della popolazione adulta, potenziarne le competenze, favorire l’inclusione sociale, anche degli immigrati, e contribuire al recupero della dispersione scolastica dei giovani con più di 16 anni che non hanno assolto l’obbligo di istruzione.
tuttoscuola.com    Assieme al provvedimento sulla riforma dei licei il Consiglio dei ministri ha approvato anche il regolamento che rivede le classi di concorso degli insegnanti.
Il provvedimento non era all’ordine del giorno, ma fonti ministeriali spiegano che è stato portato fuori sacco al Consiglio di oggi perché la prossima settimana non ci sarà il Cdm.
“Un regolamento – ha spiegato il ministro dell’Istruzione Mariastella Gelmini – improntato  a criteri di flessibilità e che consentirà anche un risparmio”.
L’amministrazione scolastica aveva già da tempo previsto di razionalizzare le classi di concorso, e il provvedimento si è reso urgente perché direttamente collegato alla riforma del sistema scolastico che la Gelmini sta mettendo in atto, soprattutto alla riforma dei licei dove si passa da 400 sperimentazioni a 6 indirizzi.
Per effetto del provvedimento, alcune classi di concorso saranno soppresse, e altre accorpate.
Le fusioni riguarderanno soprattutto le discipline del settore artistico vista la confluenza degli istituti d’arte, con la riforma, nei licei artistici.
Verranno anche istituite nuove classi di concorso come quella di storia della danza o di laboratorio musicale, connesse alla nascita del liceo musicale e coreutico.
tuttoscuola.com Il governo approva la riforma dei licei Due new entry e latino obbligatorio Oltre a classico, scientifico, artistico e linguistico, ci saranno il liceo musicale e quello delle scienze umane  Via libera alla riforma dei licei.
Il consiglio dei ministri ha approvato, in prima lettura, il riordino di questo ramo della scuola secondaria superiore.
Da 400 indirizzi si passa a 6 licei con 10 opzioni per gli studenti.
Due le new entry: il liceo musicale e coreutico e il liceo delle scienze umane.
Il latino sarò presente come insegnamento obbligatorio nel liceo classico, scientifico, linguistico e delle scienze umane.
Il nuovo modello partirà gradualmente, coinvolgendo dall’anno scolastico 2010-2011 le prime e le seconde classi; entrerà a regime nel 2013.
Soddisfatta Mariastella Gelmini, ministro dell’Istruzione: il tentativo ha spiegato, è quello di «coniugare la tradizione con l’innovazione privilegiando la qualità».
«È una riforma epocale – ha aggiunto la Gelmini – che modifica un impianto che risale alla legge Gentile del ’23» SEI LICEI – La riforma spazza via gli attuali 396 indirizzi sperimentali, i 51 progetti assistiti dal ministero e le tantissime sperimentazioni attivate e propone sei licei: il liceo artistico, articolato in tre indirizzi (arti figurative, architettura-design-ambiente, audiovisivo-multimedia-scenografia); il liceo classico (sarà introdotto l’insegnamento di una lingua straniera per l’intero quinquennio); il liceo scientifico (oltre al normale indirizzo le scuole potranno attivare l’opzione scientifico-tecnologica, dove salta il latino); il liceo linguistico (tre lingue straniere, dalla terza liceo un insegnamento non linguistico sarà impartito in lingua straniera e dalla quarta liceo un secondo insegnamento sarà impartito in lingua straniera); il liceo musicale e coreutico, articolato appunto nelle due sezioni musicale e coreutica (inizialmente saranno istituite 40 sezioni musicali e 10 coreutiche); infine, il liceo delle scienze umane che sostituisce il liceo sociopsicopedagogico portando a regime le sperimentazioni avviate negli anni scorsi (le scuole potranno attivare un’opzione sezione economico-sociale, dove non è previsto lo studio del latino).
IL LATINO – Il latino è presente come insegnamento obbligatorio nel liceo classico, scientifico, linguistico e delle scienze umane e come opzione negli altri licei.
È previsto un incremento orario della matematica, della fisica e delle scienze «per irrobustire – spiega il ministero – la componente scientifica nella preparazione liceale» degli studenti (gli insegnamenti di fisica e scienze possono essere attivati dalle istituzioni scolastiche anche nel biennio del liceo classico).
C’è un potenziamento delle lingue straniere con la presenza obbligatoria dell’insegnamento di una lingua straniera nei cinque anni ed eventualmente di una seconda lingua straniera usando la quota di autonomia.
Le discipline giuridiche ed economiche si studieranno sia nel liceo scientifico (opzione tecnologica), sia nel liceo delle scienze sociali (opzione economico-sociale) mentre negli altri licei potranno essere introdotte attraverso la quota di autonomia.
Infine, «per essere al passo con l’Europa», è previsto l’insegnamento, nel quinto anno, di una disciplina non linguistica in lingua straniera.
Tutti i licei prevedranno 27 ore settimanali nel primo biennio e 30 nel secondo biennio e nel 5ø anno, ad eccezione del classico (31 ore negli ultimi tre anni), dell’artistico (massimo 35), musicale e coreutico (32).
Corriere della sera 12 giugno 200 La Gelmini ridisegna i licei Meno ore e meno indirizzi Per poter tagliare il numero dei professori le sperimentazioni verranno ridimensionate.
Al biennio solo 27 ore settimanali, alle medie se ne fanno 30 di Salvo Intravaia Ecco i nuovi licei.
Questa mattina il Consiglio dei ministri ha approvato, in prima lettura, il Regolamento che ridisegna “l’assetto ordinamentale, organizzativo e didattico dei licei”.
Meno ore di lezione per buona parte degli studenti, meno indirizzi e qualche novità all’orizzonte.
Ma quella più interessante riguarda senz’altro l’entrata in vigore della riforma che partirà dal 2010/2011con le prime e le seconde classi.
E varrà quindi anche per coloro che hanno scelto quest’anno come proseguire gli studi dopo la secondaria di primo grado.
In sostanza, i 500 mila ragazzini che si accingono quest’anno a sostenere gli esami di terza media frequenteranno a settembre il primo anno della scuola superiore secondo il vecchio sistema (licei e relative sperimentazioni, ma anche istituti tecnici e professionali vecchio stile) per ritrovarsi l’anno successivo con orari, materie e organizzazione nuovi.
I nuovi licei saranno sei: classico, scientifico, delle scienze umane, artistico, linguistico, musicale e coreutico.
Gli ultimi due rappresentano per la scuola statale delle autentiche new entry.
Saranno tre gli indirizzi per il liceo artistico, due le opzioni per il liceo scientifico e per il liceo delle scienze umane.
In tutto tra, indirizzi e opzioni, i ragazzini della terza media potranno scegliere tra 10 differenti “strade”.
Tutte le sperimentazioni del liceo classico e scientifico (oltre 400 tra sperimentazioni e progetti assistiti) subiranno un calo di ore, a volte drastico.
Un effetto che colpirà la maggior parte degli studenti, visto che i corsi sperimentali oggi sono i più gettonati.
Per avere un’idea del calo dell’offerta formativa basta spendere qualche cifra.
Del resto, che si tratti di un provvedimento volto al taglio di un consistente numero di cattedre non è un segreto.
I nuovi licei sono ispirati “a una maggiore razionalizzazione dell’utilizzo delle risorse umane e strumentali disponibili, tali da conferire efficacia ed efficienza al sistema scolastico”, recita l’articolo 1 del provvedimento.
Oggi, il 70 per cento dei ragazzi iscritti al liceo classico e il 60 per cento di quelli in forza allo scientifico seguono un corso sperimentale.
La sperimentazione più seguita al classico è quella in Lingua straniera che da 4.983 ore di studio nei cinque anni passerà a 4.851.
Stesso discorso per il Piano nazionale informatica (ad indirizzo matematico) dallo scientifico: 5.049 ore contro le 4.752 della riforma Gelmini.
Per contro i corsi di ordinamento, frequentati da una minoranza di studenti, vedranno incrementate le ore di lezione.
Tutti i licei, eccetto l’artistico e il musicale, prevedono 27 ore settimanali al biennio.
Meno, cioè, che in terza media, dove si studia per 30 ore settimanali.
Al triennio le ore aumentano: 30 allo scientifico, al liceo delle scienze umane e al linguistico, 31 al classico.
Meno Latino, rispetto ai corsi di ordinamento, e più Matematica allo scientifico che perde anche alcune ora di Lingua straniera.
Più Matematica e Lingua straniera al classico.
Le scuole potranno modificare il piano di studi ministeriale, ritagliando al massimo il 20 per cento del monte ore annuo al biennio e all’ultimo anno e per il 30 per cento nel secondo biennio.
Ma nessuna disciplina potrà subire un taglio di ore superiore al 30 per cento.
Inoltre, le scuole potranno attivare insegnamenti opzionali ma soltanto nei limiti di organico assegnato dal ministero.
Insomma: autonomia sì ma nei limiti delle risorse disponibili.
Tra gli insegnamenti opzionali figurano Diritto ed economia, Informatica, Storia dell’arte, Latino, Greco, Musica e Legislazione sociale, Psicologia, Pedagogia.
All’ultimo anno è anche previsto l’insegnamento di una disciplina in lingua straniera.
Novità in vista anche per gli organismi che governano la scuola.
Il collegio dei docenti potrà essere articolato in Dipartimenti alla progettazione formativa.
Gli istituti costituiranno un Comitato tecnico-scientifico in cui saranno presenti esperti esterni del mondo del lavoro, delle professioni, della ricerca e dell’università.
Repubblica (12 giugno 2009) Un anno fa, quando con le prime dichiarazioni il neo-ministro Gelmini lasciava intendere che il suo sarebbe stato un incarico di messa a punto dell’esistente, quasi in continuità con il metodo “cacciavite” del suo predecessore per l’assestamento del sistema, nulla faceva certamente presagire che vi sarebbe stata invece quasi una rivoluzione del sistema di istruzione.
Si tratta di un cambiamento sostanziale che si può sintetizzare in un numero: nove.
Nove sono infatti i regolamenti di riordino del sistema che il Consiglio dei Ministri, con quelli di ieri, ha messo in cantiere su proposta del ministro Gelmini in qeusti mesi.
Due regolamenti, approvati in via definitiva e firmati dal Capo dello Stato, sono al vaglio della Corte dei Conti per la registrazione finale e la successiva pubblicazione in Gazzetta ufficiale: sono quello del riordino del primo ciclo e l’altro della rete scolastica.
Due altri regolamenti sono stati approvati definitivamente dal Consiglio dei ministri e attendono la firma del Capo dello Stato, la registrazione della Corte dei Conti e la pubblicazione in Gazzetta: sono il regolamento sulla valutazione degli alunni e quello sugli organici del personale Ata.
Altri due regolamenti,varati due settimane fa, (istruzione tecnica e istruzione professionale) sono stati approvati soltanto in prima lettura dal Consiglio dei ministri e devono percorrere l’intera procedura consultiva che richiederà diversi mesi.
Analogamente, i tre schemi di regolamento approvati ieri (nuovi licei, revisione delle classi di concorso ed istruzione degli adulti) cominciano ora il loro non breve percorso consultivo.
Nessuno regolamento, come si vede, ha concluso l’intera procedura di approvazione con la definitiva entrata in vigore, ma tutti sono stati approvati entro i dodici mesi di tempo richiesti dall’articolo 64 decreto legge 112 del 25 giugno 2008.
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la riforma dei licei

Dopo il varo dei due regolamenti sull’istruzione tecnica e professionale, approvati in prima lettura dal Consiglio dei Ministri a fine maggio, è oggi la volta del regolamento dei licei, che completa il progetto di riforma della scuola secondaria superiore.
Prima dell’approvazione finale saranno necessari i pareri della Conferenza unificata, delle Commissioni parlamentari e del Consiglio di Stato.
Dopo il ritorno al Consiglio dei ministri per l’ok definitivo, occorreranno ancora la firma del Capo dello Stato, la registrazione alla Corte dei Conti e, infine, la pubblicazione in Gazzetta ufficiale, attesa per l’inizio dell’autunno.
Se i tempi saranno rispettati, gli ultimi mesi dell’anno serviranno per informare le famiglie in vita delle iscrizioni scolastiche per il 2010-2011.
L’avvio della riforma, salvo imprevisti, è per il 1° settembre 2010.
I licei saranno sei e faranno piazza pulita di quasi 500 indirizzi e sperimentazioni attualmente esistenti.
Le ultime bozze del provvedimento prevedono 27 ore settimanali per il biennio iniziale e 31 (in media) per il triennio successivo.
Tra le novità dell’ultima ora il liceo scientifico ad indirizzo tecnologico, senza il latino, come opzione del liceo scientifico ordinario, e il liceo economico-sociale, sempre senza il latino, come opzione del liceo delle scienze umane.
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La scuola digitale del futuro

