Classe seconda – Giugno

Unità di Lavoro interdisciplinare di educazione alla mondialità (religione, italiano) OSA di riferimento (Irc) Conoscenze – L’opera di Gesù e la missione della Chiesa del mondo.  Abilità – Documentare come le parole e le opere di Gesù abbiano ispirato scelte di vita fraterna, di carità e di riconciliazione nella storia dell’Europa e del mondo.   OSA di riferimento per l’Educazione alla convivenza civile Conoscenze – Consapevolezza delle modalità relazionali da attivare con coetanei e adulti.  Abilità – Leggere e produrre testi e condurre discussioni argomentate su esperienze di relazioni interpersonali significative.
Obiettivi Formativi trasversali ipotizzabili Conoscenze e abilità – Conoscere e descrivere con parole proprie il concetto di educazione e auto-educazione alla mondialità, di accoglienza del diverso e di dialogo; di “responsabilità a vasto raggio”.  Conoscenze e abilità per l’IRC – Conoscere e descrivere le motivazioni e le risorse che fanno di un Cristiano un “abitante del mondo”.  Competenze di riferimento dell’allievo in prospettiva triennale (considerabili come trasversali) – Sviluppare, sul piano della crescita umano-relazionale, capacità di ascolto, dialogo, conoscenza e rispetto dell’altro, condivisione e accoglienza.  – Voler distinguere, sul piano morale, tra bene e male.   – Riconoscere il contributo del pensiero cristiano al progresso culturale e sociale dell’Europa e dell’intera umanità.  Prima fase dell’attività  Gli insegnanti presentano agli allievi il primo testo-guida, che introduce il concetto di “mondialità” come scelta di “orizzonti illimitati” nel cui ambito vivere.   1) Mondialità.
«La mondialità è innanzitutto un sentimento che porta un uomo a sentirsi parte di un tutto umano e ambientale-ecologico.
Essa è inoltre una visione del mondo caratterizzata anche dal valore della diversità, in cui la famiglia umana è intesa come una comunità di popoli diversi (fratellanza universale).
Per mondialità s’intende un complesso di comportamenti informati al principio della responsabilità: agire nel presente con la coscienza di essere responsabili del futuro del mondo» (C.
Nanni, Educare alla convivialità, Ed.
EMI, p.
9).
Educare (per genitori e insegnanti) e “autoeducarsi” (per giovani alla ricerca del loro modo di abitare il mondo) alla mondialità può significare:  • far conoscere ‒ e voler conoscere ‒ i problemi e le ingiustizie planetari legati a un uso sbagliato delle risorse naturali, ai soprusi politici ed economici a danno dei poveri, alla violazione dei diritti umani, alla mancanza di pace, a una tecnologia esasperata che compromette l’ambiente naturale…  • fornire e trovare motivazioni per decidere di partecipare al “miglioramento del mondo” come si può, certi che l’oceano…
sia fatto di gocce.
Gradualmente, crescendo, un ragazzo della tua età potrà decidere di buttarsi nella mischia, di non stare a guardare il mondo come uno spettatore critico e, dopo un po’ di vita trascorsa, fatalmente annoiato…
Senza rischi, senza l’indignazione per le ingiustizie, senza tentativi appassionati perché qualcosa “vada meglio”…
che vita sarebbe? Abbiamo tutti un gran bisogno di appartenenza a una realtà umana di cui essere elementi attivi, di contribuire a un lavoro di squadra che crei quei legami insostituibili tra persone che ben conosce chiunque abbia “faticato insieme” per raggiungere un obiettivo importante: in un’orchestra, in un’equipe medica…
In quest’ottica, come non avvertire un legame con l’intera umanità, sulla base delle esigenze, delle gioie, dei dolori e delle fatiche che condividiamo tutti, quel legame che il Cristiano vive come una vera e propria fratellanza? Il Cristiano ha una risorsa particolare: si sente sostenuto da Cristo risorto lungo il suo cammino; se sa di non poter cambiare il mondo con le proprie forze, si sente di affermare, con san Paolo: «Tutto posso, in Colui che mi dà forza».
La comunità dei credenti, la Chiesa, è chiamata a insegnare con l’esempio e la diffusione della Parola un amore illimitato per il mondo, patria e casa comune dei figli di Dio.
Come migliorarlo e curarlo, il mondo, se lo sentiamo casa nostra, abitato da tanti fratelli diversi per convinzioni e abitudini, ma uguali per esigenze e sentimenti “di base”? Abbiamo tutti bisogno di libertà e tenerezza, di cibo e di istruzione…
Possono sorgere in noi pressanti interrogativi.
Che cosa potrei fare per il coetaneo che è nato in una baraccopoli indiana, che è intelligente forse più di me, ma che non potrà mai avere un’opportunità? Cosa c’entro io con le guerre, la fame, il terrorismo? Occorrerà, per rispondere a domande come queste,  • cercare, conoscere gli “operatori di giustizia” (pensiamo all’enorme lavoro dei missionari nel Terzo Mondo) per imitarli, capire le loro motivazioni, i mezzi che adoperano…
Sarà un’imitazione che dovrà nascere soprattutto da piccole occasioni quotidiane.
Ciò potrà voler dire leggere libri o articoli su grandi uomini, ma soprattutto cercare di comprendere a fondo l’amico più grande che nel tempo libero fa animazione tra i piccoli lungodegenti di un ospedale pediatrico, o semplicemente la propria mamma che ha instaurato un dialogo con l’immigrato, senza lavoro, che tenta di sopravvivere portando le buste della spesa fino all’auto dei clienti, al supermercato, sperando in qualche mancia…  • Sarà essenziale, per aprirsi al mondo, considerare la diversità culturale e religiosa come occasione di dialogo e quindi di arricchimento reciproco, ricercando i valori condivisibili (sentimenti, comportamenti, idee) nel rispetto delle inevitabili divergenze, per poi costruire senza pregiudizi rapporti interpersonali che uniscano, nella ricerca di un bene comune…
Si inizia a cambiare il mondo partendo da se stessi, dilatando gli orizzonti del cuore.
Chi si rende conto del problema della fame può scegliere di evitare gli sprechi, chi riflette sulla sofferenza portata dalla guerra può diventare un costruttore di pace tra i suoi amici, chi prende coscienza del dramma dei poveri potrà entrare nel mondo del volontariato…
Terza fase dell’attività Gli insegnanti potranno impegnare la classe in uno dei seguenti laboratori interdisciplinari.
a) La classe si divide in gruppi.
Ogni gruppo dovrà inventare un racconto breve (a scelta realistico, fantastico, di fantascienza…) per esprimere una riflessione su un tema a scelta tra quelli proposti: – l’accoglienza del diverso; – l’importanza del dialogo; – l’importanza del senso di responsabilità.
Gli insegnanti potranno ipotizzare una valutazione comune dei racconti; l’insegnante di religione terrà conto soprattutto della “profondità di pensiero” nell’esprimere valori.
b) I gruppi inventeranno scenette della durata di cinque-dieci minuti sulle tematiche precedenti, “in positivo” (accoglienza e dialogo realizzati, un’assunzione di responsabilità…) oppure “in negativo” (dialogo fallito ecc.) La classe rifletterà così sui messaggi ricavati dalla drammatizzazione, sulle caratteristiche concrete dell’accoglienza, del dialogo e del senso di responsabilità.
La domanda – Come ci si può “auto-educare” alla mondialità? Oltre alle vie proposte, hai in mente altri comportamenti e scelte possibili? Quali risorse particolari e motivazioni possiede il Cristiano? Per l’inserimento dell’argomento in Unità di Apprendimento articolate, vedere Tiziana Chiamberlando, Sentinelle del Mattino, SEI, Volume per il biennio e Guida Seconda fase dell’attività Gli insegnanti propongono l’esperienza di una giovane donna, un esempio illuminante di amore per l’intera umanità.
2) L’infermiera Cristina 9 dicembre 1993.
Maria Cristina è al lavoro, puntuale e dolce come sempre, nel suo ambulatorio di Mogadiscio.
All’improvviso sulla porta si presenta un somalo con due pistole in pugno.
Pretende dei soldi.
L’infermiera non ne ha.
Per reazione e in preda a un raptus di follia, il bandito le scarica addosso 9 colpi.
La rosa dei proiettili colpisce in pieno la giovane volontaria.
Maria Cristina Luinetti stramazza a terra ferita gravemente.
Morirà poco dopo il ricovero nell’ospedale da campo.
Si chiudeva per sempre la felice parentesi africana di questa ragazza ventiquattrenne, dai lunghi capelli neri e dal sorriso incantevole.
Era arrivata in Somalia il 20 novembre come crocerossina, per salvare vite umane, “arruolata” in quel corpo speciale a carattere umanitario che è la Croce Rossa.
In cambio, lasciava su questa terra la sua vita e il rimpianto di un servizio generoso e sereno.
A giorni sarebbe tornata in Italia, felice di aver regalato energie e cure alle vittime della guerra tribale che insanguinava da mesi l’incantevole paese africano.
La sua non voleva essere una semplice avventura giovanile.
Era la risposta al profondo desiderio di aiutare chi soffre.
Il giorno prima della partenza da Cesate, un piccolo paese della cintura industriale milanese, per Mogadiscio aveva indirizzato alla zia Maria Rosa una lettera che sapeva di testamento.
Scriveva che in caso di un suo “ritorno in bara” non avrebbe voluto fiori e cerimonie ufficiali, ma solo una funzione religiosa e l’alta uniforme da crocerossina.
È stata accontentata.
Forse presentiva ciò che si è fatalmente verificato.
Il parroco don Carlo che la vedeva tutte le domeniche mattina a messa ricorda: «Era felice, entusiasta del compito che andava a svolgere in Africa.
Da tanto tempo aspettava questa occasione.
Cesate le andava un po’ stretta: il suo cuore, il suo desiderio di servire l’umanità richiedeva spazi più ampi».
Questi spazi li ha trovati nella terra sabbiosa e assolata di Mogadiscio.
Avrebbe voluto incontrarli anche in una seconda tappa, in Mozambico, dove sarebbe andata dopo questa prima missione ufficiale.
Non ha fatto in tempo.
I colpi di pistola di uno squilibrato hanno spento per sempre la sua voglia di rendersi utile agli altri.
Il volontariato era la passione di Maria Cristina, un’autentica vocazione: «Voleva andare ad aiutare la gente, non parlava d’altro», ripete oggi il fratello Massimiliano, 22 anni.
Un ideale che le era cresciuto dentro molto presto.
A quindici anni, il tempo in cui normalmente le ragazze pensano al divertimento e alla bella vita, Maria Cristina decide di diventare crocerossina.
Una scelta che orienta sempre di più il suo futuro.
In attesa di realizzare il suo sogno, alterna gli studi di danza e di informatica a quelli da infermiera e alla pratica: lascia la sua abitazione e si trasferisce a casa del nonno novantenne, infermo e bisognoso di attenzioni e di cure.
Nel giugno 1992 ottiene il diploma di infermiera volontaria.
Passa l’estate nell’ospedale di Saronno, in quell’anticamera di emergenze e dolore che è il Pronto soccorso.
Ha fretta di imparare al meglio la professione per ottenere quanto prima il visto di partenza per le frontiere più difficili.
Le viene concesso nel novembre 1993.
Un visto per un biglietto di andata senza ritorno.

