FORUM «IRC»
 
 
editore |04.02.2018
ICALogoBig

Le comunità educative più che «in-segnare», cioè, mettere in segni fissi quello che sanno, «si educano» (e-ducono), ossia, nascono, crescono, vivono, ricreando loro stesse i simboli della vita (e della fede). All’insegnamento corrisponde l’istruzione: decifrare, catalogare e rinnovare i segni del conosciuto. All’educazione, invece, corrisponde l’«iniziazione»: quell’avvicinarsi tremante ai simboli per scoprire le relazioni che hanno in serbo per noi. L’insegnamento porta ad imparare un linguaggio; l’educazione conduce ognuno a parlare da sé stesso.


 Il triennio 2014-2017 ci ha permesso di lavorare in tale direzione cercando di rivedere i concetti di educazione, di apprendimento e di insegnamento o istruzione. Nell’educazione non si tratta di accumulare saperi, ma di costruirli di volta in volta per affrontare le sfide e le novità della vita. Le provocazioni vengono dalla vita e le risposte vanno ricercate con un lavoro di apprendimento fatto insieme ai ragazzi e alle ragazze. In quei tre anni, concretamente, abbiamo sviluppato la tematica generale dell’«Educazione, apprendimento e insegnamento della religione» in queste prospettive specifiche:
 ¡ Analisi della situazione e prospettive educative (2014-2015). ¡ Educazione e apprendimento (2015-2016). ¡ Religione e cittadinanza (2016-2017).



  • IRC/2017-2020 — «IRC» e il «cristianesimo di domani» 

  • 2017-2018: Giovani generazioni e «ricostruzione del cristianesimo».   2018-2019: L’«IRC» nell’orizzonte culturale e teologico contemporaneo.  

  • 2019-2020: «IRC» e identità cristiana. 


 


Il nuovo triennio 2017-2020, in linea di continuità con la precedente programmazione, si colloca più esplicitamente nell’ambito della «formazione permanente» dei professori che lavorano all’interno dell’«IRC».


 


Approfondisci:


programmazione triennale formazione insegnanti di religione


 

 
29º viaggio di studio in Grecia e Turchia |18.04.2018
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L’ Istituto di Catechetica e l’Istituto di Teologia Pastorale dell'UPS organizzano


   IL 29º viaggio di studio: la chiesa delle origini      


      dal 28 Agosto al 10 settembre 2018


 


 


Obiettivi del viaggio:


Mediante il contatto diretto con i principali luoghi visitati e un’accurata riflessione si mira a procurare ai partecipanti:



  • un aggiornamento biblico-patristico (storico, esegetico, archeologico);

  •  un approfondimento e un’ulteriore qualificazione della propria formazione teologico-pastorale-catechetica a contatto con la Chiesa delle origini e i luoghi dove è passato S. Paolo;

  • un arricchimento della propria vita personale di fede.


Luoghi visitati:


In Turchia: Antiochia di Siria, Tarso, Cappadocia (le valli di Göreme), Iconio, Pamukkale, Efeso, Pergamo, Troia, Istanbul.


In Grecia:  Kavàla, Filippi, Salonicco, Veria, Verghina, Kalambaka (meteore), Corinto, Atene.


Durata del viaggio: quattordici giorni (28 agosto - 10 settembre).



  • Si soggiornerà in alberghi. In genere si alloggerà in camere doppie (qualche eccezionale camera singola, se c'è, dovrà venire ulteriormente pagata).

  • Informazioni più dettagliate verranno date agli iscritti successivamente.

  • Spesa globale: per il biglietto aereo di andata e ritorno, assicurazione, per il soggiorno di quattordici giorni in Turchia e Grecia (camera doppia, vitto, non incluse le bevande), per i viaggi al loro interno, per le conferenze e l’ingresso ai numerosi luoghi da visitare, le tasse di frontiera, le mance da dare, ecc.: € 1.950.00 (soggetto alle variazioni dell’€). La camera singola costa € 400 in più.


Informazioni e iscrizioni: Corrado Pastore e-mail: pastore@unisal.it


 


scarica:


TS 2018 Turchia e Grecia Programma


TS 2018 Turchia e Grecia Scheda di Iscrizione


 
Dal 3 al 27 maggio 2018 a Vicenza, Verona, Padova, Rovigo e Vittorio Veneto
Festival Biblico 14a edizione |18.04.2018
festival biblico

Il tema del Festival Biblico 2018, FUTURO, ci connette al mistero del tempo che da sempre inquieta gli uomini e muove emozioni profonde che nutrono società, scienze, filosofie, religioni e arti. Il Festival vuole offrire la possibilità di scoprire cosa la Bibbia ha da dire sul futuro – inteso principalmente nel suo rapporto costitutivo con le nostre esistenze umane – e quali orizzonti dischiuda in proposito.


Il futuro è uno sguardo lungo su ciò che ci viene incontro, che ci aspetta e che aspettiamo e sul cambiamento che questo porta con sé e in noi. Spesso oggi il futuro viene confuso con il nuovo, ma il nuovo è solo uno spostamento, una differenza rispetto al prima, il rifiuto di un presente che non vogliamo più. Il futuro, invece, è apertura disponibile, attesa, immaginazione, cammino, anche lotta. Per avere il nuovo serve solo una critica del passato. Per avere futuro occorre una visione sul domani, un obiettivo, una speranza, un’apertura.


Il senso del «futuro» ha a che fare anche con le forme del tempo. Società agrarie, legate ai cicli del tempo atmosferico, si sono pensate in un tempo dalla forma circolare in una sostanziale ripetizione dell’uguale. Nel mondo ebraico e cristiano il tempo è sperimentato a due velocità, quella del costante ripetersi dell’errare umano e quella dell’irruzione del kairòs, del tempo ricco, del tempo di Dio che agisce nella storia e salva. La forma che ne deriva è una spirale che si apre, dove le cose ritornano, ma a un livello diverso, con consapevolezze più ampie e mature. C’è poi la forma moderna del tempo, una linea di ininterrotto progresso che va dal passato al futuro. E’ il tempo della produzione industriale, dell’ottimismo storico, in cui il fine dell’uomo è nelle sue mani, nel suo futuro. E’ un tempo preciso, razionale e uniforme, ma soprattutto umano, possesso dell’uomo anziché di Dio. Oggi, la forma dominante sembra il tempo dei media. Tutto è riproducibile, revocabile, disponibile, perché descritto e riprodotto dal sistema della documentazione, della manipolazione, della fiction. Dopo il cerchio, la spirale, la semiretta, ecco apparire quello che possiamo chiamare il “tempo a cono”: un fascio di luce che illumina un oggetto e poi si sposta su qualcos’altro. Non si percepisce passato, non si percepisce futuro. Viviamo nella flessibile e virtuale dilatazione del presente.


Ma in un discorso intorno al «futuro» occorre considerare un altro fondamentale aspetto: la correlazione costitutiva tra tempo, futuro e coscienza umana. Capire il tempo e il futuro implica e significa riflettere su noi stessi, questo perché il futuro non si presenta mai in modo determinato o alla maniera di una semplice-presenza, ma è sempre costituito da una molteplicità di possibilità indeterminate. Mentre emerge la potenza della decisionalità umana, ne emergono, quindi, anche i limiti, ovvero la finitezza: il futuro, il presente e il passato possibili ed effettivi non provengono solo dalla libertà e dalle decisioni dell’esistenza umana, ma anche da «altri» e da possibilità «date» che costituiscono la condizione e il condizionamento della sua esistenza. Il futuro, in questo senso, è un intrecciarsi delle mie attive possibilità e di quelle che mi sono offerte/imposte da altri (l’altra persona, la moltitudine, la natura, la cultura, Dio) e la libertà umana non è solo questione di fare spontaneamente ma anche di lasciar essere.


Come costruire allora il futuro che non c’è, in un tempo a geometria variabile, in una scena mondiale irretita dall’insicurezza e dilaniata dai conflitti, in una psicosi collettiva dominata dalla paura più che dalla speranza? Coltivando la pazienza e la cura, coltivando la fede nella promessa del Dio affidabile. Chi crede così nel futuro si prende liberamente cura del presente, cioè degli uomini e delle donne che trova lungo la strada, della Terra che ha avuto in eredità, dei sogni che meritano di essere ancora sognati. In questo senso il futuro è tempo per l’accoglienza dell’altro e in questo, per il credente, si manifesta il kairòs che diviene criterio orientante per le sue scelte e il suo stile di vita. Ma il futuro non va solo coltivato, va immaginato, sperato e agito, colto nei segni che lascia in anticipo di sé, visto laddove si nasconde e portato alla luce, come una candela sopra il moggio. Chi crede nel futuro lo fa perché per la promessa del Dio affidabile crede che nessun tempo è segnato dal male senza speranza.


