“Iota unum”

 ROMANO AMERIO, Iota unum.
Studio delle variazioni della Chiesa cattolica nel secolo XX, a cura di Enrico Maria Radaelli, prefazione del card.
Darío Castrillón Hoyos, Lindau, Torino, 2009.
ROMANO AMERIO, Stat veritas.
Séguito a Iota unum, a cura di Enrico Maria Radaelli, Lindau, Torino, 2009.
Da domani fanno ritorno nelle librerie italiane, editi da Lindau, due volumi entrati tra i classici della cultura cattolica, il cui contenuto è in impressionante sintonia col titolo e col fondamento della terza enciclica di Benedetto XVI: “Caritas in veritate”.
I due volumi hanno per autore Romano Amerio, letterato, filosofo e teologo svizzero scomparso nel 1997 a 92 anni di età.
Un suo grande estimatore, il teologo e mistico don Divo Barsotti, ne sintetizzò così il contenuto: “Amerio dice in sostanza che i più gravi mali presenti oggi nel pensiero occidentale, ivi compreso quello cattolico, sono dovuti principalmente a un generale disordine mentale per cui viene messa la ‘caritas’ avanti alla ‘veritas’, senza pensare che questo disordine mette sottosopra anche la giusta concezione che noi dovremmo avere della Santissima Trinità”.
In effetti, Amerio vide proprio in questo rovesciamento del primato del Logos sull’amore – ossia in una carità senza più verità – la radice di molte “variazioni della Chiesa cattolica nel secolo XX”: le variazioni che egli descrisse e sottopose a critica nel primo e più imponente dei due volumi citati: “Iota unum”, scritto tra il 1935 e il 1985; le variazioni che lo portarono a porre la questione se con esse la Chiesa non fosse divenuta altra cosa da sé.
Molte delle variazioni analizzate in “Iota unum” – ma ne basterebbe una sola, uno “iota”, stando a Matteo 5, 18 che dà il titolo al libro – spingerebbero il lettore a pensare che una mutazione d’essenza vi sia stata, nella Chiesa.
Amerio però analizza, non giudica.
O meglio, da cristiano integrale qual è, lascia a Dio il giudizio.
E ricorda che “portae inferi non praevalebunt”, cioè che per fede è impossibile pensare che la Chiesa smarrisca se stessa.
Una continuità con la Tradizione permarrà sempre, pur dentro turbolenze che la oscurano e fanno pensare il contrario.
C’è uno stretto legame tra le questioni poste in “Iota unum” e il discorso di Benedetto XVI del 22 dicembre 2005 alla curia romana, discorso capitale per quanto riguarda l’interpretazione del Concilio Vaticano II e il suo rapporto con la Tradizione.
Ciò non toglie che lo stato della Chiesa descritto da Amerio sia tutt’altro che pacifico.
Benedetto XVI, nel discorso del 22 dicembre 2005, paragonò la babele della Chiesa contemporanea al marasma che nel IV secolo seguì al Concilio di Nicea, descritto da san Basilio, all’epoca, come “una battaglia navale nel buio di una tempesta”.
Nella postfazione che Enrico Maria Radaelli, fedele discepolo di Amerio, pubblica in coda a questa riedizione di “Iota unum”, la situazione attuale è paragonata piuttosto allo scisma d’Occidente, cioè ai quarant’anni tra il XIV e il XV secolo che precedettero il Concilio di Costanza, con la cristianità senza guida e senza una sicura “regola della fede”, divisa tra due o persino tre papi contemporaneamente.
In ogni caso, riedito oggi a distanza di anni, “Iota unum” si conferma libro non solo straordinariamente attuale, ma “costruttivamente cattolico”, in armonia col magistero della Chiesa.
Nella postfazione Radaelli lo mostra in modo inconfutabile.
La conclusione della postfazione è riprodotta più sotto.
Quanto al secondo libro, “Stat veritas”, pubblicato da Amerio nel 1985, esso è in lineare continuità col precedente.
Confronta la dottrina della Tradizione cattolica con le “variazioni” che l’autore ravvisa in due testi del magistero di Giovanni Paolo II: la lettera apostolica “Tertio millennio adveniente” del 10 novembre 1994 e il discorso al Collegium Leoninum di Paderborn del 24 giugno 1996.
Il ritorno in libreria di “Iota unum” e “Stat veritas” rende giustizia sia al loro autore, sia alla censura di fatto che si è abbattuta per lunghi anni su entrambi questi suoi libri capitali.
In Italia, la prima edizione di “Iota unum” fu ristampata tre volte per complessive settemila copie, nonostante le sue quasi settecento pagine impegnative.
Fu poi tradotto in francese, inglese, spagnolo, portoghese, tedesco, olandese.
Raggiunse decine di migliaia di lettori in tutto il mondo.
Ma per gli organi cattolici ufficiali e per le autorità della Chiesa era tabù, oltre che naturalmente per gli avversari.
Caso più unico che raro, questo libro fu un “long seller” clandestino.
Continuò a essere richiesto anche quando si esaurì nelle librerie.
La rottura del tabù è recente.
Convegni, commenti, recensioni.
“La Civiltà Cattolica” e “L’Osservatore Romano” si sono anch’essi svegliati.
All’inizio del 2009 una prima ristampa di “Iota unum” è apparsa in Italia per i tipi di “Fede & Cultura”.
Ma questa nuova edizione del libro ad opera di Lindau, assieme a quella di “Stat veritas”, ha in più il valore della cura filologica, da parte del massimo studioso ed erede intellettuale di Amerio, Radaelli.
Le sue due ampie postfazioni sono veri e propri saggi, indispensabili per capire non solo il senso profondo dei due libri, ma anche la loro perdurante attualità.
Lindau, con Radaelli curatore, ha in animo di pubblicare nei prossimi anni l’imponente “opera omnia” di Amerio.
> Grandi ritorni: Romano Amerio e le variazioni della Chiesa cattolica (15.11.2007) > “La Civiltà Cattolica” rompe il silenzio.
Su Romano Amerio
(23.4.2007) > Fine di un tabù: anche Romano Amerio è “un vero cristiano” (6.2.2006) > Un filosofo, un mistico, un teologo suonano l’allarme alla Chiesa (7.2.2005) __________ Su Enrico Maria Radaelli, discepolo di Amerio, e sul suo libro “Ingresso alla bellezza”: > Tutti a vedere il “sacro teatro dei cieli”.
Un teologo fa da guida
(15.2.2008) Qui di seguito ecco un brevissimo assaggio della postfazione a “Iota unum”: le considerazioni finali.
Tutta la Chiesa in uno “iota” di Enrico Maria Radaelli […] La conclusione è che Romano Amerio si rivela essere il pensatore più attuale e vivificante del momento.