Il ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca Mariastella Gelmini è intervenuto questa mattina al Symposium Internazionale “Global ICT in Education Networks“, in occasione del quale è stato presentato il Piano d’intervento “La scuola digitale” per la diffusione dell’innovazione nella scuola.
Il progetto è coordinato dal Miur e dall’Agenzia per lo Sviluppo dell’Autonomia Scolastica (ex Indire).
La Scuola digitale è l’ultimo di una serie di importanti provvedimenti messi in campo dal Ministero per diffondere le tecnologie digitali in classe, innovando la scuola dall’interno.
Il Piano d’intervento si articola in due fasi.
La prima, proposta a gennaio 2009 e già operativa, prevede l’introduzione delle “Lavagne interattive multimediali (LIM)”, la seconda denominata cl@ssi 2.0 ha come obiettivo l’utilizzo delle ICT nelle scuole primarie e secondarie di I grado.
Per quello che riguarda le lavagne, questi sono i numeri forniti dal Ministero: a partire dal prossimo anno scolastico (2009-2010) saranno installate 16.000 LIM in altrettante classi della scuola secondaria di I grado.
Inoltre 50.000 insegnanti saranno coinvolti in percorsi di formazione che interesseranno oltre 350.000 studenti.
Nell’anno scolastico 2010-2011 il piano si estenderà alla scuola secondaria di II grado e alla scuola primaria dove saranno distribuite 8.000 LIM e coinvolti circa 25.000 insegnanti.
Il programma di digitalizzazione delle attività scolastiche ha per perni, nelle intenzioni del Ministero, la gestione on line delle supplenze, con la possibilità di chiamare i sostituti con Internet, risparmiando tempo e denaro per telegrammi, e l’estensione delle esperienze già in corso in diverse scuole per il dialogo scuola-famiglia: i genitori verranno informati sulle assenze dei propri figli attraverso sms, le pagelle saranno consultabili online e nelle Scuole Secondarie di II grado sarà avviata la gestione automatica delle presenze-assenze.
L’innovazione interesserà dunque la gestione amministrativa della scuola, ma anche quella didattica.
Al riguardo il ministro ha ricordato come oggi non si impari più soltanto a scuola: “Grazie alla rete, infatti, l’ambiente di apprendimento è diventato molto più ampio di un tempo e comprende luoghi e compagni reali ma anche spazi e compagni virtuali”.
L’inquilino di viale Trastevere ha riconosciuto che “le giovani generazioni utilizzano quotidianamente le nuove tecnologie per comunicare, giocare, socializzare, conoscere il mondo e apprendere.
Per questo bisogna insegnare loro a utilizzare internet con senso critico e con attenzione”.

Campus Art Voice Academy

ART VOICE ACADEMY APRE LE PORTE! Sette giorni full immersion di Campus, tra lezioni aperte, conferenze, performances e spettacoli, per conoscere le attività della scuola e scoprire le proprie attitudini.
Ad aprire il programma, ospite speciale, RON: dalla passione alla professione, il cantautore si racconta ai giovani.
    Padova, 26 maggio 2009 – Un’intera settimana per avvicinarsi alle discipline del canto, della musica e della recitazione, scoprire le proprie attitudini e potenzialità, conoscere docenti e modalità didattiche, attività e corsi dell’Art Voice Academy di Riese Pio X, in provincia di Treviso.
Da lunedì 29 giugno a domenica 5 luglio, un vero e proprio Campus in cui l’Accademia apre le proprie porte e accoglie chi voglia visitarne gli spazi e partecipare alle numerose iniziative proposte dal ricco calendario: dibattiti, lezioni aperte, seminari, conferenze tematiche tenute dagli insegnanti della scuola e da esperti dei singoli ambiti artistici.
Un’opportunità da non perdere per valutare i diversi percorsi formativi del centro e, allo stesso tempo, scoprire come una passione e un sogno possano trasformarsi in realtà, facendo leva sui propri talenti ma anche imparando a coltivarli con impegno e serietà.
  Centro di alta formazione dello spettacolo divenuto oggi un punto di riferimento in Veneto e non solo, Art Voice Academy cura il perfezionamento e la preparazione di cantanti e performers già affermati e di quanti intendano intraprendere la carriera musicale e artistica.
Nata dall’associazione Voce Arte e Comunicazione (fondata dal maestro Diego Basso), la scuola vuole promuovere e diffondere la cultura della musica e sostenere i giovani o futuri artisti non soltanto garantendo loro una formazione di alto livello – grazie alla comprovata professionalità di tutti i docenti e all’articolata e completa proposta didattica – ma anche accompagnandoli concretamente nel loro inserimento nel mondo del lavoro: un mondo spesso difficile da avvicinare e da affrontare, ancora prima da comprendere e decifrare.
Lo stretto contatto con il settore dello spettacolo è senza dubbio uno dei punti di forza della scuola, come dimostrano le numerose esibizioni e le partecipazioni a prestigiose rassegne musicali di Le Voci dell’Accademia e Academy Voice, le due formazioni composte dagli allievi più preparati e meritevoli, nonché le collaborazioni con grandi artisti del panorama musicale nazionale.
  Proprio con l’obiettivo di offrire un’importante occasione di orientamento il Campus è a ingresso libero e si rivolge in particolare ai ragazzi e ai giovani, con possibilità di alloggio presso strutture convenzionate.
Dalla respirazione nel canto alla tecnica vocale, dall’analisi della partitura all’interpretazione di un brano, e ancora l’improvvisazione e la sperimentazione vocale, ma anche l’uso del microfono, il mondo della radio e della discografia, la verità della scena e la costruzione di uno spettacolo,…
: sono solo alcuni dei temi affrontati nei seminari di canto, musica e teatro condotti dai docenti dell’Accademia e da esperti del settore che si svolgeranno tutti presso villa Benzi a Caerano di San Marco (Treviso), sede staccata dell’Accademia.
Ad aprire la settimana di full immersion incontrando i partecipanti sarà niente meno che RON, che racconterà la propria esperienza artistica e umana: la testimonianza personale di uno dei più grandi cantautori italiani, che ha saputo gestire con grande serietà e dedizione il proprio percorso professionale, nonostante la notorietà arrivata a lui in età molto giovane.
Tra gli altri artisti ospiti, giovedì 2 luglio, anche le cantanti Delia Gualtiero e la figlia Chiara Canzian (partecipante a Sanremo Giovani 09)  in un incontro sul tema delle “generazioni a confronto”.
  Ma il programma della settimana vede anche performances e spettacoli serali aperti a un pubblico più ampio (alcuni presso il teatro arena di villa Eger a Riese Pio X) , per sottolineare l’apertura della scuola al territorio e la sua missione di promozione della cultura musicale e artistica.
A breve il calendario dettagliato e aggiornato sul sito www.vocearteecomunicazione.it.
  Per informazioni e iscrizione al Campus: associazione Voce Arte e Comunicazione cell.
392/1011180 Email  accademia@vocearteecomunicazione.it.
Entro il 25 giugno 2009, fino ad esaurimento posti.
 