Classe prima – Giugno

Unità di Lavoro di approfondimento interdisciplinare (religione, educazione artistica)  OSA di riferimento Conoscenze – Il libro della Bibbia, documento storico-culturale e Parola di Dio.  Abilità – Ricostruire le tappe della storia della Bibbia.
Obiettivi Formativi ipotizzabili Conoscenze e abilità – Conoscere i materiali, gli antichi strumenti scrittori, il passaggio dal rotolo al codice in relazione alla nascita del testo biblico.
– Conoscere alcuni fondamentali ritrovamenti archeologici riguardanti i più antichi testi biblici.  Competenze di riferimento dell’allievo in prospettiva triennale – Possedere essenziali conoscenze bibliche e riconoscere il contributo del pensiero biblico al progresso culturale, artistico e sociale dell’Europa e dell’intera umanità.  3) I ritrovamenti di Qumran  Nel 1947, a qualche decina di chilometri da Gerusalemme, a Qumran, un pastorello di 13 anni, in cerca di una capra che gli era sfuggita, trovò una misteriosa caverna in mezzo a un paesaggio aspro e desertico, presso il grande lago salato del Mar Morto.
In quella grotta scoprì enormi giare stracolme di rotoli manoscritti su cuoio e papiro; si trattava delle più antiche copie dell’Antico Testamento giunte fino a noi.
I monaci Esseni, autori delle copie, facevano parte di una comunità ebraica che attendeva il Messia.
I manoscritti risalgono a un periodo compreso tra il II secolo a.C.
e il I secolo dopo Cristo: si tratta di tutti i libri della Bibbia ebraica tranne uno (Ester).
Il più noto manoscritto è il famoso Rotolo A di Isaia: lungo quasi 7,5 metri, risale a più di 2200 anni fa.
17 pezzi di pelle sono stati cuciti per formare questo rotolo; il testo ebraico è consonantico, senza l’inserimento delle vocali che solo nel Medioevo diverrà usuale.
Gli Esseni avevano consacrato la vita alla trasmissione dell’Antico Testamento, scegliendo di vivere una vita di studi e meditazione, mettendo i beni in comune e vivendo semplicemente in capanne e grotte.
All’avvicinarsi delle legioni romane che li avrebbero sterminati, all’epoca della ribellione giudaica repressa da Tito, nascosero nelle grotte vicine alle loro abitazioni i risultati del loro lavoro.
Prima fase dell’attività Gli insegnanti di religione ed educazione artistica presentano alla classe il testo-guida; l’insegnante di educazione artistica potrà approfondire soprattutto l’affascinante argomento dei “codici miniati”.
2) Dal rotolo al codice  Nell’antichità classica e durante i primi secoli della cristianità, la scrittura e la lettura del rotolo di pergamena o papiro procedevano su colonne orizzontali; per evitare che si deteriorasse o si piegasse, veniva avvolto su due bastoncini di legno o di osso disposti alle due estremità del manufatto.
Durante il trasporto, i rotoli venivano legati e custoditi in casse rettangolari o cilindriche.
Il rotolo era deficitario per conservare lunghe opere letterarie (per il libro degli Atti degli Apostoli sarebbe occorso un rotolo di circa 9 metri!) e per consultarle; nel caso della Bibbia, esso rendeva davvero difficile la ricerca dei passi della Scrittura.
I Cristiani del II secolo furono così indotti a ricercare soluzioni editoriali diverse.
Per i Cristiani non provenienti dall’ebraismo, il ricorso al codice fu anche una scelta finalizzata a differenziarsi dagli Ebrei, staccandosi dalle loro consuetudini.
I codici erano composti da fogli sovrapposti e cuciti di papiro o pergamena; quest’ultima permetteva di scrivere sulle due facciate.
Essi agevolavano la consultazione dei libri biblici; copertine rigide li protessero da agenti atmosferici e dall’usura del tempo.
Seconda fase dell’attività Laboratorio Gli insegnanti propongono alla classe, divisa in gruppi con portavoce, di ricercare a casa, con l’aiuto dei genitori, notizie sui più importanti ritrovamenti archeologici riguardanti la Bibbia.
I gruppi riordineranno i dati reperiti da ciascun allievo con l’aiuto dell’insegnante di educazione artistica, evidenziando con l’insegnante di religione i motivi dell’importanza delle scoperte archeologiche prese in considerazione in relazione a una migliore conoscenza di fatti biblici o della storia del testo.
I gruppi prepareranno semplici relazioni, esposte poi ai compagni dal portavoce.
Rispondi.
1) Confronta: – il papiro e la pergamena; – il rotolo e il codice.
2) Cosa sono i “codici miniati”? Spiega con parole tue.
Per l’inserimento dell’argomento in Unità di Apprendimento articolate, vedere Tiziana Chiamberlando, Sentinelle del Mattino, SEI, Volume per il biennio e Guida I più antichi testi biblici 1) Materiali e strumenti scrittori  Il materiale scrittorio della Bibbia era quello tipico delle diverse epoche antiche: la pietra (le Tavole della Legge), l’argilla, il cuoio, le tavolette spalmate di cera, papiro e pergamena.
Questi ultimi soprattutto vennero utilizzati per i testi letterari e grazie a essi la Bibbia è giunta fino a noi.
– Il papiro    Il papiro è un vegetale palustre che anticamente cresceva spontaneamente presso il Nilo, in Etiopia, in Palestina, in Mesopotamia e anche in Sicilia; il termine significa “ciò che appartiene al re”, infatti la lavorazione e il commercio del papiro, in Egitto, erano monopolio statale.
Esso fu utilizzato come supporto scrittorio per la Bibbia dal III millennio a.C.
fino al 300 d.C.
circa; era abbastanza economico, ma piuttosto delicato soprattutto in condizioni climatiche umide.
Strisce sottili ricavate dal midollo del papiro venivano bagnate e sovrapposte a strati, alternando quelli con strisce orizzontali a quelli con strisce verticali…
Poi gli strati venivano battuti, levigati e fatti essiccare al sole; i papiri più pregiati erano giallo/bianchi anziché giallo/brunastri.
A seconda dell’estensione del testo da trascrivere, incollando opportunamente più fogli di papiro si otteneva un rotolo (il cosiddetto “volumen”); esso veniva conservato in giare o recipienti cilindrici e immerso nell’olio di cedro per tenere lontani i parassiti.
Clamoroso è stato il ritrovamento di un papiro egiziano di oltre 42 metri!  – La pergamena    La pergamena è ricavata dalla lavorazione della pelle degli animali giovani, quali la pecora, la capra, il vitello e l’antilope.
Prevalse sul papiro a partire dal IV secolo d.C.; era più robusta ed era più facile ottenerla, anche se era più costosa.
Per la Bibbia, fu usata fino al X secolo d.C., epoca in cui si iniziò ad adoperare carta ricavata dalla lavorazione di cotone, canapa e lino, diffusa da mercanti arabi che erano venuti a contatto con la civiltà cinese.
Gli artigiani che producevano le pergamene (“percamenarii”) nel Basso Medioevo abitavano un borgo specifico delle città, vicino a una sorgente (l’acqua è un elemento essenziale per la lavorazione delle pelli): i procedimenti per lavare, raschiare, depilare, impermeabilizzare e levigare le pelli erano lunghissimi.
Tinture conclusive con porpora, oro e argento per pergamene di particolare importanza erano costosissime: nel IV secolo d.C., san Gerolamo cercò di opporsi a questi “sprechi” riguardanti soprattutto manoscritti del Nuovo Testamento…
– Strumenti    Ogni scriba dell’antichità doveva sapersi fabbricare le proprie “penne”: il “calamo”, un fusto sottile di legno ricavato da varie piante o in metallo, che fu strumento di scrittura fino al sesto secolo d.C.; la penna d’oca, ricavata dalle piume remiganti dei volatili.
L’inchiostro era di due tipi: una miscela a base di nerofumo e gomma, impiegato dalle classi meno abbienti e una miscela di acido tannico ricavato dalla quercia, solfato di ferro, gomma arabica (resina dell’acacia) e acqua detto inchiostro ferrogallico e adoperato a partire dal III secolo d.C.
Nei monasteri medievali, i monaci copisti (amanuensi), grazie alla cui pazienza possediamo oggi un patrimonio inestimabile di cultura antica, disponevano di un set di strumenti quali il calamaio, antico contenitore portatile in terracotta del calamo, poi sostituito da un corno di toro, spugne bagnate per lavare e cancellare i fogli e un coltello utile per l’immediata cancellatura degli errori.    4) Lo splendore dei codici miniati   Con “codici miniati” ci si riferisce a manoscritti su pergamena abbelliti con decorazioni artistiche.
L’espressione deriva da “minium”, il pigmento rosso ricavato dal piombo, il colore prevalente con cui furono decorati i bordi delle pagine, i titoli e le lettere iniziali dei manoscritti.
L’arte orientale bizantina, dopo il V secolo d.C., influenzò la miniatura italiana; si diffusero colori prevalentemente scuri.
In Francia, l’oro splendeva negli esemplari più sfarzosi, mentre le illustrazioni interne dei codici, raffiguranti scene bibliche e ritratti dei grandi personaggi delle Scritture, tendevano a distorcere le proporzioni delle figure umane per lanciare messaggi simbolici.
Durante il Medioevo, le figure umane risultarono via via più accurate, più piccole e più realistiche.