Con il garbo teoretico che contraddistinse tutti i suoi scritti, egli offre con “Iota unum” un pensiero molto costruttivamente cattolico, colmando uno spazio filosofico e teologico altrimenti incerto su interrogativi gravi.
Egli individua e indica che nella Chiesa una crisi c’è, ed è crisi che pare anche sovrastarla, ma mostra che non l’ha sovrastata; che pare rovinarla, ma non l’ha rovinata.
Individua poi e indica con chiarezza la causa prima di questa crisi in una variazione antropologica e prima ancora metafisica.
Individua e indica infine gli strumenti logici (iscritti nel Logos) necessari e sufficienti (eroicamente sufficienti, ma sufficienti) per superarla.
E tutto questo Amerio lo fa sviluppando un “modello di continuità” con la Tradizione, di ordinata e perciò perfetta obbedienza al papa, di intima adesione alla regola prossima della fede, che parrebbe chiarire in tutto come va intesa quella “ermeneutica della continuità” richiesta da papa Benedetto XVI nel discorso alla curia romana del 22 dicembre 2005 per mantenersi sicuri sulla strada della ragione, che è a dire sulla strada della salvezza, ossia sulla strada della Chiesa per perseguire la vita.
Romano Amerio: critico sì, discontinuista mai.
Questo “modello di continuità” tutto ameriano attende solo di essere oggi finalmente riconosciuto, anzi, finalmente apprezzato.
Chissà: magari persino seguìto, per il bene comune (teorico e pratico, filosofico ed etico, dottrinale e liturgico) della Città di Dio, con la semplicità e il coraggio necessari.
Se con l’uso di ambiguità e di contraddizioni si è riusciti a compiere una rivoluzione antropologica verso le più vane fantasie, tanto più si potrà compiere, e con meno sforzo, una più sana rivoluzione antropologica verso la Realtà, giacché è più facile essere semplici che essere complessi.

La dimensione teologico-pastorale della “Caritas in veritate”

Vari i timori che hanno accompagnato la gestazione dell’enciclica: su tutti, la persuasione diffusa e condivisa che i temi sociali non appartenessero alle corde profonde della teologia e della pastorale di Joseph Ratzinger.
Un papa “teologo”: appassionato a questioni di fede e all’affermazione della verità soprattutto ad intra Ecclesiae, solo occasionalmente dedito a questioni ad extra Ecclesiae e soltanto quando si tratti di difendere la possibilità della religione di chiesa nel mondo e nella cultura post-moderni.
1.Carità nella verità: reciproca inclusione di teoria e prassi Invece il primo dato, emergente fin dal titolo, è l’affermazione dell’unità profonda di verità e di carità, di fede creduta e di vita vissuta, di fides quae e di fides qua.
Chi si occupa di teologia pastorale avrà tirato un sospiro di sollievo, ritrovando nella riflessioni introduttive (i nn.
1-7) il filo che trattiene inestricabilmente teoria e prassi, teologia speculativa e teologia pratica.
Su tale filo si regge la teologicità non solo della teologia pastorale ma anche della Dottrina sociale della chiesa, nonchè la loro legittimità, tanto ad intra che ad extra.
Il tema della reciproca inclusione di teoria e di prassi nonchè della loro specificità è giustificato dall’enciclica a partire da un’unità originaria del conoscere, che possiamo qui riassumere come unità di intelligenza e di amore.
Già in Deus caritas est, 10 il papa dimostrava come questo fosse un dato che sporge non solo dall’esperienza umana elementare, ma pure dalla rivelazione cristiana.
Si comprende così perchè la teologia si interessi di tutte le questioni pratiche umane, e dunque anche di quelle sociali.
Che l’azione sia inscritta nella comprensione, è tanto dato originario dell’uomo quanto nota peculiare della Rivelazione cristiana, la cui attestazione non è mai solo informativa, ma sempre performativa: cioè conversione interiore e cambio della vita.
Anche sociale.
2.
La Dottrina sociale ha il suo “luogo” nella Tradizione della fede apostolica “Appartiene da sempre alla verità della fede […] che la Chiesa, essendo a servizio di Dio, è a servizio del mondo in termini di amore e di verità” (n.11).
Tale dato originario è richiamato dal papa attraverso il rapporto che egli stabilisce tra l’enciclica, il Concilio, il magistero sociale precedente e soprattutto la Populorum progressio di Paolo VI (nn.
8-11 e l’intero primo capitolo), omaggiata di un impegnativo riconoscimento: “esprimo la mia convinzione che la Populorum progressio merita di essere considerata come ‘la Rerum novarum’ dell’epoca contemporanea” (n.
8).
Questa unità tra pronunciamenti sociali diversi ma tutti con le medesime radici è spiegata dal papa come sviluppo della Tradizione della fede apostolica (n.
10).
Si tratta di un tema “classico” e in fondo prevedibile in un pontefice che interpreta il Concilio entro l’ermeneutica della continuità.
Ciò che appare se non nuova almeno ribadita con fermezza, è l’uso di una tale ermeneutica per il corpus della Dottrina sociale.
Il che può significare non tanto (come certamente si affanneranno a interpretare – e scrivere – altri, non noi) che al potenziale di emancipazione sociale iscritto nel cristianesimo si vuol mettere la museruola di una riduzione conservatrice, ma che nella chiesa non si è ancora sufficientemente compreso e agito intendendo la Dottrina sociale come “parte integrante della nuova evangelizzazione”.
Dunque come un ambito che non può essere trascurato dalla ordinaria predicazione e dalla pastorale ordinaria delle comunità cristiane.
La Dottrina sociale – nella sua valenza culturale e con la sua pretesa di offrire non solo precetti, ma anche una visione complessiva dell’uomo e della società, coestensiva alla visione cristiana della vita, è un capitolo strutturale del contributo che la fede cristiana può e desidera offrire al superamento della crisi della ragione moderna occidentale, ricollocando l’uomo nella sua costitutiva relazionalità sociale.
3.
Una questione sociale complessa, non solo per via della globalizzazione Tale “crisi antropologica” è in fondo alla base delle molte cose che non vanno anche in economia, politica e sistemi sociali vari (cfr.
n.
34), cosicchè si potrebbe sostenere che la questione sociale oggi viene a coincidere con la “questione antropologica” di ruiniana memoria (cfr.
n.
51).
La carità nella verità vede urgente ricomporre un intero che sia di nuovo l’uomo-non-scisso: in cui, ad esempio, fede e ragione si sostengono e si “allargano” a vicenda, i regni di Dio tornano ad essere uno (e non uno nella mano destra e un altro nella sinistra, come sosteneva Lutero), l’anima e il corpo non si ignorano tra loro, l’individuo sia parte di una società, e più in generale l’uomo non tratti Dio da nemico.