SS.Corpo e Sangue di Cristo anno B

«Amen» Celebrando l’eucaristia, la comunità ecclesiale partecipa al gesto di autoconsegna e di compassione di Gesù, lo rivive in sé e accetta di lasciarsi plasmare da esso, impegnandosi a trasformare i rapporti tra gli uomini in rapporti di consegna e di compassione.
L’eucaristia porta in sé la forza di cambiare in ciò che essa è coloro che la celebrano e mangiano di quell’unico pane e bevono di quel calice.
Una prospettiva che trova il suo fondamento nell’atto stesso di istituzione dell’eucaristia ed appare tipica della patristica e della grande tradizione teologica.
Basta ricordare, per tutti, uno straordinario testo di Ago-stino rivolto ai battezzati che, per la prima volta, si accostavano alla mensa eucaristica: alla mensa eucaristica: «Se voi siete il corpo e le membra di Cristo, il vostro mistero è deposto sulla tavola del Signore: voi ricevete il vostro proprio mistero! Voi rispondete “Amen” a ciò che voi siete, e con la vostra risposta sottoscrivete.
Sentite dire: “Corpus Christi, il Corpo di Cristo” e rispondete: “Amen”! Siate dunque membra del corpo di Cristo, affinché il vostro “Amen” sia vero».
(S.
AGOSTINO, Sermo 272, in PL 38, 1247).
Il nascondimento di Dio nell’eucaristia Anche in questa lettera voglio tornare per un istante sul tema dell’eucaristia, perché l’eucaristia può definirsi a buon diritto il sacramento in cui Dio si nasconde.
Che c’è di più comune di un po’ di pane e di un bicchiere di vino? Che c’è di più semplice delle parole: «Prendete e mangiate, prendete e bevete: questo è il mio corpo e sangue.
Fate questo in memoria di me»?.
Mi sono trovato spesso con degli amici intorno a una piccola tavola, ho preso del pane e del vino e ho ripetuto le parole dette da Gesù quando si congedò dai suoi discepoli.
Niente di speciale o di spettacolare, nessuna grande folla, nessun canto straordinario, nes-suna formalità.
Solo alcune persone che mangiano un pezzo di pane che non basta a sfa-marli e bevono un sorso di vino che non basta a dissetarli.
Eppure…
in questo nascondi-mento è presente Gesù risorto e si rivela l’amore di Dio.
Come Dio si fece uomo per noi nel nascondimento, così pure nel nascondimento egli si fa per noi cibo e bevanda.
Tanta gente passa vicino all’eucaristia senza curarsene, eppure l’eucaristia è il più grande avvenimento che possa accadere tra noi uomini.
Durante il mio soggiorno all’‘Arca’, in Francia, ho scoperto la stretta relazione tra il na-scondimento di Dio nell’eucaristia e il suo nascondimento nel popolo di Dio.
Mi ricordo che una volta madre Teresa mi disse che non si può vedere Dio nei poveri, se non lo si ve-de nell’eucaristia.
Quelle parole mi sembrarono allora un po’ esagerate; ma ora che ho pas-sato un anno intero con gli handicappati comincio a capirne meglio il significato.
Non è realmente possibile vedere Dio negli esseri umani, se non lo si vede nella realtà nascosta del pane che scende dal cielo.
Fra gli esseri umani puoi vedere tipi di ogni specie: angeli e demoni, santi e bruti, anime caritatevoli e malevoli maniaci del potere.
Tuttavia, è solo quando hai imparato per esperienza personale quanto Gesù si curi di te e quanto egli de-sideri essere il tuo cibo quotidiano, è solo allora che impari anche a vedere ogni cuore co-me dimora di Gesù.
Quando il tuo cuore è toccato dalla presenza di Gesù nell’eucaristia, ricevi occhi nuovi, capaci di conoscere la stessa presenza nel cuore degli altri.
I cuori si parlano fra loro.
Il Gesù che è nel nostro cuore parla al Gesù che è nel cuore dei nostri fra-telli e delle sorelle.
È questo il mistero eucaristico di cui noi facciamo parte.
Noi vogliamo vedere dei risultati e se possibile – vogliamo vederli subito.
Ma Dio opera in segreto e con pazienza divina.
Partecipando all’eucaristia riuscirai un po’ alla volta a comprendere que-sta verità.
E allora il tuo cuore potrà cominciare ad aprirsi al Dio che soffre in chi ti sta in-torno.
(H.J.M.
NOUWEN, Lettere a un giovane sulla vita spirituale, Brescia, Queriniana, 72008, 78).
Parola ed eucaristia L’eucaristia, con tutta la realtà sacramentale che da essa promana, è memoria della Pa-squa di Gesù, non nel senso psicologico del ricordo, sulla misura e secondo le leggi della memoria umana, bensì nella luce della potenza dell’amore divino manifestato nella Pa-squa.
In Gesù morto e risorto Dio proclama e attua la sua amorosa volontà di vicinanza al-l’uomo, di presenza nella storia, di perdono del peccato, di vittoria sulla morte, di inizio di una vita nuova.
L’eucaristia è la concreta modalità storica con cui l’amore onnipotente di Dio, culminante nella Pasqua di Gesù, raggiunge il suo intento di rendersi realmente pre-sente e operante in ogni momento della storia umana.
L’eucaristia è presenza viva e reale di Gesù, del suo mistero, del suo sacrificio, della sua Pasqua.
Tutta la vicenda di Gesù, dall’incarnazione del Figlio preesistente alla dolorosa umiliazione del Crocifisso, alla glorificazione del Cristo risuscitato e datore dello Spirito, si ripropone a noi nell’eucaristia, in forza dell’interiore efficacia del sacrificio pasquale.
(Carlo Maria MARTINI, Incontro al Signore risorto, San Paolo, Cinisello Balsamo (MI), 2009, 142-143).
Diventare segni di Cristo amore Lo Spirito di Cristo che ha parlato per mezzo dei profeti, e che nel Cristo morto e risor-to ha ridato al mondo la speranza dell’amore, è presente e operante nella Chiesa, che non cessa di ripresentare all’uomo d’oggi l’istanza suprema della verità e della carità [ …
].
La Chiesa, infatti, ha la missione, umile e ardente, povera e fiduciosa insieme, di ricon-ciliare con l’amore la società e di restituire l’unità al mondo.
Noi Chiesa, come comunione d’amore, come luogo della perfetta amicizia, siamo chia-mati, partendo dalla nostra povertà, fragilità, dal nostro peccato, a essere principio da cui procede la vita autentica del singolo; siamo chiamati come Chiesa – perché Gesù ci ama – a essere il noi del mondo riconciliato che ha come legge suprema, e in un certo senso unica, la carità, cioè l’amore gratuito e autentico.
Questa Chiesa, di cui siamo grati di essere membra e servitori, ci presenta Gesù, esem-pio e fonte di carità perfetta principalmente nell’eucaristia.
È Gesù nell’atto di dare la vita per te che ti viene proposto nel mistero della Cena.
O Gesù, Cristo amore, manifesta la tua presenza in mezzo a noi! Fa’ che ci accostiamo alla tua cena non come Giuda, che pensa ai suoi trenta denari: ma come Pietro che ti dice: Signore, purificami interamente! Lavami piedi, testa e tutte le membra, purifica ogni mio amore sbagliato, rendimi capace di amore vero.
Fammi, o Signore, segno di unità nella tua Chiesa; fammi strumento della tua pace nel mondo! (Carlo Maria MARTINI, Incontro al Signore risorto, San Paolo, Cinisello Balsamo (MI), 2009, 156-157).
Il mistero del corpo e del sangue Concluse le antiche feste della Pasqua che si celebravano per ricordare l’antica libera-zione dalla schiavitù d’Egitto del popolo di Dio, Cristo è passato alla nuova Pasqua e ha voluto che la chiesa la celebrasse in memoria della sua redenzione.
Al posto della carne e del sangue dell’agnello sostituì il mistero del suo corpo e del suo sangue.
[…] Egli stesso spezza il pane che porge ai discepoli per dimostrare che il suo corpo sarà in futuro spezza-to non contro la sua volontà, ma, come dice altrove, egli ha il potere di offrire la sua vita da se stesso e di riprenderla di nuovo (cfr.
Gv 10,18).
E prima di spezzare il pane, lo benedice con la grazia sicura del sacramento perché insieme con il Padre e lo Spirito santo ricolma di grazia divina la natura umana che ha assunto per sottostare alla passione.
Benedisse dunque il pane e lo spezzò perché volle sottomettersi alla morte in modo da dimostrare che in lui era veramente la potenza della divina immortalità e insegnare così che il suo corpo ben presto sarebbe risorto dalla morte.
«E preso un calice, rese grazie, lo diede loro e tutti ne bevvero» (Mc 14,23).
Nell’imminenza della passione rese grazie dopo aver preso il pane.
[…] E lui che non meritò affatto di soffrire, umilmente nella sofferenza benedisse per mostrare come deve comportarsi chiunque non soffre per propria colpa.
Infatti, nel mo-mento stesso in cui per compiere ogni giustizia si addossa il peso della nostra colpa, rende ugualmente grazie al Padre proprio per mostrare in che modo dobbiamo sottometterci alla correzione.
«E disse loro: Questo è il mio sangue della nuova alleanza, versato per molti» (Mc 14,24).
Poiché il pane rinvigorisce il corpo, mentre il vino agisce sul sangue, mistica-mente il primo si riferisce al corpo di Cristo e il secondo al suo sangue.
Ma poiché è neces-sario che noi restiamo in Cristo e Cristo in noi, il vino del Signore si mischia nei calici con l’acqua, dato che Giovanni testimonia: «Le acque sono i popoli» (Ap 17,15).
A nessuno è consentito di fare offerta di sola acqua o solo vino, come neppure di grano che non sia sta-to impastato con l’acqua per fame pane.
E questo perché non si pensi che il corpo debba essere separato dalle membra, o che Cristo abbia sopportato la passione non per amore della nostra redenzione, o che noi possiamo essere salvati e offerti al Padre senza la pas-sione di Cristo.
(BEDA IL VENERABILE, Commento al vangelo di Marco 4, COL 120, pp.
611-612).
La singolarità dell’eucaristia «Allora Gesù si avvicinò, prese il pane e lo diede a loro» (Gv 21, 18).
Questa comunione di mensa tra Gesù e i suoi, anche se non è un’eucaristia propriamente detta, riprende il vo-cabolario eucaristico del Nuovo Testamento e ci invita a riflettere sulla cena e sull’eucari-stia.
L’eucaristia, così come è accolta nella fede della Chiesa, presenta un aspetto sorpren-dente, che sconvolge l’intelligenza e commuove il cuore.
Siamo di fronte a uno di quei ge-sti abissali dell’amore di Dio, davanti ai quali l’unico atteggiamento possibile all’uomo è una resa adorante piena di sconfinata gratitudine.
L’eucaristia non è solo la modalità voluta da Gesù per rendere perennemente presente l’efficacia salvifica della Pasqua.
In essa non è presente soltanto la volontà di Gesù che istituisce un gesto di salvezza; in essa è presente semplicemente (ma quali misteri in questa semplicità!) Gesù stesso.
Nell’eucaristia Gesù dona a noi se stesso.
Solo lui può lasciare in dono a noi se stesso, perché solo lui è una cosa sola con l’amore infinito di Dio, che può fare ogni cosa.
Certo, occorre badare anche agli strumenti umani, di cui Gesù si serve.
Poiché la Pa-squa rivela e insieme celebra l’amore di Dio che attrae l’uomo a sé, troviamo plausibile che Gesù nell’ultima cena abbia valorizzato la tensione alla comunione con Dio espressa nel gesto del mangiare insieme e soprattutto abbia fatto riferimento al valore commemorativo dell’alleanza, che era proprio della liturgia pasquale veterotestamentaria.
È quindi norma-le e doveroso che la Chiesa, nel configurare concretamente la liturgia eucaristica, abbia as-sunto nel passato e debba assumere e aggiornare continuamente le espressioni celebrative provenienti dalla nativa spiritualità umana e dalla liturgia veterotestamentaria.
Ma tutto questo è percorso e oltrepassato da una novità assoluta: è tale la forza di camminare manifestata e attuata nel sacrificio della croce, che essa rende presente nell’eu-caristia il Cristo stesso nell’atto di donarsi al Padre e agli uomini per restare sempre con lo-ro.
Gesù, che già in molti modi attrae a sé la Chiesa con la forza del suo Spirito e della sua Parola, suscita nella Chiesa la volontà di obbedire al suo comando: «Fate questo in memo-ria di me» (Lc 22,19).
E quando la Chiesa, nell’umiltà e nella semplicità della sua fede, obbedisce a questo comando, Gesù, con la potenza del suo Spirito e della sua Parola, porta l’attrazione della Chiesa a sé al livello di una comunione così intensa, da diventare vera e reale presenza di lui stesso alla Chiesa: il pane e il vino diventano realmente, per quella misteriosa trasfor-mazione che è chiamata transustanziazione, il corpo dato e il sangue versato sulla croce; nei segni conviviali del mangiare, bere, festeggiare si attua la reale comunione dei credenti col Signore; le funzioni sacerdotali si svolgono non per designazione o delega umana, ma per una reale assunzione dei ministri umani nel sacerdozio di Cristo, secondo le modalità stabilite da Cristo stesso.
L’eucaristia si presenta così come la maniera sacramentale con cui il sacrificio pasquale di Gesù si rende perennemente presente nella storia, dischiudendo a ogni uomo l’accesso alla viva e reale presenza del Signore.
Si tratta di prodigi che fioriscono su quel prodigio di inesauribile amore, che è il miste-ro pasquale.
D’altra parte si potrebbe dire che si tratta della cosa più semplice: Dio, nel-l’eucaristia di Gesù, prende sul serio la propria volontà di alleanza, cioè la decisione di sta-re realmente con gli uomini, di accoglierli come figli, di attrarli nell’intimità della sua vita.
(Carlo Maria MARTINI, Incontro al Signore risorto, vol.
II: Dalla croce alla gloria, Cinisello Balsamo, San Paolo, 2007, 91-94).
Non di solo pane vive l’uomo Che cosa voleva dire Gesù affermando che l’uomo non vivrà di solo pane? Perché usa questa espressione al futuro invece che al presente? Il Maestro ci vuole far comprendere che la vita vera, quella che attende l’uomo, non la puoi conseguire con i beni materiali.
Essi tutt’ al più permettono alla carne e al sangue di sopravvivere nel frammento di tempo pre-sente, ma senza le prospettive che si aprono sull’ eternità.
Se vuoi vivere in pienezza, oltre i limiti dello spazio e la corrosione del tempo, devi nutrirti di un altro pane, il pane della vita, che viene dal cielo e non dalla terra: «Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno» (Gv 6,51).
Caro amico, la realtà del nostro tempo è sotto i tuoi occhi.
Guardati intorno ed esamina la tua situazione esistenziale.
Quante sono le persone che hanno fame del pane vivo che dà la vita eterna? Quanti sono quelli che sentono il bisogno di cercare Gesù e di scoprirlo nella loro vita? I beni materiali sono divenuti una droga, di cui hanno continua-mente bisogno, ma che li irretiscono nella tela che il ragno infernale tende instancabilmen-te.
Non attendere che la clessidra del tempo si sia svuotata del tutto per renderti conto del-l’inganno mortale.
(Padre Livio FANZAGA, Fa’ posto a Dio, San Paolo, Cinisello Balsamo, 2009, 9).
Nel tuo tabernacolo Signore Gesù, c’è grande silenzio nel tuo tabernacolo.
Dov’è la tua luce? Chi sente la tua voce? Chi ode i tuoi passi? Nel tuo tabernacolo, o Signore, tutto è immobile, tutto è silenzio, tutto è mistero.
Eppure, ogni giorno la tua parola invita alla lode.
Eppure, ogni giorno, tu imbandisci una mensa per coloro che ti amano.
Davanti al tuo santo altare quanti hanno ritrovato la fede, quanti hanno riacquistato la grazia, quanti si sono votati alla tua causa! Tu solo conosci l’intima storia di innumerevoli anime che qui, dinanzi a te, hanno espresso la loro gioia, hanno versato calde lacrime, hanno ritrovato fiducia e speranza.
Nel tuo tabernacolo, o Signore, c’è pienezza di vita.
Tu parli, o Signore.
Tu ascolti, o Signore, Tu ami, o Signore.
Preghiera Signore Gesù, con gioia ci prostriamo in adorazione presso il tuo santo altare.
Con te, o Gesù, tutto è merito di vita eterna, tutto è luce che rischiara la vita, tutto aiuta a proseguire il cammino, tutto è dolcezza…
anche il dolore! Tu sei fonte copiosa di purissima gioia.
Gioia che cominciamo a gustare qui, nella valle del pianto, e che sarà piena quando ci svelerai la tua gloria: al gaudio della fede subentrerà quello della visione.
Signore Gesù, tu, pane vivo disceso dal cielo, ci basti.
Non abbiamo bisogno di altri.
Tu sei la nostra vita.
Tu sei la nostra gioia.
Tu sei il nostro tutto.
Ci affidiamo a te: nostro conforto, nostro gaudio, nostra pace.
(Paolo VI).
 Per l’elaborazione della «lectio» di questa domenica – oltre al nostro materiale di archivio, ci siamo serviti di: – Temi di predicazione, Napoli, Editrice Domenicana Italiana, 2002-2003; 2005-2006- .
– COMUNITÀ DI BOSE, Eucaristia e Parola.
Testi per le celebrazioni eucaristiche.
Anno B, a cu-ra di Enzo Bianchi, Goffredo Boselli, Lisa Cremaschi e Luciano Manicardi, Milano, Vita e Pensiero, 2008.
– La Bibbia per la famiglia, a cura di G.
Ravasi, Milano, San Paolo, 1998.
LECTIO – ANNO B Prima lettura: Esodo 24,3-8 In quei giorni, Mosè andò a riferire al popolo tutte le parole del Signore e tutte le norme.
Tutto il popolo rispo-se a una sola voce dicendo: «Tutti i comandamenti che il Signore ha dato, noi li eseguiremo!».
Mosè scrisse tutte le parole del Signore.
Si alzò di buon mattino ed eresse un altare ai piedi del monte, con dodici stele per le dodici tribù d’Israele.