 


PER SAPERNE DI PIU'


http://www.festivalbiblico.it/festival/


 

 
CORRIERE |12.04.2018
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Siamo arrivati alla società dei «diseredati»: giovani a cui non è stato trasmesso nulla di ciò che è davvero fondante, senza radici e senza capacità di immaginare e di costruire il futuro. Dopo l’ennesima spedizione punitiva di genitori contro un insegnante reo di fare soltanto il proprio lavoro, dopo i tristi casi di cronaca di professori sbeffeggiati, derisi e postati su Facebook, dopo l’inarrestabile escalation di bullismo presente ormai ad ogni livello nella vita scolastica e, soprattutto, dopo una lunga ed estenuante campagna elettorale, in cui nessuno dei contendenti ha messo non dico al primo ma neppure agli ultimi posti la catastrofe educativa, occorre forse fermarsi e cercare di stabilire un punto fermo.

 





Che cos’è l’educazione?

Che cos’è l’educazione? E qual è la relazione tra l’educazione e il nostro essere pienamente umani? Le grandi scimmie antropomorfe, etologicamente i nostri parenti più stretti, permettono ai loro «adolescenti» di compiere atti che a un adulto non verrebbero mai concessi. Ma entro certi limiti. Non appena la soglia viene superata, l’adulto più alto in grado prende le misure necessarie per interrompere un comportamento destinato a diventare nocivo per la comunità stessa. Uno scimpanzé, un gorilla, un bonobo, per quanto complessi essi siano, hanno una caratteristica che li accomuna alle altre specie animali: vivono nell’immediatezza delle situazioni e la loro esistenza si svolge quietamente lungo i binari della genetica, dell’ambiente e dell’evoluzione. Seguendo la legge della sua specie, un piccolo scimpanzé diventerà sempre un grande scimpanzé ma un bambino lasciato a se stesso, senza alcun accompagnamento, senza sostegno, senza limiti né contrasti, che cosa mai potrà diventare? Quello che ormai troppo spesso abbiamo sotto i nostri occhi: un adolescente infelice, rabbioso, totalmente privo di empatia, succube dei sempre più folli capricci del suo ego.




 

 


La tesi di Rousseau

D’altronde, come stupirsi? Quando io studiavo alle magistrali nei primi anni Settanta, il caposaldo della nostra formazione era l’Émile di J.J. Rousseau. Nella visione del filosofo svizzero, infatti, il bambino, per poter sviluppare al massimo le sue potenzialità, doveva essere lasciato il più possibile allo stato di natura, rinunciando ad ogni autorità educativa. «Non comandategli mai nulla, per nessuna ragione al mondo: assolutamente nulla» scrive nel suo romanzo pedagogico del 1762. «Non lasciategli neppure immaginare che pretendete di avere su di lui qualche autorità». Inoltre, per proteggerlo dall’influsso nefasto della società — indi della civiltà e dalla nebulosità della cultura — Rousseau consiglia di ridurre quanto più possibile anche il suo vocabolario. «È un inconveniente gravissimo che abbia più parole che idee, che sappia dire più cose di quante sappia pensarne».


 



Il libro di Bellamy

Queste memorie scolastiche mi sono tornate in mente leggendo lo splendido libro del filosofo François-Xavier Bellamy, I diseredati, ovvero l’urgenza di trasmettere (Itaca, 2016), uno dei saggi più lucidamente appassionati sulla crisi educativa degli ultimi anni. Proprio nel libro di Bellamy si ricorda una vicenda accaduta una ventina d’anni dopo la morte di Rousseau, quando nel Sud della Francia venne trovato in una zona impervia un ragazzo selvaggio. Stando alle teorie rousseauiane, questo bambino avrebbe dovuto essere il non plus ultra della saggezza e dell’equilibrio. Invece, secondo la testimonianze del medico che lo seguì nei primi tempi «si agitava continuamente senza scopo, mordendo e graffiando tutti quelli che lo contrariavano, non manifestando alcuna specie di gratitudine per coloro che lo accudivano, indifferente a tutto e a nulla prestando attenzione». Questo ritrovamento scosse temporaneamente le salde certezze dei seguaci di Rousseau, ma il turbamento fu presto accantonato sostenendo che il ragazzo era stato abbandonato proprio in quanto indomabile.


 




Infanzia in totale solitudine

Chi ha visto il bel film di Truffaut, Il ragazzo selvaggio, ispirato proprio a Victor, si ricorderà degli sforzi che uno studente di medicina, Jean Itard — convinto dell’ipotesi contraria, cioè che il ragazzo fosse così proprio in quanto abbandonato —, fece per restituirgli la sua umanità e per non farlo rinchiudere in manicomio, come avrebbero voluto i rousseauiani. Per cinque anni Itard si dedicò a Victor con immensa pazienza e, pur non riuscendo a rimediare ai gravi danni psicologici causati da un’infanzia vissuta in totale solitudine, riuscì comunque a placarlo, a fargli esprimere le proprie sensazioni ed emozioni per comunicarle agli altri. Diversamente dallo scimpanzé, l’uomo che cresce allo stato brado, senza alcun condizionamento né guida, è destinato a diventare un essere infelice, rabbioso e selvatico, perché la misteriosa complessità dell’essere umano si sviluppa soltanto attraverso la relazione e la trasmissione del sapere. Sapere che non è condizionamento, ma via prioritaria per la libertà e la stabilità della persona.


 




Società di «diseredati»

Abolito il ruolo educativo della scuola — ridotta nel migliore dei casi a luogo dove si apprendono tecniche — cancellata la stabilità e l’autorevolezza del nucleo familiare, scomparsi storicamente i partiti, eclissata la chiesa, quali realtà educative permangono nella collettività? Soltanto il narcisismo anarchico della Rete che esalta sopra ogni cosa la felicità individuale, creando una monocultura della mente e una totale anestesia del cuore. Di questo passo, siamo arrivati così alla società dei «diseredati», appunto: giovani generazioni a cui non è stato trasmesso nulla di ciò che è davvero fondante, giovani senza radici e senza alcuna capacità — e possibilità — di immaginare e di costruire il futuro. Che cittadini saranno i nuovi ragazzi selvaggi? Non si può poi negare che quarant’anni di questa pedagogia così affabilmente democratica abbiano creato una società sempre più drammaticamente classista. Mai come ora, infatti la forbice tra i ragazzi privilegiati, su cui la famiglia ha potuto e ha voluto investire, e i novelli Victor, figli di famiglie disgregate, assenti o prive di risorse, è stata così ampia.


 




Senza autorevolezza

Pensando all’apatia educativa contemporanea, mi è tornato in mente un episodio raccontatomi qualche anno fa da una giornalista tedesca. Nata alla fine degli anni Quaranta, la sua infanzia era stata segnata dalla drammatica divisione del suo Paese. Un giorno, quando era ancora alle elementari, aveva raccontato a tavola che tutta la sua classe era stata invitata alla festa di compleanno di una loro compagna fuggita dall’Est ma che nessuno di loro sarebbe andato perché la bambina era povera e puzzava. La nonna, a quel punto, le aveva dato un sonoro schiaffo, il primo e l’ultimo della sua vita. «Tu invece ci vai!» le aveva intimato. «E ci vai con il miglior vestito, portandole anche un bellissimo regalo». E così era accaduto. Era stata l’unica della classe ad andarci. «Senza quello schiaffo la mia vita sarebbe stata completamente diversa», mi confidò. «Mi ha fatto aprire gli occhi e da allora non mi sono mai più lasciata tentare dalla crudele banalità della maggioranza».