Tali scissioni – per certi versi senz’altro all’origine della modernità, nonchè di quell’esito che è la differenziazione luhmanniana – necessitano di essere risignificate anche nella sfera sociale della vita a partire da un centro.
Questo centro non può essere costitutito da un sottosistema-quale-che-sia (n.34).
La religione cattolica ritiene che dall’incarnazione del Figlio di Dio in poi, un tale centro sia offerto a tutti: in forza dell’unione ipostatica Dio e l’uomo non sono scissi o separati tra loro, così che il papa può sorprendentemente ri-affermare che “l’annuncio di Cristo è il primo e principale fattore di sviluppo” (n.
8; PP n.
16).
Questo sviluppo ‘integrale’ si dà entro un’intelaiatura chel’enciclica tesse tra la questione della vita umana, quella del diritto al vangelo e quella sociale.
Proprio ricalcando il magistero montiniano, Benedetto XVI lega Humanae vitae (HV), Evangelii nuntiandi (EN) e Populorum progressio (PP).
La questione della vita umana (HV), del progresso sociale ed economico (PP) e del diritto al vangelo (EN) si saldano tra loro fondando la dignità inviolabile e l’effettiva possibilità dello sviluppo dei popoli e dei singoli a un livello che non rimanga puramente quello del potere e dell’economia (o del potere dell’economia).
Per quanto affermato fin dall’inizio a proposito del legame tra tra teoria e prassi, risulta chiaro che una certa visione della procreazione umana porta implicito un certo legame o non-legame con il Dio rivelato dal vangelo e dunque un certo modello di rapporti sociali ed economici.
E così via.
Sarà a carico di chi rigetterà l’enciclica esplicitare il proprio apparato teorico a riguardo dell’antropologia e dell’evangelizzazione, implicito in quel rifiuto pratico; e sostenere la congruenza tra la sua posizione e quella espressa da Gesù, così come ci è stata trasmessa finora.
Possibilmente, senza creare nuove scissioni.
4.
Gv 21, 25 a Cioè: “Vi sono ancora molte altre cose…” nell’enciclica che meriterebbero di essere riprese.
Una osservazione si può ancora fare: quanto è bella la chiesa quando non parla solo di se stessa! Quando il sale o il lievito di cui essa dispone vengono immessi dentro la pasta che è la vita del mondo.
Isolare le prese di posizione della Chiesa e trattarle come distillati da laboratorio, senza farli regire con situazioni e contesti concreti, non porta che a un’estenuazione del dato di fede.
A dibattiti che, avvitandosi su se stessi, rendono incomprensibile se non inutile la fede, perchè privata del suo essenziale supposto che è non l’uomo astratto, ma quello reale (cfr.
RH n.
14).
Che pena se la recezione dell’enciclica in Italia si limitasse al dibattito “meglio per la Chiesa lasciar perdere la bioetica e concentrarsi sulle questioni sociali”- come se non esistesse tra loro la connessione di cui sopra! Sarà interessante raccogliere le reazioni e i dibattiti di quanti sono impegnati nella pastorale sociale e nella Caritas, più o meno internationalis: ci aiuteranno a coniugare la carità nella verità? O si perpetueranno – anche qui – le “moderne” scissioni: carità/giustizia, evangelizzazione/promozione umana, impegno sociale/vita spirituale, cittadino/cristiano? ————- *Don Paolo Asolan insegna Teologia Pastorale all’Istituto Pastorale “Redemptor Hominis” della Pontificia Università Lateranense.

Dio o gli dei

GIAMPAOLO CREPALDI , Dio o gli dei.
Dottrina sociale della Chiesa: percorsi, Ediz.
Cantagalli, 2009, ISBN 978-88-8272-440-5.
pp.
192 ,euro 14,50  Benedetto XVI ci sta insegnando che assegnare un posto a Dio nella sfera pubblica è indispensabile perché le energie umane si possano pienamente sviluppare, suscitate dal ”Dio dal volto umano”.
In questa luce, anche la parola della Chiesa e con essa la sua dottrina sociale, acquistano la loro fondamentale importanza.
La Dottrina sociale della Chiesa non è un sapere marginale o residuale.
Essa, come afferma la Deus caritas est, è all’incrocio della fede e della ragione, e interloquisce a pieno titolo con i saperi che presiedono all’organizzazione del mondo.
Ecco l’importante novità di metodo di questo libro.
Vengono affrontati fondamentali problemi dell’età nostra e viene dimostrato sul campo che la Dottrina sociale della Chiesa ha una capacità orientativa insostituibile.

La resurrezione di Gesù

La risurrezione di Gesù dal sepolcro, la terza notte successiva alla sua morte, non ebbe osservatori diretti e pertanto non è descritta nei Vangeli, i quali riferiscono le testimonianze successive.
I punti essenziali su cui tutti e quattro gli evangelisti concordano sono i seguenti: Maria Maddalena e altre donne si recano al sepolcro, all’alba del quarto giorno, per completare l’imbalsamazione del corpo di Gesù; trovano che la pietra con cui i sommi sacerdoti e i farisei l’avevano fatta sigillare per evitare un eventuale trafugamento del cadavere (vedi Matteo 27,62-66) è stata rimossa e il sepolcro è vuoto; infine, Gesù risorto appare a varie riprese, prima alle donne e successivamente ai discepoli.
Ciascuno di questi punti è stato oggetto di una vastissima iconografia, la quale non ha tuttavia rinunciato a fissare la propria attenzione sul momento fondamentale, quello della risurrezione vera e propria, a causa del suo altissimo contenuto religioso e simbolico.
  Poiché, come abbiamo detto, nessuno dei quattro Vangeli descrive il momento preciso in cui Gesù risorto esce dal sepolcro, riportiamo in forma sintetica le versioni dei quattro Vangeli concernenti la rivelazione dell’avvenuta risurrezione.
  dal Vangelo di Matteo Passato il sabato, al sorgere dell’alba Maria Maddalena e «l’altra Maria» (Maria di Cleofa, madre di Giacomo e di Giuseppe) si recano al sepolcro (28,1).
Vi è «un gran terremoto» e appare un angelo dall’aspetto «come la folgore» che fa rotolare via la pietra.
Nel vederlo, la guardie, sconvolte, diventano «come morte» (28,2-4).
L’angelo annuncia alle donne: «So che cercate Gesù crocifisso; non è qui: è risorto», e le invita a comunicare la notizia ai discepoli (28,5-7).
Mentre le donne si recano dai discepoli, Gesù appare loro dicendo «Rallegratevi!» (28,8-10).
  dal Vangelo di Marco Trascorso il sabato, allo spuntar del sole Maria Maddalena, Maria di Giacomo e Maria di Salome si recano al sepolcro per imbalsamare Gesù (16,1-2).