Incaricò alcuni giovani tra gli Israeliti di offrire olocausti e di sacrificare giovenchi come sacri-fici di comunione, per il Signore.
Mosè prese la metà del sangue e la mise in tanti catini e ne versò l’altra metà sull’altare.
Quindi prese il libro dell’alleanza e lo lesse alla presenza del popolo.
Dissero: «Quanto ha detto il Si-gnore, lo eseguiremo e vi presteremo ascolto».
Mosè prese il sangue e ne asperse il popolo, dicendo: «Ecco il sangue dell’alleanza che il Signore ha concluso con voi sulla base di tutte queste parole!».
Il capitolo 24 del libro dell’Esodo narra la conclusione dell’alleanza stipulata tra il Signo-re Dio e Israele con la mediazione di Mosè.
Questi, infatti, era stato più volte convocato da Dio sul monte per ricevere le “parole”, riferirle poi al popolo e ritornare da Dio per portare la risposta affermativa del popolo.
Anche questa volta troviamo Mosè che «andò a riferire al popolo tutte le parole del Signore e tutte le norme.
Tutto il popolo rispose a una sola voce dicendo: «Tutti i comandamenti che il Signore ha dato, noi li eseguiremo!» (24,3).
Ricevuto l’assenso da parte del popolo, Mosè diede inizio a un rito: prima costruì un al-tare con dodici stele, una per ogni tribù d’Israele (cf.
24,4), poi fece offrire da alcuni giovani olocausti e sacrifici di comunione in onore del Signore (cf.
24,5).
Infine, completò il rito co-sì: «Mosè prese la metà del sangue e la mise in tanti catini e ne versò l’altra metà sull’altare.
Quin-di prese il libro dell’alleanza e lo lesse alla presenza del popolo.
Dissero: «Quanto ha detto il Signo-re, lo eseguiremo e vi presteremo ascolto».
Mosè prese il sangue e ne asperse il popolo, dicendo: «Ec-co il sangue dell’alleanza che il Signore ha concluso con voi sulla base di tutte queste parole!» (24,6-8).
Attraverso questo rito Mosè vuole quindi esprimere una profonda realtà: egli è situato tra i due contraenti: il primo è Dio, che viene rappresentato dall’altare; il secondo è il po-polo, al quale viene di nuovo letto l’intero libro dell’alleanza affinché, in modo consapevo-le, possa pronunciare il suo sì.
Che cosa può unire i due contraenti, per suggellare solennemente il patto? Mosè sceglie allora il segno del sangue, il quale, versato per metà sull’altare e per l’altra metà sul popo-lo, stabilisce tra i due una ”comunione”.
Non è difficile, nelle parole del versetto 8, ricono-scere l’analogia con il sangue di un’altra vittima, ben più importante di quegli animali sa-crificati.
Infatti, Gesù Cristo, sull’altare della croce, versa il proprio sangue con cui viene aspersa l’umanità per ritrovare, finalmente la pace e la riconciliazione con il Padre (cf.
Col 1,19-20).
Il sangue, tra l’altro indica anche un rapporto di “parentela”, che ci viene guada-gnato da Gesù Cristo.
In virtù di questo sangue, allora, non siamo «più stranieri né ospiti, ma siamo concittadini dei santi e familiari di Dio» (Ef 2,19), addirittura figli di adozione di un Padre eccezionale, che per farci entrare nella sua famiglia non ha esitato di mandare sulla croce il suo Figlio Unigenito.
Seconda lettura: Ebrei 9,11-15 Fratelli, Cristo è venuto come sommo sacerdote dei beni futuri, attraverso una tenda più grande e più perfetta, non costruita da mano d’uomo, cioè non appartenente a questa creazione.
Egli entrò una volta per sempre nel santuario, non mediante il sangue di capri e di vitelli, ma in virtù del proprio sangue, ottenendo così una redenzione eterna.
Infatti, se il sangue dei capri e dei vitelli e la cenere di una giovenca, sparsa su quelli che sono contaminati, li santificano purificandoli nella carne, quanto più il sangue di Cristo – il quale, mosso dallo Spirito eterno, offrì se stesso senza macchia a Dio – purificherà la nostra coscien-za dalle opere di morte, perché serviamo al Dio vivente? Per questo egli è mediatore di un’alleanza nuova, perché, essendo intervenuta la sua morte in riscatto delle tra-sgressioni commesse sotto la prima alleanza, coloro che so-no stati chiamati ricevano l’eredità eterna che era stata promessa.
Su questa linea si trova anche lo stupendo brano della Lettera agli Ebrei.
L’autore, in poche battute, evidenzia i due grandi mezzi con i quali Cristo entra nel santuario.
Egli, ve-nuto in mezzo all’umanità in qualità di sommo sacerdote dei beni futuri per il fatto che ci ha ottenuto la redenzione eterna, entrò nel santuario «attraverso una tenda più grande e più perfetta, non costruita da mano d’uomo, cioè non appartenente a questa creazione.
Egli entrò una volta per sempre nel santuario, non mediante il sangue di capri e di vitelli, ma in virtù del proprio sangue» (9,11-12).
Ma occorre chiarire bene a che cosa si riferisca l’autore con i termini ‘tenda” e “santua-rio”.
Infatti, la tenda, più grande e perfetta, non può essere paragonata con la tenda che Mosè eresse nel deserto per custodire l’arca dell’alleanza, perché designa un’altra realtà, che era ben nota ai primi cristiani.
Inoltre essa va intesa in rapporto all’altro mezzo ossia al sangue, e alle ulteriori qualificazioni, su cui bisogna fare delle precisazioni: quando si dice che la tenda è «non costruita da mano di uomo» ci si collega con Mc 14,58, dove i falsi te-stimoni, durante il processo, accusarono Gesù dicendo: «Noi lo abbiamo udito mentre di-ceva: Io distruggerò questo tempio fatto da mani d’uomo e in tre giorni ne edificherò un altro non fatto da mani d’uomo».
Benché tale affermazione si trovi in una deposizione di falsi testimoni, il suo tenore orienta chiaramente a capire che non è questo che l’evangelista considera falso, poiché un confronto con Gv 2,19 conferma che Gesù ha realmente afferma-to tale “profezia”.
La tenda è, quindi, il corpo glorioso di Cristo, nuova creazione realizzata in tre giorni per mezzo dell’effusione del suo sangue.
La tenda, che è il corpo glorioso di Cristo, consente all’umanità aspersa dal sangue di lui, di entrare in contatto, o meglio in comunione, con il santuario, ossia con la santità e la trascendenza di Dio Padre.
Cristo ha, in altre parole, portato a compimento ciò che nel-l’Antico Testamento era desiderato ma impossibile da realizzare.
D’altronde, se Dio si ac-contentava di considerare efficaci i sacrifici animali, come non doveva reputare “definiti-vo” quello di suo Figlio? «Infatti, se il sangue dei capri e dei vitelli e la cenere di una giovenca, sparsa su quelli che sono contaminati, li santificano purificandoli nella carne, quanto più il sangue di Cristo – il quale, mosso dallo Spirito eterno, offrì se stesso senza macchia a Dio – purificherà la nostra coscienza dalle opere di morte, perché serviamo al Dio vivente?» (9,13-14).
In forza di tutto questo, Cristo può ben essere considerato «mediatore di una nuova al-leanza, perché, essendo ormai intervenuta la sua morte per la redenzione delle colpe commesse sotto la prima alleanza, coloro che sono stati chiamati ricevano l’eredità eterna che è stata promessa» (9,15).
Vangelo: Marco 14,12-16.22-26 Il primo giorno degli Àzzimi, quando si immolava la Pa-squa, i discepoli dissero a Gesù: «Dove vuoi che andiamo a preparare, perché tu possa mangiare la Pasqua?».
Allora mandò due dei suoi discepoli, dicendo loro: «Andate in città e vi verrà incontro un uomo con una brocca d’acqua; seguitelo.
Là dove entrerà, dite al padrone di ca-sa: “Il Maestro dice: Dov’è la mia stanza, in cui io possa mangiare la Pasqua con i miei discepoli?”.
Egli vi mostrerà al piano superiore una grande sala, arredata e già pronta; lì preparate la cena per noi».
I discepoli andarono e, en-trati in città, trovarono come aveva detto loro e prepara-rono la Pasqua.
Mentre mangiavano, prese il pane e recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro, dicendo: «Pren-dete, questo è il mio corpo».
Poi prese un calice e rese grazie, lo diede loro e ne bevvero tutti.
E disse loro: «Questo è il mio sangue dell’alleanza, che è versato per molti.
In verità io vi dico che non berrò mai più del frut-to della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo, nel re-gno di Dio».
Dopo aver cantato l’inno, uscirono verso il monte degli U-livi.
Esegesi Il brano evangelico proposto in quest’anno liturgico ci riconduce immediatamente al contesto insieme semplice e solenne della Pasqua.
Così infatti inizia Marco: «Il primo giorno degli Àzzimi, quando si immolava la Pasqua, i discepoli dissero a Gesù: «Dove vuoi che andiamo a preparare, perché tu possa mangiare la Pasqua?» (14,12).
La Pasqua rappresentava la festa più importante dell’anno liturgico ebraico: con essa il popolo d’Israele si ricollega ancora oggi all’evento salvifico vissuto con Mosè e ricorda la liberazione dalla schiavitù in Egitto, em-blema di liberazione da ogni qualsivoglia forma di schiavitù e dipendenza, sia materiale che spirituale.
Fondamentale risulta il patto che viene stipulato: Dio consegna la Legge e s’impegna a essere il Dio d’Israele, svolgendo anche la funzione di padre, di soccorritore, di giudice e medico, di ispiratore e difensore.
Da parte sua, Israele promette fedeltà, cioè di eseguire tutto ciò che il Signore comanda.
Tale alleanza viene suggellata attraverso il san-gue di animali quali vittime offerte in sacrificio, come poi vedremo nella prima lettura.
Alla festa di Pasqua ne fu associata un’altra, pur importante, tanto da divenire un tut-t’uno, ossia la festa degli Azzimi.
Quest’ultima era connessa all’usanza primaverile agrico-la di iniziare l’anno nuovo con il primo raccolto dell’orzo.
Perciò tale inizio veniva espresso con l’eliminazione del vecchio lievito (durante la settimana degli azzimi gli alimenti fatti con il lievito vecchio devono sparire, perché si mangia pane non lievitato in attesa del lie-vito nuovo alla fine della festa).
Il tutto confluisce nella cena pasquale, quando si mangia il pane azzimo, unitamente all’agnello, maschio, senza difetto e nato nell’anno (cf.
Es 12,5), secondo l’usanza dei pastori per la loro festa di primavera.
Con questi cibi, che indicano il rinnovarsi della vita nella tradizione pastorale e in quella agricola, Israele rammenta che la propria origine è legata all’azione salvifica e liberatrice di Dio.
Il momento in cui i discepoli pongono a Gesù la domanda circa la preparazione della cena pasquale è quello dell’inizio della settimana degli Azzimi, il giorno in cui i sacerdoti, nel tempio, di pomeriggio, immolavano gli agnelli che sarebbero poi stati consumati a Pa-squa.
Marco, però, mostra che Gesù aveva già pensato al luogo della cena e, addirittura, indica ai discepoli pure a chi devono rivolgersi appena entrati in città: «Allora mandò due dei suoi discepoli, dicendo loro: «Andate in città e vi verrà incontro un uomo con una brocca d’acqua; seguitelo.
Là dove entrerà, dite al padrone di casa: “Il Maestro dice: Dov’è la mia stanza, in cui io possa mangiare la Pasqua con i miei discepoli?”.
Egli vi mostrerà al piano superiore una grande sala, arredata e già pronta; lì preparate la cena per noi».
I discepoli andarono e, entrati in città, trovarono come aveva detto loro e prepararono la Pasqua» (14,13-16).
La pericope letta non comprende i versetti che ci presentano lo smascheramento di Giuda (vv.
17-21), per cui si passa subito al racconto dell’istituzione.
Non è certo facile commentare in poco spazio il racconto dell’istituzione dell’eucaristia, perciò è preferibile soffermarsi sul senso del sangue in rapporto all’alleanza, argomento poi da completare con la trattazione delle altre letture bibliche.
Che cosa sia il sangue per l’uomo biblico viene chiarito da Lv 17,11.14: «Poiché la vita della carne è nel sangue.
Perciò vi ho concesso di porlo sull’altare in espiazione per le vo-stre vite; perché il sangue espia, in quanto è la vita […]; perché la vita di ogni essere viven-te è il suo sangue, in quanto sua vita; perciò ho ordinato agli Israeliti: Non mangerete san-gue di alcuna specie di essere vivente, perché il sangue è la vita d’ogni carne; chiunque ne mangerà sarà eliminato».
Esso è dunque un elemento vitale, necessario all’uomo per la sua vita biologica della quale, in qualche modo, segna anche il limite, la peribilità.
Difatti, quando tra i giudei si voleva alludere alla fragilità della condizione umana, si usava spes-so la formula basar wadam (carne e sangue), come Gesù stesso fece in Mt 16,17.
Ma il san-gue è anche elemento di trasmissione di vita da un essere a un altro.
Se il sangue è legato inscindibilmente alla vita e alla sua trasmissione, l’espressione “versare il sangue”, invece, ha il significato di “uccidere”.
Tenendo presente tutto ciò, noi ci orientiamo alla contemplazione di Gesù crocifisso, che non ha rifiutato di “versare il sangue”, ossia di venire ucciso per noi, perché egli sape-va bene che dal suo sangue sparso scaturisce l’espiazione e la vita per chi confida in Lui: «E disse loro: Questo è il mio sangue dell’alleanza, che è versato per molti » (14,24).
Egli, dunque, è libero e sovrano nel suo donarsi a nostro favore, non solo attraverso una morte violenta, che manifesta tutto il livore dei suoi avversari, bensì anche con l’atto di imbandire una mensa con il pane-corpo e il vino-sangue, a sostegno della nostra cronica debolezza.
È il banchetto eucaristico, il quale, mentre ci fa ricordare la tragica morte del Giusto per eccel-lenza, ci restituisce la gioia di “proclamare” la sua risurrezione, per cui egli è presente e vi-vo in mezzo a noi, sostenendo con fedeltà, il peso dell’alleanza.
Meditazione Sullo sfondo dell’ultima cena di Gesù si stende idealmente la grande scena dell’alleanza al Sinai.
Nella cornice aspra e solitaria di quel monte del dialogo tra Dio e Israele si compie un rito, solennemente descritto dal capitolo 24 dell’Esodo.
Il sangue è il simbolo della vita, l’altare è il segno della presenza di Dio, il popolo è tutto attorno all’altare come un’unica comunità spirituale.
Il sangue sacrificale è versato da Mosè sull’altare e sul popolo, quindi su Dio e sull’uomo.
Un patto di sangue lega ormai il Signore e Israele in una relazione di intimità e di amore.
È proprio a quelle parole che Gesù rimanda nell’ultima sera della sua vita terrena, quando nella «grande sala con i tappeti» del Cenacolo celebra la cena pasqua-le coi suoi discepoli.
Il rito pasquale giudaico entrava nel vivo con la benedizione del pane nuovo azzimo, cioè senza lievito (Esodo 12-13).
«Sii lodato tu, Signore, Dio nostro, re del mondo, che hai fatto nascere pane dalla terra»; così si esprimeva l’antica benedizione del pane.
A quel punto il capofamiglia spezzava la focaccia azzima e la offriva ai commensali in segno di comunione e di benedizione.
Gesù, pur seguendo il rituale, ne offre all’improvviso un si-gnificato sorprendente e inedito.
Decisive, infatti, sono le parole della sua “benedizione del pane”: «Prendete, questo è il mio corpo», che nel linguaggio semitico significano sempli-cemente e paradossalmente: «Questo sono io stesso».
Spezzando quel pane e offrendolo ai commensali Cristo stabiliva con loro un legame di comunione profonda, facendo sì che es-si entrassero nella sua stessa vita, nella sua morte e nella sua gloria.
Nel rito giudaico, alla consumazione del pane azzimo e dell’agnello pasquale seguiva la benedizione solenne del calice, che spesso veniva anche inghirlandato.
Anche a questo punto Gesù imprime al rituale una svolta con le parole del suo “ringraziamento” (in greco il termine è “eucaristia”): «Questo è il mio sangue, il sangue dell’alleanza, versato per mol-ti».
È qui che riecheggiano le parole di Mosè al Sinai: il vino della Pasqua è ora il sangue di Cristo e il sangue di Cristo crea l’alleanza piena e perfetta tra Dio e l’uomo.
È un «sangue versato per molti», espressione orientale per indicare che è il sangue di una persona sacri-ficata per salvare tutti gli uomini.
Gesù indirizza infine ai suoi discepoli un ultimo messaggio che si affaccia sul suo futuro: egli annunzia che, dopo la cena eucaristica e la pausa buia della morte, berrà il calice del vino nuovo nel regno di Dio.
È il banchetto della perfezione celeste cantato da Isaia, du-rante il quale si «eliminerà la morte per sempre e il Signore Dio asciugherà le lacrime su ogni volto» (25,8; vedi Apocalisse 21,4).
La cena eucaristica che noi oggi celebriamo nella so-lennità del Corpo e del Sangue del Signore è, quindi, una pregustazione di un’intimità senza incrinature e senza frontiere con Dio.
È per questo che l’eucaristia domenicale è ce-lebrata sempre «nell’attesa della venuta» gloriosa del Cristo.
L’eucaristia è espressione del-la presente vicinanza di Dio al suo popolo, che pellegrina in mezzo alle oscurità della sto-ria, ma è anche squarcio di luce verso la speranza che il dolore e la morte saranno espulsi dalla storia.
Quando celebriamo l’eucaristia dovremmo scoprire un bagliore del senso ul-timo della vita nostra e dell’umanità, anche se attorno – come in quella sera – calano le te-nebre della morte, si consuma il tradimento.