 




Il kyôsaku

Lungi da me l’idea di inneggiare alla violenza fisica, ma non è proprio colpendo con un bastone, il kyôsaku, che i maestri zen risvegliano la coscienza degli allievi assopiti o distratti durante il tempo della meditazione? Non è forse di un bastone di questo tipo che anche la nostra società avrebbe bisogno per svegliarsi dal torpore, aprire finalmente gli occhi e chiamare le cose con il loro nome? Senza ritorno dell’autorevolezza, senza un generoso e appassionato ripristino della cultura - come realizzazione più profonda dell’umano e della sua trasmissione, che è fatta di imprescindibili priorità - il nostro mondo sarà sempre più popolato da infelicissimi e ingestibili Victor. E non è necessario avere grandi doti divinatorie per immaginare che sarà un mondo purtroppo drammaticamente diverso dall’aulico Eden di cui avrebbe voluto essere artefice l’Émile immaginato da J.J. Rousseau.


di Susanna Tamaro




11 aprile 2018 (modifica il 11 aprile 2018 | 21:46)







 
da Avvenire lunedì 9 aprile 2018 |10.04.2018
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Nell'Esortazione apostolica «Gaudete et Exsultate» il Papa indica nelle Beatitudini la carta d'identità del cristiano. I santi non sono supereroi. È l’urgenza di una risalita all’essenzialità. A ciò che conta per vivere pienamente da uomini e da veri cristiani nel contesto storico attuale. L’esortazione Gaudete et exultate sulla «chiamata alla santità nel mondo contemporaneo» non è perciò riservata a pochi ma è una via per tutti. Non un trattato sulla santità, ma una sua descrizione, così come l’aveva profilata il Concilio Vaticano II nella Lumen Gentium.



Nei cinque capitoli del documento Papa Francesco sgombera così il campo dalle false immagini che si possono avere della santità, da ciò che è nocivo e ideologico e «da tante forme di falsa spiritualità senza incontro con Dio che dominano nel mercato religioso attuale», e, spiegando che la santità è frutto della grazia di Dio, indica le caratteristiche che ne costituiscono un modello a partire dal Vangelo. Illumina così la vita nell’amore non separabile per Dio e per il prossimo, che è il comandamento centrale della carità e il cuore del Vangelo dalle parole stesse di Gesù: «Gesù ha spiegato con tutta semplicità che cos’è essere santi, e lo ha fatto quando ci ha lasciato le Beatitudini (cfr Mt 5,3-12; Lc 6,20-23). Esse sono come la carta d’identità del cristiano» «Così, se qualcuno di noi si pone la domanda: “Come si fa per arrivare ad essere un buon cristiano?”, la risposta è semplice: è necessario fare, ognuno a suo modo, quello che dice Gesù nel discorso delle Beatitudini. In esse si delinea il volto del Maestro, che siamo chiamati a far trasparire nella quotidianità della nostra vita».


È il capitolo centrale dell’esortazione. Il canovaccio di riferimento di uno stile di vita. E si comprende da qui la forza e l’utilità di questo documento che mette insieme in modo organico ciò su cui Papa Francesco insiste da cinque anni, andando controcorrente rispetto a quanto abitualmente si fa nella società.


«La forza della testimonianza dei santi sta nel vivere le Beatitudini e la regola di comportamento del giudizio finale – scrive – Sono poche parole, semplici, ma pratiche e valide per tutti, perché il cristianesimo è fatto soprattutto per essere praticato».


La santità della porta accanto

«Il Signore chiede tutto, e quello che offre è la vera vita, la felicità... Egli ci vuole santi e non si aspetta che ci accontentiamo di un’esistenza mediocre, annacquata, inconsistente» scrive Francesco e nel primo capitolo ricordando che i santi non sono solo quelli già beatificati o canonizzati. «Mi piace vedere la santità nel popolo di Dio paziente: nei genitori che crescono con tanto amore i loro figli, negli uomini e nelle donne che lavorano per portare il pane a casa, nei malati, nelle religiose anziane che continuano a sorridere... Questa è tante volte la santità “della porta accanto”, di quelli che vivono vicino a noi e sono un riflesso della presenza di Dio» (7).



Francesco non si ferma pertanto a spiegare i mezzi di santificazione o le varie forme di devozione invita subito a non scoraggiarsi di fronte a «modelli di santità che appaiono irraggiungibili», perché dobbiamo seguire la «via unica e specifica che il Signore ha in serbo per noi». (11). E spiega e ripete che per essere santi «non è necessario essere vescovi, sacerdoti, religiose o religiosi. Molte volte abbiamo la tentazione di pensare che la santità sia riservata a coloro che hanno la possibilità di mantenere le distanze dalle occupazioni ordinarie, per dedicare molto tempo alla preghiera. Non è così. Tutti siamo chiamati ad essere santi vivendo con amore e offrendo ciascuno la propria testimonianza nelle occupazioni di ogni giorno». (14)



Ribadisce quindi che l’obiettivo di questa esortazione «è soprattutto la chiamata alla santità che il Signore fa a ciascuno di noi, quella chiamata personale che rivolge anche a te: «Siate santi, perché io sono santo» (Lv 11,44; 1 Pt 1,16). Il Concilio Vaticano II lo ha messo in risalto con forza», «ognuno per la sua via, dice il Concilio». «Lascia dunque che la grazia del tuo Battesimo fruttifichi in un cammino di santità» (15).


E ripete l’invito a non avere paura a lasciarsi guidare dallo Spirito Santo: «Voglia il Cielo che tu possa riconoscere qual è quella parola, quel messaggio di Gesù che Dio desidera dire al mondo con la tua vita. Lasciati trasformare, lasciati rinnovare dallo Spirito, affinché ciò sia possibile, e così la tua preziosa missione non andrà perduta». «La santità non ti rende meno umano, perché è l’incontro della tua debolezza con la forza della grazia. In fondo, come diceva León Bloy, nella vita «non c’è che una tristezza… quella di non essere santi» (34).


I due nemici della santità e il cuore della Legge

Nel secondo capitolo si sofferma su quelle che definisce «due falsificazioni della santità che potrebbero farci sbagliare strada: lo gnosticismo e il pelagianesimo». Ancora una volta, quindi, il Papa fa riferimento a queste due eresie «sorte nei primi secoli cristiani», e che a suo giudizio «continuano ad avere un’allarmante attualità» dentro la Chiesa (35). Si tratta di «due forme di sicurezza dottrinale o disciplinare che danno luogo ad un elitarismo narcisista e autoritario dove, invece di evangelizzare, si analizzano e si classificano gli altri, e invece di facilitare l’accesso alla grazia si consumano le energie nel controllare» (35). Se infatti la santità è un dono della grazia nella vita della Chiesa, queste due sottili forme di eresia ne sono un ostacolo proprio perché rimuovono la necessità della grazia di Cristo, oppure svuotano la dinamica reale e gratuita del suo agire. Per questo complicano e fermano la Chiesa nel suo cammino verso la santità.    I «nuovi pelagiani» ad esempio «per il fatto di pensare che tutto dipende dallo sforzo umano incanalato attraverso norme e strutture ecclesiali – spiega il Papa – complicano il Vangelo e diventando «schiavi di uno schema che lascia pochi spiragli perché la grazia agisca»( 59). Questi s’impegnano nel seguire un’altra strada che è «quella della giustificazione mediante le proprie forze, quella dell’adorazione della volontà umana e della propria capacità, che si traduce in un autocompiacimento egocentrico ed elitario privo del vero amore». E si manifesta in molti atteggiamenti: «L’ossessione per la legge, il fascino di esibire conquiste sociali e politiche, l’ostentazione nella cura della liturgia, della dottrina e del prestigio della Chiesa, la vanagloria legata alla gestione di faccende pratiche, l’attrazione per le dinamiche di auto-aiuto e di realizzazione autoreferenziale. In questo alcuni cristiani spendono le loro energie e il loro tempo, invece di lasciarsi condurre dallo Spirito sulla via dell’amore, invece di appassionarsi per comunicare la bellezza e la gioia del Vangelo e di cercare i lontani nelle immense moltitudini assetate di Cristo» (57).



Il Papa ha quindi ricordato che siamo chiamati a curare attentamente la carità che è il centro delle virtù e della Legge. Cristo ci ha consegnato «due volti, quello del Padre e quello del fratello», «o meglio uno solo, quello di Dio che si riflette in molti, perché in ogni fratello è presente l’immagine stessa di Dio» (61). L’amore per Dio e per il prossimo non possono perciò essere separati: «Chi ama l’altro ha adempiuto la Legge» perché pienezza della Legge infatti è la carità». Perché «tutta la Legge trova la sua pienezza in un solo precetto: Amerai il tuo prossimo come te stesso» (60).


Le Beatitudini: ritratto di Gesù e stile di vita controcorrente

Nel terzo capitolo, Francesco srotola una per una le beatitudini evangeliche contenute nel capitolo 5 del Vangelo di Matteo e le rilegge attualizzandole. «Vivere le Beatitudini – spiega – diventa difficile e può essere addirittura una cosa malvista, sospetta, ridicolizzata». Ma queste sono «la carta d’identità del cristiano».


«Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli»
«Le ricchezze non ti assicurano nulla - ricorda il Papa - Anzi, quando il cuore si sente ricco, è talmente soddisfatto di sé stesso che non ha spazio per la Parola di Dio, per amare i fratelli» (68). «Essere poveri nel cuore, questo è santità».


«Beati i miti, perché avranno in eredità la terra».
«È un’espressione forte, in questo mondo che fin dall’inizio è un luogo di inimicizia dove si litiga ovunque, dove da tutte le parti c’è odio, dove continuamente classifichiamo gli altri per le loro idee, le loro abitudini» (71). Osserva Francesco: «Qualcuno potrebbe obiettare: “Se sono troppo mite, penseranno che sono uno sciocco, che sono stupido o debole”. Forse sarà così, ma lasciamo che gli altri lo pensino. È meglio essere sempre miti, e si realizzeranno le nostre più grandi aspirazioni: i miti «avranno in eredità la terra», ovvero, vedranno compiute nella loro vita le promesse di Dio» (74). La mitezza è propria di Cristo: «Imparate da me che sono mite e umile di cuore» (Mt 11,29). Il Papa pertanto ricorda che «anche quando si difende la propria fede e le proprie convinzioni, bisogna farlo con mitezza, e persino gli avversari devono essere trattati con mitezza. Nella Chiesa tante volte abbiamo sbagliato per non aver accolto questo appello» (73).  «Reagire con mitezza, questo è santità».


«Beati quelli che sono nel pianto, perché saranno consolati»
«La persona che vede le cose come sono realmente - scrive - si lascia trafiggere dal dolore e piange nel suo cuore è capace di raggiungere le profondità della vita e di essere veramente felice» (76). «Saper piangere con gli altri, questo è santità».


«Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati»
«La giustizia che propone Gesù - spiega - non è come quella che cerca il mondo, molte volte macchiata da interessi meschini, manipolata da un lato o dall’altro. La realtà ci mostra quanto sia facile entrare nelle combriccole della corruzione, far parte di quella politica quotidiana del “do perché mi diano”, in cui tutto è commercio» e si resta «ad osservare impotenti come gli altri si danno il cambio a spartirsi la torta della vita» (78). «Cercare la giustizia con fame e sete, questo è santità».


«Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia».
«“Tutto quanto vorrete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loroˮ. Il Catechismo ci ricorda che questa legge si deve applicare “in ogni casoˮ,» (80). Gesù, ricorda il Papa, «non dice “Beati quelli che programmano vendetta”, ma chiama beati coloro che perdonano e lo fanno “settanta volte setteˮ». «Guardare e agire e agire con misericordia, questo è santità»


«Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio»
«Quando il cuore ama Dio e il prossimo, quando questo è la sua vera intenzione e non parole vuote, allora quel cuore è puro e può vedere Dio» (86). «Mantenere il cuore pulito da tutto ciò che sporca l’amore, questo è santità».


«Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio».
«Il mondo delle dicerie, fatto da gente che si dedica a criticare e a distruggere, non costruisce la pace», scrive Francesco (87). Mentre i pacifici «costruiscono pace e amicizia sociale» (88). Anche se «non è facile costruire questa pace evangelica che non esclude nessuno, ma che integra anche quelli che sono un po’ strani, le persone difficili e complicate... quelli che sono diversi» (89). «Seminare pace intorno a noi, questo è santità».


«Beati i perseguitati per la giustizia, perché di essi è il regno dei cieli».
«Se non vogliamo sprofondare in una oscura mediocrità – avverte il Papa – non pretendiamo una vita comoda» (90). «Non si può aspettare, per vivere il Vangelo, che tutto intorno a noi sia favorevole» (91). Ma Francesco spiega anche che «un santo non è una persona eccentrica, distaccata, che si rende insopportabile per la sua vanità, la sua negatività e i suoi risentimenti». Non erano così gli apostoli che «godevano della simpatia “di tutto il popoloˮ» (93). Quanto alle persecuzioni, esse «non sono una realtà del passato, perché anche oggi le soffriamo, sia in maniera cruenta, come tanti martiri contemporanei, sia in un modo più sottile, attraverso calunnie e falsità» (94). «Accettare ogni giorno la via del Vangelo nonostante ci procuri problemi, questo è santità».


Il protocollo su cui saremo giudicati

Francesco rievoca le parole di Gesù nel Vangelo di Matteo (25,31-46) sul dar da mangiare agli affamati e accogliere gli stranieri e ricorda che queste sono la «regola di comportamento in base alla quale saremo giudicati». «Quando incontro una persona che dorme alle intemperie, in una notte fredda, posso sentire che questo fagotto è un imprevisto che mi intralcia, un delinquente ozioso... un problema che devono risolvere i politici... Oppure posso reagire a partire dalla fede e dalla carità e riconoscere in lui un essere umano con la mia stessa dignità... un fratello redento da Cristo. Questo è essere cristiani!» (98). «In questo richiamo a riconoscerlo nei poveri e nei sofferenti si rivela il cuore stesso di Cristo, i suoi sentimenti e le sue scelte più profonde, alle quali ogni santo cerca di conformarsi – afferma Francesco – pertanto sottolinea con decisione «davanti alla forza di queste richieste di Gesù è mio dovere pregare i cristiani di accettarle e di accoglierle con sincera apertura, “sine glossa”, vale a dire senza commenti, senza elucubrazioni e scuse che tolgano ad esse forza. Il Signore ci ha lasciato ben chiaro che la santità non si può capire né vivere prescindendo da queste sue esigenze» (97).


La nocività delle ideologie

Purtroppo, scrive Francesco, a volte «le ideologie ci portano a due errori nocivi». Da una parte, quello di trasformare «il cristianesimo in una sorta di ONG», privandolo della sua «luminosa spiritualità» (100). Dall’altra parte c’è l’errore di quanti «vivono diffidando dell’impegno sociale degli altri, considerandolo qualcosa di superficiale, mondano, secolarizzato, immanentista, comunista, populista». O lo relativizzano come se ci fossero altre cose più importanti o come se interessasse solo una determinata etica o una ragione che essi difendono. «La difesa dell’innocente che non è nato, per esempio, deve essere chiara, ferma e appassionata, perché lì è in gioco la dignità della vita umana, sempre sacra, e lo esige l’amore per ogni persona al di là del suo sviluppo. Ma ugualmente sacra è la vita dei poveri che sono già nati, che si dibattono nella miseria, nell’abbandono, nell’esclusione, nella tratta di persone, nell’eutanasia nascosta dei malati e degli anziani privati di cura, nelle nuove forme di schiavitù, e in ogni forma di scarto. Non possiamo proporci un ideale di santità che ignori l’ingiustizia di questo mondo (101). «Spesso si sente dire – riprende il Papa – che, di fronte al relativismo e ai limiti del mondo attuale, sarebbe un tema marginale, per esempio, la situazione dei migranti. Alcuni cattolici affermano che è un tema secondario rispetto ai temi “seri” della bioetica. Che dica cose simili un politico preoccupato per i suoi successi si può comprendere, ma non un cristiano, a cui si addice solo l’atteggiamento di mettersi nei panni di quel fratello che rischia la vita per dare un futuro ai suoi figli. Possiamo riconoscere che è precisamente quello che ci chiede Gesù quando ci dice che accogliamo Lui stesso in ogni forestiero (cfr Mt 25,35)?» (102).
«Chi desidera veramente dare gloria a Dio con la propria vita, chi realmente anela a santificarsi perché la sua esistenza glorifichi il Santo, è chiamato a tormentarsi, spendersi e stancarsi cercando di vivere le opere di misericordia» (107).


Il santo e la violenza verbale dei media

All’interno del grande quadro della santità proposte dalle Beatitudini e Matteo 25,31-46, nel quarto capitolo Francesco presenta alcune caratteristiche che, a suo giudizio, sono indispensabili per comprendere lo stile di vita a cui Cristo ci chiama nel contesto attuale e che hanno particolare importanza a motivo di alcuni rischi e limiti della cultura di oggi, «dove si manifestano – afferma – l’ansietà nervosa e violenta che ci disperde e debilita; la negatività e la tristezza; l’accidia comoda, consumista ed egoista; l’individualismo, e tante forme di falsa spiritualità senza incontro con Dio che dominano nel mercato religioso attuale».