Trovano che la pietra è rotolata via e all’interno vi è un giovane «rivestito di una veste bianca» che annuncia loro la risurrezione di Gesù, invitandole a comunicarlo ai discepoli e «specialmente a Pietro».
Le donne però, prese dalla paura, «non dissero nulla a nessuno» (16,3-8).
Gesù risorto appare allora a Maria Maddalena, a due discepoli e infine a tutti gli Undici (16,9-14).
  dal Vangelo di Luca Il primo giorno della settimana, di buon mattino, Maria di Magdala (Maddalena), Giovanna (moglie di Chuza, amministratore di Erode, discepola di Gesù), Maria di Giacomo e altre donne si recano al sepolcro «portando gli aromi che avevano preparato» (24,1).
Trovano che la pietra è stata rimossa e il sepolcro è vuoto.
Appaiono due uomini «con vesti splendenti» che annunciano loro la resurrezione di Gesù (24,2-8).
Le donne riferiscono la notizia agli Undici, che però si mostrano increduli.
Pietro corre al sepolcro per verificare di persona, ma trova solo le bende che avvolgevano il corpo di Gesù (24,9-12).
  dal Vangelo di Giovanni Mentre è ancora buio, il primo giorno della settimana Maria Maddalena si reca al sepolcro e vede che la pietra è stata rimossa (20,1).
Va subito ad avvisare Pietro e «l’altro discepolo che Gesù amava» (lo stesso Giovanni evangelista), i quali corrono al sepolcro ove rinvengono le bende e il sudario, quindi ritornano a casa (20,2-10).
Maria invece rimane al sepolcro ove le appaiono due angeli e subito dopo lo stesso Gesù (episodio del «Noli me tangere» (20,11-17).

Obama in vaticano

Per preparare la strada all’incontro che avrà con Benedetto XVI in Vaticano nel pomeriggio di venerdì 10 luglio, il presidente degli Stati Uniti Barack Obama ha riunito attorno a sè alla Casa Bianca sei giornalisti di altrettante testate cattoliche americane: “Catholic News Service”, “America”, “National Catholic Reporter”, “Catholic Digest”, “National Catholic Register”, “Commonweal”.
In più c’era il reporter religioso del “Washington Post”.
E inoltre, unica giornalista straniera, c’era Elena Molinari per la Radio Vaticana e per “Avvenire”, il quotidiano della conferenza episcopale dell’Italia, il paese che ospita il G8.
L’intervista si è svolta la mattina di giovedì 2 luglio, con domande non preordinate.
Il giorno successivo “Avvenire” l’ha riprodotta quasi integralmente, dandole forte rilievo.
Obama si è detto fiducioso di trovare con il papa una concordia di vedute su temi come la pace in Medio Oriente, la lotta alla povertà, la salvaguardia del clima, la politica dell’immigrazione.
Ma non ha eluso nessuno dei temi – in primo luogo l’aborto – su cui c’è conflitto tra lui e una parte consistente della Chiesa cattolica americana, in testa il cardinale Francis George, presidente della conferenza episcopale e arcivescovo della sua città, Chicago.
Al conflitto aperto tra Obama e un buon terzo dei vescovi degli Stati Uniti si è aggiunta nei mesi scorsi anche un’altra linea di divisione: tra questi vescovi e il Vaticano, da loro giudicato troppo arrendevole nei confronti della politica del nuovo presidente.
Più sotto sono riportati i passaggi dell’intervista che riguardano i temi più controversi, dall’aborto all’omosessualità.
Nelle risposte, Obama porge il ramoscello d’ulivo alla Chiesa, così come aveva già provato a fare il 17 maggio col suo discorso all’università cattolica di Notre Dame.
Ma rimarca anche i punti su cui l’accordo non c’è e non ci sarà.
*** Non c’è però solo Obama che si prepara all’udienza col papa.
Anche il Vaticano suona un suo preludio.
Lo stesso giorno in cui il presidente degli Stati Uniti rilasciava l’intervista ai reporter religiosi, a Roma un’autorevole cardinale pubblicava un commento semplicemente entusiastico ai discorsi tenuti da Obama il 17 maggio all’università di Notre Dame a il 4 giugno all’università di al-Azhar, al Cairo.
Il cardinale è Georges Cottier, 87 anni, svizzero, domenicano, per molti anni in curia come teologo ufficiale della casa pontificia.
Ha pubblicato il suo commento su “30 Giorni”, una rivista cattolica edita in sei lingue molto legata ai circoli diplomatici della curia vaticana e molto attenta alla politica della Chiesa nel mondo, inviata gratuitamente a vescovi e a monasteri di tutto il mondo, diretta dall’ex presidente del consiglio e ministro degli esteri italiano Giulio Andreotti.
Il dotto cardinale trova la visione di Obama fortemente consonante con quella cattolica, a cominciare dalla consapevolezza del peccato originale.
Gli riconosce intendimenti buoni e costruttivi anche sul terreno minato dell’aborto.
Nega che Obama possa essere considerato “abortista”, anzi, gli riconosce la volontà di “fare di tutto affinché il numero di aborti sia il minore possibile”, così come fecero “i primi legislatori cristiani che non abrogarono subito le leggi romane tolleranti verso pratiche non conformi o addirittura contrarie alla legge naturale, come il concubinaggio e la schiavitù”.
Chiama a conforto san Tommaso d’Aquino, secondo il quale “lo Stato non deve mettere delle leggi troppo severe e alte, perché saranno disprezzate dalla gente che non sarà capace di applicarle”.
Plaude a “L’Osservatore Romano” proprio per l’articolo pro-Obama del 19 maggio che aveva fatto infuriare tanti vescovi americani.
Il cardinale Cottier sembra quasi esaltare Obama come un novello Costantino, capo di un moderno impero anch’esso provvido per la Chiesa.
I passaggi del commento di Cottier dedicati alla questione dell’aborto sono riprodotti qui di seguito.
E subito dopo è riportato un estratto dell’intervista di Obama ai reporter religiosi, ricavato principalmente da “Avvenire”, con integrazioni trascritte da altri giornalisti presenti.
Il testo integrale dell’articolo del cardinale Cottier, in “30 Giorni” n.
5, 2009: > La politica, la morale e il peccato originale L’articolo è apparso sinora nelle edizioni italiana e inglese di “30 Giorni”.
Nelle prossime settimane apparirà anche nelle edizioni della rivista in francese, tedesco, spagnolo e portoghese.