Agora

di Maria de falco marotta Alejandro Amenábar, è un regista “difficile”.
Affronta con rigore i temi più controversi del nostro vivere quotidiano, premio Oscar per l’intimista Mare dentro che noi abbiamo visto alla Mostra di Venezia , ponendo poi domande all’autore, dice che il suo film da quasi 50 milioni di euro Agora portato al Festival di Cannes 2009 fuori Concorso, ha l’obiettivo di “far sentire il pubblico come se stesse seguendo una troupe della CNN mentre documenta qualcosa che accade nel IV secolo dopo Cristo”.
Bisogna credergli: E’ talmente serio, giovane e introverso che sicuramente il suo lavoro sarà apprezzato da molti.
Ma non da tutti.
Nell’Egitto del IV secolo a.C, la storia di Hypatia di Alessandria, primo astronomo-filosofo donna dell’Occidente.
Spinto dal desiderio di raccontare una storia su Romani e Cristiani nell’Antico Egitto, il regista spagnolo di origine cilena ha individuato la sua eroina nella figura di Ipazia, figlia di Teone, ultimo direttore della celeberrima biblioteca di Alessandria, e donna simbolo della tolleranza della società greco-romana di quel tempo.
Con la sua Himenóptero, Amenábar ha coinvolto la Mod Producciones di recente creazione e Telecinco Cinema, mettendo assieme un cast internazionale che recitasse in lingua inglese e permettesse di lanciare il film sul mercato internazionale.
A vestire la tunica di Ipazia è la star britannica Rachel Weisz (The Constant Gardener, La Mummia).
La vediamo insegnare astronomia, matematica e filosofia ai suoi allievi, in quel tempio della saggezza che doveva essere allora la Biblioteca alessandrina.
Ma mentre tra quelle mura si discetta di Aristotele e si preconizza l’eliocentrismo, per le strade e le piazze della città governata dall’Impero Romano d’Oriente cresce ed esplode il dissidio tra le religioni: cristiani contro pagani ed ebrei.
Presto i parabalani incappucciati(funzionari romani che disdegnano la propria vita per la causa della Chiesa.
In genere, sono attivisti, monaci, guerrieri e becchini, fanatici, ignoranti, violenti ) spingeranno la folla ad attaccare nel nome di Cristo gli adoratori degli déi e, nonostante la mediazione romana, la Biblioteca verrà saccheggiata e distrutta.
Il resto è storia, con la sola eccezione del servo Davus, personaggio inventato, interpretato dal giovane inglese Max Minghella.
Lo spettatore potrebbe trovare noiose e fintamente intellettuali le numerose discussioni “scientifiche” ma quello che non sfuggirà è la scelta di portare sul grande schermo questa martire del paganesimo che ha tutto l’aspetto di un attacco frontale del regista al Cristianesimo e non genericamente al fanatismo religioso.
All’uscita di Agora difficilmente le stanze del Vaticano apprezzeranno le scene in cui i cristiani sbudellano la gente urlando come invasati o vengono visualizzati come formiche nere che si affrettano sulla preda con una efficace ripresa dall’alto velocizzata.
Chi è il regista Alejandro Amenábar (Santiago del Cile, 1972) è figlio di madre spagnola e di padre cileno.
La sua famiglia si trasferisce in Spagna quando lui ha un anno, facendolo crescere e studiare a Madrid.
Scrive, produce e dirige il suo primo cortometraggio, “La cabeza”, a 19 anni, e ne ha 23 quando debutta nel lungometraggio con “Tesis” che in Spagna riceve molti premi.
Il suo “Apri gli occhi” riscuote in Spagna un enorme successo e viene distribuito in tutto il mondo: è stato ultimamente oggetto di un remake hollywoodiano diretto da Cameron Crowe e intitolato “Vanilla Sky”, con Tom Cruise (che ne è anche il produttore), Penelope Cruz (protagonista anche della versione originale) e Cameron Diaz.
“The Others” – interpretato in modo perfetto da Nicole Kidman e prodotto da Tom Cruise – è il suo primo film girato in lingua inglese, presentato alla Mostra di Venezia, dove ha riscosso un grande successo di pubblico e critica.
Ha realizzato la colonna sonora di tutti i suoi film, nonchè di molti altri, tutti iberici.
Nel 2004 gira “Mare dentro”, un film sulla vita del tetraplegico Ramon Sampedro e il delicato tema dell’eutanasia, che segna una svolta nel suo cinema che riceve premi dal Festival di Venezia, da E.F.A., il premio Goya, e la candidatura al premio Oscar come miglior film straniero.
Presentando a Cannes 2009 Agorà(piazza, assemblea) ha dichiarato: «Il mio Agorà contro ogni fondamentalismo.
Ipazia (Rachel Weisz) filosofa e scienziata, martire del politeismo ad Alessandria, capitale culturale del Mediterraneo nel IV secolo della nostra era, controllata dall’Impero romano d’Oriente e centro di attriti tra il politeismo e i due monoteismi, l’uno frutto dell’eresia dell’altro: giudaismo e cristianesimo.
La vergine Ipazia – aggiunge- era uno spirito aperto, praticava la misericordia e fu torturata e uccisa dai cristiani alla vigilia del tracollo del mondo classico.
La sua vicenda ricorda – in senso opposto – quella di Gesù».
Attorno a lei, gli ex allievi, l’aristocratico (Oscar Isaac), convertito al cristianesimo onde avere la carriera pubblica che si aspettava; e lo schiavo (Max Minghella, figlio di Anthony), fanatico nella nuova fede.
In Agorà i ruoli di buoni e cattivi sono distribuiti per fazione.
Il tragico degli scontri politico-religiosi è che ognuno ha le sue ragioni” Il film: titolo internazionale: Agora titolo originale: Agora paese: Spagna, USA anno: 2009 genere: fiction regia: Alejandro Amenábar data di uscita: ES 02/09/2009 sceneggiatura: Alejandro Amenábar, Mateo Gil cast: Rachel Weisz, Max Minghella, Oscar Isaac, Ashraf Barhom, Michael Lonsdale, Rupert Evans, Homayoun Ershadi fotografia: Xavi Giménez scenografia: Guy Dyas costumi: Gabriella Pescucci musica: Alejandro Amenábar produttore: Fernando Bovaira produzione: Mod Producciones, Himenoptero, Telecinco Cinema distributori: Mars Distribution (FR) rivenditore estero: Focus Features International Chi era questa straordinaria scienziata? Ipazia era l’erede della Scuola alessandrina, la più notevole comunità scientifica della storia dove avevano studiato Archimede, Aristarco di Samo, Eratostene, Ipparco, Euclide, Tolomeo… e i geni che hanno gettato le fondamenta del sapere scientifico universale.
Filosofa neoplatonica, musicologa, medico, scienziata, matematica, astronoma, madre della scienza sperimentale (studiò e realizzò l’astrolabio, l’idroscopio e l’aerometro).… e, come scrisse Pascal, «ultimo fiore meraviglioso della gentilezza e della scienza ellenica».
Nei suoi settecento anni la Scuola alessandrina aveva raggiunto vette talmente elevate nel campo scientifico, che sarebbe bastato lasciar vivi e liberi di studiare Ipazia e i suoi allievi per acquisire 1200 anni in più di progresso.
Ma su Ipazia e sull’intera umanità si abbatté la più grossa delle sventure: l’ascesa al potere della Chiesa cattolica e il patto di sangue stipulato con l’impero romano agonizzante.
Questo patto – oltre alla soppressione del paganesimo – prevedeva la cancellazione delle biblioteche, della scienza e degli scienziati, l’annullamento del libero pensiero, della ricerca scientifica (nei concilî di Cartagine, infatti, fu proibito a tutti – vescovi compresi – di studiare Aristotele, Platone, Euclide, Tolomeo, Pitagora etc.).
Alla donna doveva essere impedito l’accesso alla religione, alla scuola, all’arte, alla scienza.
In poche decine di anni il piano venne quasi interamente realizzato.
Ma Ambrogio, Giovanni Crisostomo, Agostino e Cirillo – i giganti del nascente impero della Chiesa – trovarono, sulla loro strada lastricata di roghi e di sangue, un ultimo impedimento: una giovane bellissima creatura a capo della Scuola alessandrina, una scienziata con una dirittura morale impossibile da piegare la quale, al termine d’una giornata di studio e di ricerca, si gettava sulle spalle il tribon – il mantello dei filosofi – e se ne andava in giro per Alessandria a spiegare alla gente – con ingegno oratorio e straordinaria saggezza – cosa volesse dire libertà di pensiero, l’uso della ragione.
E Cirillo, vescovo e patriarca di Alessandria, ordì il martirio di Ipazia.
Uccidere ingiustamente un qualunque essere umano è troncare una vita, spezzare una possibilità, ma trucidare una creatura come Ipazia è arrecare un danno incalcolabile all’umanità intera, è uccidere la speranza nel progresso umano.
Questo delitto segnò la fine del paganesimo, il tramonto della scienza e della dignità stessa della donna.
Segnò la definitiva affermazione del gruppo più astuto, raffinato, vorace, spietato e feroce prodotto dalla specie umana: da quel marzo del 415 d.C.
la Chiesa Cattolica, oltre a imprigionare, torturare, bruciare vivi popoli interi, incatenò la mente degli uomini per manovrarli, dirigerli, dominarli, alleandosi sempre con il potere e con l’ingiustizia.
Nessun mea culpa potrà mai restituire all’umanità tanto sangue innocente e tanti secoli di progresso mancato.
In quel 415 d.C.
a nulla valse la voce isolata del prefetto Oreste, che cercò inutilmente di difendere e di salvare la scienziata.
Quando giunse ad Alessandria, Oreste si recò a rendere omaggio a Ipazia, astro incontaminato della sapiente cultura.
Da lei apprese che non poteva definirsi realmente pagana perché «qualunque religione, qualunque dogma, è un freno alla libera ricerca, e può rappresentare una gabbia che non permette d’indagare liberamente sulle origini della vita e sul destino dell’uomo».
Ipazia gli raccontò che dopo l’incendio della biblioteca, il prefetto Evagrio le aveva proposto di convertirsi al cristianesimo in cambio di maggiori sovvenzioni per la sua scuola e che lei aveva rifiutato dicendo: «Se mi faccio comprare, non sono più libera.
E non potrò più studiare.
È così che funziona una mente libera: anch’essa ha le sue regole».
Dopo il massacro di Ipazia, il vescovo e patriarca Cirillo governò Alessandria da padrone assoluto per i successivi trent’anni.
I libri di Ipazia e di tutta la Scuola alessandrina furono bruciati (con la sola eccezione del suo commento alla Syntaxis), la sua memoria cancellata.
A parte Ierocle (di cui sono rimaste solo due modeste opere di filosofia neoplatonica) e il poeta Pallada che con i suoi versi cantò l’irreprensibilità dei costumi, l’alto sentire, l’accuratezza e il savio giudicare della filosofa e scienziata alessandrina, tutti i discepoli della scienziata scomparvero e di loro, del loro pensiero, delle loro opere, nulla è rimasto.
Alcuni riuscirono ad emigrare in India (tra cui Paulisa, autore dell’opera astronomica Paulisa siddhānta), importandovi le ultime scoperte di trigonometria ed astronomia.
Ci è pervenuta, però, una parte dell’opera di uno degli allievi preferiti di Ipazia: Sinesio di Cirene, vescovo di Tolemaide.
Dalle sue lettere indirizzate alla maestra, si apprende che Ipazia è stata la madre della scienza moderna in quanto, all’analisi teorica dei problemi di fisica e di astronomia, faceva seguire la sperimentazione pratica (il grande matematico del ‘600 Pierre de Fermat, studiando l’idroscopio realizzato dalla scienziata alessandrina, rese omaggio «alla grande Ipazia, che fu la meraviglia del suo secolo»).
Mentre la sua maestra era ancora in vita, Sinesio scriveva: «L’Egitto tien desti i semi di sapienza ricevuti da Ipazia».
Le testimonianze antiche su Ipazia sono offerte, principalmente, da quattro storici: Socrate Scolastico (Storia Ecclesiastica), Filostorgio (Storia Ecclesiastica), Sozomeno (Storia della Chiesa) – tutti contemporanei di Ipazia -, e Damascio, ultimo direttore dell’Accademia platonica di Atene, che scrisse di lei 50 anni dopo il suo massacro.
Ambrogio, Giovanni Crisostomo, Agostino e Cirillo vennero fatti santi.
Sant’Ambrogio, San Giovanni Crisostomo, Sant’Agostino e San Cirillo d’Alessandria sono stati elevati, inoltre, al rango di dottori e padri della Chiesa universale.
Per i successivi 1200 anni la Chiesa di Roma manovrò principi, re ed imperatori per tenere a freno il suo più acerrimo nemico: il sapere, la conoscenza.
Soprattutto la scienza della Scuola alessandrina.Il 17 febbraio dell’Anno Santo 1600 la Chiesa di Roma fece bruciare vivo Giordano Bruno, il filosofo e scienziato che aveva studiato gli atomisti greci e che attraverso le opere di Democrito aveva capito l’essenza di quegli universi infiniti che Ipazia aveva intuito.
Il 22 giugno 1633 la Chiesa di Roma fece imprigionare ed abiurare il padre della scienza moderna Galileo Galilei, il quale aveva proseguito l’opera iniziata dalla Scuola alessandrina e da Ipazia nella sperimentazione della scienza e che, nel Dialogo sui massimi sistemi del mondo, aveva avuto il coraggio di proporre l’ipotesi eliocentrica che Aristarco di Samo aveva formulato nel 280 a.C.
nella Scuola alessandrina e che Ipazia aveva elaborato.
Papa Pio XII nel 1944, per festeggiare i 1500 anni della morte di San Cirillo d’Alessandria (la cui opera teologica è alla base del dogma della Vergine Madre di Dio) promulgò l’enciclica Orientalis Ecclesiae, per «esaltare con somme lodi» e «tributare venerazione a San Cirillo», a colui che aveva cacciato e fatto massacrare ebrei, nestoriani, novaziani (chiamati catari – puri) e pagani da Alessandria d’Egitto.
Il vescovo-patriarca S.
Cirillo aveva studiato per cinque anni – dal 394 al 399 – nel monastero della montagna della Nitria, nel deserto di San Marco, e lì era stato ordinato Lettore.
In questo monastero aveva stretto vincoli di amicizia con gran parte dei monaci parabolani (di cui si servì per sterminare ebrei, nestoriani, novaziani e pagani) e soprattutto con Pietro il Lettore, a cui sedici anni dopo ordinò di trucidare Ipazia… l’ultima voce libera, l’ultima luce femminile di sapienza dell’antichità.
Purtroppo le donne che tentarono di studiare e d’inserirsi nel mondo della scienza dovettero combattere su due fronti: il primo risaliva ai tempi di Platone, che le considerava esseri inferiori per natura (e questo sembra incredibile: Platone, Aristotele e i più grandi pensatori che ha prodotto il genere umano, che hanno dato vita all’attuale libertà di pensiero, ebbene… consideravano la donna inferiore per natura); il secondo… il ruolo secondario assegnatole proprio dai padri fondatori della Chiesa (Sant’Agostino… e San Giovanni Crisostomo che affermò che la donna porta il marchio di Eva e che Dio non le ha concesso il diritto di ricoprire cariche politiche, religiose o intellettuali).
Infatti se Ipazia fosse stata uomo, l’avrebbero solamente uccisa.
Essendo donna, dovevano farla a pezzi, nella cattedrale cristiana, per rendere quel massacro simbolico d’un sacrificio.
Per escludere, nel cammino dei secoli a venire, metà del genere umano.Ipazia ci ha insegnato che la via della ragione – la via dell’esperienza personale non mediata da altri, la ricerca continua della verità sulla nostra vita, verità che racchiude il nostro corpo, la mente, l’universo, l’intelligibile… come direbbero gli antichi filosofi, la metafisica… che vuol dire il raggiungimento d’un principio supremo non creatore, ma che è e che si evolve insieme a noi – è la via a cui ha diritto ogni essere umano.
Naturalmente, colto e rigoroso com’è A.
Amenabar, si è documentato su fonti storiche e su altri studi di cui non citiamo che la minima parte.Eccole: Fonti • Cirillo, Homilia VIII, in J.
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Migne, Patrologia Graeca, vol.
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8 marzo 415 d.C.
(romanzo), prefazione di Margherita Hack, Milano, Lampi di Stampa 2004 • Aida Stoppa, Ipazia e la rete d’oro (racconto), in Aida Stoppa, Sette universi di passione, Colledara, Andromeda 2004, pp.
20-34 e anche: Nell’Egitto del IV secolo a.C, la storia di Hypatia di Alessandria, primo astronomo-filosofo donna dell’Occidente.
Spinto dal desiderio di raccontare una storia su Romani e Cristiani nell’Antico Egitto, il regista spagnolo di origine cilena ha individuato la sua eroina nella figura di Ipazia, figlia di Teone, ultimo direttore della celeberrima biblioteca di Alessandria, e donna simbolo della tolleranza della società greco-romana di quel tempo.
Con la sua Himenóptero, Amenábar ha coinvolto la Mod Producciones di recente creazione e Telecinco Cinema, mettendo assieme un cast internazionale che recitasse in lingua inglese e permettesse di lanciare il film sul mercato internazionale.
A vestire la tunica di Ipazia è la star britannica Rachel Weisz (The Constant Gardener, La Mummia).
La vediamo insegnare astronomia, matematica e filosofia ai suoi allievi, in quel tempio della saggezza che doveva essere allora la Biblioteca alessandrina.
Ma mentre tra quelle mura si discetta di Aristotele e si preconizza l’eliocentrismo, per le strade e le piazze della città governata dall’Impero Romano d’Oriente cresce ed esplode il dissidio tra le religioni: cristiani contro pagani ed ebrei.
Presto i parabalani incappucciati(funzionari romani che disdegnano la propria vita per la causa della Chiesa.
In genere, sono attivisti, monaci, guerrieri e becchini, fanatici, ignoranti, violenti ) spingeranno la folla ad attaccare nel nome di Cristo gli adoratori degli déi e, nonostante la mediazione romana, la Biblioteca verrà saccheggiata e distrutta.
Il resto è storia, con la sola eccezione del servo Davus, personaggio inventato, interpretato dal giovane inglese Max Minghella.
Lo spettatore potrebbe trovare noiose e fintamente intellettuali le numerose discussioni “scientifiche” ma quello che non sfuggirà è la scelta di portare sul grande schermo questa martire del paganesimo che ha tutto l’aspetto di un attacco frontale del regista al Cristianesimo e non genericamente al fanatismo religioso.
All’uscita di Agora difficilmente le stanze del Vaticano apprezzeranno le scene in cui i cristiani sbudellano la gente urlando come invasati o vengono visualizzati come formiche nere che si affrettano sulla preda con una efficace ripresa dall’alto velocizzata.
Alejandro Amenábar (Santiago del Cile, 1972) è figlio di madre spagnola e di padre cileno.
La sua famiglia si trasferisce in Spagna quando lui ha un anno, facendolo crescere e studiare a Madrid.
Scrive, produce e dirige il suo primo cortometraggio, “La cabeza”, a 19 anni, e ne ha 23 quando debutta nel lungometraggio con “Tesis” che in Spagna riceve molti premi.
Il suo “Apri gli occhi” riscuote in Spagna un enorme successo e viene distribuito in tutto il mondo: è stato ultimamente oggetto di un remake hollywoodiano diretto da Cameron Crowe e intitolato “Vanilla Sky”, con Tom Cruise (che ne è anche il produttore), Penelope Cruz (protagonista anche della versione originale) e Cameron Diaz.
“The Others” – interpretato in modo perfetto da Nicole Kidman e prodotto da Tom Cruise – è il suo primo film girato in lingua inglese, presentato alla Mostra di Venezia, dove ha riscosso un grande successo di pubblico e critica.
Ha realizzato la colonna sonora di tutti i suoi film, nonchè di molti altri, tutti iberici.
Nel 2004 gira “Mare dentro”, un film sulla vita del tetraplegico Ramon Sampedro e il delicato tema dell’eutanasia, che segna una svolta nel suo cinema che riceve premi dal Festival di Venezia, da E.F.A., il premio Goya, e la candidatura al premio Oscar come miglior film straniero.
Presentando a Cannes 2009 Agorà(piazza, assemblea) ha dichiarato: «Il mio Agorà contro ogni fondamentalismo.
Ipazia (Rachel Weisz) filosofa e scienziata, martire del politeismo ad Alessandria, capitale culturale del Mediterraneo nel IV secolo della nostra era, controllata dall’Impero romano d’Oriente e centro di attriti tra il politeismo e i due monoteismi, l’uno frutto dell’eresia dell’altro: giudaismo e cristianesimo.
La vergine Ipazia – aggiunge- era uno spirito aperto, praticava la misericordia e fu torturata e uccisa dai cristiani alla vigilia del tracollo del mondo classico.
La sua vicenda ricorda – in senso opposto – quella di Gesù».
Attorno a lei, gli ex allievi, l’aristocratico (Oscar Isaac), convertito al cristianesimo onde avere la carriera pubblica che si aspettava; e lo schiavo (Max Minghella, figlio di Anthony), fanatico nella nuova fede.
In Agorà i ruoli di buoni e cattivi sono distribuiti per fazione.
Il tragico degli scontri politico-religiosi è che ognuno ha le sue ragioni”

Apertura dell’Anno Sacerdotale

il Santo Padre Benedetto XVI presiederà la celebrazione dei secondi vespri al cospetto delle reliquie del santo.
L’invito alla partecipazione è rivolto in particolare “ai sacerdoti secolari, ai religiosi, a tutti i seminaristi di Roma, ma anche alle religiose e ai fedeli laici che con la loro fede, preghiera e operosità concorrono a sostenere la vita, il ministero dei sacerdoti e la loro santificazione, a beneficio di tutti.”(L’arcivescovo M.
Piacenza, segretario della Congregazione per il clero).
Presso la Prefettura della casa Pontificia si possono richiedere i biglietti per l’accesso in Basilica, permesso dalle ore 16.
In diretta su Telelazio Rete Blu dalle17.25 l’arrivo delle reliquie di San Giovanni Maria Vianney, patrono dei sacerdoti, in San Pietro e la celebrazione presieduta dal Santo Padre.
Venerdì 19 giugno, ore 21,piazza San Pietro.
Veglia di preghiera per il Papa e il suo Pontificato.
Presiede il card.
Angelo Comastri, vicario generale per la Città del Vaticano.