Le prime sono: la sopportazione, la pazienza e la mitezza. Virtù necessarie. «Anche i cristiani – scrive poi il Papa – possono partecipare a reti di violenza verbale mediante internet... Persino nei media cattolici si possono eccedere i limiti, si tollerano la diffamazione e la calunnia, e sembrano esclusi ogni etica e ogni rispetto per il buon nome altrui». «È significativo che a volte, pretendendo di difendere altri comandamenti, si passi sopra completamente all’ottavo: “Non dire falsa testimonianzaˮ, e si distrugga l’immagine altrui senza pietà» (115). Lì si manifesta senza alcun controllo che la lingua è «il mondo del male» e «incendia tutta la nostra vita, traendo la sua fiamma dalla Geenna (Gc 3,6)». Il santo, ricorda Francesco, «evita la violenza verbale» (116). «La fermezza interiore, che è opera della grazia, ci preserva dal lasciarci trascinare dalla violenza che invade la vita sociale – scrive il Papa – perché la grazia smorza la vanità e rende possibile la mitezza del cuore» (117).


L’umiltà e le umiliazioni

L’umiltà – spiega – può radicarsi nel cuore solamente attraverso le umiliazioni. Senza di esse non c’è umiltà né santità» (118). Non si riferisce solo alle situazioni violente di martirio, «ma alle umiliazioni quotidiane di coloro che sopportano per salvare la propria famiglia, o evitano di parlare bene di sé stessi e preferiscono lodare gli altri invece di gloriarsi, scelgono gli incarichi meno brillanti, e a volte preferiscono addirittura sopportare qualcosa di ingiusto per offrirlo al Signore» (119). «Non dico – afferma – che l’umiliazione sia qualcosa di gradevole, perché questo sarebbe masochismo, ma che si tratta di una via per imitare Gesù e crescere nell’unione con Lui. Questo non è comprensibile sul piano naturale e il mondo ridicolizza una simile proposta» (120). È un atteggiamento che presuppone un cuore pacificato da Cristo, «libero da quell’aggressività che scaturisce da un io troppo grande. La stessa pacificazione, operata dalla grazia – dice papa Bergoglio – ci permette di mantenere una sicurezza interiore e resistere, perseverare nel bene anche “se contro di me si accampa un esercito” (Sal 27,3)» (121).


Senso dell’humor e fervore

Il Papa sottolinea che quanto detto finora «non implica uno spirito inibito, triste, acido, malinconico, o un basso profilo senza energia. Il santo è capace di vivere con gioia e senso dell’umorismo. Senza perdere il realismo, illumina gli altri con uno spirito positivo e ricco di speranza» (122).
Bisogna superare la tentazione di «fuggire in un luogo sicuro che può avere molti nomi: individualismo, spiritualismo, chiusura in piccoli mondi, dipendenza, sistemazione, ripetizione di schemi prefissati, dogmatismo, nostalgia, pessimismo, rifugio nelle norme» (134).
«Dio è sempre novità – scrive Francesco – che ci spinge continuamente a ripartire e a cambiare posto per andare oltre il conosciuto, verso le periferie e le frontiere... là lo troveremo: Lui sarà già lì» (135). Ci mette in moto, ricorda il Papa, l’esempio di tanti preti, religiose e laici «che si dedicano ad annunciare e servire con grande fedeltà, molte volte rischiando la vita... La loro testimonianza ci ricorda che la Chiesa non ha bisogno di tanti burocrati e funzionari, ma di missionari appassionati, divorati dall’entusiasmo di comunicare la vera vita. I santi sorprendono, spiazzano, perché la loro vita ci chiama a uscire dalla mediocrità tranquilla e anestetizzante» (138). E Francesco ricorda anche come importante «la vita comunitaria, in famiglia, in parrocchia, nella comunità religiosa», che «è fatta di tanti piccoli dettagli quotidiani» (143): anche Gesù «invitava i suoi discepoli a fare attenzione ai particolari». «Infine, malgrado sembri ovvio - precisa Francesco - ricordiamo che la santità è fatta di apertura abituale alla trascendenza, che si esprime nella preghiera e nell’adorazione» che non è è evasione dal mondo intorno a noi.


In lotta contro il demonio

Il quinto capitolo avverte che il cammino per la santità è anche «una lotta costante contro il diavolo, che è il principe del male» (159). Il «male» citato nel Padre Nostro è «il Maligno» e «indica un essere personale che ci tormenta» (160). «Non pensiamo dunque che sia un mito, una rappresentazione, un simbolo, una figura o un’idea. Tale inganno ci porta ad abbassare la guardia, a trascurarci e a rimanere più esposti. Lui non ha bisogno di possederci. Ci avvelena con l’odio, con la tristezza, con l’invidia, con i vizi» (161). E può portare alla «corruzione spirituale», che «è peggiore della caduta di un peccatore, perché si tratta di una cecità comoda e autosufficiente dove alla fine tutto sembra lecito: l’inganno, la calunnia, l’egoismo e tante sottili forme di autoreferenzialità, poiché «anche Satana si maschera da angelo della luce (2 Cor 11,14)» (165).


«Come sapere se una cosa viene dallo Spirito Santo o se deriva dallo spirito del mondo o dallo spirito del diavolo? L’unico modo – ricorda Francesco – è il discernimento», che «è anche un dono che bisogna chiedere» (166). «Senza la sapienza del discernimento possiamo trasformarci facilmente in burattini alla mercé delle tendenze del momento» (167). Pertanto il Papa chiede «a tutti i cristiani di non tralasciare di fare ogni giorno... un sincero esame di coscienza» (169).


Un esistenza disponibile per Dio e per i fratelli

«San Paolo invitava i cristiani di Roma a non rendere «a nessuno male per male» (Rm 12,17), a non voler farsi giustizia da sé stessi (cfr v. 19) e a non lasciarsi vincere dal male, ma a vincere il male con il bene (cfr v. 21). Questo atteggiamento non è segno di debolezza ma della vera forza». Solo «chi è disposto ad ascoltare – conclude Francesco – è realmente disponibile ad accogliere una chiamata che rompe le sue sicurezze ma che porta a una vita migliore» (172). Questo atteggiamento «implica, naturalmente, obbedienza al Vangelo come ultimo criterio, ma anche al Magistero che lo custodisce, cercando di trovare nel tesoro della Chiesa ciò che può essere più fecondo per l’oggi della salvezza» (173). «Chiediamo – conclude papa Francesco – che lo Spirito Santo infonda in noi un intenso desiderio di essere santi per la maggior gloria di Dio e incoraggiamoci a vicenda in questo proposito» (177).


 





Scarica l'esortazione apostolica "Gaudete ed exsultate":

http://w2.vatican.va/content/francesco/it/apost_exhortations/documents/papa-francesco_esortazione-ap_20180319_gaudete-et-exsultate.html


 


Beatitudini come via. Oggi esce la nuova esortazione apostolica “Gaudete et exsultate" 


Stefania Falasca lunedì 9 aprile 2018

 




«Il piano di Dio va sempre controcorrente: leggete le Beatitudini». Non c’è stata forse esortazione più ricorrente di questa fin dall’inizio del pontificato. Più volte l’ha ripetuta così Francesco da quell’udienza del 6 agosto 2014: «Prendete il Vangelo, il Vangelo di Matteo, capitolo quinto, all’inizio ci sono queste Beatitudini; capitolo 25, ci sono le altre. E vi farà bene leggerlo una volta, due volte, tre volte. Ma leggere questo, che è il programma di santità. Che il Signore ci dia la grazia di capire questo suo messaggio». E controcorrente adesso l’esortazione apostolica Gaudete et exsultate, che lunedì ci viene consegnata, viene certo al punto, sempre da quelle parole di Cristo che non solo le ha proclamate ma vissute.


Gandhi diceva che queste delle Beatitudini sono «le parole più alte del pensiero umano». Disarmano. Ma soprattutto disegnano un’altro modo di essere, di vivere da uomini. Prima ancora di chiedersi che cosa ci rende cristiani bisogna infatti chiedersi che cosa ci rende veramente uomini. La risposta è una sola: la santità, cioè realizzare gli insegnamenti delle Beatitudini. Nella prospettiva cristiana, questo non è possibile senza la grazia di Dio. Essa non annulla la natura umana, ma la perfeziona, come dice Tommaso d’Aquino; diventare santo significa così avvicinarsi sempre più alla perfezione per la quale la natura umana è fatta.


Se non siamo santi, non siamo pienamente uomini né pienamente cristiani, perché i santi non sono solo quelli canonizzati né supereroi o figure da immaginetta fuori dalle faccende ordinarie. San Paolo chiamava i cristiani delle diverse comunità "santi", santi sono cioè tutti i battezzati, coloro che hanno ricevuto e accolto lo spirito di Dio e che si sentono perciò attratti verso il bene al servizio degli uomini. Si trova qui il fondamento di questa chiamata universale alla santità che il Concilio Vaticano II ha con forza riproposto nel capitolo 5 della costituzione dogmatica Lumen gentium. Un appello che resta il più necessario e il più urgente adempimento del Concilio, perché senza di esso tutti gli altri adempimenti sono impossibili o inutili.