__________ L’intervista di Obama nell’ampia trascrizione pubblicata da Elena Molinari su “Avvenire” del 3 luglio 2009: > Obama: con il papa una collaborazione per aiutare il mondo __________ In www.chiesa, i servizi sugli alti e bassi tra Obama e la Chiesa cattolica: > Obama laureato a Notre Dame.
Ma i vescovi gli rifanno l’esame
(26.5.2009) > Angelo o demonio? In Vaticano, Obama è l’uno e l’altro (8.5.2009) 2.
“Difenderò sempre con forza il diritto dei vescovi di criticarmi…” Intervista con Barack Obama D.
– Sul rispetto della vita e sul matrimonio i vescovi cattolici americani hanno espresso critiche e preoccupazioni nei confronti delle sue posizioni.
Come pensa di affrontare tali critiche? O ritiene che finirà con l’ignorarle? R.
– Primo, una forza della nostra democrazia è che ciascuno è libero di esprime le proprie opinioni politiche.
Non ci sarà mai un momento in cui deciderò di ignorare le critiche dei vescovi cattolici, perché sono il presidente di tutti gli americani e non solo di quelli che, per caso, sono d’accordo con me.
Prendo molto seriamente le opinioni delle altre persone e i vescovi americani hanno una profonda influenza sulla Chiesa e anche sulla comunità nazionale.
Vari vescovi sono stati generosi nelle loro opinioni e incoraggianti nei miei confronti, benché rimangano divergenze su alcune questioni.
In questo senso i vescovi americani rappresentano un crocevia di opinioni proprio come avviene in altri gruppi.
Difenderò sempre con forza il diritto dei vescovi di criticarmi, anche con toni appassionati.
E sarei felice di ospitarli qui alla Casa Bianca a parlare dei temi che ci uniscono e di quelli che ci dividono, in una serie di tavole rotonde.
Penso che continueranno ad esserci ambiti in cui concordiamo profondamente e altri nei quali non sarà possibile trovare pieno accordo.
Ciò è sano.
D.
– Lei ha nominato un gruppo di lavoro composto da rappresentanti pro-life e da altri che sostengono il diritto all’aborto, con lo scopo di trovare posizioni comuni.
Quali sono le sue attese realistiche sul risultato dei lavori? R.
– Quel gruppo dovrà fornirmi un rapporto finale entro l’estate e non ho l’illusione che sia in grado, con il solo dibattito, di fare scomparire le differenze.
So che ci sono punti in cui il conflitto non è conciliabile.
Ma posso dirvi che vi sono persone di buona volontà su entrambi i fronti e sarei sorpreso se non si trovassero punti significativi sui quali lavorare insieme.
Fra questi, la necessità di aiutare i giovani a prendere decisioni intelligenti in modo che evitino gravidanze non desiderate, l’importanza di rafforzare l’accesso all’adozione come alternativa all’aborto e il dovere di prendersi cura delle donne incinte e di aiutarle a crescere i loro bambini.
Ci sono invece elementi, come la contraccezione, sui quali le differenze sono profonde.
La mia posizione personale è che si debba coniugare una solida educazione morale e sessuale alla disponibilità di contraccettivi, per prevenire gravidanze indesiderate.
Riconosco che ciò contraddice la dottrina della Chiesa cattolica, quindi non mi aspetto che chi sente fortemente la cosa come materia di fede possa concordare con me su questo, ma questa è la mia opinione personale.
Sarei sorpreso se i sostenitori del diritto all’aborto non fossero d’accordo che bisogna ridurre le circostanze in cui una donna decide di interrompere la gravidanza.
Se essi prendessero questa posizione, io non sarei d’accordo con loro.
Non conosco alcuna circostanza in cui l’aborto sia una decisione felice, e se possiamo aiutare una donna ad evitare di confrontarsi con una situazione nella quale ciò diventi una possibilità, io penso che sia una buona cosa.
Ma di nuovo, questa è la mia opinione.
D.
– Alcuni cattolici lodano il suo contributo nel promuovere temi di giustizia sociale, altri la criticano per le sue posizioni sui temi della vita, dall’aborto alla ricerca sulle cellule staminali embrionali.
Vede ciò come una contraddizione? R.
– Questa tensione del mondo cattolico esisteva ben prima del mio arrivo alla Casa Bianca.
Quando ho cominciato a interessarmi di giustizia sociale, a Chicago, i vescovi cattolici parlavano di immigrazione, nucleare, poveri, politica estera.
Poi, a un certo punto, l’attenzione della Chiesa cattolica si è spostata verso l’aborto e ciò ha avuto il potere di spostare l’opinione del congresso e del paese nella stessa direzione.
Sono temi cui penso molto, ma ora, come non cattolico, non sta a me cercare di risolvere queste tensioni.
Ho visto tuttavia come si possa tentare una conciliazione.
Il cardinale Joseph Bernardin, che ho conosciuto a Chicago, parlava chiaramente ed esplicitamente in difesa della vita.
Ma riteneva questa un “abito senza cuciture” e vi includeva coerentemente una gamma di questioni che erano parte di ciò che egli considerava pro-life e su cui si impegnava, come la lotta alla povertà, la cura dell’infanzia, la pena di morte, la politica estera.
Questa parte della tradizione cattolica è qualcosa che continuamente mi ispira.
E penso che vi sono stati momenti, negli ultimi due decenni, in cui questa tradizione più inclusiva s’è sentita come sepolta sotto il dibattito sull’aborto.
Desidero invece che resti in primo piano nel dibattito nazionale.
D.
– Molte persone, non solo medici, che offrono la propria opera in istituzioni non governative sono molto preoccupate di non poter fare obiezione di coscienza in campi eticamente sensibili.
La posizione della sua amministrazione in merito non è del tutto chiara…
R.
– La mia posizione personale è sempre stata coerente: sono fermamente convinto che debba essere assicurata l’obiezione di coscienza.
Ho difeso una forte obiezione di coscienza nell’Illinois per gli ospedali cattolici e le strutture sanitarie, ne ho discusso con il cardinale Francis George in un recente incontro nello Studio Ovale e l’ho ripetuto durante il mio intervento all’università di Notre Dame.
Capisco che c’è qualcuno che si aspetta sempre il peggio da me, senza che io abbia detto o fatto nulla, ma questo è più un preconcetto che una posizione motivata da una “linea dura” che staremmo cercando di imporre.
Penso che la sola ragione per la quale la mia posizione può apparire non chiara derivi dal fatto che abbiamo cambiato una misura sull’obiezione di coscienza approvata all’ultimo minuto, all’undicesima ora dalla precedente amministrazione e abbiamo deciso di cancellarla perché non era stata ben formulata.
Ma stiamo riesaminando la questione e abbiamo richiesto pareri in merito alla gente, ricevendone centinaia di migliaia.