I Templari e la sindone di Cristo

Dopo il 1250, perduta ormai da decenni Gerusalemme e allontanandosi sempre più la prospettiva di recuperarla, i Templari sentirono il bisogno di mantenere un contatto fisico, concreto con i luoghi della vita di Cristo; così presero l’abitudine di farsi delle reliquie personali da portare sempre addosso come difesa contro i peccati dell’anima e i rischi della battaglia: in fondo questo rispondeva bene alla loro fisionomia di ordine militare e religioso, e anche san Bernardo aveva sottolineato che il Templare combatte sempre su due fronti tutti i giorni della sua vita.
Durante i decenni precedenti, quando Gerusalemme e il Santo Sepolcro erano custoditi dai cristiani, i Templari si recavano nella grande basilica per celebrare particolari liturgie notturne delle quali le fonti non ci dicono nulla: probabilmente consacravano le loro cordicelle, simbolo dei voti religiosi del Tempio, poggiandole proprio su quella pietra dove era stato deposto il cadavere di Gesù dopo la crocifissione.
Se così fu, le rendevano in tal modo inestimabili reliquie della Passione di Cristo da tenere sempre su di sé, a tutela della loro salvezza fisica e spirituale.
Più tardi, perduto il Sepolcro per la riconquista del Saladino, dovettero rassegnarsi a consacrare le loro corde con qualcosa di diverso: altri Luoghi Santi del regno cristiano che però non avevano certo lo stesso valore del Sepolcro, oppure alcune reliquie di cui l’ordine era entrato in possesso, che nella seconda metà del Duecento formavano un tesoro custodito nella città di Acri.
La voce che il misterioso “idolo” fosse conservato proprio nel tesoro di Acri circolava fra i Templari e tutto lascia pensare che la sua identità venisse tenuta segreta alla maggioranza dei frati.
Qualunque cosa fosse, nell’ordine esistevano molte copie sparpagliate fra le varie commende; questi simulacri sembra venissero esposti alla venerazione dei Templari ma anche dei fedeli laici che frequentavano le chiese del Tempio come se appartenessero a un misterioso personaggio sacro che proteggeva l’ordine in maniera speciale.
Il ritratto era considerato più una reliquia che non una semplice immagine, veniva conservato ed esposto insieme alle altre reliquie dei Templari, e anche la liturgia con cui era venerato prevedeva proprio quel bacio rituale che per tradizione si dava alle reliquie.
Secondo alcuni Templari l’idolo era chiamato “il Salvatore”; si pregava chiedendogli non favori materiali come la ricchezza, il successo con le donne o il potere nel mondo, ma piuttosto il più alto dei valori cristiani, la salvezza dell’anima.
Esiste la possibilità di sapere con certezza chi mai fosse l’uomo raffigurato in questo ritratto? Fortunatamente sì.
Nell’anno 1268 il sultano Baibars si impadronì del fortilizio di Saphed che era stato in possesso dei Templari; certo si meravigliò di trovare nella sala principale della fortezza, proprio quella in cui si celebrava il capitolo dell’ordine, un bassorilievo che raffigurava la testa di un uomo con la barba.
Il sultano non capì chi fosse quell’uomo, e purtroppo anche lo storico moderno non può fare alcuna ipotesi perché il monumento è andato distrutto.
Esistono comunque alcune raffigurazioni dello stesso personaggio che si trovano su oggetti appartenuti sicuramente ai Templari, oggetti che si conservano ancor oggi e permettono di vedere, diciamo pure toccare con mano, l’identità dell’uomo misterioso: sono alcuni sigilli di Maestri del Tempio conservati in archivi della Germania, che portano sul verso proprio il ritratto di un uomo con la barba, e un pannello di legno ritrovato nella chiesa della magione templare di Templecombe, in Inghilterra.
Sono senza dubbio tutte copie del Volto di Cristo raffigurato senza né aureola né collo, come se la testa fosse stata in qualche modo isolata dal resto del corpo.
È un modello iconografico abbastanza raro nell’Europa del medioevo ma invece estremamente diffuso in Oriente perché riproduce il vero aspetto del Cristo come appariva dal mandylion, la più preziosa delle reliquie posseduta dagli imperatori bizantini.
Secondo una tradizione molto antica si trattava di un ritratto di Cristo non fatto da mano umana, bensì prodottosi in maniera miracolosa quando Gesù aveva passato sul volto un asciugamano (in greco appunto mandylion); non era un ritratto in senso vero e proprio, cioè un disegno, ma piuttosto un’impronta.
Custodito nel grande sacrario del palazzo imperiale di Costantinopoli, il mandylion fu copiato innumerevoli volte in affreschi, miniature, icone su tavola di legno, e la tradizione di questo ritratto miracoloso si diffuse pian piano anche in Occidente.
Ancor oggi in alcune fra le maggiori basiliche d’Europa restano opere d’arte che la riproducono, come ad esempio l’icona su tessuto nota come Santo Volto di Manoppello, quelle conservate a Genova, Jaen, Alicante, quella custodita nella basilica di San Pietro in Vaticano dentro la cappella di Matilde di Canossa: sono tutte copie del mandylion realizzate in Oriente.
La tavola trovata nella chiesa templare di Templecombe sembra molto interessante perché riproduce addirittura la forma della teca-reliquiario di Costantinopoli così come ci risulta in tante raffigurazioni, prima fra tutte la splendida miniatura sul codice Rossiano greco 251 della Biblioteca Apostolica Vaticana (secolo XII): il Volto appare inserito dentro una specie di custodia rettangolare che ha proprio le dimensioni di un asciugamano, più largo che lungo, e questa custodia ha un’apertura al centro che lascia vedere soltanto il Volto di Cristo isolato dal collo e dal resto del corpo.
Nell’icona di Templecombe la forma di questo riquadro che scopre le fattezze umane di Gesù e le isola dalla copertura è un elegante motivo geometrico a quadrifoglio molto amato in Oriente, e usato nei reliquiari bizantini già dal ix secolo.
Il fantomatico idolo dei Templari era dunque in se stesso un ritratto di Gesù Cristo di tipo molto particolare: ma nel guazzabuglio degli interrogatori, sotto tortura o anche solo suggestionati dagli inquisitori, molti frati finirono per descrivere ogni cosa che potesse in qualche modo somigliare a quella strana testa maschile su cui gli aguzzini volevano informazioni a ogni costo.
Era un ritratto che seguiva un’iconografia orientale, importata da Costantinopoli ma poco nota in Europa, ed era presente in molte commende dell’ordine in forme diverse: come icona su legno, come bassorilievo, in forma di un telo di lino che però ne portava la rappresentazione del corpo per intero.
L’ultimo di questi oggetti fu visto solo da alcuni frati nel sud della Francia: non sembrava un dipinto ma piuttosto un’immagine dai tratti indefiniti, ed era un’immagine monocromatica.
Si trattava di un ritratto assolutamente particolare, impossibile da riconoscere per chi non fosse consapevole di certi fatti: riproduceva il Cristo in una versione tragicamente umana, lontanissima da quella del Risorto che i Templari erano abituati a vedere di solito.
E tutto lascia pensare che i dirigenti dell’ordine ebbero le loro ragioni per decidere di mantenere segreta la sua esistenza.
Secondo Ian Wilson la sindone ripiegata in modo da lasciar vedere solo l’immagine del volto era in realtà un oggetto a suo tempo posseduto dagli imperatori bizantini, ritenuto fra le più venerate e preziose reliquie della cristianità: era un ritratto autentico del viso di Gesù che ne riproduceva fedelmente la fisionomia.
Ian Wilson crede che la sindone-mandylion sparì da Costantinopoli durante il terribile saccheggio che la città dovette subire al tempo della quarta crociata (1204).
Restò nascosta per molti decenni, poi ricomparve nell’anno 1353 presso Lirey, una cittadina della Francia centrosettentrionale: in quell’anno il cavaliere Geoffroy de Charny, Portaorifiamma nell’esercito di re Giovanni il Buono nonché uomo tra i nobili più in vista a corte, donò la singolare reliquia alla chiesa collegiata che aveva appena fondato proprio a Lirey.
La sindone cominciò a essere esibita alla venerazione come vero sudario del Cristo in una serie di ostensioni solenni che attirarono l’entusiasmo dei fedeli e le gelosie del vescovo locale; passata dopo varie vicissitudini nelle mani della famiglia Savoia, fu custodita dapprima a Chambéry presso la sontuosa Sainte-Chapelle del palazzo ducale, poi trasferita a Torino dove si trova tuttora.
Il legame con l’ordine dei Templari è stato suggerito a Ian Wilson dalla circostanza che l’uomo morto sul rogo insieme a Jacques de Molay si chiamava Geoffroy de Charny, cioè esattamente come il proprietario della sindone a Lirey.
Alcuni sollevano un’obiezione a quest’ultimo punto e sostengono che il primo possessore della sindone si trova nominato come Geoffroy de Charny, mentre il cognome del Precettore templare in Normandia compare nei vari documenti che lo citano in forme diverse, cioè Charny ma anche Charneyo, Charnayo, Charniaco.
A loro giudizio ci sarebbe insomma una piccola differenza di suoni e ciò basterebbe per supporre che si trattò di due persone diverse.
Mi permetto di far notare che in un registro amministrativo del tempo di re Filippo vi di Valois il cognome del primo possessore della sindone è reso con le forme de Charneyo e anche Charni, Charnyo oppure Charniaco proprio come si trova per il suo parente templare Geoffroy morto sul rogo il 18 marzo 1314 insieme a Jacques de Molay.
Un simile ragionamento che pretende di spaccare il capello in quattro sulle varianti d’ortografia del latino medievale può essere dato in pasto solo a chi non ha alcuna pratica di documenti del medioevo.
Il discorso sarebbe giusto se il nostro personaggio fosse vissuto nella Francia di Napoleone o di Victor Hugo, ovvero in un mondo dominato dalla carta stampata e soprattutto con una cultura che è ormai ufficialmente in francese.
Per la società del medioevo le cose sono completamente diverse.
Gli atti del processo contro i Templari, come un numero incalcolabile di altri documenti della stessa epoca, furono scritti a mano e questo significa che si potevano facilmente commettere piccoli errori; ma soprattutto, venivano composti in latino da alcuni notai che traducevano simultaneamente mentre ascoltavano i testimoni parlare nella loro lingua nativa, in questo caso il francese.
Quanto possiamo trarre dai documenti del processo contro i Templari conferma l’ipotesi di Wilson.
Geoffroy de Charny apparteneva alla cerchia ristretta dei fedeli di Jacques de Molay ed era l’unico compaignon dou Maistre cui Nogaret riconobbe un potere tale nel Tempio da rinchiuderlo nelle prigioni di Chinon insieme ai membri dello Stato Maggiore: il tipo di isolamento prescelto, e il fatto di volerli negare al Papa che desiderava interrogarli, fa supporre che Charny e gli altri fossero in grado di dare una testimonianza determinante.
Geoffroy veniva da una famiglia di rango cavalleresco ed era diventato templare nel 1269 presso la magione di Étampes, nella diocesi di Sens: la sua cerimonia d’ingresso fu celebrata da un alto dignitario templare chiamato Amaury de La Roche, di cui parleremo in seguito, un personaggio di primo piano nell’ordine del Tempio ma anche uomo legatissimo alla corona di Francia.
Dovette trattarsi di una cerimonia importante, visto che anche il precettore di Parigi Jean le Franceys si spostò dalla sua magione per assistere alla cerimonia.
Nato intorno al 1250, il cavaliere Geoffroy de Charny nel 1294 era responsabile della magione di Villemoison, in Borgogna, e un anno più tardi, a soli 45 anni, deteneva la responsabilità della provincia templare di Normandia; fece un carriera prestigiosa, ma non fu solo il suo grado gerarchico a determinarne il potere e il prestigio nel Tempio.
Le fonti templari documentano che quest’uomo fu sempre molto vicino alla persona di Jacques de Molay; nel 1303 era nella magione di Marsiglia dove assistette all’ingresso di un giovane servitore del Gran Maestro, preposto alla cura dei suoi arnesi e dei suoi cavalli, il quale fu ricevuto da Symon de Quincy allora soprintendente alla traversata verso Outremer.
Marsiglia era il principale porto francese d’imbarco verso l’Oriente ed entrambe le testimonianze affermano che i frati presenti in quel capitolo partirono poi alla volta di Cipro: una norma degli statuti gerarchici templari proibiva ai precettori delle province occidentali di recarsi in Outremer a meno che non obbedissero a un espresso ordine del Gran Maestro, dunque è sicuro che Geoffroy de Charny si trovava in quel luogo mentre era in viaggio con gli altri frati per raggiungere Jacques de Molay.
Esisteva di sicuro un forte legame di amicizia personale fra il Gran Maestro e Geoffroy de Charny: la cronaca nota come Continuazione di Guillaume de Nangis ricorda che solo il Precettore di Normandia volle seguire Molay sul rogo gridando alle folle, durante l’ultimo appello loro concesso, che il Tempio era innocente e non aveva tradito la fede cristiana.
Geoffroy de Charny sembra costantemente fra i più importanti dignitari del Tempio.
C’è anche un altro dettaglio.
Se guardiamo ai documenti del processo nella loro interezza, notiamo che il Precettore di Normandia Geoffroy de Charny era noto ai confratelli anche con un soprannome che indicava la sua zona d’origine, come noi oggi diremmo “il toscano” o “il siciliano”.
Charny era chiamato anche le berruyer, che nel francese trecentesco significava “originario del Berry”: è la zona oggi detta Champagne berrichonne, la quale nel tardo medioevo si trovava incuneata fra i due grandi potentati feudali del conte di Champagne e del duca di Borgogna.
Si tratta proprio della zona dove vissero e fiorirono i de Charny, che infatti dovettero sempre barcamenarsi nel difficile gioco dei poteri imposto dalla presenza di queste due grandi signorie.
Il Precettore templare di Normandia Geoffroy de Charny e il Portaorifiamma di Francia che possedeva la sindone alla metà del Trecento appartenevano con ogni probabilità alla stessa famiglia, anche se le fonti non ci permettono di vedere in dettaglio quale fosse l’esatto legame di parentela.
I de Charny si erano legati all’ordine del Tempio verso la fine del XII secolo: nel 1170 Guy vendette al Tempio un bosco ma i suoi figli Haton e Symon, 11 anni più tardi, doneranno all’ordine 15 arpenti di terra, mentre nel 1262 un altro membro del lignaggio, Adam, donerà all’ordine il feudo di Valbardin.
È da notare che queste donazioni si facevano spesso come “dote” per un figlio che entrava nell’ordine.
Il dominio templare a Charny distava soltanto un quarto di lega dalla commanderia.
Grazie al cartulario di Provins veniamo a conoscenza del fatto che nel 1241 viveva un templare chiamato Hugues de Charny, il quale potrebbe ben essere uno zio del futuro Precettore di Normandia.
La famiglia ebbe a che fare (seppur in via indiretta) con un altro evento che riguardò la sindone da vicino: la quarta crociata, con il tremendo saccheggio di Costantinopoli durante il quale la reliquia sparì.
Il conte Guillaume de Champlitte, uno dei maggiori baroni che parteciparono alla presa di Costantinopoli e divenne poi principe di Acaia, chiese in moglie Elisabeth del lignaggio di Mont Saint-Jean, signori di Charny.
Già dalla metà del XII secolo il feudo di Charny era intimamente legato alla famiglia de Courtenay: Pietro i de Courtenay, signore anche di Charny e ultimo figlio del re di Francia Luigi il Grosso, era il padre di Pietro ii de Courtenay destinato a divenire imperatore di Costantinopoli nel 1205; un anno dopo la conquista della capitale greca, cioè proprio nel 1205, un personaggio del lignaggio de Courtenay risiede nel castello di Charny.
Più tardi, anche quando i greci ripresero il controllo dell’impero d’Oriente, i de Charny mantennero legami concreti con i feudi che si erano creati laggiù: agli inizi del Trecento il cavaliere Dreux de Charny sposò la nobildonna Agnès erede della signoria greca di Vostzitza.
Le fonti note indicano comunque che la famiglia de Charny non entrò in possesso della sindone all’indomani del grande sacco, bensì molti decenni più tardi.
(©L’Osservatore Romano – 17 giugno 2009) FRALE B., I Templari e la sindone di Cristo, il Mulino,Bologna,2009 , pp.251, ISBN 272, 978-88-15-13157-7, pp. € 16,00 I Templari, l’ordine religioso-militare più potente del Medioevo, con tutta probabilità per un certo periodo custodirono la sindone oggi conservata a Torino.
Venerato nel più rigido segreto e conosciuto nella sua reale natura solo dai maggiori dignitari dell’ordine, il telo era conservato nel tesoro centrale dei Templari, che avevano fama di essere autorità nel campo delle reliquie.
In un’epoca di confusione dottrinale diffusa in gran parte della Chiesa, la sindone per i Templari rappresentava un potente antidoto contro il proliferare delle eresie.
Seguendone l’itinerario nel corso del Medioevo l’autrice procede anche a ritroso nel tempo, fino agli albori dell’era cristiana, aprendo una prospettiva nuova sulla controversa reliquia.
Barbara Frale, storica ed esperta di documenti antichi, è ufficiale dell’Archivio Segreto Vaticano.
Studiosa dei Templari e delle crociate, ha scritto “L’ultima battaglia dei Templari” (Viella, 2001), “Il papato e il processo ai Templari” (Viella, 2003) e “I Templari” (Il Mulino, 2004; trad.
inglese, francese, spagnola, portoghese, polacca e ceca).