La Chiesa in Italia Carità e verità

Carità e verità sull’uomo – è dunque ribadito dai vescovi italiani – sono i due aspetti di una medesima diaconia.
I presuli, in ottemperanza a tale servizio, osservano quindi come a seguito della crisi economica, in Italia il tessuto sociale si va “sfilacciando”, e le disuguaglianze “aumentano, invece di diminuire”.
Nessuno, si legge nel comunicato finale “ignora il pesante impatto della sfavorevole congiuntura economica internazionale, di cui non si riesce a cogliere ancora esattamente la portata, né si intende minimizzare l’impegno profuso da chi detiene l’autorità.
Resta però evidente che i costi del difficile momento presente ricadono in misura prevalente sulle fasce più deboli della popolazione”.
Il vero profilo di una compiuta evangelizzazione – spiegano i presuli – “richiede di saper servire la persona nella sua integralità, ponendo attenzione sia ai bisogni materiali sia alle aspirazioni spirituali, secondo l’insuperabile intuizione di Paolo VI, per il quale il destino della Chiesa è di “portare la Buona Novella in tutti gli strati dell’umanità e, col suo influsso, trasformare dal di dentro”, fino a “raggiungere e quasi sconvolgere mediante la forza del Vangelo i criteri di giudizio, i valori determinanti, i punti di interesse, le linee di pensiero, le fonti ispiratrici e i modelli di vita dell’umanità, che sono in contrasto con la Parola di Dio e col disegno della salvezza” (Evangelii nuntiandi, nn.
18-19)”.
Nel comunicato, i vescovi ricordano la grande emozione suscitata dall’incontro con Benedetto XVI, giovedì 28 maggio e sottolineano l’approvazione del Documento comune per un indirizzo pastorale dei matrimoni tra cattolici e battisti in Italia.
Ma ampio spazio, nel corso dell’assemblea generale, è stato dato alla trattazione della questione educativa, attraverso gruppi di lavoro che hanno fatto emergere un radicato consenso intorno alla scelta dell’educazione quale tema portante degli Orientamenti pastorali della Chiesa in Italia nel decennio 2010-2020.
Si è condivisa – è scritto nel comunicato finale – “la consapevolezza che l’urgenza della questione non nasce in primo luogo da una contingenza particolare, ma dalla necessità che ciascuna persona e ogni generazione ha di esercitare la propria libertà.
Si è dunque privilegiato un atteggiamento positivo e non allarmistico e si è precisato che questa scelta è in profonda continuità con il recente cammino della Chiesa in Italia, dal momento che comunicare il Vangelo è riproporre in modo essenziale Cristo come modello di umanità vera in un contesto culturale e sociale mutato”.
Su questo punto, è stata ribadita la necessità di “non sottovalutare l’impatto delle trasformazioni in atto, senza peraltro limitarsi semplicemente a recensirne le cause socio-culturali, indulgendo a diagnosi sconsolate e pessimiste.
Al contrario, si intende ribadire che l’educazione è una questione di esperienza:  è un’arte e non un insieme di tecniche e chiama in causa il soggetto, di cui va risvegliata la libertà”.
È questo, spiegano i vescovi, “il punto centrale su cui far leva per riscoprire la funzione originaria della Chiesa, a cui spetta connaturalmente generare alla fede e alla vita, attraverso una relazione interpersonale che metta al centro la persona.
La libertà, peraltro, prende forma soltanto a contatto con la verità del proprio essere, quando cioè è sollecitata a prendere posizione rispetto alle grandi domande della vita e, in primo luogo, rispetto alla questione di Dio.
Di qui la centralità del rapporto tra libertà e verità, che non può essere eluso e che è variamente declinato, tanto nel rapporto tra libertà e autorità quanto in quello tra libertà e disciplina”.
In tema di immigrazione, i vescovi affermano che di fronte a tale fenomeno una risposta dettata dalle “sole esigenze di ordine pubblico – che è comunque necessario garantire in un corretto rapporto tra diritti e doveri – risulta insufficiente, se non ci si interroga sulle cause profonde di un simile fenomeno.
Due azioni convergenti sembrano irrinunciabili.
La prima consiste nell’impedire che i figli di Paesi poveri siano costretti ad abbandonare la loro terra, a costo di pericoli gravissimi, pur di trovare una speranza di vita.
La seconda risposta sta nel favorire l’effettiva integrazione di quanti giungono dall’estero, evitando il formarsi di gruppi chiusi e preparando “patti di cittadinanza” che definiscano i rapporti e trasformino questa drammatica emergenza in un’opportunità per tutti.
Ciò è possibile se si tiene conto della tradizionale disponibilità degli italiani – memori del loro passato di emigranti – ad accogliere l’altro e a integrarlo nel tessuto sociale.
Suonerebbe infatti retorico l’elogio di una società multietnica, multiculturale e multireligiosa, se non si accompagnasse con la cura di educare a questa nuova condizione, che non è più di omogeneità e che richiede obiettivamente una maturità culturale e spirituale.
In questa logica è stato deciso di dotarsi di un osservatorio nazionale specializzato per monitorare e interpretare questo fenomeno, e si è chiesto alle parrocchie, all’interno del loro precipuo compito di evangelizzazione, di diventare luogo di integrazione sociale”.
(©L’Osservatore Romano – 10 giugno 2009)  La Chiesa non è “un’agenzia umanitaria” chiamata a “farsi carico delle patologie della società ma irrilevante rispetto alla fisiologia della convivenza sociale”.
Allo stesso tempo è da rigettare “un modello di Chiesa che si limiti a ribadire una fede disincarnata, priva di connessioni antropologiche e perciò incapace di offrire il proprio apporto specifico all’edificazione della città dell’uomo”.
È quanto si legge nel comunicato finale dell’assemblea generale della Conferenza episcopale italiana (Cei), tenutosi dal 25 al 29 maggio scorsi.