Posso assicurare che quando questo riesame sarà completato entrerà in vigore una forte obiezione di coscienza.
Essa potrà non andare incontro ai criteri di ogni possibile critica del nostro approccio, ma certamente non sarà più debole di quella che esisteva prima che il cambiamento fosse fatto.
D.
– Come concilia la sua fede cristiana con le promesse fatte durante la campagna elettorale agli omosessuali? R.
– Quanto alla comunità gay e lesbica di questo paese, penso che venga ferita da alcuni insegnamenti della Chiesa cattolica e dalla dottrina cristiana in generale.
Come cristiano, combatto continuamente tra la mia fede e i miei doveri e le mie preoccupazioni nei confronti di gay e lesbiche.
E spesso scopro che c’è molto ardore su entrambi i fronti del dibattito, anche fra chi considero essere ottime persone.
D’altra parte, rimango fermo a quanto ho espresso al Cairo: ogni posizione che liquidi in modo automatico le convinzioni religiose e il credo altrui come intolleranti non capisce il potere della fede e il bene che compie nel mondo.
In ogni caso, come persone di fede dobbiamo esaminare le nostre convinzioni e chiederci se a volte non stiamo causando sofferenza agli altri.
Penso che tutti noi, di qualsiasi fede, dovremmo riconoscere che ci sono state delle volte in cui la religione non è stata messa al servizio del bene.
E sta a noi, penso, compiere una profonda riflessione ed essere disposti a chiederci se stiamo agendo in modo coerente non solo con gli insegnamenti della Chiesa, ma anche con quanto Gesù Cristo, nostro Signore, ci ha chiamati a fare: trattare gli altri come noi vorremmo essere trattati.
1.
“Obama mi ricorda i primi legislatori cristiani…” di Georges Cottier […] Nel suo discorso alla università di Notre Dame, mi ha colpito come Obama non abbia evitato di affrontare la questione più spinosa, quella dell’aborto, sulla quale aveva ricevuto tante critiche anche dai vescovi Usa.
Da una parte tali reazioni sono giustificate: nelle decisioni politiche riguardo all’aborto sono implicati valori non negoziabili.
Per noi è in gioco la difesa della persona, dei suoi diritti inalienabili, di cui il primo è proprio quello alla vita.
Ora nella società pluralistica ci sono differenze radicali su questo punto.
C’è chi, come noi, considera l’aborto un “intrinsece malum”, ci sono quelli che lo accettano, e addirittura alcuni che lo rivendicano come un diritto.
Il presidente non prende mai quest’ultima posizione.
Al contrario, mi sembra che dia dei suggerimenti positivi – lo ha sottolineato anche “L’Osservatore Romano” del 19 maggio –, proponendo pure in questo caso la ricerca di un terreno comune.
In questa ricerca – avverte Obama – nessuno deve censurare le proprie convinzioni, ma al contrario deve sostenerle davanti a tutti e difenderle.
Il suo non è affatto il relativismo malinteso di chi dice che si tratta di opinioni che si oppongono ad altre opinioni, e che tutte le opinioni personali sono incerte e soggettive, e dunque conviene metterle da parte quando si parla di queste cose.
Inoltre, Obama riconosce la gravità tragica del problema.
Che la decisione di abortire “strazia il cuore di ogni donna”.
Il terreno comune che lui propone è questo: lavorare tutti insieme per ridurre il numero delle donne che cercano di abortire.
E aggiunge che ogni regolamentazione legale di questa materia deve garantire in maniera assoluta l’obiezione di coscienza per gli operatori sanitari che non vogliono dare la propria assistenza a pratiche abortive.
Le sue parole vanno nella direzione di diminuire il male.
Il governo e lo Stato devono fare di tutto affinché il numero di aborti sia il minore possibile.
È certo soltanto un “minimum”, ma è un minimum prezioso.
Mi ricorda l’atteggiamento dei primi legislatori cristiani che non abrogarono subito le leggi romane tolleranti verso pratiche non conformi o addirittura contrarie alla legge naturale, come il concubinaggio e la schiavitù.
Il cambiamento avvenne con un cammino lento, segnato tante volte da regressi, man mano che nella popolazione il numero dei cristiani aumentava, e, con loro, l’impatto del senso della dignità della persona.
All’inizio, per garantire il consenso dei cittadini e custodire la pace sociale, vennero mantenute in vigore le cosiddette “leggi imperfette”, che evitavano di perseguire azioni e comportamenti in contrasto con la legge naturale.
Lo stesso san Tommaso, che pure non aveva dubbi sul fatto che la legge deve essere morale, aggiunge che lo Stato non deve mettere delle leggi troppo severe e alte, perché saranno disprezzate dalla gente che non sarà capace di applicarle.
Il realismo dell’uomo politico riconosce il male e lo chiama col suo nome.
Riconosce che occorre essere umili e pazienti, combatterlo senza la pretesa di sradicarlo dalla storia umana attraverso strumenti di coercizione legale.
È la parabola della zizzania, che vale anche a livello politico.
D’altro canto, questo non diventa in lui giustificazione di cinismo o d’indifferentismo.
La tensione a diminuire per quanto possibile il male rimane persistente.
È un obbligo.
Anche la Chiesa ha sempre percepito come lontana e pericolosa l’illusione di eliminare totalmente il male dalla storia per via legale, politica o religiosa.
La storia anche recente è disseminata di disastri prodotti dal fanatismo di chi pretendeva di prosciugare le fonti del male nella storia degli uomini, finendo per trasformare tutto in un grande cimitero.
I regimi comunisti seguivano esattamente questa logica.
Così come il terrorismo religioso, che uccide addirittura in nome di Dio.
E quando un medico abortista viene ucciso da militanti antiaborto – è successo di recente negli USA – occorre ammettere che persino gli slanci ideali più alti, come la sacrosanta difesa del valore assoluto della vita umana, si possono corrompere e trasformarsi nel loro contrario, diventando parole d’ordine a disposizione di un’ideologia aberrante.
I cristiani sono portatori nel mondo di una speranza temporale realista, non di un vano sogno utopico, anche quando testimoniano la propria fedeltà a valori assoluti come la vita.
Santa Gianna Beretta Molla, la dottoressa che muore per aver rifiutato le cure che avrebbero potuto far male alla bambina che portava in seno, con il suo eroismo ordinario e silenzioso tocca i cuori non solo dei cristiani; ricorda a tutti il destino comune cui tendiamo.
È una forma profetica dello stile evangelico della testimonianza cristiana.
Obama, nel suo discorso alla University of Notre Dame, fa proprio su questo aspetto un accenno molto importante.
Racconta di quando fu coinvolto in un progetto di assistenza sociale nei quartieri poveri di Chicago – finanziato da alcune parrocchie cattoliche – a cui partecipavano anche volontari protestanti ed ebrei.