“Sogni di sabbia”

I migranti, le loro storie ed esperienze in un libro fotografico di Luca Leone Paolo Dieci è il direttore del CISP una ong con sede a Roma che opera a livello nazionale e internazionale attraverso progetti umanitari a favore dei più deboli, in particolare migranti.
“Accogliere la dimensione multiculturale delle nostre società come un’opportunità storica da valorizzare e non come una minaccia, lavorare con le comunità e associazioni di immigrati, responsabilizzandole e identificandole come strumenti essenziali per l’integrazione, rafforzare, la collaborazione tra Europa, Maghreb ed Africa Sub Sahrariana e le politiche di cooperazione internazionale” sono alcune delle strategie da mettere in atto per affrontare in maniera diversa e costruttiva il fenomeno migratorio secondo Paolo Dieci.
Con Paolo Dieci abbiamo approfondito il tema dell’immigrazione in questa intervista.
D.
Direttore, l’importanza e l’urgenza di un libro come “Sogni di sabbia” è data dalla cronaca nazionale e internazionale.
Qual è la posizione del Cisp rispetto alle politiche migratorie europee e nazionali e quali urgenze avete individuato? R.
Alcuni limiti di tali politiche sono così sintetizzabili: scarso coordinamento a livello europeo, tendenza, soprattutto in Italia, a identificare il tema della migrazione con quello della sicurezza e, soprattutto, mancanza di una visione globale dei processi migratori, che vanno compresi e gestiti nel loro insieme, per essere chiari dalla loro origine alla loro destinazione.
Sembra oggi di assistere a una rincorsa al presidio delle frontiere, quasi che queste fossero minacciate da pericolose invasioni.
Questa visione delle cose è ristretta, inefficacie, oltre ché, come vedremo, moralmente discutibile.
Le migrazioni sono processi globali, che nascono dallo squilibrio impressionante tra paesi ricchi e paesi poveri, si alimentano di aspettative per una vita diversa quando non da vere e proprie fughe.
Governare tali processi presidiando le coste è impossibile.
Servono politiche integrate, di accoglienza, cooperazione internazionale, formazione e orientamento delle comunità di immigrati.
Servono chiaramente anche accordi tra stati, ma in questo caso vorrei fare due brevi considerazioni.
La prima è che tali accordi vanno sottoscritti non solo con gli Stati del Maghreb, ma anche con quelli dell’Africa a sud del Sahara, dove spesso migrare significa provare a vincere le catene della povertà.
Esistono esempi concreti ai quali l’Italia può rifarsi; penso, ad esempio, all’accordo siglato tra Unione Europea e Mali per l’attivazione di servizi di informazione e orientamento professionale ai migranti potenziali.
La seconda considerazione è che tali accordi non devono avere come principale o unica finalità il respingimento dei migranti, senza dare loro oltretutto la possibilità di esporre le loro ragioni, di motivare, in molti casi, la richiesta di asilo.
D.
La soluzione giusta alla pressione migratoria dal Sud verso Nord è nei respingimenti o altre dovrebbero essere le risposte, forse tutte più adeguate? R.
Il respingimento indiscriminato è innanzitutto moralmente inaccettabile perché nega la possibilità di richiedere asilo anche a coloro che ne avrebbero diritto.
Inoltre spinge in modo coatto i migranti in situazioni – lontano dai riflettori dei media – che nessun organo internazionale è in grado di monitorare.
Nessuno ha “ricette” o soluzioni a problematiche così imponenti, che – lo ripeto – affondano le loro radici nella disuguaglianza mondiale.
Possiamo però provare a ipotizzare un percorso, un processo verso cui andare.
Provo a sintetizzare alcuni punti: accogliere la dimensione multiculturale delle nostre società come un’opportunità storica da valorizzare e non come una minaccia (non si dovrebbe scordare che uno dei paesi più multiculturali del mondo, gli Usa, sono una grande e solida potenza mondiale, non uno stato frantumato da divisioni e conflitti interni); lavorare con le comunità e associazioni di immigrati, responsabilizzandole e identificandole come strumenti essenziali per l’integrazione; rafforzare, nel senso che ho già provato a chiarire, la collaborazione tra Europa, Maghreb ed Africa Sub Sahrariana; rafforzare le politiche di cooperazione internazionale.
L’intervista è disponibile sul sito della Infinito edizioni (www.infinitoedizioni.it) e può essere ripresa liberamente citando la fonte (Luca Leone ©Infinito edizioni 2009).
Infinito edizioni: 06 93162414 Cell: 320 3524918 (Maria Cecilia Castagna), 347 3807428 (Luca Leone) info@infinitoedizioni.it, www.infinitoedizioni.it CISP ONLUS,  Sogni di sabbia.
Storie di migranti, Infinito Edizioni, 2009,  Isbn: 978-88-89602-58-4, pp.96  Euro 15.00 Libro fotografico a cura di Sandro De Luca, con testi di Gad Lerner e Ubah Cristina Ali Farah “Nessuno considera clandestino lo straniero irregolare che bada a sua madre, gli pota la vigna o fa le pulizie nel condominio.
Clandestini sono sempre gli altri: buttateli fuori!” (Gad Lerner).
Non tutti i viaggi terminano con la destinazione sognata, e non tutti quelli che partono riescono a realizzare il loro progetto.
Per tanti migranti il miraggio diventa un incubo, una trappola da cui non riescono più a uscire.
Lo raccontano i protagonisti di questo libro corredato da splendide foto, che con i loro volti ci raccontano che cosa c’è – in questo caso in Algeria – prima di Lampedusa.
Partiti dal Congo, dal Niger, dal Mali, dal deserto del Sahara, sono tanti, sempre di più, quelli che non vedranno mai l’Europa.
Perché rimangono bloccati nei Paesi del Maghreb, in un limbo da cui non riescono più a uscire.
Scoprire il viaggio prima del viaggio, la loro vita prima della partenza, può aiutarci a comprendere, a smontare pregiudizi e stereotipi.
Prima di diventare migranti, irregolari o clandestini, sono persone.
Come noi.
“Non è vero che questi giovani migranti non hanno nulla da perdere.
Hanno solo il coraggio di rischiare.
Buttarsi a capofitto con quel briciolo di incoscienza necessario per affrontare l’impossibilità” (dalla prefazione di Ubah Cristina Ali Farah).

In difesa di Pio XII.