«Fare mondi»

I lavori artistici provengono da circa settanta nazioni e si avvalgono di tutti i linguaggi:  installazioni, video e film, sculture, pittura e disegno, performance.
Nelle intenzioni della mostra c’è quest’anno la volontà di creare “nuove realtà artistiche” e questo serve a spiegare in parte l’enfasi data al processo creativo e all’opera nel suo divenire.
Molti artisti appartengono a differenti generazioni.
Tra loro sono stati riproposti personaggi come André Cadere, Öyvind Fahlström, Gordon Matta-Clark, Yoko Ono, Blinky Palermo e Lygia Pape.
In qualche modo alcuni di loro difendono ancora la propria avanguardia.
Come nel caso eclatante delle sale di specchi in cornici barocche con cui Michelangelo Pistoletto ha rinnovato il violento impatto visivo del suo debutto giovanile.
 Molte delle presenze citate dimostrano quanto sia necessario il confronto tra generazioni e quanto, per gli artisti più giovani, sia utile riflettere sulle radici della propria ricerca.
Secondo i comunicati stampa, la cinquantatreesima edizione si avvarrebbe di importanti miglioramenti “strutturali” che riguardano i siti sparsi tra i padiglioni delle varie nazioni ai Giardini, all’Arsenale e in giro per Venezia.
Ma la tentazione del mugugno per quanto riguarda il Padiglione Italia, trasferito all’interno dell’Arsenale dalla sua sede storica situata al centro dei Giardini, appare motivata.
Il Padiglione Italia è stato ricreato in periferia.
Per raggiungerlo bisogna conquistarsi un moto-taxi perché, come si sa, la struttura dell’Arsenale è di 14.000 metri quadrati, faticosissima da percorrere.
Certo, se si riesce a visitarlo a mente fresca e gambe riposate, l’impatto può essere emozionante.
Un po’ come ritrovarsi all’improvviso tra le quinte di un grande teatro o sul set di un regista pazzo che stia giocando tutte le proprie carte in un film senza copione e senza attori.
Come riferisce il presidente della Biennale Paolo Baratta:  “Fino a pochi mesi fa l’edificio chiamato Padiglione Italia altro non era che un grande contenitore che la Biennale restituiva vuoto al termine di ogni mostra.
Grazie a un accordo col Comune di Venezia la Biennale ha acquisito in concessione l’edificio con parte dei giardini e ne potrà così disporre continuativamente.
Per la prima volta la Biennale ha finalmente una sede dove poter sviluppare le attività permanenti al lato dei festival e delle grandi mostre”.
La nuova destinazione dell’ex Padiglione Italia, avrà motivazioni rispettabili, ma la domanda resta:  gli spazi ai Giardini sono o non sono da considerarsi privilegiati? Come sanno bene i visitatori abituali della kermesse, alla Biennale i luoghi da visitare non sono soltanto ai Giardini o all’Arsenale, ma anche in molti altri spazi in giro per tutta Venezia.
Da Palazzo Grassi al Guggenheim, alla Fondazione Bevilacqua La Masa, dove quest’anno si è rivista Rebecca Horn con una suggestiva e metafisica installazione intitolata Fata Morgana, o persino al Caffè Florian, riarredato dalle eleganti opere di Marco Tirelli.
Dopo aver visitato installazioni e video, chilometri di quadri e sculture monumentali (come l’omaggio a Pietro Cascella) opere dissacranti di artisti che rimestano nel torbido per esorcizzare i propri fantasmi, viene spontaneo chiedersi quale potrebbe essere il comune denominatore di questa Biennale.
Sembra quasi che in ogni parte del mondo l’artista più che “fare”, abbia vissuto il mutamento in atto.
Il divenire delle cose “nel fare mondi” appare in pochi, preziosi istanti della metamorfosi.
Non tutti sono consapevoli che si sta tornando a un tempo che vive l’inganno e il disinganno in cui sinonimi del “mondo” sono la fantasia e il nulla.
Si sta tornando all’epoca delle “vanità”, alla consapevolezza di quanto illusoria sia la cosa dipinta.
Forse non è un caso che i temi rappresentati dall’estetica barocca in cui la figurazione della morte è sempre presente nelle vanitates, siano più o meno consapevolmente rappresentati nei linguaggi artistici, in varie parti del mondo.
Forse questo particolare sentimento dell’arte nasce dall’incertezza di tutte le cose, dall’instabilità del reale, dalla relatività dei rapporti.
E pare singolare che il tema svolto con diligenza da tanti artisti diversi sia così pieno di sfumature contrastanti, di dialettiche cariche di luci e ombre, che accolgono in sé il senso della trasformazione.
Ciò che appare più evidente nell’arte di oggi è quella forza che tende a frantumare le forme, al di là dei limiti del tempo e dello spazio, in attesa di ricomporle, con furore, in un nuovo significato.
Quanti esempi si possono fare per questa sorta di “post barocco”? A cominciare dal Palazzo delle Esposizioni con l’installazione di Nathalie Djurberg, The experiment, in cui lo spettatore attraversa una vegetazione mostruosa che introduce alla visione di un video inutilmente provocatorio e che fa scadere l’invenzione gioiosa dell’installazione.
Per non parlare di quella sorta di “vita e passione di Cristo” rivisitata e corretta da colori ammiccanti e violenti che sanno impastare velleità e false buone intenzioni con una spiritualità d’accatto.
Ciò nonostante tra un padiglione e l’altro risaltano alcuni nomi attraverso la forte presenza delle loro opere, come Tomas Saraceno che con Galaxy forming along filaments “crea mondi” graffiati nell’aria, in assoluto contrasto con la pittura dello spagnolo Miquel Barceló, che in una mostra antologica presenta opere materiche dal forte impatto espressionista, sempre oscillante tra una volontà di astrazione – come quelle sul tema del mare – e la tentazione di immagini figurative, come il ciclo legato all’Africa.
Più elegante e raffinata appare la presenza dell’olandese Fiona Tan, che con il video A lapse of memory propone immagini che alludono ai resoconti di Marco Polo assieme a ritratti fissati sullo schermo del video, come foto incorniciate, che a distanza di tempo si muovono impercettibilmente, creando nello spettatore un effetto di spaesamento.
Altrettanto forte la presenza di Grazia Toderi, che proietta su schermi giganti stralunati notturni di città che sembrano in attesa dell’Apocalisse.
Apocalisse di cui si può avere un assaggio durante i primi giorni della Biennale, in cui Venezia è ostaggio del frenetico rincorrersi degli eventi mondani.
La speranza torna quando si incontra un artista come Gerry Fox che ci regala un’emozione visitando Palazzo Donà delle Rose.
Nell’atrio buio del palazzo si assiste a una multivisione proiettata su sei schermi giganti.
Il titolo Venice in Venice preannuncia una sequenza di luoghi e situazioni contrastanti.
In soli otto minuti veniamo circondati da maschere di carnevale, dai superbi personaggi del ballo del Doge, dallo splendore sontuoso della regata storica, dalle immagini familiari dei divi del festival del cinema, dal popolo dei mercati della frutta e del pesce a Rialto, dall’alternarsi delle maree che impongono ai veneziani di muoversi al rallentatore con le gambe nell’acqua.
Tre anni ci sono voluti per realizzare questo filmato che ci mostra l’illusorietà del  tempo,  dando  allo  spettatore  la  percezione  della  morte nella massima pienezza della vita.
Forse non è un caso che Gerry Fox non è solo un artista ma è soprattutto un regista che  conosce gli umili segreti del proprio mestiere.
Qualcuno ha detto che l’arte del nostro tempo è contaminata dai nonsense e dal gusto del gioco e del divertimento, ma forse basterebbe fermarsi un po’ più a lungo di fronte all’opera per scoprire cosa nasconda quest’apparente fiera delle vanità.
(©L’Osservatore Romano – 10 giugno 2009) Una Biennale di Venezia finalmente pensata dalla parte degli artisti, perché un’opera deve considerarsi qualcosa di più di un oggetto mercificabile.
A idearla è stato Daniel Birnbaum, uno dei più giovani e preparati curatori oggi sulla piazza.
Nato nel 1963 a Stoccolma, Birnbaum è, dal 2001, rettore dell’Accademia di Francoforte sul Meno in cui riesce a conciliare l’insegnamento dell’arte contemporanea con la sperimentazione e la ricerca di aspiranti artisti.
Secondo Birnbaum l’opera può essere vista come un modo di “costruire un mondo”.
Il titolo a cui i novanta artisti invitati si sono ispirati per costruire le proprie opere è infatti, non a caso, “Fare mondi/Making wolds”. 