Papa Francesco lo ha fatto proprio. «Un grande dono del Concilio Vaticano II è stato quello di aver recuperato una visione di Chiesa fondata sulla comunione, e di aver ricompreso anche il principio dell’autorità e della gerarchia in tale prospettiva – ha ricordato nell’udienza del 20 novembre del 2014 –. Questo ci ha aiutato a capire meglio che tutti i cristiani, in quanto battezzati, hanno uguale dignità davanti al Signore e sono accomunati dalla stessa vocazione, che è quella alla santità». Questa «non è perciò una prerogativa soltanto di alcuni: è un dono che viene offerto a tutti.


Ora ci domandiamo: in che cosa consiste questa vocazione universale a essere santi? E come possiamo realizzarla?». In quell’udienza aveva spiegato innanzitutto che «la santità non è qualcosa che ci procuriamo noi, che otteniamo noi con le nostre qualità e le nostre capacità. La santità è un dono, è il dono che ci fa il Signore Gesù, quando ci prende con sé e ci riveste di sé stesso, ci rende come Lui». E se la santità è la stoffa della vita cristiana le Beatitudini ne «sono la carta d’identità» aveva detto a Malmö in Svezia il 2 novembre 2016 declinandole ai tempi attuali e indicando nuove situazioni per viverle. «In queste parole c’è tutta la novità portata da Cristo, e tutta la novità di Cristo è in queste parole. In effetti, le Beatitudini sono il ritratto di Gesù, la sua forma di vita; e sono la via della vera felicità, che anche noi possiamo percorrere con la grazia che Gesù ci dona».


Questo delle Beatitudini, aveva detto ancora papa Bergoglio, «è il programma di vita che ci propone Gesù... ci dà anche altre indicazioni, un protocollo sul quale noi saremo giudicati: 'Sono stato affamato e mi hai dato da mangiare, ero assetato e mi hai dato da bere, ero ammalato e mi hai visitato, ero in carcere e sei venuto a trovarmi'». Così «si può vivere la vita cristiana a livello di santità. Poche parole, semplici parole, ma pratiche a tutti, perché il cristianesimo è una religione pratica: non è per pensarla, è per praticarla, per farla». Se si accolgono le Beatitudini, la loro logica cambia il cuore, lo guariscono perché sia possibile così prendersi cura del prossimo e del mondo, risucchiato dalla melma dell’individualismo e della barbarie.


La storia, la storia di ognuno si gioca su questa disponibilità all’apertura verso Dio e i fratelli. Affondare qui le radici è il colpo d’ala, il punto più alto e cruciale, il succo della storia anche di un pontificato non misurato secondo categorie ideologiche e mondane, che ha illuminato come l’amore di Dio e l’amore del prossimo non possono andare separati. «Nella storia della Chiesa, i veri rinnovatori – aveva osservato il Papa – sono i santi. Sono loro i veri riformatori, quelli che cambiano, quelli che trasformano, che sviluppano e risuscitano il cammino». La santità è perciò una necessità primaria, è necessaria come l’aria, il respiro. Da chiedere per noi stessi oggi. È questa la riforma, la vera rivoluzione.




 
tenutosi a Roma il 10-11 marzo 2018 scorso |27.03.2018
ConvegnoIRC_-immagine-150x150

Il Convegno «IRC–2018» è stata la prima attività della nuova programmazione triennale. La programmazione precedente (2014-2017) si concentrò sui concetti di educazione, apprendimento, insegnamento e istruzione; il nuovo triennio (2017-2010), in linea di continuità con quello anteriore, questo si colloca più esplicitamente nell’ambito della «formazione permanente» dei professori che lavorano all’interno dell’«IRC».


Questa formazione triennale si orienterà in tre direzioni: 1/ «Conoscenza-comprensione» delle giovani generazioni, in sintonia anche con i lavori del prossimo «Sinodo» (2017-2018); 2/ Formazione culturale e teologica (2018-2019); 3/ Formazione pedagogica in relazione al binomio «IRC-identità cristiana» (2019-2020).


Nell’orizzonte di questo progetto, il primo anno della nuova programmazione è dedicato al tema GIOVANI GENERAZIONI E «RICOSTRUZIONE DEL CRISTIANESIMO», ed ha preso avvio con questo convegno dal titolo «I giovani, la fede e la religione» con l'obiettivo d'individuare alcuni tratti fondamentali delle nuove generazioni per «pensare e costruire» con loro la fede e la religione, considerando anche l’ipotesi della possibile «riconversione del cristianesimo» che la loro vita porta spontaneamente avanti.


Proprio perché si vuole pensare e costruire con i giovani, il convegno ha stimolato la partecipazione attiva dei partecipanti tramite la creazione e organizzazione di un «FORUM-IRC» nella piattaforma «GECO».


Programma IRC aggiornamento2018


 


Alcune foto:








 

 
editore |26.03.2018
Cattura
 
L'Istituto di Catechetica
e la Redazione della Rivista di Pedagogia Religiosa 
vi augurano Buona Pasqua !!!

 


 


Nel carteggio del mio archivio ho riscoperto un messaggio di auguri che l’indimenticabile don Tonino Bello rivolse alla moltitudine di gente che lo amava, in ricorrenza della Pasqua del 1986. Sono parole di un grande Vescovo che riecheggiano nel cuore di ciascuno di noi e che ci aiutano a vivere seguendo il suo esempio di fede nel Cristo Crocifisso e Risorto. La bontà del suo cuore, la sua smisurata generosità, il quotidiano impegno per gli altri, soprattutto per gli ultimi e i diseredati, la sua non comune capacità di esprimere con attraente dialettica la bellezza e l’autenticità della vita, erano doti che lui possedeva e che noi non dimenticheremo mai.
Di fronte alla cultura dell’avere, don Tonino ha professato quella dell’essere e alla cultura della morte, nelle sue varie espressioni, ha opposto quella della vita, della poesia, dell’ineffabile, dell’inesprimibile, della pace, della giustizia, della solidarietà.
Pertanto, ripropongo le sue parole alla riflessione dei visitatori di questo blog, non senza aver prima indirizzato le mie personali espressioni di gratitudine al mio caro amico, dott. Stanzione, che al termine del suo lungo mandato, quale priore dell’Arciconfraternita della Morte, durato sei anni, ha manifestato in tanti modi la sua passione e il suo profondo attaccamento al Sodalizio da lui rappresentato nonchè alla religiosità della settimana santa, e non soltanto molfettese. Grazie di cuore, Franco, per le tue lodevoli iniziative vissute nel corso del tuo priorato, che certamente rimarranno nella storia dell’Arciconfraternita, insieme al tuo nome. Buona Pasqua 2009.
Ecco il messaggio del nostro amato Pastore, che trascrivo fedelmente.

 


Cari amici,
come vorrei che il mio augurio, invece che giungervi
con le formule consumate del vocabolario di circostanza,
vi arrivasse con una stretta di mano, con uno sguardo
profondo, con un sorriso senza parole!
Come vorrei togliervi dall’anima, quasi dall’imboccatura
di un sepolcro, il macigno che ostruisce la vostra libertà,
che non dà spiragli alla vostra letizia, che blocca la vostra pace!
Posso dirvi però una parola. Sillabandola con lentezza per
farvi capire di quanto amore intendo caricarla: “coraggio”!
La Risurrezione di Gesù Cristo, nostro indistruttibile amore,
è il paradigma dei nostri destini. La Risurrezione. Non la
distruzione. Non la catastrofe. Non l’olocausto planetario. Non
la fine. Non il precipitare nel nulla.
Coraggio, fratelli che siete avviliti, stanchi, sottomessi ai potenti
che abusano di voi. Coraggio, disoccupati. Coraggio, giovani
senza prospettive, amici che la vita ha costretto ad
accorciare sogni a lungo cullati. Coraggio, gente solitaria,
turba dolente e senza volto. Coraggio, fratelli che il
peccato ha intristito, che la debolezza ha infangato, che
la povertà morale ha avvilito.
Il Signore è Risorto proprio per dirvi che, di fronte
a chi decide di “amare”, non c’è morte che tenga, non
c’è tomba che chiuda, non c’è macigno sepolcrale che
non rotoli via.
Auguri. La luce e la speranza allarghino le feritoie
della vostra prigione.