GIOVANNI MARIA VIAN,  In difesa di Pio XII.
Le ragioni della storia,  Marsilio 2009,  ISBN: 8831797670 , ISBN-13: 9788831797672 Pagine: 167, € 13,00 Un contributo alla verità storica su Pio XII dagli scritti di Giovanni Maria Vian, Paolo Mieli, Saul Israel, Andrea Riccardi, Rino Fisichella, Gianfranco Ravasi, Tarcisio Bertone, Benedetto XVI — Eugenio Pacelli è stato il papa forse più controverso del Novecento.
Alla “venerabile memoria” riconosciutagli da contemporanei e successori, dagli anni sessanta si è andata gradatamente sostituendo la “leggenda nera” di Pio XII che rende ancora oggi difficile lo svolgimento di un normale dibattito storiografico.
Mentre è in corso la causa per la sua beatificazione, si è riaccesa aspra la polemica sul suo pontificato e sulla linea di condotta tenuta durante la Seconda guerra mondiale, di fronte alla Shoah e negli anni della guerra fredda.
Questo libro, attraverso gli interventi di autorevoli storici e teologi, ebrei e cattolici, intende fornire gli elementi per rifondare le interpretazioni del ruolo di Pio XII nella storia: gli anni da diplomatico della Santa Sede a Monaco e poi a Berlino, l’attività di segretario di Stato al fianco di Pio XI, l’elezione al soglio pontificio in un momento storico drammatico, il confronto con una modernità incalzante verso cui si pose come precursore del concilio Vaticano II.
Per gentile concessione dell’Autore, pubblichiamo l’introduzione al libro “In difesa di Pio XII – Le ragioni della storia” a cura di Giovanni Maria Vian, edizioni Marsilio.
Pio XII? Un papa lontano, dai tratti così sbiaditi da non essere più riconoscibili o, in alternativa, dai contorni sin troppo carichi, ma perché deformati da una rappresentazione polemica talmente aspra e persistente da oscurare la realtà storica.
È questa l’immagine che oggi prevale di Eugenio Pacelli, eletto sulla sede di Pietro alla vigilia dell’ultima guerra mondiale.
Destino singolare per il primo romano pontefice che, sul cammino aperto dal predecessore, divenne popolare e davvero visibile in tutto il mondo.
Grazie all’incipiente e tumultuosa modernità, anche della comunicazione, che il papa di Roma volle e seppe utilizzare: dai ripetuti viaggi – che lo portarono in Europa e America come diplomatico e segretario di Stato – al nuovo genere dei radiomessaggi, dalle grandi manifestazioni pubbliche alle copertine dei rotocalchi, dal cinema a un mezzo appena agli albori e destinato a grandi fortune come la televisione.
Destino ancor più singolare se si pensa poi all’autorevolezza generalmente riconosciutagli in vita e ai giudizi positivi quasi unanimi che nel 1958, mezzo secolo fa, ne accompagnarono la scomparsa.
Come è stato allora possibile un simile rovesciamento d’immagine, verificatosi per di più nel giro di pochi anni, più o meno a partire dal 1963? I motivi sono principalmente due.
Il primo risiede nelle difficili scelte politiche compiute da Pio XII sin dall’esordio del pontificato, poi durante la tragedia bellica, e infine al tempo della guerra fredda.
La linea assunta negli anni del conflitto dal papa e dalla Santa Sede, avversa ai totalitarismi ma tradizionalmente neutrale, nei fatti fu invece favorevole all’alleanza antihitleriana e si caratterizzò per uno sforzo umanitario senza precedenti, che salvò moltissime vite umane.
Questa linea fu comunque anticomunista, e per questo, già durante la guerra, il papa cominciò a essere additato dalla propaganda sovietica come complice del nazismo e dei suoi orrori.
La seconda ragione fu l’avvento del successore, Angelo Giuseppe Roncalli.
Questi, descritto già molto tempo prima del conclave come candidato (e, una volta eletto, come papa) «di transizione», in ragione soprattutto dell’età avanzata, prestissimo venne salutato come «il papa buono », e senza sfumature sempre più contrapposto al predecessore: per il carattere e lo stile radicalmente diversi, ma anche per la decisione inattesa e clamorosa di convocare un concilio.
Gli elementi principali che spiegano il cambiamento dell’immagine di papa Pacelli sono dunque la scelta anticomunista di Pio XII e la contrapposizione con Giovanni XXIII.
Contrapposizione che venne accentuata soprattutto dopo la morte di quest’ultimo e l’elezione di Giovanni Battista Montini (Paolo VI), anche perché fu favorita dalla polarizzazione dei contrasti, al tempo del Vaticano II, tra conservatori e progressisti, che trasformarono in simboli contrapposti i due papi scomparsi.
Intanto, nel rilancio delle accuse sovietiche e comuniste, ripetute con insistenza durante la guerra fredda, ebbe un ruolo decisivo il dramma Der Stellvertreter («Il vicario») di Rolf Hochhuth, rappresentato per la prima volta a Berlino il 20 febbraio 1963 e tutto giocato sul silenzio di un papa dipinto come indifferente davanti alla persecuzione e allo sterminio degli ebrei.
Di fronte all’estensione della polemica in Inghilterra, a difendere Pio XII scese in campo il cardinale Montini – già stretto collaboratore di Pacelli – con una lettera alla rivista cattolica «The Tablet» che arrivò in redazione il giorno della sua elezione al pontificato, il 21 giugno, e fu pubblicata anche su «L’Osservatore Romano» del 29 giugno: «Un atteggiamento di condanna e di protesta, quale costui rimprovera al Papa di non avere adottato, sarebbe stato, oltre che inutile, dannoso; questo è tutto».
Severa, e scandita da parole scelte attentamente, la conclusione di Montini: «Non si gioca con questi argomenti e con i personaggi storici che conosciamo con la fantasia creatrice di artisti di teatro, non abbastanza dotati di discernimento storico e, Dio non voglia, di onestà umana.
Perché altrimenti, nel caso presente, il dramma vero sarebbe un altro: quello di colui che tenta di scaricare sopra un Papa, estremamente coscienzioso del proprio dovere e della realtà storica, e per di più d’un Amico, imparziale, sì, ma fedelissimo del popolo germanico, gli orribili crimini del Nazismo tedesco.
Pio XII avrà egualmente il merito d’essere stato un “Vicario” di Cristo, che ha cercato di compiere coraggiosamente e integralmente, come poteva, la sua missione; ma si potrà ascrivere a merito della cultura e dell’arte una simile ingiustizia teatrale?».
Da papa, più volte Montini sarebbe tornato a parlare di Pacelli, di cui volle difendere l’opera di pace e la «venerabile memoria» il 5 gennaio 1964, congedandosi a Gerusalemme dal presidente israeliano, mentre nel sacrario dedicato alle vittime della persecuzione nazista il cardinale decano Eugène Tisserant accendeva sei lumi in ricordo dei milioni di ebrei sterminati.
Quando «Paolo vi pose piede in terra israeliana, in quella che fu la tappa più significativa e “rivoluzionaria” della sua missione palestinese, tutti avvertirono» – ricordò Giovanni Spadolini su «il Resto del Carlino» del 18 febbraio 1965, dopo le prime rappresentazioni a Roma del dramma di Hochhuth e le conseguenti accese polemiche – «che il Pontefice intendeva rispondere, dallo stesso cuore del focolare nazionale ebraico, ai sistematici attacchi del mondo comunista che non mancavano di trovare qualche complicità o qualche condiscendenza anche nei cuori cattolici».
Allo storico laico era chiarissimo il ruolo della propaganda comunista nella mitizzazione negativa di Pacelli, con una consapevolezza che nella rappresentazione pubblica dei decenni successivi è quasi scomparsa, per lasciare il posto a una strumentale e denigratoria associazione della figura di Pio XII alla tragedia della Shoah, di fronte alla quale avrebbe taciuto o di cui si sarebbe addirittura reso complice.
La questione del silenzio del papa è così divenuta preponderante, spesso tramutandosi in polemica accanita, provocando reazioni difensive di frequente solo apologetiche, e rendendo più difficile la soluzione di un reale problema storico.
Interrogativi e accuse per i silenzi e l’apparente indifferenza di Pio XII di fronte alle incipienti tragedie e agli orrori della guerra erano venuti infatti da cattolici: come da Emmanuel Mounier già nel 1939, nelle prime settimane del pontificato, e più tardi da esponenti polacchi in esilio.
Lo stesso Pacelli più volte s’interrogò sul suo atteggiamento, che fu dunque una scelta consapevole e sofferta di tentare la salvezza del maggior numero possibile di vite umane piuttosto che denunciare continuamente il male con il rischio reale di orrori ancora più grandi.
Come sottolineò ancora Paolo vi, secondo il quale Pio XII agì «per quanto le circostanze, misurate da lui con intensa e coscienziosa riflessione, glielo permisero», al punto che non si può «imputare a viltà, a disinteresse, a egoismo del Papa, se malanni senza numero e senza misura devastarono l’umanità.
Chi sostenesse il contrario, offenderebbe la verità e la giustizia » (12 marzo 1964); Pacelli fu infatti «del tutto alieno da atteggiamenti di consapevole omissione di qualche suo possibile intervento ogni qualvolta fossero in pericolo i valori supremi della vita e della libertà dell’uomo; anzi egli ha osato sempre tentare, in circostanze concrete e difficili, quanto era in suo potere per evitare ogni gesto disumano e ingiusto» (10 marzo 1974).
Così, l’interminabile guerra sul silenzio di papa Pacelli ha finito per oscurare l’obiettiva rilevanza di un pontificato importante, anzi decisivo nel passaggio dall’ultima tragedia bellica mondiale, attraverso il gelo della guerra fredda e le difficoltà della ricostruzione, a un’epoca nuova, in qualche modo avvertita nell’annuncio della morte del pontefice che diede il cardinale Montini alla sua diocesi il 10 ottobre 1958: «Scompare con Lui un’età, si compie una storia.
L’orologio del mondo batte un’ora compiuta».
Un’età, comprendente gli anni spaventosi e dolorosi della guerra insieme a quelli duri del dopoguerra, che si volle dimenticare nei suoi tratti reali.
Insieme al papa che l’aveva affrontata, inerme.
E presto si è dimenticato anche il suo governo, attento ed efficace, di un cattolicesimo che si faceva sempre più mondiale, il suo insegnamento imponente e innovatore in moltissimi ambiti che ha preparato di fatto il concilio Vaticano II e che da questo in parte è stato ripreso, l’avvicinamento alla modernità e la sua comprensione.
Inoltre, al nodo storiografico già intricato – e al cui scioglimento Paolo VI volle contribuire disponendo la pubblicazione dagli archivi vaticani di migliaia di Actes et documents du Saint-Siège relatifs à la seconde guerre mondiale, in dodici volumi a partire dal 1965 – si è intrecciato quello della causa di canonizzazione.
L’avvio di questa insieme a quella di Giovanni XXIII fu annunciato proprio in quell’anno dallo stesso Montini in concilio, nel tentativo di contrastare la contrapposizione dei due predecessori e quindi l’uso strumentale delle loro figure, divenute quasi simboli e bandiere di tendenze opposte del cattolicesimo.
A mezzo secolo dalla morte di Pio XII (9 ottobre 1958) e a settant’anni dalla sua elezione (2 marzo 1939) sembra tuttavia formarsi un nuovo consenso storiografico sulla rilevanza storica della figura e del pontificato di Eugenio Pacelli, l’ultimo papa romano.
A questo riconoscimento ha voluto contribuire «L’Osservatore Romano» pubblicando una serie di testi e contributi di storici e teologi, ebrei e cattolici, qui rielaborati e raccolti insieme agli interventi di Benedetto XVI e del suo segretario di Stato, il cardinale Tarcisio Bertone.
Ragionando sul caso Pio XII, Paolo Mieli ha mostrato l’inconsistenza della «leggenda nera» e si è detto convinto che proprio gli storici riconosceranno l’importanza e la grandezza di Pacelli.
Andrea Riccardi ha sintetizzato formazione e carriera del futuro papa e ha ricostruito il significato del suo pontificato.
La sensibilità dell’insegnamento teologico di Pio XII di fronte alla modernità e la sua incidenza sul cattolicesimo successivo sono state messe in luce da Rino Fisichella.
E dai discorsi del papa Gianfranco Ravasi ha fatto emergere il suo mondo culturale.
Postuma, la struggente evocazione di Saul Israel – scritta al tempo della devastante tempesta che travolse il popolo ebraico, nel fragile riparo di un convento romano – esprime la realtà più profonda della vicinanza e dell’amicizia tra ebrei e cristiani, ma soprattutto la fede nell’unico Signore che benedice e custodisce tutti, «sotto le ali dove la vita non ha avuto inizio e non avrà mai fine».

Testimoni del nostro tempo: Il cardinale Massaia

L’8 giugno 1809, a Piovà d’Asti, nasceva il servo di Dio cardinale Guglielmo Massaia.
Nel Bicentenario di tale evento, si stanno svolgendo varie iniziative per riproporre alla considerazione della gioventù d’oggi questa grande figura di missionario dei tempi moderni.
Con lo spirito di san Francesco d’Assisi, il Massaia obbedì alla voce del Papa Gregorio XVI, che gli proponeva un’attività apostolica immane in un territorio fino ad allora poco conosciuto.
Confidando nella Provvidenza Divina, egli accettò d’essere inviato in Etiopia, come vicario apostolico dei Galla.
Era, per lui, un mondo nuovo, ma, sorretto dalla fede dei santi, iniziò il suo eroico apostolato che doveva durare per ben 35 anni.
Si trattò di un’attività missionaria gigantesca, che ancor oggi continua a stupirci.
Era quindi giusto far nuovamente conoscere agli uomini d’oggi tale grande opera apostolica.
Con molta soddisfazione, ho quindi salutato l’iniziativa del noto studioso di storia della santità moderna, qual è monsignor Alessandro Pronzato, che ha voluto regalarci una nuova pubblicazione sul cardinale Massaia.
È un’opera che ho letto con profondo interesse, ammirando soprattutto lo sforzo nel sottolineare la santità di vita di questo importante apostolo dell’Africa.
In realtà, i numerosi scritti finora apparsi sulla figura di tale leggendario missionario abbondavano nel descrivere le sue caratteristiche di viaggiatore instancabile, di studioso della vita dei popoli, di buon samaritano verso tanti ammalati, di uomo dedito, secondo le circostanze, anche ai lavori più umili per aiutare quelle popolazioni.
Bene ha fatto il nostro biografo nell’insistere sull’anima del suo apostolato, su quel fuoco interiore d’amore per Cristo e per i fratelli, che sempre lo sospingeva sul suo doloroso cammino.
Scorrendo le pagine di tale libro, emerge chiaramente la santità eroica del cardinale Massaia, come ben leggiamo nella seconda parte della biografia: “Se questo non è un santo”! Del resto, la sua santità di vita era ben nota al Papa Leone XIII, il Papa che, nel Concistoro del 10 novembre 1884, aveva voluto esaltare tale intrepido missionario creandolo cardinale di Santa Romana Chiesa e che, poi, alla sua morte, il 6 agosto 1889, aveva esclamato, profondamente commosso: “È morto un santo!” Grande fu pure la fama di santità presso i suoi contemporanei.
Qui basterebbe ricordare come parlava di lui il suo grande amico, san Daniele Comboni, che conosceva a fondo il Massaia e con il quale collaborò nella ricerca delle vie migliori per l’apostolato missionario in terra africana.
Basterebbe leggere una lettera che il giovane Comboni scrisse da Parigi al rettore dell’istituto Mazza di Verona, il 22 marzo 1865, nella quale vi sono le seguenti espressioni: “Ho la consolazione di essere qui con un santo uomo, che mi ama come suo figlio e mi circonda di mille premure, e mi fa fino da infermiere.
Più che studio e che pratico con questo sant’uomo, più mi comparisce ammirabile…
Egli, uomo semplice come l’acqua, ma assai colto, menò la vita più santa, di cui so molti particolari”.
Circa la fama di santità di cui godeva in vita il nostro missionario cappuccino, basterebbe pure leggere la testimonianza di san Giustino De Jacobis, il noto sacerdote vincenziano, nominato vicario apostolico per l’Abissinia Superiore e ordinato vescovo dal medesimo cardinale Massaia.
Nei suoi scritti, il De Jacobis parla sovente del “santo prelato”, definendolo “uno dei più preziosi monumenti moderni alla carità apostolica”, e anche “il sant’Eusebio dei nostri giorni” – alludendo alle gravi sofferenze ed all’esilio che dovette subire il santo vescovo di Vercelli.
Felicemente, quindi, monsignor Pronzato ha voluto sottolineare la santità di vita del Massaia.
È stata una grata sorpresa anche per me leggere alcune pagine del libro che hanno il sapore dei Fioretti di san Francesco.
Già conoscevo parecchie testimonianze di altri contemporanei del Massaia.
Le aveva ben sintetizzate nel 2003 il cappuccino Antonino Rosso, noto studioso del cardinale Massaia, in un suo scritto dal titolo Evangelizzazione, promozione umana, fama di santità (Pinerolo, 2003).
Con la presente pubblicazione, monsignor Alessandro Pronzato ha contribuito magistralmente a presentarci la statura spirituale di questo grande uomo di Dio, quale fu il Massaia, sia come religioso cappuccino a Torino, che come vescovo missionario di Africa ed infine come cardinale di Santa Romana Chiesa.
Personalmente, poi, in quest’anno in cui commemoriamo i duecento anni dalla sua nascita, ho voluto rileggere le belle pagine delle memorie storiche redatte dal Massaia per ordine del Papa Leone XIII, e recanti il noto titolo: I miei trentacinque anni di Missione in Alta Etiopia (Roma-Milano, 1885-1895).
Ho voluto poi riflettere sugli scritti dei numerosi altri studiosi, di ieri e di oggi, e sono giunto alla stessa conclusione.
In passato, alla causa di canonizzazione del Massaia era forse nociuto che alcuni scrittori l’avessero piuttosto presentato come il viaggiatore, lo scopritore, l’etnologo, il poliglotta, il medico, il diplomatico che trattava con i responsabili dei cinque regni esistenti nel territorio affidatogli e che manteneva poi contatti con le potenze coloniali europee.
Gli studi recenti hanno però contribuito a porre in giusta luce la spiritualità del Massaia.
Non rimane perciò che esprimere il voto che presto possiamo anche venerare sugli altari questa grande figura di servo di Dio dei tempi moderni.
Si sono aperte a Piovà Massaia, in provincia d’Asti, con una messa presieduta dal decano del collegio cardinalizio Angelo Sodano, le celebrazioni per ricordare i duecento anni dalla nascita del cardinale Guglielmo Massaia, grande missionario dell’Etiopia.
“Egli non ha voluto solo annunciare la Buona novella di Cristo con la sua vita e la sua parola – ha ricordato il porporato nell’omelia – ma ha consacrato tutta la sua esistenza a portare la luce del Vangelo anche nelle lontane terre africane”.
I suoi viaggi apostolici lo portarono, infatti, in molte regioni dell’Africa, anche al di fuori dell’Abissinia.
È ormai giunta al termine – ha ricordato poi il cardinale – l’indagine della Chiesa sulla vita e le opere di “questo grande apostolo dei tempi moderni”.
Sodano ha perciò auspicato che “la celebrazione del bicentenario della nascita del nostro grande cardinale ci spinga tutti a pregare perché presto sia anche riconosciuta dalla Chiesa la sua santità eroica”.
Una preghiera perché il Signore “attraverso anche qualche suo segno straordinario, quali sono i miracoli, voglia guidare la Chiesa a riconoscere presto la santità di questo suo figlio illustre”.
Numerosissime sono le iniziative in programma fino al prossimo autunno in tutta Italia per ricordare la figura di Massaia:  convegni, incontri di preghiera, mostre, libri.
Pubblichiamo la prefazione del cardinale decano a un volume appena uscito (Alessandro Pronzato, Tanta strada sotto quei sandali…
Cardinale Guglielmo Massaia un santo dimenticato, Milano, Gribaudi, 2009, pagine 204, euro 13,50) che ne ripercorre l’itinerario umano e spirituale.