Formazione al sacerdozio, tra secolarismo e modelli di Chiesa

Tra pochi giorni, venerdì 19, festa del Sacro Cuore di Gesù, avrà inizio lo speciale Anno Sacerdotale voluto da Benedetto XVI.
Le finalità sono state indicate da papa Joseph Ratzinger ai cardinali e vescovi che compongono la congregazione per il clero, riuniti lo scorso 16 marzo in assemblea plenaria.
La congregazione per il clero si chiamava fino al 1967 congregazione “del Concilio”.
Era stata costituita infatti dopo il Concilio di Trento per curare l’applicazione delle indicazioni conciliari da parte del clero in cura d’anime.
Il profilo di prete delineato dal Concilio di Trento ha caratterizzato la vita della Chiesa cattolica fino alla metà del Novecento.
Ne è stato un modello il santo Curato d’Ars, Giovanni Maria Vianney, di cui ricorre il 150.mo anniversario della morte.
Negli ultimi decenni, però, l’identità del prete cattolico si è in varia misura mutata, offuscata, sbriciolata, sotto i colpi della secolarizzazione, fuori e dentro la Chiesa.
L’intento dell’Anno Sacerdotale è appunto quello di ricostruire nel prete una forte identità spirituale, fedele alla sua missione originaria.
Ciò comporta anche un’energica opera di eliminazione della “sporcizia” che ha inquinato una parte del clero, quantitativamente limitata ma disastrosa sul piano della sua immagine globale.
A questo proposito va notata una coincidenza.
Con l’inizio dell’Anno Sacerdotale avrà inizio anche la visita apostolica ordinata dalle autorità vaticane dentro la congregazione dei Legionari di Cristo.
Questa congregazione si distingue per l’abbondanza delle vocazioni e il gran numero di nuovi preti.
Nello stesso tempo, però, rischia di crollare così come è già crollata la figura del suo carismatico fondatore, il sacerdote Marcial Maciel, la cui doppia vita gravemente immorale – venuta definitivamente allo scoperto – è diventata oggi un terribile scandalo prima di tutto per quelli che furono i suoi più ferventi discepoli.
Ricostruire l’identità spirituale del clero implica quindi anche una speciale cura della sua formazione.
Come i seminari sono stati una pietra miliare della riforma della Chiesa voluta dal Concilio di Trento, così oggi è nei seminari che si forgia l’identità dei nuovi preti.
La congregazione del clero non si occupa dei seminari.
Prende cura di essi la congregazione per l’educazione cattolica.
Anche quest’ultima, quindi, dovrà operare perché l’Anno Sacerdotale porti frutto.
Qualcosa, anzi, ha già fatto, a giudicare dal discorso tenuto dal suo segretario, Jean-Louis Bruguès, ai rettori dei seminari pontifici convenuti a Roma nei giorni scorsi.
Monsignor Bruguès, 66 anni, domenicano, era fino al 2007 vescovo di Angers.
Oltre che segretario della congregazione per l’educazione cattolica è vicepresidente della pontificia opera delle vocazioni sacerdotali e membro della commissione per la formazione dei candidati al sacerdozio.
È inoltre accademico della pontificia accademia San Tommaso d’Aquino.
Il discorso che ha rivolto ai rettori di seminario non ha nulla del linguaggio curiale.
È di una franchezza non comune.
Descrive e denuncia senza mezzi termini i guasti del dopoconcilio, in particolare in Europa, compresa l’impressionante ignoranza sui punti elementari della dottrina che oggi si riscontra nei giovani che entrano in seminario.
Questa ignoranza è a tal punto che, tra i rimedi, monsignor Bruguès auspica che si dedichi un anno intero di seminario a far apprendere il Catechismo della Chiesa cattolica.
Il Catechismo “ad parochos” fu un’altra delle pietre miliari della riforma tridentina.
Quattro secoli dopo, si è di nuovo lì.
È sempre rischioso spiegare una situazione sociale a partire da una sola interpretazione.
Tuttavia, alcune chiavi aprono più porte di altre.
Da molto tempo sono convinto del fatto che la secolarizzazione sia diventata una parola-chiave per pensare oggi le nostre società, ma anche la nostra Chiesa.
La secolarizzazione rappresenta un processo storico molto antico, poiché è nato in Francia a metà del XVIII secolo, prima di estendersi all’insieme delle società moderne.
Tuttavia, la secolarizzazione della società varia molto da un paese all’altro.
In Francia e in Belgio, per esempio, essa tende a bandire i segni dell’appartenenza religiosa dalla sfera pubblica e a riportare la fede nella sfera privata.
Si osserva la stessa tendenza, ma meno forte, in Spagna, in Portogallo e in Gran Bretagna.
Negli Stati Uniti, invece, la secolarizzazione si armonizza facilmente con l’espressione pubblica delle convinzioni religiose: l’abbiamo visto anche in occasione delle ultime elezioni presidenziali.
Da una decina d’anni a questa parte è emerso tra gli specialisti un dibattito molto interessante.
Sembrava, fino ad allora, che si dovesse dare per scontato che la secolarizzazione all’europea costituisse la regola e il modello, mentre quella di tipo americano costituisse l’eccezione.
Ora invece sono numerosi coloro i quali – Jürgen Habermas per esempio – pensano che è vero l’opposto e che anche nell’Europa post-moderna le religioni svolgeranno un nuovo ruolo sociale.
RICOMINCIARE DAL CATECHISMO Qualunque sia la forma che ha assunto, la secolarizzazione ha provocato nei nostri paesi un crollo della cultura cristiana.
I giovani che si presentano nei nostri seminari non conoscono più niente o quasi della dottrina cattolica, della storia della Chiesa e dei suoi costumi.
Questa incultura generalizzata ci obbliga a effettuare delle revisioni importanti nella pratica seguita fino ad ora.
Ne menzionerò due.
Per prima cosa, mi sembra indispensabile prevedere per questi giovani un periodo – un anno o più – di formazione iniziale, di “ricupero”, di tipo catechetico e culturale al tempo stesso.
I programmi possono essere concepiti in modo diverso, in funzione dei bisogni specifici di ciascun paese.
Personalmente, penso a un intero anno dedicato all’assimilazione del Catechismo della Chiesa Cattolica, che si presenta come un compendio molto completo.
In secondo luogo occorrerebbe rivedere i nostri programmi di formazione.
I giovani che entrano in seminario sanno di non sapere.
Sono umili e desiderosi di assimilare il messaggio della Chiesa.
Si può lavorare con loro veramente bene.
La loro mancanza di cultura ha questo di positivo: non si portano più dietro i pregiudizi negativi dei loro fratelli maggiori.
È una fortuna.
Ci troviamo quindi a costruire su una “tabula rasa”.
Ecco perché sono a favore di una formazione teologica sintetica, organica e che punta all’essenziale.
Questo implica, da parte degli insegnanti e dei formatori, la rinuncia a una formazione iniziale contrassegnata da uno spirito critico – come era stato il caso della mia generazione, per la quale la scoperta della Bibbia e della dottrina è stata contaminata da uno spirito di critica sistematico – e alla tentazione di una specializzazione troppo precoce: precisamente perché manca a questi giovani il background culturale necessario.
Permettetemi di confidarvi alcune domande che mi sorgono in questo momento.
Si ha mille volte ragione di voler dare ai futuri sacerdoti una formazione completa e d’alto livello.
Come una madre attenta, la Chiesa desidera il meglio per i suoi futuri sacerdoti.
Per questo i corsi si sono moltiplicati, ma al punto di appesantire i programmi in un modo a mio parere esagerato.
Avete probabilmente percepito il rischio dello scoraggiamento in molti dei vostri seminaristi.
Chiedo: una prospettiva enciclopedica è forse adatta per questi giovani che non hanno ricevuto alcuna formazione cristiana di base? Questa prospettiva non ha forse provocato una frammentazione della formazione, un’accumulazione dei corsi e un’impostazione eccessivamente storicizzante? È davvero necessario, per esempio, dare a dei giovani che non hanno mai imparato il catechismo una formazione approfondita nelle scienze umane, o nelle tecniche di comunicazione? Consiglierei di scegliere la profondità piuttosto che l’estensione, la sintesi piuttosto che la dispersione nei dettagli, l’architettura piuttosto che la decorazione.
Altrettante ragioni mi portano a credere che l’apprendimento della metafisica, per quanto impegnativo, rappresenti la fase preliminare assolutamente indispensabile allo studio della teologia.
Quelli che vengono da noi hanno spesso ricevuto una solida formazione scientifica e tecnica – il che è una fortuna – ma la loro mancanza di cultura generale non permette ad essi di entrare con passo deciso nella teologia.
DUE GENERAZIONI, DUE MODELLI DI CHIESA In numerose occasioni ho parlato delle generazioni: della mia, di quella che mi ha preceduto, delle generazioni future.
È questo, per me, il nodo cruciale della presente situazione.
Certo, il passaggio da una generazione all’altra ha sempre posto dei problemi d’adattamento, ma quello che viviamo oggi è assolutamente particolare.
Il tema della secolarizzazione dovrebbe aiutarci, anche qui, a comprendere meglio.
Essa ha conosciuto un’accelerazione senza precedenti durante gli anni Sessanta.
Per gli uomini della mia generazione, e ancor di più per coloro che mi hanno preceduto, spesso nati e cresciuti in un ambiente cristiano, essa ha costituito una scoperta essenziale, la grande avventura della loro esistenza.
Sono dunque arrivati a interpretare l'”apertura al mondo” invocata dal Concilio Vaticano II come una conversione alla secolarizzazione.
Così di fatto abbiamo vissuto, o persino favorito, un’autosecolarizzazione estremamente potente nella maggior parte delle Chiese occidentali.
Gli esempi abbondano.
I credenti sono pronti a impegnarsi al servizio della pace, della giustizia e delle cause umanitarie, ma credono alla vita eterna? Le nostre Chiese hanno compiuto un immenso sforzo per rinnovare la catechesi, ma questa stessa catechesi non tende a trascurare le realtà ultime? Le nostre Chiese si sono imbarcate nella maggior parte dei dibattiti etici del momento, sollecitate dall’opinione pubblica, ma quanto parlano del peccato, della grazia e della vita teologale? Le nostre Chiese hanno dispiegato felicemente dei tesori d’ingegno per far meglio partecipare i fedeli alla liturgia, ma quest’ultima non ha perso in gran parte il senso del sacro? Qualcuno può negare che la nostra generazione, forse senza rendersene conto, ha sognato una “Chiesa di puri”, una fede purificata da ogni manifestazione religiosa, mettendo in guardia contro ogni manifestazione di devozione popolare come processioni, pellegrinaggi, eccetera? L’impatto con la secolarizzazione delle nostre società ha trasformato profondamente le nostre Chiese.
Potremmo avanzare l’ipotesi che siamo passati da una Chiesa di “appartenenza”, nella quale la fede era data dal gruppo di nascita, a una Chiesa di “convinzione”, in cui la fede si definisce come una scelta personale e coraggiosa, spesso in opposizione al gruppo di origine.
Questo passaggio è stato accompagnato da variazioni numeriche impressionanti.
Le presenze sono diminuite a vista d’occhio nelle chiese, nei corsi di catechesi, ma anche nei seminari.
Anni fa il cardinale Lustiger aveva tuttavia dimostrato, cifre alla mano, che in Francia il rapporto fra il numero dei sacerdoti e quello dei praticanti effettivi era restato sempre lo stesso.
I nostri seminaristi, così come i nostri giovani sacerdoti, appartengono anch’essi a questa Chiesa di “convinzione”.
Non vengono più tanto dalle campagne, quanto piuttosto dalle città, soprattutto delle città universitarie.
Sono cresciuti spesso in famiglie divise o “scoppiate”, il che lascia in loro tracce di ferite e, talvolta, una sorta d’immaturità affettiva.
L’ambiente sociale di appartenenza non li sostiene più: hanno scelto di essere sacerdoti per convinzione e hanno rinunciato, per questo fatto, ad ogni ambizione sociale (quello che dico non vale dovunque; conosco delle comunità africane in cui la famiglia o il villaggio portano ancora delle vocazioni sbocciate nel loro seno).
Per questo essi offrono un profilo più determinato, individualità più forti e temperamenti più coraggiosi.
A questo titolo, hanno diritto a tutta la nostra stima.
La difficoltà sulla quale vorrei attirare la vostra attenzione supera dunque la cornice di un semplice conflitto generazionale.
La mia generazione, insisto, ha identificato l’apertura al mondo col convertirsi alla secolarizzazione, nei confronti della quale ha sperimentato un certo fascino.
I più giovani, invece, sono sì nati nella secolarizzazione, che rappresenta il loro ambiente naturale, e l’hanno assimilata col latte della nutrice: ma cercano innanzitutto di prendere le distanze da essa, e rivendicano la loro identità e le loro differenze.
ACCOMODAMENTO COL MONDO O CONTESTAZIONE? Esiste ormai nelle Chiese europee, e forse anche nella Chiesa americana, una linea di divisione, talora di frattura, tra una corrente di “composizione” e una corrente di “contestazione”.
La prima ci porta a osservare che esistono nella secolarizzazione dei valori a forte matrice cristiana, come l’uguaglianza, la libertà, la solidarietà, la responsabilità, e che deve essere possibile venire a patti con tale corrente e individuare dei campi di cooperazione.
La seconda corrente, al contrario, invita a prendere le distanze.
Ritiene che le differenze o le opposizioni, soprattutto nel campo etico, diventeranno sempre più marcate.
Propone dunque un modello alternativo al modello dominante, e accetta di sostenere il ruolo di una minoranza contestatrice.
La prima corrente è risultata predominante nel dopoconcilio; ha fornito la matrice ideologica delle interpretazioni del Vaticano II che si sono imposte alla fine degli anni Sessanta e nel decennio successivo.
Le cose si sono invertite a partire dagli anni Ottanta, soprattutto – ma non esclusivamente – sotto l’influenza di Giovanni Paolo II.
La corrente della “composizione” è invecchiata, ma i suoi adepti detengono ancora delle posizioni chiave nella Chiesa.
La corrente del modello alternativo si è rinforzata considerevolmente, ma non è ancora diventata dominante.
Così si spiegherebbero le tensioni del momento in numerose Chiese del nostro continente.
Non mi sarebbe difficile illustrare con degli esempi la contrapposizione che ho appena descritto.
Le università cattoliche si distribuiscono oggi secondo questa linea di divisione.
Alcune giocano la carta dell’adattamento e della cooperazione con la società secolarizzata, a costo di trovarsi costrette a prendere le distanze in senso critico nei confronti di questo o quell’aspetto della dottrina o della morale cattolica.
Altre, d’ispirazione più recente, mettono l’accento sulla confessione della fede e la partecipazione attiva all’evangelizzazione.
Lo stesso vale per le scuole cattoliche.
E lo stesso si potrebbe affermare, per ritornare al tema di questo incontro, nei riguardi della fisionomia tipica di coloro che bussano alla porta dei nostri seminari o delle nostre case religiose.
I candidati della prima tendenza sono diventati sempre più rari, con grande dispiacere dei sacerdoti delle generazioni più anziane.
I candidati della seconda tendenza sono diventati oggi più numerosi dei primi, ma esitano a varcare la soglia dei nostri seminari, perché spesso non vi trovano ciò che cercano.
Essi sono portatori d’una preoccupazione d’identità  (con un certo disprezzo vengono qualificati talvolta come “identitari”): identità cristiana – in che cosa ci dobbiamo distinguere da coloro che non condividono la nostra fede? – e identità del sacerdote, mentre l’identità del monaco e del religioso è più facilmente percepibile.
Come favorire un’armonia tra gli educatori, che appartengono spesso alla prima corrente, e i giovani che si identificano con la seconda? Gli educatori continueranno ad aggrapparsi a criteri d’ammissione e di selezione che risalgono ai loro tempi, ma non corrispondono più alle aspirazioni dei più giovani? Mi è stato raccontato il caso di un seminario francese nel quale le adorazioni del Santissimo Sacramento erano state bandite da una buona ventina d’anni, perché giudicate troppo devozionali: i nuovi seminaristi hanno dovuto battersi per parecchi anni perché fossero ripristinate, mentre alcuni docenti hanno preferito dare le dimissioni davanti a ciò che giudicavano come un “ritorno al passato”; cedendo alle richieste dei più giovani, avevano l’impressione di rinnegare ciò per cui si erano battuti per tutta la vita.
Nella diocesi di cui ero vescovo ho conosciuto difficoltà simili quando dei sacerdoti più anziani – oppure intere comunità parrocchiali – provavano una grande difficoltà a rispondere alle aspirazioni dei giovani sacerdoti che erano stati loro mandati.
Comprendo le difficoltà che incontrate nel vostro ministero di rettori di seminari.
Più che il passaggio da una generazione ad un’altra, dovete assicurare armoniosamente il passaggio da un’interpretazione del Concilio Vaticano II ad un’altra, e forse da un modello ecclesiale a un altro.
La vostra posizione è delicata, ma è assolutamente essenziale per la Chiesa.
 Il discorso del 15 marzo 2009 nel quale Benedetto XVI ha annunciato l’Anno Sacerdotale con inizio il 19 giugno: > Alla plenaria della congregazione per il clero __________ Altra documentazione sull’Anno Sacerdotale: > Congregazione per il clero __________ Sul caso dei Legionari di Cristo: > La Legione è allo sbando.
Tradita dal suo fondatore
(16.2.2009)