 


Vostro
don Tonino, vescovo
 
SIR 19/03/2018 |20.03.2018
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Dialogo a tutto campo con i giovani. Parlando in gran parte a braccio e rispondendo alle loro domande, Francesco ha aperto il pre-Sinodo chiedendo ai 300 giovani provenienti dai cinque continenti di aiutare la Chiesa ad abbandonare la logica velenosa del "si è sempre fatto così". Rispondendo alla domanda di una giovane vittima della tratta, il Papa ha usato parole molto forti: la tratta “è un crimine contro l’umanità, un delitto contro l’umanità, e nasce da una mentalità malata”. Francesco ha fatto notare che in Italia il 90% dei clienti sono battezzati, cattolici, e ha chiesto perdono per loro.



“La gioventù non esiste, esistono i giovani”. I loro volti, i loro sguardi, le loro storie, i loro dubbi, le loro illusioni, la loro audacia nell’affrontare il futuro con coraggio e parresìa. È all’insegna della concretezza e della volontà di ascolto il discorso, in gran parte pronunciato a braccio, con cui il Papa ha aperto il pre-Sinodo dei giovani in corso in Vaticano con 300 ragazzi da tutti i Continenti che si confronteranno per una settimana per elaborare un documento che diverrà parte integrante – come ha garantito lo stesso Francesco – dell’appuntamento di ottobre. La faccia tosta, il coraggio, la capacità di ridere e di piangere, persino i tatuaggi trovano posto nelle parole del Papa, che dopo le testimonianze dei rappresentanti dei cinque continenti ha dialogato ancora a braccio rispondendo ad altre domande dei giovani su argomenti come la tratta, il discernimento, le insidie del mondo digitale, le malattie da evitare nella Chiesa. Che solo con i giovani non invecchia ed è in grado di trovare un antidoto alla logica velenosa del “si è sempre fatto così”.


             “Nei momenti difficili il Signore fa andare avanti la storia con i giovani”,


dice Francesco citando la vicenda di Samuele. I giovani non hanno vergogna. Hanno più forza per ridere, anche per piangere.



“La gioventù non esiste, esistono i giovani”.



Francesco rifiuta con decisione una lettura semplicisticamente sociologica dell’universo giovanile: “Esistono storie, volti, sguardi, illusioni, esistono i giovani”. Parlare della gioventù è facile, basta procedere per astrazioni o percentuali: la via maestra è invece quella di seguire i giovani, che certo “non sono il Premio Nobel della prudenza”. “Qualcuno pensa che sarebbe più facile tenervi a distanza di sicurezza, così da non farsi provocare da voi”, il monito: “Ma non basta scambiarsi qualche messaggino o condividere foto simpatiche. I giovani vanno presi sul serio!”.


“Mi sembra che siamo circondati da una cultura che, se da una parte idolatra la giovinezza cercando di non farla passare mai, dall’altra esclude tanti giovani dall’essere protagonisti”, la denuncia del Papa: “È la filosofia del trucco”, di quegli adulti che si truccano per sembrare più giovani ma poi non fanno spazio ai giovani, li lasciano giovani, non li lasciano crescere.



 



“Spesso siete emarginati dalla vita pubblica e vi trovate a mendicare occupazioni che non vi garantiscono un domani”, le parole per stigmatizzare i dati sulla disoccupazione giovanile. Un giovane che non trova lavoro “si ammala di depressione, cade nelle dipendenze, si suicida”. “Le statistiche sui suicidi giovanili sono tutte truccate”, tuona il Papa. “Questo è un peccato sociale, e la società è responsabile di questo”, esclama.


Con il Sinodo, spiega Francesco, la Chiesa vuole



“mettersi in ascolto dei giovani, nessuno escluso”, “non per fare politica o per una artificiale ‘giovano-filia’, ma perché abbiamo bisogno di capire meglio quello che Dio e la storia ci sta chiedendo”.



“Cosa cerchi nella tua vita? Dillo, ci farà bene ascoltarlo. Di questo abbiamo bisogno: di sentire il vostro cammino nella vita”, la domanda-simbolo del tema dell’appuntamento di ottobre: il discernimento.


“I giovani oggi chiedono alla Chiesa vicinanza”: no, allora, ai “guanti bianchi”, alla tentazione di “prendere le distanze per non sporcarsi le mani”, sì invece alla sfida di ringiovanire la Chiesa imparando dai giovani a “lottare contro ogni egoismo e a costruire con coraggio un giorno migliore”, come ha chiesto loro il messaggio del Concilio.


“Un uomo, una donna che non rischia non matura: un’istituzione che fa scelte per non rischiare rimane bambina, non cresce”, il monito del Papa: se un giovane non rischia va in pensione a 20 anni, e con lui invecchia anche la Chiesa.



 



Sono i giovani, per Francesco, l’antidoto alla logica del “si è sempre fatto così”,


che è un veleno per la Chiesa, “ma un veleno dolce, perché ti tranquillizza l’anima, ti lascia come anestetizzato e non ti fa camminare”. “Un passo avanti”, ma guardando le radici, l’itinerario di marcia suggerito ai giovani. La loro impronta è la creatività, ma le radici sono i vecchi, i nonni, quelli che hanno vissuto la vita e che sono vittime dalla “cultura dello scarto”.


La tratta “è un crimine contro l’umanità, un delitto contro l’umanità, e nasce da una mentalità malata”, secondo la quale “la donna va sfruttata”. Rispondendo alla domanda di una giovane vittima della tratta, il Papa fa notare che in Italia il 90% dei clienti sono battezzati, cattolici, e chiede perdono per loro.


Il mondo virtuale non va demonizzato, ma se non è adeguatamente padroneggiato “può arrivare ad un livello di alienazione così grande che rende la nostra società non soltanto liquida, come diceva il grande Bauman, ma gassosa”. “Usare il mondo virtuale ma con i piedi per terra”, perché non ci schiavizzi, la ricetta in risposta ad una giovane argentina di Scholas Occurrentes.


Il clericalismo e lo spiritualismo esagerato sono due malattie che vanno assolutamente evitate, spiega Francesco ad un seminarista di Leopoli. “Quando tu vedi un prete mondano, è brutto, è peggio”, incalza il Papa. Ma anche le nostre comunità hanno i loro vizi, come il terrorismo delle chiacchiere.



“Con i giovani non ci si deve spaventare mai”, neanche dei tatuaggi, perché “sempre, dietro alle cose non tanto buone c’è qualcosa che ci fa arrivare a qualche verità”.



“La vera formazione religiosa nella vita consacrata deve avere quattro pilastri: vita spirituale, vita intellettuale, vita comunitaria e vita apostolica”, ricorda Francesco ad una giovane suora cinese che studia teologia a Roma e che gli regala una sciarpa rossa, calda e del colore della gioia. “Il demonio entra dalle tasche”, avverte stigmatizzando i preti e le suore attaccati ai soldi.


 
SIR 19/03/2018 |20.03.2018
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A dare voce ai 300 giovani giunti a Roma da tutto il mondo, sono stati cinque coetanei in rappresentanza dei rispettivi continenti. Nessun timore di portare all'attenzione del Papa i problemi vissuti nella quotidianità: le difficoltà di creare una famiglia, la ferita del divorzio dei genitori, la precarietà economica, la tiepidezza di una Chiesa da cui tanti si allontanano, l'incertezza verso il futuro, la paura di impegnarsi, la mancanza di opportunità



Le difficoltà di creare una famiglia, la ferita del divorzio dei genitori, la precarietà economica, la tiepidezza di una Chiesa da cui tanti si allontanano, l’incertezza verso il futuro, la paura di impegnarsi, la mancanza di opportunità. Sono alcuni dei campanelli d’allarme suonati questa mattina in Vaticano durante la prima giornata della riunione pre-sinodale (19-24 marzo) in preparazione alla XV Assemblea generale ordinaria del Sinodo dei Vescovi. A dare voce ai 300 giovani giunti a Roma da tutto il mondo, sono stati cinque coetanei in rappresentanza dei rispettivi continenti. Filo conduttore degli interventi, la richiesta di una Chiesa che possa essere guida per i giovani disorientati in una società sempre più dispersa.