59a ASSEMBLEA GENERALE CEI

1.                  Diaconia della verità e della carità: stanno o cadono insieme   “Rispetto alle diverse stazioni della ‘via crucis’ che l’uomo di oggi affronta, la Chiesa non fa selezioni.
La sua iniziativa però non ha mai come scopo una qualche egemonia, non usa l’ideale della fede in vista di un potere.
Le interessa piuttosto ampliare i punti di incontro perché la razionalità sottesa al disegno divino sulla vita umana sia universalmente riconosciuta nel vissuto concreto di ogni esistenza e per una società veramente umana”.
In questa affermazione, contenuta nella prolusione del Cardinale Presidente, si sono ritrovati i Vescovi italiani, chiamati in causa – nel loro discernimento pastorale – non solo da inediti problemi economici e sociali, ma anche da ricorrenti questioni bioetiche.
Non è possibile separare – come taluni invece vorrebbero – la carità dalla verità, perché si tratta di due dimensioni della medesima diaconia che la Chiesa è chiamata a esercitare.
Infatti “fraintendimenti e deviazioni restano incombenti, se non si è costantemente richiamati al valore incomparabile della dignità umana, che è minacciata dalla miseria e dalla povertà almeno quanto è minacciata dal disconoscimento del valore di ogni istante e di ogni condizione della vita”.
A partire da questa convinzione, si è riconfermata una netta presa di distanza da quelle visioni che vorrebbero ridurre la Chiesa ad “agenzia umanitaria”, chiamata a farsi carico delle patologie della società, ma irrilevante rispetto alla fisiologia della convivenza sociale.
Nel contempo, è stato rigettato un modello di Chiesa che si limiti a ribadire una fede disincarnata, priva di connessioni antropologiche e perciò incapace di offrire il proprio apporto specifico all’edificazione della città dell’uomo.
Il vero profilo di una compiuta evangelizzazione richiede di saper servire la persona nella sua integralità, ponendo attenzione sia ai bisogni materiali sia alle aspirazioni spirituali, secondo l’insuperabile intuizione di Paolo VI, per il quale il destino della Chiesa è di “portare la Buona Novella in tutti gli strati dell’umanità e, col suo influsso, trasformare dal di dentro (…)”, fino a “raggiungere e quasi sconvolgere mediante la forza del Vangelo i criteri di giudizio, i valori determinanti, i punti di interesse, le linee di pensiero, le fonti ispiratrici e i modelli di vita dell’umanità, che sono in contrasto con la Parola di Dio e col disegno della salvezza” (Evangelii nuntiandi, nn.
18-19).
Tenere insieme queste due dimensioni dell’unica diaconia della Chiesa esige in concreto non separare la solidarietà dalla spiritualità e, di conseguenza, non disgiungere la ricerca della fede dalla realizzazione del bene comune.
    2.                  Il compito urgente dell’educazione quale tema degli Orientamenti pastorali del prossimo decennio   L’ampio spazio dedicato ai lavori di gruppo, a seguito della relazione fondamentale, ha fatto emergere un radicato consenso intorno alla scelta dell’educazione quale tema portante degli Orientamenti pastorali della Chiesa in Italia nel decennio 2010-2020.
Si è condivisa la consapevolezza che l’urgenza della questione non nasce in primo luogo da una contingenza particolare, ma dalla necessità che ciascuna persona ed ogni generazione ha di esercitare la propria libertà.
Infatti – come ha affermato con chiarezza il Santo Padre Benedetto XVI – “anche i più grandi valori del passato non possono essere semplicemente ereditati, vanno fatti nostri e rinnovati, attraverso una, spesso sofferta, scelta personale”.
Si è dunque privilegiato un atteggiamento positivo e non allarmistico e si è precisato che questa scelta è in profonda continuità con il recente cammino della Chiesa in Italia, dal momento che comunicare il Vangelo è riproporre in modo essenziale Cristo come modello di umanità vera in un contesto culturale e sociale mutato.
Su questo punto, è stata ribadita la necessità di non sottovalutare l’impatto delle trasformazioni in atto, senza peraltro limitarsi semplicemente a recensirne le cause socio-culturali, indulgendo a diagnosi sconsolate e pessimiste.
Al contrario, si intende ribadire che l’educazione è una questione di esperienza: è un’arte e non un insieme di tecniche e chiama in causa il soggetto, di cui va risvegliata la libertà.
È questo il punto centrale su cui far leva per riscoprire la funzione originaria della Chiesa, a cui spetta connaturalmente generare alla fede e alla vita, attraverso una relazione interpersonale che metta al centro la persona.
La libertà, peraltro, prende forma soltanto a contatto con la verità del proprio essere, quando cioè è sollecitata a prendere posizione rispetto alle grandi domande della vita e, in primo luogo, rispetto alla questione di Dio.
Di qui la centralità del rapporto tra libertà e verità, che non può essere eluso e che è variamente declinato, tanto nel rapporto tra libertà e autorità quanto in quello tra libertà e disciplina.
Esiste poi un altro binomio che va correttamente interpretato, cioè quello tra persona e comunità, il che indica che nel processo educativo intimità e prossimità devono crescere insieme.
Da queste considerazioni scaturiscono due conseguenze, largamente condivise dall’Assemblea: la prima individua nella Chiesa particolare e specificamente nella parrocchia il luogo naturale in cui avviare il processo educativo, senza peraltro sminuire il contributo originale delle aggregazioni ecclesiali; la seconda dà rilievo ai soggetti del processo educativo (sacerdoti, religiosi e religiose, laici qualificati e, naturalmente, la famiglia e la scuola), dal momento che figure di riferimento accessibili e credibili costituiscono gli interlocutori necessari di qualsiasi esperienza educativa.
In sintesi, si è convenuto sul fatto che la scelta del tema dell’educazione è necessaria, perché intercetta tutti i nodi culturali, raggiunge l’uomo in quanto tale e interagisce con la persona guardando a tutta la sua vita: vivere è educare.
    3.                  La crisi economica e il “Prestito della speranza”   Il richiamo del Cardinale Presidente a non sottovalutare la crisi occupazionale in corso “come si trattasse di alleggerire la nave di futile zavorra” (prolusione) ha avuto ampia risonanza nell’opinione pubblica.
Anche nel dibattito assembleare è stato sottolineato come il termine ‘esubero’ non tenga nel debito conto un tessuto sociale che va sfilacciandosi, a motivo delle disuguaglianze che aumentano invece di diminuire.
Nessuno ignora il pesante impatto della sfavorevole congiuntura economica internazionale, di cui non si riesce a cogliere ancora esattamente la portata, né si intende minimizzare l’impegno profuso da chi detiene l’autorità.
Resta però evidente che i costi del difficile momento presente ricadono in misura prevalente sulle fasce più deboli della popolazione.
Di qui l’esigenza di avviare una prossimità ancora più concreta al mondo del lavoro, non limitandosi a riproporre modelli del passato, ma come “segno di un’attenzione nuova verso la profonda relazione tra la fede e la vita” (prolusione).
Accanto a quest’indicazione di carattere pastorale, si è preso positivamente atto delle molteplici iniziative promosse nei mesi passati in tutta Italia dalle Diocesi e dalle Conferenze Episcopali Regionali per fronteggiare le difficoltà del mondo del lavoro.
In tale contesto, l’iniziativa della Conferenza Episcopale Italiana di costituire un fondo di garanzia per le famiglie numerose che abbiano perso l’unica fonte di reddito costituisce un ulteriore e corale seme di speranza.
A nessuno sfugge che la scelta del sostegno alla famiglia è indice di una visione precisa di società, in cui tale soggetto sociale è percepito e costituisce davvero il principale fattore di integrazione e di umanizzazione.
La colletta promossa a tale scopo il 31 maggio in tutte le chiese italiane ha avuto un indubbio valore pedagogico ed è stata indice di una spiccata sensibilità che non deve spegnersi.
    4.                  L’immigrazione: ospitalità e legalità   Sulla questione dell’immigrazione, che negli ultimi tempi ha suscitato ampi dibattiti, i Vescovi hanno concordato sul fatto che si tratta di un fenomeno assai complesso, che proprio per questo deve essere governato e non subìto.
È peraltro evidente che una risposta dettata dalle sole esigenze di ordine pubblico – che è comunque necessario garantire in un corretto rapporto tra diritti e doveri – risulta insufficiente, se non ci si interroga sulle cause profonde di un simile fenomeno.
Due azioni convergenti sembrano irrinunciabili.
La prima consiste nell’impedire che i figli di Paesi poveri siano costretti ad abbandonare la loro terra, a costo di pericoli gravissimi, pur di trovare una speranza di vita.
Tale problema esige di riprendere e incrementare le politiche di aiuto verso i Paesi maggiormente svantaggiati.
La seconda risposta sta nel favorire l’effettiva integrazione di quanti giungono dall’estero, evitando il formarsi di gruppi chiusi e preparando ‘patti di cittadinanza’ che definiscano i rapporti e trasformino questa drammatica emergenza in un’opportunità per tutti.
Ciò è possibile se si tiene conto della tradizionale disponibilità degli italiani – memori del loro passato di emigranti – ad accogliere l’altro e a integrarlo nel tessuto sociale.
Suonerebbe infatti retorico l’elogio di una società multietnica, multiculturale e multireligiosa, se non si accompagnasse con la cura di educare a questa nuova condizione, che non è più di omogeneità e che richiede obiettivamente una maturità culturale e spirituale.
In questa logica, è stato suggerito di dotarsi di un osservatorio nazionale specializzato per monitorare ed interpretare questo fenomeno, e si è chiesto alle parrocchie, all’interno del loro precipuo compito di evangelizzazione, di diventare luogo di integrazione sociale.
    5.         Il terremoto in Abruzzo: una prova di solidarietà   Il tragico sisma che ha colpito vaste zone dell’Abruzzo ha suscitato una corale reazione di solidarietà che, come ha sottolineato Benedetto XVI, “è un sentimento altamente civico e cristiano e misura la maturità di una società”.
Grande apprezzamento è stato anche espresso per la compostezza e la fierezza con cui le popolazioni abruzzesi hanno affrontato l’immane sciagura, segno di una fede tenace e di un’identità radicata.
Molto resta da fare nel delicato passaggio dalla prima fase dell’emergenza al lento ritorno alla quotidianità.
Anche in questi momenti la Chiesa non vuole far venir meno la sua vicinanza non solo mettendo a frutto il generoso raccolto della colletta nazionale appositamente indetta nella domenica dopo Pasqua, ma anche favorendo iniziative di gemellaggio fra le Diocesi.
L’auspicio è che per il prossimo autunno tutte le famiglie abbiano una sistemazione adeguata e che le comunità possano disporre di locali decorosi per la socializzazione e l’esercizio del culto.
    6.         Decisioni e adempimenti di carattere giuridico-amministrativo               I Vescovi, con due distinte delibere, hanno approvato l’attribuzione di un punteggio aggiuntivo per la remunerazione dei docenti e degli officiali a tempo pieno delle Facoltà teologiche e degli Istituti superiori di scienze religiose e hanno stabilito il criterio per determinare la quota della remunerazione che deve essere assicurata dalla parrocchie personali ai parroci e ai vicari parrocchiali che vi prestano servizio.
Dette delibere saranno pubblicate una volta ottenuta la prescritta autorizzazione da parte della Santa Sede.
È stato presentato e approvato il bilancio consuntivo della Conferenza Episcopale Italiana per l’anno 2008, sono stati approvati i criteri di ripartizione e assegnazione delle somme derivanti dall’otto per mille per l’anno 2009 ed è stato illustrato il bilancio consuntivo dell’Istituto centrale per il sostentamento del clero per l’anno 2008.
    7.         Comunicazioni e informazioni   Nel corso dell’Assemblea è stato approvato il Documento comune per un indirizzo pastorale dei matrimoni tra cattolici e battisti in Italia, punto di arrivo di un cammino condiviso con l’Unione Cristiana Evangelica Battista d’Italia per favorire la preparazione e la vita nel matrimonio delle coppie miste, in una prospettiva ecumenica che valorizza la fede nell’unico Signore.
Come sempre, l’Assemblea ha posto attenzione all’approfondimento di alcuni ambiti particolari dell’agire ecclesiale.
È stato dato spazio in primo luogo all’attività di Caritas italiana nella Chiesa e nel Paese, evidenziando, fra le prospettive di lavoro, la cura del rapporto fra carità e cultura, l’attenzione a una pastorale integrata, la formazione alla spiritualità della carità, l’accompagnamento delle Caritas diocesane meno attrezzate, la presenza nel contesto europeo.
Per quanto riguarda l’ambito delle comunicazioni sociali, è stato focalizzato il passaggio alla televisione digitale terrestre, processo già avviato in alcune regioni e destinato a completarsi entro il 2012.
Si tratta di un’innovazione tecnologica che comporta significative ricadute anche sul piano della fruizione dello strumento, offrendo allo spettatore una più ampia gamma di scelta fra i canali e la possibilità di interagire con il mezzo televisivo.
Con l’avvento del digitale terrestre, l’emittente cattolica SAT2000 – che muterà il nome in TV2000 – entrerà nelle case di tutti gli italiani.
Ciò comporterà pure una rivisitazione del suo rapporto con le emittenti locali che ne ritrasmettevano il segnale e con le quali si intende mantenere e rinnovare il rapporto di reciproca collaborazione.
Circa l’impegno delle Chiese in rapporto all’Unione Europea, con particolare riguardo all’azione degli organismi internazionali a ciò deputati, è stata ribadita l’importanza di un’attenzione costante e attiva a sostegno della costruzione della “casa degli europei”, senza peraltro mortificare indebitamente le diverse identità nazionali.
Sono state fornite dettagliate informazioni intorno a due eventi ecclesiali futuri di grande importanza: la Settimana Sociale del Cattolici Italiani, che si terrà a Reggio Calabria dal 14 al 17 ottobre 2010, e il Congresso Eucaristico Nazionale, che si celebrerà ad Ancona dal 4 all’11 settembre 2011.
È stato offerto un primo ragguaglio sull’Anno sacerdotale indetto dal Papa a partire dal 19 giugno.
Sul tema, i Vescovi torneranno nel dettaglio nell’Assemblea straordinaria, che si terrà ad Assisi dal 9 al 12 novembre 2009.
Infine, è stata presentata e consegnata la Lettera ai cercatori di Dio, recentemente pubblicata a cura della Commissione Episcopale per la dottrina della fede, l’annuncio e la catechesi.
Essa si propone come un sussidio offerto a chiunque voglia farne oggetto di lettura personale e come punto di partenza per dialoghi destinati al primo annuncio, all’interno di un itinerario che possa introdurre all’esperienza della vita cristiana nella Chiesa.
    7.                  Nomine   L’Assemblea Generale ha nominato S.E.
Mons.
Bruno Schettino, Arcivescovo di Capua, Presidente della Commissione Episcopale per le migrazioni.
  Il Consiglio Episcopale Permanente, riunitosi mercoledì 27 maggio 2009, in concomitanza con i lavori dell’Assemblea Generale, ha provveduto alle seguenti nomine: – Presidente Nazionale Femminile della Federazione Universitaria Cattolica Italiana (FUCI): sig.na Sara Martini.
– Assistente Ecclesiastico Nazionale per la formazione dei capi dell’Associazione Guide e Scouts Cattolici Italiani AGESCI): don Giacomo Lombardi (Oria).
– Consulente Ecclesiastico Nazionale del Coordinamento Enti e Associazioni di volontariato penitenziario – SEAC: p.
Vittorio Trani, OFM Conv.
– Presidente Nazionale dell’Associazione Familiari del Clero: sig.ra Anna Cavazzuti.
– Assistente Ecclesiastico Nazionale dell’Associazione Familiari del Clero: don Irvano Maglia (Cremona).
  La Presidenza della Conferenza Episcopale, riunitasi lunedì 25 maggio 2009, ha nominato S.E.
Mons.
Cosmo Francesco Ruppi, Amministratore apostolico di Lecce, membro della Commissione Episcopale per la cultura e le comunicazioni sociali.
    Roma, 9 giugno 2009   COMUNICATO FINALE La 59a Assemblea Generale dei Vescovi italiani si è svolta nell’Aula del Sinodo in Vaticano dal 25 al 29 maggio 2009, con la partecipazione di 240 membri, 23 Vescovi emeriti, 24 rappresentanti di Conferenze Episcopali Europee, nonché del Nunzio Apostolico in Italia.
Tra gli invitati, docenti ed esperti sulle problematiche dell’educazione, in ragione del tema principale dei lavori: “La questione educativa: il compito urgente dell’educazione”.
Grande emozione ha suscitato l’incontro con il Santo Padre, che giovedì 28 maggio ha voluto essere presente in Assemblea, donando la sua preziosa e illuminata parola.
La speciale ricorrenza dell’Anno Paolino è stata celebrata solennemente mediante il pellegrinaggio alla Basilica di San Paolo fuori le Mura, culminata nella Concelebrazione eucaristica presieduta dal Cardinale Giovanni Battista Re, Prefetto della Congregazione per i Vescovi.
L’Assemblea ha individuato nell’educazione il tema degli Orientamenti pastorali per il prossimo decennio.
Nel corso dei lavori è stato approvato il Documento comune per un indirizzo pastorale dei matrimoni tra cattolici e battisti in Italia; si è deciso di attribuire un punteggio aggiuntivo per la remunerazione dei docenti e degli officiali a tempo pieno delle Facoltà teologiche e degli Istituti superiori di scienze religiose.
Come ogni anno, è stato presentato e approvato il bilancio consuntivo della Conferenza Episcopale Italiana, sono stati approvati i criteri di ripartizione e assegnazione delle somme derivanti dall’otto per mille per l’anno 2009 ed è stato illustrato il bilancio consuntivo dell’Istituto centrale per il sostentamento del clero.
Distinte comunicazioni hanno avuto per oggetto l’azione di Caritas italiana nella Chiesa e nel Paese, l’impatto del passaggio alla televisione digitale terrestre sulla rete delle emittenti cattoliche, l’Unione Europea e l’impegno delle Chiese, con particolare riferimento all’azione del CCEE e della COMECE, la 46a Settimana Sociale dei Cattolici Italiani, in programma a Reggio Calabria dal 14 al 17 ottobre 2010, e il 25° Congresso Eucaristico Nazionale, che si terrà ad Ancona dal 4 all’11 settembre 2011.
Sono state date puntuali informazioni intorno alla Giornata per la Carità del Papa, che si terrà il 28 giugno prossimo, e all’indizione dell’Anno sacerdotale, che prenderà il via il 19 giugno.
Infine, è stata presentata e consegnata la Lettera ai cercatori di Dio, recentemente pubblicata dalla Commissione Episcopale per la dottrina della fede, l’annuncio e la catechesi.