In quell’occasione gli capitò di incontrare persone accoglienti e comprensive.
Vide lo spettacolo delle opere buone alimentate dal Signore tra di loro.
E in questo spettacolo fu “attratto dall’idea di far parte della Chiesa.
È stato attraverso questo servizio”, conclude, “che sono stato condotto a Cristo”.
Fa anche un elogio commovente del grande cardinale Joseph Bernardin, che allora era arcivescovo di Chicago.
Lo definisce “un faro e un crocevia”, amabile nel suo modo di persuadere e nel suo tentativo continuo di “avvicinare le persone e trovare un terreno comune”.
In quell’esperienza, dice Obama, “parole e opere delle persone con le quali ho lavorato nelle parrocchie di Chicago toccarono il mio cuore e la mia mente”.
Lo spettacolo della carità, che viene da Dio, ha la forza di toccare e attirare la mente e i cuori degli uomini.
E questo è l’unico germe di cambiamento reale nella storia degli uomini.
Obama cita anche Martin Luther King, di cui si sente discepolo.
Che solo quarantun anni dopo l’assassinio di King proprio lui sia presidente degli Usa è un segno e una prova dell’efficacia storica della fiducia nella forza della verità.
[…] __________

Serve un nuovo inizio per la musica sacra

Temi tradizionali e utilizzo di nuovi linguaggi.
Un connubio per alcuni impossibile, dai più poco frequentato, per tutti quelli che si occupano d’arte sempre più necessario e attuale.
L’argomento diventa spinoso quando si vuole affiancare un soggetto spirituale – in particolare tornando all’antica pratica dell’oratorio – con la grammatica dei moderni linguaggi musicali.
Il Pontificio Consiglio della Cultura si impegna in questo senso ai massimi livelli, coinvolgendosi direttamente con il suo presidente, l’arcivescovo Gianfranco Ravasi, che si è assunto l’onere di sintetizzare il testo biblico dell’Apocalisse per l’oratorio Apokàlypsis del compositore Marcello Panni eseguito per la prima volta il 10 luglio a Spoleto nell’ambito del 52° Festival dei due mondi.
Il tentativo sembra quello di mantenere viva la funzione di riferimento delle grandi narrazioni scritturistiche,  aprendo al tempo stesso un nuovo dialogo con la musica contemporanea.  L’intervista all’arcivescovo Gianfranco Ravasi In che modo avete affrontato il problema con il compositore? Il punto di riferimento emblematico del connubio tra un testo classico e la modernità è il Mosè e Aronne di Schönberg, che è stato concepito un po’ come un oratorio.
Da lì siamo partiti per sposare l’antico al nuovo in una maniera il più possibile armonica.
Con il compositore non abbiamo avuto un rapporto continuo – avrebbe richiesto un tempo enorme, purtroppo non disponibile – ma siamo partiti dalla definizione della qualità del testo, contro ogni tentativo di equivoco.
In qualche modo abbiamo prima di tutto circoscritto il campo.
Ci faccia un esempio pratico.
L’equivoco sempre in agguato quando si parla dell’Apocalisse è considerarla l’oroscopo della fine del mondo, un passo tragico e catastrofico.
Pensiamo ad Apocalypse now di Francis Ford Coppola:  una rappresentazione della distruzione, anche simbolica.
Basti ricordare la danza degli elicotteri che nel film è una sorta di recupero di alcune componenti della marcia dei cavalieri del testo biblico.
Superare questo equivoco significa evitare di produrre un’opera, magari monumentale, ma che non tenga conto di tutte le componenti dell’Apocalisse, dove certo troviamo un accento fortissimo sul male del mondo che inquina e incrina la storia,  ma  anche  un  messaggio  finale di speranza.
In realtà essa, così come è scritta, è un’opera sghemba:  ha venti capitoli sostanzialmente tragici e gli ultimi due luminosissimi.
Sono la vera  meta  del  libro di solito dimenticata.
Quindi non un’adesione diretta tra ogni verso e la musica, non un’esegesi del testo attraverso il suono, ma un lavoro sulla forma.
Il lavoro che ho fatto sul testo tende a preservarlo nella sua sostanza, senza garantirne l’integrità.
Non abbiamo privilegiato l’elemento di speranza penalizzando quello catastrofico, ma gli equilibri fanno sì che ci sia una attesa, non della catastrofe, ma dell’epistrophè, della conversione.
In questo senso la forma è proprio quella dell’Apocalisse in senso stretto, che già per sua natura è drammatica e musicale.
Su queste basi  ho  tentato  di  conservare l’autenticità  del  testo,  cercando  di  evitare il rischio della didascalia.
Dal punto  di  vista  musicale  usare  la banda, con un grande organico, consente di non perdere la dimensione escatologica, nel senso tradizionale del termine.
Che  rapporto c’è tra testo e musica in questo lavoro? Si dà molta importanza alla parola.
C’è sia il cantato, affidato al coro, sia il parlato, da solo o in forma di melologo.
Il testo quindi fiorisce in musica e non è utilizzato come un pretesto.
Come ha scelto le parti da musicare? Ho fatto una selezione divisa in sette quadri – anche per salvaguardare la mistica delle cifre – con un prologo e un glorioso epilogo.
È inoltre prevista una scansione in due parti, per costruire un intervallo pensato come momento di meditazione.
Che rapporto c’è tra il testo originale e la sua riduzione? Il testo c’è in tutte le sue parti, ma non integralmente.
Viene riprodotta cioè la dinamica letteraria dell’Apocalisse.
Non è  un  estratto,  ma  un   condensato che  mantiene  la  struttura dell’originale.
In che senso? Pensiamo alle lettere di apertura, un elemento indispensabile per capire che si tratta di un testo indirizzato alle Chiese.
Il momento delle lettere viene mantenuto, ma se ne privilegiano solo due:  quelle indirizzate alla Chiesa di Efeso e a quella di Laodicea, i due testi di maggiore impatto.
Efeso è la Chiesa più importante, il nodo attorno al quale le altre sei si raccordano, quello rivolto alla Chiesa di Laodicea è un impressionante atto di accusa, di eccezionale modernità.
Poi c’è l’uso dei trittici di settenari, con il gioco del sette e del tre.
La forma poetica viene conservata così come i sette sigilli, le sette coppe o le sette trombe, ma si è cercato di evitare una deriva didascalica e di resistere alla tentazione di introdurre tutti i simboli citati.
L’importante è che permanga la struttura e l’idea simbolica, così come rimangono la grande scena finale del dramma della storia – Babilonia scaraventata nel Mediterraneo – e l’affresco finale della Gerusalemme celeste.
L’Apocalisse è un testo fortemente musicale, che presenta continuamente suoni di trombe e cori.