Africa. “Nella maggior parte dei Paesi africani la crisi economica ha portato con sé molte sfide e molti problemi. Economie povere, la maggior parte delle quali causate da una cattiva gestione delle risorse che ha avuto come conseguenza uno scarso rendimento”. Tendai Karombo, delegata dell’Africa dallo Zimbabwe, racconta così il presente di un continente in cui “i giovani assistono al fallimento dei loro sogni e delle loro aspirazioni che sono controllate da coloro che hanno preso il sopravvento sulle loro vite, quando la loro realizzazione non dipende dal reddito della famiglia”. In Africa, inoltre, “il lavoro minorile sta diventando una pratica molto diffusa” e “i giovani sono sfruttati come manodopera a basso costo. Per molti di loro, soprattutto le ragazze, è ancora difficile accedere all’istruzione primaria, e tantomeno a corsi di formazione specialistica”. A causa delle “differenze inter-generazionali”, spiega la delegata,



“la generazione più anziana di credenti non è riuscita a creare piattaforme di dialogo sostenibile con i giovani, né spazi preposti alla loro crescita”



e così “i giovani sono spesso nelle retrovie, con incarichi e responsabilità minori all’interno delle istituzioni cattoliche” e “non chiedono l’aiuto della Chiesa per affrontare sfide sociali quali le dipendenze, l’omosessualità, la pornografia, l’alcolismo o l’abuso minorile”. Tante le attese dalla società e dalla Chiesa che possono “aiutare i giovani e fornire loro gli spazi per emergere”, accompagnarli “nell’attento discernimento vocazionale, nella loro carriera professionale e nelle loro aspirazioni”, “rinnovare e migliorare incessantemente il sistema educativo”.


Americhe. “Nei cinque anni a servizio della pastorale universitaria ho imparato che se c’è un tema che fa da filo conduttore nel mondo dei giovani, è il periodo di transizione. Spostarsi, scegliere, fallire, avere successo, provare timore, e sperare che i prossimi passi che faremo saranno i passi che Dio ci chiede di compiere. I periodi di transizione afferiscono all’ingresso nel sistema educativo, agli anni di studi universitari, al Sacramento della Cresima, al trasferimento all’estero per servire la missione, al trasferimento dalla casa dei propri genitori, al primo lavoro, al momento del matrimonio, all’avere figli, all’ingresso in seminario o in convento. La vita del giovane è costellata da una serie di potenziali cambiamenti”. Parte da qui la riflessione di Nicholas Lopez, delegato delle Americhe dagli Usa. “Mai come oggi si sente il bisogno della guida della Chiesa. Sfortunatamente i dati mostrano che



circa la metà dei nostri giovani non hanno fiducia nei leader religiosi



– precisa – e mostrano diffidenza nei confronti della religione in generale. Anche oggi negli Stati Uniti un terzo dei nostri giovani non si riconosce in nessuna religione e meno del 15% dei cattolici va a messa ogni settimana. Recenti ricerche mostrano che i nostri giovani hanno iniziato ad allontanarsi dalla fede già tra gli undici e i tredici anni”. Ma ci sono anche alcune buone notizie: “Circa il 40% dei giovani negli Stati Uniti partecipa alla Santa Messa del Mercoledì delle Ceneri e lo stesso numero osserva le pratiche quaresimali. Ciò indica che i giovani ancora ritengono il periodo di penitenza e preparazione rilevante per la loro vita. L’importanza del cattolicesimo si evidenzia in ogni incontro della Gmg, quando milioni di giovani testimoniano la vitalità della Chiesa”.


Asia. “La Chiesa del continente asiatico si trova ad affrontare una serie di preoccupazioni: l’aborto, la maternità, il crescente numero di divorzi, i matrimoni tra persone di fede diversa, e soprattutto i matrimoni tra persone dello stesso sesso, che arrecano un grave danno all’insegnamento della Chiesa e che stanno inquinando i valori delle giovani generazioni”. Non utilizza giri di parole Cao Huu Minh Tri, delegato dell’Asia dal Vietnam, che ricorda come “dopo un lungo periodo di cambiamenti e trasformazioni storiche, il continente asiatico oggi sta facendo passi avanti, con molte conquiste in tutti gli ambiti. Unitamente alla rapida evoluzione dei social network, ci attendono molteplici sfide che includono le giovani generazioni, in una economia dinamica che cambia e si trasforma giorno dopo giorno. Diventa quindi



necessario per la Chiesa trovare un modo nuovo di annunciare il Vangelo ai giovani,



basato sul dialogo e sulla comprensione autentica, soprattutto all’interno di un continente così marcatamente dinamico e multiculturale”. Per lo sviluppo della fede cattolica, “a motivo della diversità culturale, e soprattutto della diversità di pensieri filosofici e religioni, coloro che desiderano scoprire la bellezza delle Chiesa e vivere seguendo la sua dottrina, si trovano ad affrontare molti ostacoli”, rileva il delegato: “A questo riguardo l’ateismo è uno dei temi più ricorrenti non solo in alcuni Paesi con una forte impronta socialista come la Cina, il Nord Corea o il Vietnam ma anche in molti altri Paesi industrializzati, dove la maggioranza della popolazione gode di un buon tenore di vita. Questo è dovuto al fatto che molti giovani con un buon livello di istruzione, tra i quali un alto numero di cattolici, non credono in Dio o lo considerano un filosofo. Per questi ultimi, dedicare il proprio tempo alla Santa Messa è considerata una pratica inusuale”.


Europa. “La Chiesa ha oggi l’opportunità di accompagnare i giovani e di guidarli. Questi giovani hanno bisogno di una guida, che funga da bussola, per aiutarli a scegliere tra la moltitudine di offerte alle quali sono esposti”. Ne è convinta Annelien Boone, delegata dell’Europa dal Belgio: “In passato quasi tutte le istituzioni in Belgio erano cattoliche. Il cristianesimo faceva parte della nostra cultura, mentre oggi assistiamo a un processo accelerato” soprattutto per quanto riguarda la “secolarizzazione della nostra società”. I temi discussi in passato (amore, felicità, relezioni, lavoro) “fanno parte del dibattito pubblico, ma senza mai menzionare o coinvolgere Dio né la dimensione religiosa.



La gente ha imparato a vivere e a essere felice senza Dio.



Gli studi più recenti mostrano che per la prima volta meno della metà dei giovani in Belgio sono stati battezzati”. Citando il recente sondaggio “Generation What”? (condotto su 657.205 giovani in 30 Paesi), la delegata aggiunge: “Alla domanda se i giovani possano essere felici senza una fede religiosa, il 94% ha risposto di sì. Le relazioni, i bambini, l’amore, il sesso hanno un peso maggiore nel determinare la felicità degli intervistati rispetto alla fede religiosa. Inoltre, un sondaggio belga ha mostrato che meno del 2% della popolazione belga di età inferiore ai 34 anni ha partecipato a una celebrazione eucaristica più di una volta al mese”.


Oceania. “Sono state le storie della mia famiglia e della mia comunità religiosa ad avermi trasfuso l’empatia che mi ha permesso di capire e di avvicinarmi alle altre comunità presenti in Australia, soprattutto quella indigena. La cultura indigena è parte fondante di molte comunità della regione Oceanica. Sin dall’arrivo degli europei, però, la vita e la storia dei popoli indigeni sono state storie di traumi e di avversità. Occorre riconoscere e rettificare i gravi errori del passato e quelli del presente commessi in Australia, in Nuova Zelanda, e in tutti gli altri Paesi”. Angela Markas, delegata per l’Oceania dall’Australia, appartiene a una parrocchia caldea ed è figlia di genitori iracheni. “La nostra Chiesa si erge sulle fondamenta della nostra speranza. Sento il dovere di fare la seguente domanda: come possiamo essere veri cristiani se non siamo presenti e non ci impegniamo per infondere speranza e dignità nella vita delle persone?”. “Come giovani, sentiamo il bisogno di qualcuno che ci guidi. Nei contatti con i miei amici, con i giovani a cui faccio da tutor, e con la mia famiglia – ribadisce -, sento che i giovani sono poco inclini a cercare la guida di cui sentono bisogno dentro la Chiesa. Ci sono molte ragioni, ma uno dei motivi principali è che



i giovani si sentono distanti dalla Chiesa.



Questo può essere dovuto al fatto che si sentono lontani da un clero anziano, non accolti a causa della diversità delle loro idee e opinioni, o perché ritengono di non essere ascoltati né avvicinati con amore ed empatia. Non sempre i giovani sentono di avere un posto nella Chiesa. Desiderano trovare un luogo dove sentirsi al sicuro, accolti ed amati. Solo allora potranno volgere lo sguardo verso sé stessi e riflettere da soli su queste domande che ancora non trovano risposta”.


 
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ESORTAZIONE APOSTOLICA “GAUDETE ET EXSULTATE” DI PAPA FRANCESCO  

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