«Offrire testimoni a chi cerca Dio»

Intervista a Mons.
Bruno Forte Chi sono oggi i “cercatori di Dio”? Tutti coloro che hanno nel cuore la domanda della felicità, perché la felicità nell’attesa più profonda del cuore umano non può essere che un amore assoluto, un amore senza riserve, che ci avvolga totalmente: chi crede riconosce tutto questo in Dio.
Ecco perché nella definizione di “cercatori di Dio” non si comprendono soltanto quelli che cercano Dio non conoscendolo, ma anche i credenti, che anche nell’esperienza della fede restano assetati di felicità, di amore assoluto.
Proprio per questo quella formula accomuna tutti, perfino gli indifferenti, quelli che sembrano distratti, lontani, e che però non possono non sentire nel cuore il desiderio di una vita piena, ricca di felicità.
Così questa Lettera si rivolge veramente a tutti, agli uni come corrispondenza a una domanda del cuore, alla nostalgia di Dio, nostalgia di bellezza che è in noi; agli altri, “non cercatori apparenti”, con la speranza di suscitare domande, attese, desiderio.
Oggi sappiamo che c’è una grande richiesta di “religioso”, è quasi diventato anche questo un fenomeno consumistico con una molteplicità di “offerta”.
Rispetto a questo fenomeno, come si colloca la Lettera? Il cosiddetto “ritorno di Dio” in realtà è un fenomeno complesso.
Da una parte c’è certamente la domanda vera e profonda di quanti sono pensosi e alla ricerca di un senso ultimo della vita e della storia, capace di dare colore alla fatica dei giorni; sono quei cercatori di speranza, di cui parla per esempio la Spe salvi di Benedetto XVI, alludendo al bisogno di speranza che c’è in tutti noi.
C’è però anche una forma di questo “ritorno di Dio”, che è una sorta di ricerca di sicurezza, di consolazione a buon mercato.
Evidentemente la Lettera, proprio in quanto parte dalle domande vere, inquieta questo tipo di possibili destinatari, nel senso che li stimola a non accontentarsi di certezze facili, di consolazioni di comodo.
In questo senso vorrebbe al tempo stesso essere una proposta di riflessione ai pensanti e una sorta di sfida e di provocazione a quelli che fuggono la fatica del pensiero e della ricerca.
Proprio così essa ha bisogno di essere mediata da testimoni, proposta come strumento di un primo annuncio a quelli che sono in ricerca pensosa, non negligente, ma anche in modo diverso a quelli che bisogna svegliare alla ricerca e dunque all’apertura del cuore al possibile incontro con Dio.
In che modo questa Lettera si propone come strumento anche per la comunità? In due sensi.
Il primo in quanto tutti siamo destinatari di una riflessione data dalle domande che ci accomunano tutti, felicità e sofferenza, amore e fallimenti, lavoro, festa, giustizia e pace, la stessa sfida di Dio, sono interrogativi rispetto ai quali nessuno di noi può sentirsi estraneo o lontano.
Nello stesso tempo però, nel rivolgersi alla comunità cristiana, la Lettera interpella anche gli operatori pastorali, quelli che in modo speciale si consacrano all’annuncio del Vangelo di Gesù, perché nelle loro mani essa diventa un ponte di dialogo e di amicizia possibile con tutti i cercatori di Dio, e anche una via per accendere o stimolare domande in quelli che sembrano invece fuggirle, sempre all’insegna del rispetto e dell’amicizia per tutti.
Così, questo testo vorrebbe anche esprimere il volto di una Chiesa amica, vicina alla complessità della nostra condizione umana, nei suoi risvolti più alti, inquieti, pensosi, ma anche in quelli umili e quotidiani, a volte negligenti e stanchi come spesso ci capita d’incontrare nell’esperienza umana.
Con tutto ciò, come inquadrebbe questo documento? Questa Lettera si rivela come qualcosa di nuovo.
In effetti noi abbiamo tante forme di proposta catechistica, ma forse mancava uno strumento per il primo annuncio come questo.
Uno strumento, cioè, che non voglia dire tutto del cristianesimo, ma si concentri sul messaggio centrale e sulle vie concrete per farne esperienza – la preghiera la Parola di Dio, i sacramenti, l’amore, il desiderio della vita eterna e della bellezza divina – partendo dalle domande del cuore umano e della società in cui ci troviamo.
In questo senso l’auspicio dei vescovi è di aver offerto alla Chiesa in Italia uno strumento che possa aiutare i cercatori di Dio a fare un passo avanti nell’esperienza del suo volto, e quanti non lo ricercano a svegliarsi, a essere in qualche modo stimolati a questa ricerca su cui si gioca la verità e la bellezza della vita.
Un pensatore ebreo molti anni fa mi diceva: “Vivere è cercare Dio, vivere veramente è trovare Dio”.
La Lettera vorrebbe essere uno strumento per aiutarci a vivere e a vivere veramente.
Salvatore Mazza A tutti coloro «che hanno nel cuore la domanda della felicità».
E dunque, in fondo, a tutti.
A chi cerca Dio non conoscendolo, e a chi crede in lui.
Sono questi i destinatari della Lettera ai cercatori di Dio che la Commissione episcopale per la Dottrina della fede, l’annuncio e la catechesi diffonde oggi, e che pubblichiamo integralmente come inserto del giornale.
«Una proposta di riflessione ai pensanti – spiega in questa intervista monsignor Bruno Forte, arcivescovo di Chieti-Vasto e presidente della Commissione Cei che ha redatto la Lettera – e una sorta di sfida e di provocazione a quelli che fuggono la fatica del pensiero e della ricerca».
Uno strumento che si propone «come qualcosa di nuovo», perché «in effetti – osserva Forte – noi abbiamo tante forme di proposta catechistica, ma forse mancava uno strumento per il primo annuncio come questo».