Alla ri-scoperta della didattica laboratoriale

Il perché di un viaggio: ri-scoprire i laboratori La didattica laboratoriale in ogni ordine di scuola, soprattutto in quella primaria, potrebbe a prima vista apparire come un dato scontato, un punto fermo ed inamovibile della vita scolastica quotidiana.
Tuttavia, a livello nazionale, colpiscono i continui richiami al “Laboratorium” presenti nei documenti della Riforma Moratti, ma anche nelle nuove Indicazioni per il curricolo Se la laboratorialità rappresenta una dimensione strategica della didattica, come si possono spiegare i molti richiami al suo valore ed alla sua applicazione? siamo di fronte… – ad un “evergreen”, cioè ad una modalità didattica sempre attuale? – ad un “revival” di esperienze passate (forse un po’ nostalgico)? – ad un qualcosa di cui non è mai stata sperimentata a pieno l’efficacia ? – ad un valore aggiunto (per efficacia, coerenza con le esigenze di apprendimento degli alunni..) nella didattica? A livello invece maggiormente “locale”, può capitare che un intero Collegio di settore (scuola primaria) si interroghi alla ricerca di linee comuni di azione, di chiarimenti circa dubbi ben circostanziati e didatticamente fondati (es.
modalità di valutazione nei laboratori, modalità di attuazione dei LARSA…) afferenti alla didattica laboratoriale.
Da tutto questo è scaturita una ricerca-azione supportata dalla figura della Funzione strumentale al POF e all’Autovalutazione di Istituto che, analizzata la situazione, ha individuato alcuni possibili obiettivi dell’attività di ricerca stessa: – creare una raccolta ragionata, ordinata e completa di tutti i laboratori attivati nell’Istituto, in vista di una socializzazione e di un confronto sulle esperienze svolte nei diversi plessi (fase della ricerca).
Non sempre tutti i docenti sono al corrente di quanto viene svolto begli altri plessi scolastici, soprattutto nel caso (quale il nostro) di istituzioni scolastiche che operano su un territorio piuttosto esteso e comprendono quindi diverse realtà al suo interno; – creare un’occasione per riflettere sui laboratori, facendo emergere le ricchezze presenti nell’Istituto e le domande irrisolte, dal punto di vista sia pedagogico che didattico (fase dell’azione).
Per la consultazione dell’intero contributo vedi gli allegati

“Bad day” (“Brutto giorno”)

Testo della canzone Traduzione   Where is the moment we needed the most You kick up the leaves and the magic is lost They tell me your blue skies  fade to grey They tell me your passion’s gone away And I don’t need no carryin’ on You stand in the line just to hit a new low You’re faking a smile with the coffee to go You tell me your life’s been way off line You’re falling to pieces everytime And I don’t need no carryin’ on Cause you had a bad day You’re taking one down You sing a sad song just to turn it around You say you don’t know You tell me don’t lie You work at a smile and you go for a ride You had a bad day The camera don’t lie You’re coming back down and you really don’t mind You had a bad day You had a bad day Well you need a blue sky holiday The point is they laugh at what you say And I don’t need no carryin’ on You had a bad day You’re taking one down You sing a sad song just to turn it around You say you don’t know You tell me don’t lie You work at a smile and you go for a ride You had a bad day The camera don’t lie You’re coming back down and you really don’t mind You had a bad day Sometimes the system goes on the blink And the whole thing turns out wrong You might not make it back and you know That you could be well oh that strong And I’m not wrong So where is the passion when you need it the most Oh you and I You kick up the leaves and the magic is lost Cause you had a bad day You’re taking one down You sing a sad song just to turn it around You say you don’t know You tell me don’t lie You work at a smile and you go for a ride You had a bad day You’ve seen what you like And how does it feel for one more time You had a bad day You had a bad day Dov’è il momento di cui più abbiamo bisogno? prendi a calci le foglie e la magia s’è persa dicono che il tuo cielo blu si sia sbiadito nel grigio dicono che la tua passione sia andata via e non ho bisogno di riportartela Sono stato lì in coda solo per evitare un’altra tristezza Stai facendo uno dei tuoi sorrisini falsi mentre prendi il caffè mi dici che la tua vita è stata disconnessa stai cadendo in pezzi ogni volta e io non ho bisogno di portarti avanti perché hai avuto un brutto giorno hai passato un giorno “no” canti una canzone triste solo per voltare pagina dici di non sapere niente dici di non dire bugie lavori sorridendo e esci per una passeggiata Hai avuto un brutto giorno la macchina fotografica non mente stai tornando indietro e davvero non t’importa Hai avuto un brutto giorno Hai avuto un brutto giorno Beh hai bisogno di una vacanza da cielo blu il punto è che loro ridono di quel che dici ed io non ho bisogno di portare avanti Hai avuto un brutto giorno hai passato un giorno “no” canti una canzone triste solo per voltare pagina dici di non sapere niente dici di non dire bugie lavori sorridendo e esci per una passeggiata Hai avuto un brutto giorno la macchina fotografica non mente stai tornando indietro e davvero non t’importa Hai avuto un brutto giorno A volte il sistema si guasta e l’intera cosa è sbagliata tu potresti non aggiustarla mai, lo sai che potresti stare bene, oh così forte bene, io non mi sbaglio Quindi dov’è la passione quando ne hai bisogno di più? oh, io e te Hai preso a calci le foglie e la magia s’è persa perché hai avuto un brutto giorno hai passato un giorno “no” canti una canzone triste solo per voltare pagina dici di non sapere niente dici di non dire bugie lavori sorridendo e esci per una passeggiata Hai avuto un brutto giorno hai visto quel che ti piace e come ci si sente per una volta in più Hai avuto un brutto giorno Hai avuto un brutto giorno     Alcuni spunti per la rilettura e per le attività sul video   –          Vediamo il video insieme ai ragazzi: non importa se qualcuno si metterà a canticchiare la canzone durante la proiezione, probabilmente molti di loro già conoscono le scene del videoclip.
–          Consegniamo a ciascun ragazzo un foglio con la riproduzione del cartellone della pubblicità che compare nel video.
Su quel poster c’è scritta la parola “shine”, che, tra le varie traduzioni possibili, significa anche “fatti notare”.
Proponiamo loro di disegnare sopra qualcosa proprio per farsi notare, per richiamare l’attenzione: ognuno dovrà pensare all’ipotetico mittente (o mittenti) del proprio “messaggio in codice” e poi…
lasciar spazio alla creatività! Partendo dal cartellone si potrà esprimere una propria esigenza, un desiderio, una richiesta d’aiuto, l’esternazione di qualche sentimento, la condivisione di un concetto…
Il tutto si deve svolgere in silenzio (oppure con una buona musica di sottofondo, magari proprio “bad day”).
–          Fatto questo, tutti chiuderanno a metà il proprio foglio che verrà raccolto assieme agli altri (in una scatola oppure lasciandoli al centro del tavolo).
–          Ogni ragazzo pescherà poi un foglio a caso e dovrà completare il disegno lasciato da qualcun altro…
E poi rimescolare i fogli e così via.
  Non si direbbe, ma piano piano, filo dopo filo, i ragazzi hanno costruito una rete: ognuno ha completato il disegno di qualcun altro, ognuno ha aggiunto un elemento innovativo al quadro dipinto da uno “sconosciuto”.
Certo, manca il contatto diretto, manca la parola espressa di persona…
manca quell’ombrello che si apre per proteggere l’altro e invitarlo così ad abbracciare e conoscere una parte di se stessi.
  –          Come conclusione si potrebbe proporre un’altra videoclip: “In this world” di Moby.
Il video mostra dei buffi extraterrestri che partono con dei cartelloni in mano per un contatto con gli umani.
Una volta sbarcati sul nostro pianeta, gli alieni si rivelano essere minuscoli e i passanti non si accorgono nemmeno della loro presenza.
La fine del video è simpatica e interessante: gli extraterrestri ripartono sconsolati.
Ma non si abbattono: realizzano un cartellone più grande e si capisce che ritenteranno un contatto! –          Possibili spunti aggiuntivi: o        le distrazioni che ci impediscono di accorgerci delle piccole cose.
o        Non fermarsi alla prima delusione; alle volte basta “un cartellone più grande”.
  Video musicale proposto: “Bad day” di Daniel Powter (titolo tradotto: “Brutto giorno”)   Parole chiave: routine vs.
novità, coraggio di buttarsi, orizzonte nuovo.
  Riassunto del video: è la storia di un ragazzo e una ragazza, entrambi single, che ogni mattina si svegliano per affrontare la consueta routine: si preparano per andare al lavoro, prendono la metropolitana, partecipano ad una riunione, etc…
Lo spettatore segue le loro vite in modo parallelo per tre giorni, anche se, proprio per sottolineare la ripetitività delle loro azioni, non c’è alcuna distinzione tra le giornate.
Il momento che cambierà le loro vite avviene quando cominciano entrambi a lasciare dei disegni (in tempi differenti) su un cartellone pubblicitario della metrò: man mano che i graffiti procedono, i due andranno a completare insieme un cuore.
Il video si conclude con il loro incontro reale: sotto una pioggia scrosciante, mentre la ragazza sta per prendere un taxi, il ragazzo arriva aprendo un ombrello per proteggere lei dalla pioggia, proprio come disegnato sul cartellone.
  Questo è il video di una canzone dell’artista canadese Daniel Powter che ha riscosso un enorme successo nel 2005; sebbene sia passato del tempo è probabile che i ragazzi se la ricordino, dato che è stata trasmessa per svariati mesi su tutte le radio.
Non preoccupiamoci troppo del fatto che il testo è in inglese: a noi interessano principalmente i gesti, i comportamenti, i personaggi narrati attraverso il video.
Ad ogni modo di seguito c’è anche la traduzione della canzone.