Come è stato affrontato questo aspetto? I cori più importanti sono stati conservati, ma proposti in latino per sottolinearne la natura liturgica.
Non bisogna infatti dimenticare che una delle interpretazioni dell’Apocalisse è che fosse un testo proprio a uso liturgico.
La voce recitante, invece, consente di presentare un testo articolato capace di rendere l’idea generale della narrazione biblica da cui deriva.
Da un punto di vista estetico – come dicevo – il richiamo è al Mosè e Aronne di Schönberg, dove Aronne canta rappresentando il sacerdote pomposo e anche un po’ il fascino dell’idolatria, mentre Mosè usa il parlato, perché non rappresenta la parola che seduce, ma quella che conquista l’anima e costringe a un’opzione.
In questa  luce  le voci, una maschile e una femminile, hanno proprio la funzione di recuperare la nudità della parola.
Quella che in Schönberg è la contrapposizione tra Mosè e Aronne qui è riprodotta nel rapporto tra coro e voci recitanti.
A eccezione del fatto che il coro cantando non cerca come Aronne di ammaliare, ma rappresenta la liturgia che salva.
Ma perché il coro finale è in greco e non in latino? Quando il testo arriva al suo apice ritorna alla lingua misterica, quella originale del testo, il greco appunto.
Quindi per le ultime frasi, quelle decisive del libro, è stata utilizzata la pronuncia bizantina, cioè quella della liturgia.
Qualcuno però potrebbe non ritrovarsi con la lingua studiata a scuola.
La pronuncia che si insegna ora è infatti una convenzione prevalentemente rinascimentale, mentre quella itacistica che ho usato è bizantina e molto simile a quella del greco che si parla oggi.
Qual è il suo ruolo nell’esecuzione? Quello di strappare la performance al rischio che sia solo un concerto.
L’idea è quella di conservare il senso di meditazione del testo originale.
Il mio intervento non è stato quello del conferenziere che all’inizio spiega cosa si sta per ascoltare, ma si è basato sul modello dell’esecuzione delle passioni nella liturgia protestante.
In quel caso il pastore teneva un sermone prima dell’inizio della musica, un’altra predica era prevista a metà, dove adesso si ricorre spesso a un intervallo, strutturalmente assurdo trattandosi di una passione.
Io ho proposto proprio questo schema, per conservare l’aspetto sacrale in una dimensione esistenziale.
È aperta da tempo la grande questione dell’adeguamento agli stilemi contemporanei della musica liturgica e di quella sacra.
La prima si muove più lentamente, ma per quanto riguarda la musica di argomento sacro è realistico pensare che questa iniziativa segni l’inizio di un rinnovato rapporto tra Chiesa e compositori di oggi? Il tentativo di riaprire un canale di comunicazione in questo senso è in pratica l’unica ragione per cui ho accettato di essere coinvolto personalmente in questo progetto.
L’oratorio fa parte di una strategia più ampia che tende a riallacciare un dialogo con l’arte contemporanea, in tutte le sue sfaccettature.
Si è partiti con l’idea di considerare prima di tutto il rapporto con le arti visive, per esempio stringendo un legame con la Biennale di Venezia nella quale saremo presenti nel 2011.
Abbiamo infatti notato che anche gli artisti che si muovono seguendo la nuova grammatica dei linguaggi contemporanei sentono sempre di più il bisogno di tornare a grandi temi.
Un esempio è quello di Bill Viola, che insiste nei suoi video su dolore, vita, morte, acqua, purificazione.
Dopo avere lavorato sulle arti visive ora bisogna aprire il dialogo sulla musica.
Cominciamo da questo esperimento.
Perché Marcello Panni? È un compositore estremamente competente, che scrive una musica avanzata e capace di comunicare direttamente anche a un pubblico non abituato a certe forme espressive.
Io non esiterei a utilizzare linguaggi anche estremi, alla Cage, ma forse non è ancora il momento.
(©L’Osservatore Romano – 12 luglio 2009)

Apokàlypsis

L’Apocalisse è arrivata in ritardo a Spoleto, preceduta da un temporale che si sarebbe detto appunto superficialmente apocalittico se monsignor Gianfranco Ravasi non avesse spiegato dal palco del 52° Festival dei due mondi – diretto da Giorgio Ferrara con la consulenza di Ernesto Galli della Loggia, Alessandra Ferri e Alessio Vlad – che l’aggettivo non rende del tutto giustizia al testo di Giovanni.
Quello che ha cercato di fare Marcello Panni nella sua moderna sacra rappresentazione Apokàlypsis – eseguita la sera di venerdì 10 in piazza Duomo con lo stesso compositore sul podio – è stato proprio ricalcare il percorso di un libro biblico del quale spesso viene esaltata la parte più severa a scapito del resto.
La chiave del lavoro sembra potersi ritrovare principalmente nelle scelte timbriche.
La banda dell’Esercito italiano, a suo agio anche in un repertorio non consueto, è utilizzata come un gigantesco organo a canne, al quale si aggiunge il commento di quattro percussionisti, chiamati anche ad azionare a vista quattro meccanismi teatrali che riproducono i rumori naturali.
Le due voci recitanti si dividono il testo nella versione italiana, da una parte il visionario Giovanni, affidato all’austero Andrea Giordana, dall’altra la Sposa Celeste che sconfigge Satana e descrive la discesa della Gerusalemme Celeste, una Sonia Bergamasco lievemente sopra le righe.
Gli attori si alternano tra loro entrando anche in rapporto con le voci bianche del Piccolo coro romano, al quale sono risevati i momenti più eterei, e con il Coro da camera Goffredo Petrassi, preparato da Stefano Cucci, che, per fedeltà al testo originario, è diviso in 24 anziani e quattro esseri viventi.
L’attenzione alla componente numerologica appare costante, tanto che il compositore l’ha esplicitata anche nella scelta dell’organico strumentale, utilizzando in tutto 49 elementi (45 fiati e quattro percussionisti): evidente il richiamo al numero sette, evocato dal suo quadrato.
Una elaborazione asciutta e funzionale quella di Panni, che restituisce il testo con grande chiarezza e lancia un richiamo a una sacralità primitiva anche attraverso l’uso di strumenti legati al folklore, come la zampogna che simboleggia l’apparizione dell’Agnello, o il corno naturale di bue che evoca le trombe del giudizio.
Seppure con qualche scollatura nell’alternanza tra ensemble strumentale e parti vocali l’esecuzione ha evidenziato l’arco globale di una forma che, ricollegandosi strettamente al testo, trova nell’esaltazione finale della speranza un momento necessario di approdo.
(marcello filotei) (©L’Osservatore Romano – 12 luglio 2009)